La Dottrina Sociale della Chiesa offre ai giovani una bussola per vivere con giustizia, libertà e responsabilità nel mondo di oggi. Oggi parliamo di lavoro e dignità
Pew Nguyen
«Il lavoro è una dimensione fondamentale dell’esistenza dell’uomo sulla terra»
(San Giovanni Paolo II, Laborem Exercens, 4)
Il lavoro non è solo un “mezzo per guadagnare”: è un luogo di realizzazione personale, di responsabilità sociale, di partecipazione al bene comune. Per i giovani, però, il lavoro oggi è spesso un terreno instabile, fatto di precarietà, sfruttamento, illusioni spezzate. Eppure, proprio qui, la Dottrina Sociale della Chiesa rilancia una visione alta del lavoro umano, che può diventare ancora oggi scuola di giustizia e di speranza.
La DSC ci ricorda che il lavoro è per l’uomo, e non l’uomo per il lavoro. Non siamo “pezzi di un ingranaggio” o “numeri in una statistica”, ma persone capaci di trasformare il mondo con intelligenza, creatività e passione.
Il lavoro, nella visione cristiana, è partecipazione all’opera creatrice di Dio. Ogni mestiere — dal più umile al più prestigioso — può essere occasione di servizio, di costruzione, di crescita. Il lavoro nobilita, perché fa parte della vocazione dell’uomo ad amare e a generare vita.
Per la DSC, il lavoro deve essere giusto, sicuro, equo, umano. San Giovanni Paolo II, nell’enciclica Laborem Exercens, ha insistito sul principio del primato del lavoro sul capitale: “Il lavoro è sempre ‘causa efficiente primaria’, mentre il capitale è solo uno strumento” (LE 12).
Questo significa che la persona viene prima del profitto. Un sistema economico che sacrifica i lavoratori, i giovani, le famiglie, sull’altare dell’efficienza o della competitività, è un sistema ingiusto.
Oggi, per tantissimi giovani, il lavoro è un sogno rimandato, o un peso senza dignità. Contratti a termine, tirocini infiniti, salari minimi, mancanza di tutele, paura del futuro: il mondo del lavoro sembra spesso una corsa a ostacoli, senza garanzie.
La Chiesa non può tacere: “Non possiamo rassegnarci a perdere un’intera generazione”, ha detto Papa Francesco. E la DSC lo ribadisce: la giustizia sociale passa per il lavoro. Quando un giovane lavora con dignità, tutta la società guadagna.
Don Bosco ha fatto del lavoro uno degli assi portanti del suo sistema educativo. A Valdocco, ha fondato laboratori, avviato apprendistati, firmato contratti con i datori di lavoro, difeso i ragazzi dagli abusi. Ha trasformato l’oratorio in un ponte verso la vita vera, dove il lavoro non era solo “utile”, ma formativo.
Diceva spesso: “Insegnate un mestiere a un giovane, e gli avete salvato la vita.”
Per lui, il lavoro era cammino di riscatto, scuola di disciplina, palestra di responsabilità. Ma anche occasione per scoprire i propri talenti, costruire relazioni, servire gli altri.
Nel Vangelo, Gesù stesso ha lavorato con le mani. Era chiamato “il falegname”. Ha condiviso il ritmo faticoso della vita quotidiana, senza privilegi. Questo dice che il lavoro non è mai solo “mondano”: può diventare cammino di santità.
La spiritualità cristiana insegna che si può pregare anche lavorando. Che nel lavoro si può offrire, creare, ascoltare, costruire. Che ogni fatica, se vissuta con amore e giustizia, diventa parte dell’alleanza con Dio.
Non possiamo parlare di “lavoro giusto” senza chiederci che tipo di società vogliamo costruire. Vogliamo un mondo dove si lavora solo per sopravvivere? Dove conta solo chi guadagna tanto? Dove il lavoro consuma e non costruisce?
Oppure vogliamo un mondo dove ogni persona può realizzarsi, servire gli altri, contribuire al bene comune? Dove c’è spazio per i giovani, per le donne, per i fragili? Dove anche il lavoro è parte di una vita piena e condivisa?
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