La dignità non si merita

Nella Giornata mondiale dei diritti umani ricordiamo una verità semplice, ma spesso dimenticata: ogni persona possiede un valore che non dipende dai risultati che raggiunge, dalle capacità che dimostra o dagli errori che commette.

Max Fischer Max Fischer

«Non servi a niente».

Bastano quattro parole. Pronunciate durante una partita, dopo un errore che ha fatto perdere la squadra. Qualcuno si arrabbia, un compagno abbassa lo sguardo e il gioco riprende. Forse chi ha parlato non pensa davvero ciò che ha detto. Era soltanto un momento di nervosismo.
Ma chi ha ricevuto quelle parole potrebbe ricordarle a lungo.
Non perché abbia sbagliato un passaggio o perso un pallone. Ma perché, per qualche istante, è stato giudicato come persona sulla base di ciò che non è riuscito a fare.

Succede anche altrove. A scuola, quando un ragazzo viene considerato soltanto attraverso i suoi voti. In un gruppo, quando qualcuno viene escluso perché è meno brillante, meno simpatico o meno capace degli altri. Sui social, quando il valore di una persona sembra dipendere dal numero di visualizzazioni, commenti e approvazioni che riesce a ottenere.

Viviamo in una società nella quale siamo continuamente invitati a dimostrare qualcosa: essere competenti, avere successo, raggiungere risultati, mostrarci interessanti.
E così rischiamo di dimenticare una verità fondamentale: una persona non vale per ciò che riesce a fare. Vale perché è una persona.

Il 10 dicembre si celebra la Giornata mondiale dei diritti umani, nell'anniversario dell'adozione della Dichiarazione universale dei diritti umani, approvata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite a Parigi il 10 dicembre 1948.
Il mondo usciva da una guerra che aveva provocato distruzioni immense, persecuzioni, deportazioni e milioni di morti. L'orrore della Shoah e le violenze commesse durante il conflitto avevano mostrato fino a quali conseguenze potesse arrivare una società capace di negare il valore di intere categorie di persone.

La Dichiarazione nacque dalla volontà di affermare un principio che nessuno Stato, nessuna ideologia e nessun potere avrebbe dovuto dimenticare: ogni essere umano possiede una dignità che deve essere riconosciuta e protetta.

A scuola siamo abituati a essere valutati. Riceviamo voti, giudizi e osservazioni che ci aiutano a comprendere ciò che abbiamo imparato e ciò che dobbiamo ancora migliorare.
La valutazione è una parte importante del percorso educativo. Il problema nasce quando cominciamo a confondere il risultato con il valore della persona.

Ma un risultato descrive una prestazione, non tutta la persona che l'ha compiuta.
Questo non significa che l'impegno non sia importante o che tutti i comportamenti siano equivalenti.
Significa imparare a distinguere ciò che una persona fa da ciò che una persona è.
Possiamo correggere un errore, chiedere una responsabilità, stabilire conseguenze proporzionate a un comportamento sbagliato.
Ma non abbiamo il diritto di umiliare qualcuno o trattarlo come se avesse perso il proprio valore.

C'è un altro rischio che attraversa le nostre società: considerare importanti soprattutto le persone che producono, lavorano, guadagnano o riescono a offrire qualcosa agli altri.
Ma che cosa accade a chi non può lavorare? A una persona anziana che ha bisogno di assistenza? A un bambino con una disabilità importante? A chi attraversa una malattia o vive una condizione di dipendenza dagli altri?
Se il valore di una vita dipendesse soltanto dalla sua produttività, queste persone rischierebbero di essere considerate meno importanti. Una persona non deve dimostrare di essere utile per avere diritto alle cure, all'istruzione, alla protezione e al rispetto.
Significa costruire scuole nelle quali anche gli studenti con maggiori difficoltà possano trovare opportunità di apprendimento. Significa rendere gli ambienti accessibili alle persone con disabilità. Significa riconoscere che chi vive una condizione di povertà non perde il diritto a essere trattato con rispetto.

È facile parlare di diritti umani quando pensiamo a persone innocenti che subiscono un'ingiustizia.
La questione diventa più difficile quando ci troviamo davanti a qualcuno che ha commesso un reato o provocato sofferenza.
Una persona responsabile di un'azione grave deve risponderne davanti alla legge. La giustizia ha il compito di accertare le responsabilità, proteggere le vittime e applicare le conseguenze previste dall'ordinamento.
hi ha comMa anche cmesso un reato conserva i propri diritti fondamentali. Non si tratta di giustificare ciò che è stato fatto. Si tratta di affermare che la responsabilità personale non cancella l'umanità di chi ha sbagliato.

