Giornata mondiale della gentilezza: in un tempo di parole gridate e giudizi immediati, trattare ogni persona con rispetto non è debolezza, ma una scelta coraggiosa
Hai scritto una risposta e stai per premere “invia”.
Qualcuno ti ha provocato nella chat del gruppo. Potresti ferirlo con poche parole, magari facendo ridere tutti gli altri. Sai esattamente quale difetto colpire, quale episodio ricordare, quale frase usare per metterlo in difficoltà. Nessuno potrebbe accusarti di avere cominciato: stai soltanto rispondendo.
Ti fermi. Rileggi. Cancelli.
Forse la gentilezza comincia proprio in quell’istante che nessuno vedrà mai. Non in un gesto spettacolare, non in una frase da pubblicare sui social, ma nella decisione di non restituire il male ricevuto. Nel potere che avresti di ferire e che scegli di non usare.
Il 13 novembre si celebra la Giornata mondiale della gentilezza, nata alla fine degli anni Novanta per iniziativa del World Kindness Movement, una rete internazionale che vuole promuovere la gentilezza come forza capace di avvicinare persone, comunità e popoli. L’obiettivo non è concentrare qualche buona azione in una sola giornata, ma rendere la cura e il rispetto uno stile delle relazioni quotidiane. World Kindness Movement
La parola “gentilezza”, però, rischia di sembrarci debole. La associamo alle buone maniere, ai sorrisi di circostanza, al lasciare passare qualcuno davanti alla porta o al dire “grazie” e “per favore”. Sono gesti importanti, ma la gentilezza è molto di più.
Essere gentili non significa fingere che vada tutto bene. Non vuol dire essere sempre d’accordo, evitare ogni discussione o permettere agli altri di trattarci male. Ci sono momenti nei quali è necessario dire di no, denunciare un’ingiustizia, difendere chi viene escluso, segnalare un comportamento pericoloso. Anche la verità può essere una forma di gentilezza, quando viene detta per aiutare e non per umiliare.
La differenza non sta soltanto nelle parole che scegliamo, ma nell’intenzione con cui le pronunciamo. Possiamo correggere qualcuno per farlo crescere oppure per dimostrare che siamo superiori. Possiamo raccontare un errore per cercare una soluzione oppure per rovinare la reputazione di chi lo ha commesso. Possiamo vincere una discussione e perdere una persona.
La gentilezza ci domanda: che cosa rimarrà nell’altro dopo il mio passaggio?
Viviamo in un tempo nel quale essere duri sembra spesso più efficace. Sui social ricevono attenzione le frasi più taglienti, i giudizi senza sfumature, le risposte capaci di mettere l’avversario al suo posto. Anche nelle nostre classi, nei gruppi e negli oratori può diventare normale scherzare sempre sulla stessa persona, assegnare soprannomi che feriscono, escludere qualcuno senza dirlo apertamente o commentare ogni errore con una risata.
Presi singolarmente, sembrano episodi piccoli. Ripetuti ogni giorno, però, costruiscono un ambiente nel quale qualcuno comincia a sentirsi sbagliato, fuori posto o invisibile.
Allo stesso modo, piccoli gesti di gentilezza possono cambiare il clima di un luogo. Salutare chi viene abitualmente ignorato. Sedersi vicino a chi è rimasto solo. Ringraziare chi svolge un servizio che diamo per scontato. Chiedere scusa senza cercare una giustificazione.
Ascoltare una risposta senza guardare subito il telefono. Scrivere a un amico che da qualche giorno non si fa vedere.
Non risolvono ogni problema, ma dicono a una persona: «Mi sono accorto di te».
Nel Vangelo, la gentilezza non è mai semplice cortesia. Il buon Samaritano non si limita a provare dispiacere per l’uomo ferito lungo la strada. Si ferma, si avvicina, fascia le sue ferite, lo accompagna in un luogo sicuro e si assume la responsabilità delle sue cure. La compassione diventa tempo, fatica, attenzione e anche denaro.
Gesù stesso sa essere accogliente e fermo, delicato e sincero. Non tratta le persone come casi da risolvere o errori da condannare. Le guarda, le ascolta, le chiama per nome e offre loro la possibilità di ricominciare. La sua gentilezza non nasconde la verità: crea lo spazio nel quale la verità può essere accolta senza distruggere la persona.
Nella tradizione salesiana questa attenzione prende il nome di amorevolezza. Per Don Bosco un giovane non aveva soltanto bisogno di essere amato: doveva sapere e sentire di essere amato. Non bastava organizzare attività per i ragazzi; occorreva stare in mezzo a loro, conoscerli, condividere il cortile, accorgersi di chi era triste e fare il primo passo verso chi si teneva lontano.
L’amorevolezza non è un metodo per ottenere obbedienza. È un modo di riconoscere la dignità dell’altro, anche quando sbaglia. Un educatore gentile non rinuncia alle regole, ma non usa la regola per mortificare. Un ragazzo gentile non è quello che tace sempre, ma quello che sa prendere posizione senza trasformare l’altro in un nemico.
La gentilezza richiede anche attenzione verso sé stessi. Non possiamo chiamare gentilezza il sopportare in silenzio violenze, ricatti o umiliazioni. Chiedere aiuto, stabilire un limite e allontanarsi da una relazione che fa male non sono gesti egoisti. Sono modi per riconoscere che anche la nostra vita merita rispetto.
Questa giornata potrebbe allora cominciare senza iniziative straordinarie. Potremmo scegliere una persona che rischia di passare inosservata e rivolgerle un’attenzione sincera. Potremmo interrompere una presa in giro invece di unirci al gruppo. Potremmo ringraziare qualcuno per un bene che non gli abbiamo mai riconosciuto. Potremmo rinunciare a una parola capace di ferire, anche se avremmo tutte le ragioni per pronunciarla.
Forse nessuno se ne accorgerà. Ma la gentilezza non ha bisogno di pubblico.
Ha bisogno di qualcuno disposto a cominciare.
Quale persona potrebbe accorgersi, oggi, di essere importante grazie a un tuo gesto?
Versione app: v3.73.0 (a1926df5)