La scienza può costruire la pace?

Nella Giornata mondiale della scienza per la pace e lo sviluppo scopriamo che ogni nuova conoscenza porta con sé una responsabilità: scegliere se metterla al servizio della vita oppure usarla per distruggere.

Chidera Faustina Okeke Chidera Faustina Okeke

Immagina di entrare in un laboratorio. Su un tavolo ci sono un computer, alcuni strumenti di misurazione e un progetto ancora da completare. Un gruppo di ricercatori sta lavorando a una nuova tecnologia. Potrebbe servire a individuare una malattia prima che diventi grave, a rendere più sicuro un intervento chirurgico o a portare acqua potabile dove ancora manca.

Il 10 novembre si celebra la Giornata mondiale della scienza per la pace e lo sviluppo, istituita dall'UNESCO nel 2001 per ricordare il ruolo della ricerca scientifica nella costruzione di società più giuste, sostenibili e pacifiche. Non è soltanto una giornata dedicata agli scienziati o alle grandi scoperte. È un'occasione per domandarci quale rapporto esista tra ciò che siamo capaci di fare e ciò che è giusto fare.

La storia della scienza è attraversata da conquiste straordinarie. I vaccini hanno contribuito a prevenire malattie che per secoli hanno provocato sofferenze e morti. Le tecnologie mediche permettono diagnosi sempre più precise. I satelliti aiutano a prevedere fenomeni meteorologici estremi e a organizzare interventi di soccorso. Le nuove conoscenze sull'energia, sull'agricoltura e sull'ambiente possono migliorare la vita di milioni di persone.

Eppure la stessa storia ci consegna anche pagine drammatiche.
Nel Novecento, le conoscenze della fisica nucleare hanno aperto possibilità immense per la produzione di energia, la medicina e la ricerca. Ma hanno anche reso possibile la costruzione delle bombe atomiche. Nell'agosto del 1945, le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki furono devastate da due ordigni nucleari, con conseguenze terribili per la popolazione.

La conoscenza aveva raggiunto un risultato straordinario. L'umanità, però, si trovava davanti a una domanda che nessuna formula matematica poteva risolvere da sola: come utilizzare quella potenza?

La scienza ci aiuta a comprendere come funziona il mondo. Ma, per decidere come utilizzare ciò che scopriamo, abbiamo bisogno anche dell'etica, del dialogo, della responsabilità e di una visione della persona umana.

La pace, infatti, non coincide semplicemente con l'assenza della guerra. Ha bisogno di condizioni che permettano alle persone di vivere con dignità: salute, istruzione, acqua, cibo, sicurezza e opportunità di costruire il proprio futuro.

Quando la ricerca contribuisce a rendere queste condizioni più accessibili, sta già lavorando per la pace.

Oggi una delle sfide più importanti riguarda l'intelligenza artificiale.
Quando utilizziamo uno strumento digitale per studiare, possiamo scegliere se limitarci a copiare una risposta oppure usarla per comprendere meglio un argomento. Quando riceviamo un video sorprendente, possiamo condividerlo immediatamente oppure verificare se sia autentico. Quando una tecnologia ci permette di ottenere qualcosa molto velocemente, possiamo domandarci se quel risultato sia anche corretto e rispettoso delle persone.

La responsabilità comincia nel modo in cui impariamo a usare ciò che altri hanno scoperto.
A volte fede e scienza vengono presentate come due realtà inevitabilmente contrapposte. Da una parte la ragione, dall'altra la fede. Da una parte le prove, dall'altra le convinzioni religiose.

La loro relazione, però, è più ricca e complessa.
La ricerca scientifica cerca di comprendere i fenomeni naturali attraverso l'osservazione, le ipotesi, gli esperimenti e la verifica dei risultati. La fede cristiana si interroga sul significato dell'esistenza, sul rapporto con Dio, sulla dignità della persona e sul modo in cui siamo chiamati a vivere.

Nel Vangelo Gesù non considera la sofferenza delle persone come qualcosa da osservare a distanza. Si avvicina ai malati, incontra chi è escluso, restituisce dignità e apre possibilità di vita.

Oggi curare una malattia richiede conoscenze scientifiche, professionisti preparati, strutture adeguate e ricerca. La compassione non può sostituire una terapia. Ma può orientare le nostre scelte, spingendoci a fare in modo che le cure non diventino un privilegio riservato a pochi.

Anche Don Bosco aveva compreso quanto fossero importanti la conoscenza e la preparazione per il futuro dei giovani; educare significava aiutare ogni ragazzo a sviluppare tutte le proprie capacità, non soltanto quelle religiose.
Nell'Oratorio di Valdocco non si limitava a organizzare momenti di preghiera e di gioco. Si preoccupava che i ragazzi imparassero a leggere, scrivere, lavorare e acquisire competenze che permettessero loro di costruire una vita dignitosa. Promosse laboratori professionali e diede grande importanza alla formazione, perché sapeva che un giovane privo di opportunità rischiava di rimanere ai margini della società.
Il suo desiderio di formare «buoni cristiani e onesti cittadini» ci offre ancora oggi una prospettiva preziosa. Non basta diventare competenti: occorre imparare a utilizzare le proprie competenze con responsabilità.

Un giovane che studia informatica può chiedersi come rendere il mondo digitale più accessibile e sicuro. Chi ama la biologia può scoprire nella ricerca una possibilità di servizio alla vita. Chi si appassiona alla matematica, alla fisica o alla chimica può mettere le proprie capacità a disposizione di problemi che riguardano l'ambiente, la salute e la società.

Non tutti diventeranno ricercatori. Ma tutti possono imparare a pensare con rigore, a distinguere un fatto da un'opinione, a verificare le informazioni e a non accontentarsi delle risposte più facili.
Anche questa è educazione alla pace.

La Giornata mondiale della scienza per la pace e lo sviluppo non ci chiede di scegliere tra progresso e prudenza, come se dovessimo rinunciare alle scoperte per evitare i rischi.
Ci invita piuttosto a non separare mai la conoscenza dalla responsabilità.

Abbiamo bisogno di scienziati competenti, di insegnanti appassionati, di ricercatori liberi di cercare la verità e di istituzioni capaci di sostenere una ricerca orientata al bene comune. Abbiamo bisogno anche di cittadini che comprendano almeno le questioni fondamentali della scienza, sappiano porre domande e partecipino alle decisioni che riguardano il futuro di tutti.
La conoscenza, quando incontra la responsabilità, può diventare uno strumento straordinario per custodire la vita.

Forse la domanda più importante non è soltanto quanto lontano riusciremo ad arrivare con le nostre scoperte. È quale umanità desideriamo costruire attraverso di esse.

E tu, se potessi mettere la tua intelligenza e le tue capacità al servizio di un problema del mondo, quale sceglieresti di affrontare?

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