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la meta ultima dell'essere umano è l'intimità con Dio

Pubblichiamo di seguito per intero il discorso tenuto il 15 settembre 2004 da Giovanni Paolo II in occasione dell'Udienza generale del mercoledì, dedicata al commento del cantico tratto dal capitolo 19 del Libro dell'Apocalisse - Le nozze dell'Agnello.


la meta ultima dell’essere umano è l’intimità con Dio

da Giovanni Paolo II

del 01 gennaio 2002

Alleluia.

Salvezza, gloria e potenza

sono del nostro Dio;

perché veri e giusti

sono i suoi giudizi,

Alleluia.

Alleluia.

Lodate il nostro Dio,

voi tutti, suoi servi,

voi che lo temete,

piccoli e grandi.

Alleluia

Alleluia.

Ha preso possesso del suo regno il Signore,

il nostro Dio, l`Onnipotente.

Rallegriamoci ed esultiamo,

rendiamo a lui gloria.

Alleluia.

perché son giunte le nozze dell`Agnello;

la sua sposa è pronta,

Alleluia.

1. Il libro dell’Apocalisse è costellato di Cantici che vengono innalzati a Dio, Signore dell’universo e della storia. Ora ne abbiamo ascoltato uno che incontriamo costantemente in ognuna delle quattro settimane in cui si articola la Liturgia dei Vespri.

Questo inno è scandito dall’«alleluia», parola di origine ebraica che significa «lodate il Signore» e che curiosamente nel Nuovo Testamento ricorre solo in questo passo dell’Apocalisse, dove viene ripetuta cinque volte. La Liturgia seleziona dal testo del capitolo 19 soltanto alcuni versetti. Nella cornice narrativa del brano, essi sono intonati nel cielo da una «folla immensa»: è come un coro possente che si leva da tutti gli eletti i quali celebrano il Signore nella gioia e nella festa (cfr Ap 19,1).

2. La Chiesa, sulla terra, armonizza perciò il suo canto di lode con quello dei giusti che già contemplano la gloria di Dio. Si stabilisce così un canale di comunicazione tra storia ed eternità: esso ha il suo punto di partenza nella liturgia terrena della comunità ecclesiale e ha il suo traguardo in quella celeste, dove sono già approdati i nostri fratelli e sorelle che ci hanno preceduto nel cammino della fede.

In questa comunione di lode si celebrano sostanzialmente tre temi. Innanzitutto, le grandi proprietà di Dio, la sua «salvezza, gloria e potenza» (v. 1; cfr v. 7), ossia la trascendenza e l’onnipotenza salvifica. La preghiera è contemplazione della gloria divina, del mistero ineffabile, dell’oceano di luce e di amore che è Dio.

In secondo luogo, il Cantico esalta il «regno» del Signore, cioè il progetto divino di redenzione nei confronti del genere umano. Riprendendo un tema caro ai cosiddetti Salmi del Regno di Dio (cfr Sal 46; 95-98), qui si proclama che «il Signore ha preso possesso del suo regno» (Ap 19,6), intervenendo con somma autorità nella storia.

Questa è, certo, affidata alla libertà umana che genera bene e male, ma ha il suo ultimo suggello nelle scelte della provvidenza divina. Il libro dell’Apocalisse celebra appunto il traguardo verso cui la storia è condotta attraverso l’efficace opera di Dio, pur tra le tempeste, le lacerazioni, le devastazioni compiute dal male, dall’uomo e da Satana.

Si canta in un’altra pagina dell’Apocalisse: «Noi ti rendiamo grazie, Signore Dio onnipotente, che sei e che eri, perché hai messo mano alla tua grande potenza, e hai instaurato il tuo regno» (11,17).

3. Infine, il terzo tema dell’inno è tipico del libro dell’Apocalisse e della sua simbologia: «Sono giunte le nozze dell’Agnello; la sua sposa è pronta» (19,7). Come avremo occasione di approfondire nelle ulteriori meditazioni su questo Cantico, la meta definitiva a cui l’ultimo libro della Bibbia ci conduce è quella dell’incontro nuziale tra l’Agnello che è Cristo e la sposa purificata e trasfigurata che è l’umanità redenta.

L’espressione «sono giunte le nozze dell’Agnello» si riferisce al momento supremo - come dice il nostro testo «nuziale» - dell’intimità tra creatura e Creatore, nella gioia e nella pace della salvezza.

4. Concludiamo con le parole di uno dei discorsi di sant’Agostino, che così illustra ed esalta il canto dell’Alleluia nel suo significato spirituale: «Noi cantiamo all’unisono questa parola e uniti attorno ad essa in comunione di sentimenti, ci sproniamo a vicenda alla lode di Dio. Dio però può lodarlo con tranquillità di coscienza colui che non ha commesso nulla per cui gli dispiaccia. Inoltre, per quanto riguarda il tempo presente in cui siamo pellegrini sulla terra, cantiamo l’Alleluia come consolazione per essere fortificati lungo la via; l’Alleluia che diciamo adesso è come il canto del viandante; tuttavia, percorrendo questa via faticosa, tendiamo a quella patria dove ci sarà il riposo, dove, scomparse tutte le faccende che c’impegnano adesso, non resterà altro che l’Alleluia» (n. 255,1: Discorsi, IV/2, Roma 1984, p. 597).

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