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LA (S)CONFESSIONE DI PIETRO

Brano tratto dal libro di P.A. Sequeri 'Il timore di Dio'.Ci troviamo in cammino con Gesù nei dintorni di Cesarea di Filippo. Per strada, Gesù interroga i suoi discepoli e Pieetro prende la parola rispondendo giusto, ma subito sconfessando questa professione di fede non accettando il cammino della croce. Solo in questo modo però la vera fede del discepolo diventa fede nel Cristo.


LA (S)CONFESSIONE DI PIETRO

da L'autore

del 20 gennaio 2007

Ci troviamo in cammino con Ges√π nei dintorni di Cesarea di Filippo. Per strada, Ges√π interroga i suoi discepoli:

 

Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: 'Chi dice la gente che io sia?'. Ed essi gli risposero: 'Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti'. Ma egli replicò: 'E voi chi dite che io sia?'. Pietro gli rispose: 'Tu sei il Cristo'.

 

Risposta esatta. Questo modo di identificarlo che non è certamente sbagliato, poiché indica il massimo profilo pensabile della testimonianza autorevole e autentica di Dio, è diventato, di fatto, anche il più ambiguo che esista. Puntuale, immediata e drammatica, arriva la conferma.

 

E cominciò a insegnar loro che il Figlio dell`uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Gesù faceva questo discorso apertamente. Allora Pietro lo prese in disparte, e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i discepoli, rimproverò Pietro e gli disse: 'Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini'.

 

In questo modo Gesù non ha mai apostrofato nessuno. Se non il Satana in persona, come sappiamo dal racconto delle “tentazioni” nel deserto!

A questo proposito mi sia consentita una brevissima parentesi. Per elevare un pensiero affettuoso e ammirato a Pietro, e ricordare con rispettosa venerazione la comunità cristiana della prima ora. Il coraggio di consegnare una memoria come questa alla pubblica considerazione delle generazioni a venire, destinare ad accogliere come “scritture sacre” il racconto di momenti come questo (e sono molti), in cui la clamorosa incomprensione dei discepoli è marcata a fuoco dalla reazione di Gesù, continua a lasciarci stupefatti. Se siete cristiani praticanti, cercate di ricordare l’ultima volta in cui vi siete imbattuti in una franca confessione come quella che è stata impressa in queste pagine: esse vi appariranno vive ed incandescenti – reali, insomma – al di là di ogni nostra ragionevole immaginazione.

Ma ritorniamo al nostro episodio e vediamo che cosa è accaduto. Gesù indica apertamente l’esito della sua testimonianza. Dal punto di vista dei suoi oppositori esso è ormai iscritto nelle cose. Nella dichiarazione di Gesù che non la semplice previsione delle sofferenze che lo aspettano, e sulle quali generazioni di predicatori non hanno trascurato di intrattenerci. Gesù prevede la riprovazione ufficiale e pubblica dell’autorità religiosa che rappresenta il giudizio e la giustizia di Dio. E ne prevede il successo: fino alla esecuzione della condanna pronunciata contro di lui, nella forma della sua eliminazione fisica. Gesù parla “apertamente”. Pietro lo prende “in disparte” e si mette “a rimproverarlo”. E’ un gesto premuroso: ci pare di vederlo, il discepolo irruento e generoso, che lo cinge affettuosamente e lo ammonisce con fermezza e con discrezione insieme. C’è come un imbarazzo malcelato tra le pieghe di questo gesto. Che cosa vede qui Pietro di imbarazzante? Paura per la loro sorte? Non si vede, qui. E già che ci siamo, non lasciamoci fuorviare dal pietismo di una catechesi delle piccole virtù e dei piccoli vizi. I discepoli continuano a seguire Gesù, anche quando appare chiaro che egli va a cacciarsi nella tana del lupo. Ridurre insomma la resistenza dei discepoli nei confronti del destino annunciato da Gesù a una codardia di piccolo sabotaggio; o alla paura del dolore e del sacrificio, cui la nostra natura resiste, è francamente una banalizzazione.

Il gesto di Pietro segnala in ogni caso un clima di tutt’altra portata. Qui la cosa va detta anzitutto nella sua crudezza: Pietro vuole reagire a quello che gli appare come un momento di debolezza di Gesù. Anzi, ad un’improvvisa debolezza della fede di Gesù: della sua determinazione, della sua fiducia, della sua certezza a riguardo della legittimazione di Dio. Insomma, quella di Gesù appare ai discepoli come una crisi di fede. La descrizione e la fermezza paternalistica con la quale Pietro affronta il momento difficile si orientano in questa direzione. E la reazione durissima di Gesù appare corrispondente soltanto a una opposizione di radicale profilo. Infine, il contesto e lo sfondo della vicenda del rapporto tra Gesù, i discepoli e gli oppositori religiosi, convergono direttamente e indirettamente, nel disegno di questa cruciale tensione. La violenta risposta di Gesù segue immediatamente la confessione di Pietro: confessione della identità messianica di Gesù, e quindi della singolarità della sua testimonianza di Dio. Come dire: Gesù eccede ormai, agli occhi dei suoi discepoli, la comparazione con il profetismo della antica alleanza. La sua critica religiosa appare radicale e in qualche modo definitiva. Sulla reale portata della capacità dei discepoli d comprendere questa singolarità prima dell’incontro con il Risorto è difficile argomentare. Ma essa in qualche modo emerge nel gruppo dei discepoli come una percezione ormai conquistata. La confessione di Pietro ne è il simbolo.

E’ proprio questo che rende inaccettabile l’anticipazione della passione. La fede raggiunta con fatica dai discepoli appare ora incredibilmente venir meno in Gesù. Che cosa significa infatti ai loro occhi la previsione di Gesù? Essa può significare una sola cosa: la pubblica smentita di Gesù, la sua condanna in nome di Dio, sono ormai un esito che Gesù indica come inevitabile. Dal punto di vista generale della fede messianica questo evento è impossibile. Ma comunque sia, i discepoli non possono più pensare a questa eventualità, nel momento stesso in cui la loro fede in Gesù è approdata al riconoscimento della legittimità della sua pretesa. Non è possibile che l’uomo che ora stupisce le folle per l’autorevolezza e il rigore della sua sapienza su Dio, sia destinato a soccombere a fronte di una pretestuosa denuncia di eresia, se non addirittura di ateismo. Non è pensabile che l’uomo che abbiamo visto guarire i malati, vincere i demoni, risuscitare i morti, possa subire una prevaricazione teologicamente motivata (affermava di essere Cristo re, Lc 23, 2) e in grado di distruggerlo totalmente. Non è comprensibile che una tale persuasione, alla quale sono ormai giunti i suoi discepoli, abbandoni ora il Maestro.

L’interpretazione diffusa, come sapete, indica la ragione del contrasto nella difformità fra il messianismo politico oggetto dell’attesa corrente tra i contemporanei di Gesù, e quindi anche fra i discepoli. Nell’essenziale l’interpretazione è corretta, ma non decisiva. Essa spiega meno di quello che deve essere spiegato. La sua forza esplicativa infatti indebolisce alquanto, se pensiamo che il rapporto fra politica e religione, in quel contesto, è molto diverso dal nostro. Se ci limitiamo a dire che il profilo della missione di Gesù è religioso e non politico, non abbiamo detto praticamente ancora niente.

No! La questione è anzitutto rigorosamente teo-logica: si tratta proprio del modo di intendere Dio. E a partire da qui, dal modo di rappresentarlo.

mons. Pierangelo Sequeri (elaborazione SDB Crocetta)

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