Nel Vangelo incontriamo continuamente persone che gli altri hanno già giudicato.
Molti vengono identificati attraverso la loro condizione o il loro comportamento.
Gesù, invece, li incontra come persone.

Un episodio particolarmente significativo è quello di Zaccheo, raccontato nel Vangelo di Luca.
Zaccheo è un capo dei pubblicani, un uomo ricco che esercita un'attività malvista dalla popolazione. I pubblicani riscuotevano le imposte per conto del potere romano e potevano approfittare del proprio incarico per arricchirsi ingiustamente.
Quando Gesù arriva a Gerico, Zaccheo cerca di vederlo, ma è piccolo di statura e la folla gli impedisce di avvicinarsi. Sale allora su un albero.
Gesù si ferma, alza lo sguardo e lo chiama per nome.
Lo incontra, entra nella sua casa e gli offre la possibilità di cambiare.
Zaccheo risponde scegliendo di condividere i propri beni e di restituire quanto ha sottratto ingiustamente.
Il Vangelo non ci insegna che tutte le azioni siano giuste. Ci ricorda però che nessun essere umano può essere considerato definitivamente privo di valore.

Nella Torino dell'Ottocento Don Bosco incontrò ragazzi poveri, giovani lavoratori, adolescenti lontani dalle famiglie e persone che avevano già conosciuto situazioni di marginalità.
Alcuni erano considerati difficili. Altri avevano poche opportunità di istruzione e di lavoro. Molti rischiavano di essere definiti soltanto attraverso la loro condizione sociale.
Don Bosco non ignorava le difficoltà.

Era convinto che ogni ragazzo custodisse possibilità di crescita e che l'educazione dovesse aiutarlo a svilupparle.
Per questo offriva amicizia, istruzione, formazione professionale e occasioni di vita comunitaria.
Il suo Sistema Preventivo, fondato su ragione, religione e amorevolezza, nasce dalla fiducia nella persona.
Un giovane cresce quando incontra adulti capaci di riconoscere i suoi limiti senza smettere di vedere le sue possibilità.

È una lezione importante anche per le nostre scuole e i nostri oratori.
Possiamo avere ragazzi che imparano velocemente e altri che hanno bisogno di più tempo. Giovani capaci di assumersi responsabilità e altri che faticano a rispettare le regole. Persone che partecipano con entusiasmo e altre che sembrano non trovare il proprio posto.
La tentazione è dedicare maggiore attenzione a chi risponde meglio alle nostre proposte.
Ma il carisma salesiano ci invita a non dimenticare chi rimane ai margini.
L'amorevolezza è una scelta educativa che riconosce la dignità di ciascuno, anche quando la relazione richiede pazienza, competenza e fatica.
Perché nessuno dovrebbe dover dimostrare di essere perfetto per sentirsi accolto.

La cultura dei diritti comincia anche nel modo in cui trattiamo le persone che incontriamo ogni giorno.
Comincia quando smettiamo di utilizzare la disabilità di qualcuno come un insulto. Quando non ridiamo di un compagno per la sua origine. Quando riconosciamo che un ragazzo con difficoltà scolastiche non merita meno rispetto degli altri.
Comincia quando comprendiamo che una persona anziana non perde importanza perché non riesce più a fare ciò che faceva un tempo.

La Giornata mondiale dei diritti umani ci consegna una domanda che attraversa ogni ambito della nostra vita.
Da che cosa dipende, per noi, il valore di una persona?
Dalla sua intelligenza? Dalla capacità di lavorare? Dal successo? Dalla popolarità? Dalla sua origine? Dalle idee che condivide con noi?
Oppure siamo disposti a riconoscere che ogni essere umano merita rispetto anche quando non possiede nessuna delle qualità che abitualmente ammiriamo?
È una domanda che riguarda anche il modo in cui guardiamo noi stessi.
Possiamo impegnarci, migliorare, riconoscere i nostri errori e cercare di diventare migliori.
Ma la nostra dignità non aumenta quando vinciamo e non diminuisce quando falliamo.

Per la fede cristiana, questa convinzione trova una radice ancora più profonda: ogni persona è creata a immagine di Dio ed è amata da lui prima di qualsiasi risultato o merito.
Possiamo cominciare dalla prossima persona che incontreremo.
Da un compagno che viene abitualmente preso in giro. Da qualcuno che ha commesso un errore. Da un ragazzo che fatica a trovare amici. Da una persona che non può offrirci nulla in cambio.
Possiamo scegliere di guardarla senza ridurla alle sue difficoltà, ai suoi risultati o alla sua utilità.

E tu, c'è qualcuno che hai imparato a giudicare soltanto per ciò che fa, per un errore che ha commesso o per una difficoltà che vive? Che cosa cambierebbe se provassi a guardarlo prima di tutto come una persona?

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