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LA STAGIONE DEGLI UOMINI LIBERI

La stagione degli uomini liberi è già cominciata e solo il coraggio potrà renderla duratura.


LA STAGIONE DEGLI UOMINI LIBERI

da L'autore

del 01 gennaio 2002

Messaggio inviato il 20 marzo 1993 ai partecipanti al convegno «Mafie e Nonviolenza» tenutosi a Castellammare di Stabia.

Carissimi,

Dio solo sa quanto era forte il desiderio di trovarmi insieme con voi quest' oggi. Anche solo per sentire il calore di mani conosciute e il vissuto di volti lontani nello spazio ma vicini nel cuore.

Ma il drago con cui il mio corpo e il mio spirito stanno lottando me lo ha impedito. Ma - vi assicuro - non gliela darò vinta, l'ultima parola sarà la vita.

Anche voi discuterete in questo convegno del drago; del drago criminale, violento che ammorba il tessuto del nostro povero Sud. Un drago nato dentro il suo corpo e che solo il suo corpo riuscirà a vincere. Avrei voluto essere tra voi per dirvi due sole parole: coraggio e sperate.

Con Gioacchino da Fiore siamo consapevoli che l'età degli schiavi è finita, sta crollando, cade a pezzi.

La stagione degli uomini liberi è già cominciata e solo il coraggio potrà renderla duratura.

Il riscatto coraggioso della dignità degli uomini è già l'inizio dell'esodo, della rottura dei legami con tutti: faraoni visibili e invisibili che incatenavano le ricchezze umane della nostra terr

Ma non basta. Perché l'età degli uomini liberi non sia un evento fugace, perché la nonviolenza non sia un evento eccezionale, occorre organizzare la speranza per entrare nell' età degli amici.

Convivialità delle differenze, solidarietà, giustizia vorremmo che fossero i cardini di una nuova costituzione reale, di una nuova progettualità politica che restituisca al Sud il ruolo centrale di protagonista della speranza.

Il mio augurio è che dopo questo convegno divenga a tutti più chiaro - a trent' anni dall' enciclica formidabile di Papa Giovanni XXIII - che «costruire la pace in terra» è possibile. E nessun drago la può fermare.

+ don TONINO, Vescovo

DOMICILIO DI CRISTO

Riflessione scritta come meditazione quaresimale e pubblicata in «Luce e Vita» il 28 marzo 1993.

Il calendario liturgico ricorda, al 7 di marzo, due Sante africane, Perpetua e Felicita, legate dalla stessa Fede e dallo stesso martirio.Perpetua era una nobile matrona e aveva un bambino ancora lattante. Felicita era la sua schiava.

Nel 203, poiché infieriva a Cartagine la persecuzione sotto Severo, le due giovani donne furono arrestate e imprigionate, in attesa di essere condannate alle bestie nel circo della città. Felicita, però, la schiava, era incinta all' ottavo mese, e, secondo il diritto romano non poteva essere sottoposta alla pena di morte nell' arena.

Giunse la data del supplizio, e il giorno precedente Felicita stette a pregare insistentemente i soldati e le autorità perché non le privassero dell' onore di morire per Cristo. Inutilmente. Ma quello che non poterono concedere le autorità, lo concesse Gesù. La notte prima dello spettacolo, la giovane donna, nel carcere, fu colta dalle doglie del parto. Assistita dalla sua padrona, si dibatteva contorcendosi e gridando, e, allora, una delle guardie, sghignazzando, le disse: «E tu, che non sai sostenere neppure le doglie del parto, vorresti sopportare la violenza delle bestie che ti squarteranno?».

Felicita allora replicò con una risposta di straordinaria ispirazione: «A soffrire stanotte sono io. Ma domani sarà Cristo a soffrire in me: perciò non ho paura».

E Cristo che soffre in me. Dal carcere di Cartagine questo messaggio, vecchio di secoli e giovane come vena d'acqua che sgorga tra le rocce nel mese di marzo, giunge a tutti coloro che sono affranti dal dolore e li riempie di gioia. Ora che arriva Pasqua, soprattutto. Non c'è da aver paura.

Gesù prosciuga i nostri dolori, li assorbe nei suoi e non ce li fa sentire più. Anche se sulle nostre labbra esplodono gli «Ahi, mamma mia», e sui nostri occhi brillano le lacrime della sofferenza, le modulazioni del nostro patire si condensano della felicità di saperci tutt'uno con Cristo.

È lui che soffre in noi.

Ha scelto il nostro corpo come domicilio per il suo Venerdì Santo. È lui che soffre in noi, perché a Pasqua possiamo essere noi a gioire in lui.

Coraggio, fratelli e sorelle che soffrite. Il grande giorno è vicino. Sarà un giorno di luce pure per noi.

Le acque lustrali del battesimo ci lambiranno dalle chiese che non potremo raggiungere. Dell'«exultet» percepiremo l'eco indistinta che irrompe dalle cattedrali. Forse l'alba della Risurrezione la saluteremo dal letto e gli squilli delle campane ci giungeranno da lontano.

Quel giorno, però, sentiremo Gesù vicino alla nostra croce come non mai.

don Tonino Bello

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