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L'uomo nella filosofia di Karol Wojtyla

La figura di Karol Wojtyla è spesso ricordata per la santità della sua vita, i meriti della sua azione pastorale e la fama universale della sua azione carismatica. Non sempre ci si sofferma abbastanza sulla profondità della sua opera letteraria, filosofica e teologica. Del resto egli fu un filosofo di prima grandezza...


L'uomo nella filosofia di Karol Wojtyla

da Quaderni Cannibali

del 01 settembre 2006

La figura di Karol Wojtyla è spesso ricordata per la santità della sua vita, i meriti della sua azione pastorale e la fama universale della sua azione carismatica. Non sempre ci si sofferma abbastanza sulla profondità della sua opera letteraria, filosofica e teologica. Del resto egli fu un filosofo di prima grandezza, docente universitario all’Università di Lublino, ed era conosciuto proprio come filosofo anche prima della sua elezione a cardinale di Cracovia, per i suoi studi fenomenologici, per le sue analisi su Husserl, Scheler e Kant, nel segno di un confronto proficuo con il pensiero metafisico di Aristotele e Tommaso d’Aquino. Le recenti edizioni delle sue opere e diversi studi aiutano a far luce su questo aspetto, certo non secondario della sua eredità spirituale. In tale prospettiva, vorremmo tratteggiare il profilo della sua antropologia filosofica.

La riflessione maturata nell’attività docente e pastorale condusse Karol Wojtyla a spostare la sua ricerca filosofica dall’etica all’antropologia. È caratteristico della sua personalità e della sua concezione la compenetrazione di questi momenti, e del suo pensiero con la sua vita. La prima fase si può indicare in uno studio sull’etica di Max Scheler (1953) e in Amore e responsabilità (1960); la seconda fase si può indicare in Persona e atto (1969) e nei lavori successivi.

Non si tratta, appunto, di due fasi distinte, ma dello sviluppo di uno stesso pensiero: la regola fondamentale di ogni rapporto umano è rispettare la dignità della persona. L’uomo odierno manifesta in larga parte di aver smarrito qual è la propria identità. È perciò necessario mettere in luce la dignità della persona, e recuperare la consapevolezza che l’uomo è un essere spirituale.

A tal proposito Wojtyla si sofferma sull’esperienza dell’agire umano. L’agire non è solo una dimensione caratteristica dell’uomo tra le altre. Esso è la dimensione essenziale nella quale egli vive e mediante la quale riconosce se stesso. La coscienza morale rivela a ognuno di noi come nell’agire ognuno disponga di sé, non solo in vista di questo o quello scopo particolare (il lavoro, lo sport, etc.), ma in vista del compimento del proprio essere (autoteleologia). La coscienza mostra il valore dei nostri atti: mostra che essi ci rendono buoni o malvagi.

La coscienza attesta, dunque, che il nucleo della libertà è l’autodeterminazione, e coglie se il nostro agire realizza o non realizza il vero bene del nostro essere del nostro essere. La perfezione morale è lo scopo dell’autodeterminazione e la volontà è l’organo della sua attuazione. Solo un essere che può trascendersi e superare il proprio interesse (utilità o piacere) può compiere un atto perché è bene (o per dovere).

L’agire rivela la persona come quell’essere che, tramite la coscienza e la libertà, possiede interamente sé stesso. Peraltro, l’autopossesso sul piano dell’agire non costituisce in senso totale la persona (perciò non si possono escludere dal novero delle persone quanti sono, per vari motivi, privati di tale capacità): l’autopossesso è una proprietà della persona, che essa possiede in virtù della sua natura spirituale: essa si possiede e non è posseduta da altro; ma la persona esiste anche quando non esercita la sua libertà (embrioni, malati terminali, etc.).

L’autopossesso, l’autodeterminazione, l’avere come fine la propria perfezione, non chiudono la persona in sé, come potrebbe sembrare. Tali aspetti ne qualificano il modo di essere, perciò stabiliscono le condizioni e i limiti di ogni suo rapporto. Come l’esperienza insegna, proprio nel dono di sé, la persona ottiene il compimento della sua umanità e l’affermazione piú alta della sua libertà. Ma l’agire volto alla promozione del bene dell’altro (partecipazione) richiede che si possieda se stessi e che si riconosca nell’altro la propria stessa dignità.

L’antropologia, secondo Wojtyla dunque, prende le mosse dall’osservazione dell’esperienza dell’essere umano, particolarmente dell’agire morale. La coscienza e il rapporto con gli altri ci offrono la conoscenza concreta dell’uomo, che è presupposta nelle formule con le quali nella storia della filosofia se ne è stata definita l’essenza: come “animale razionale” (Aristotele), come “sostanza individuale di natura razionale” (Boezio). L’uomo ci si mostra così come “essere cosciente”, “capace di autodominio”, “capace di donarsi”.

Com’è tipico dello stile circolare di Wojtyla, tale termine della sua antropologia si congiunge al principio e ne scaturisce l’etica dell’amore umano. In Persona e atto, l’agire viene colto come espressione del soggetto, viene studiato, come esso si presenta alla coscienza, e come esso attui l’autodeterminazione e il compimento di sé. L’ulteriore analisi di tali aspetti, nell’ultima parte di quest’opera e nei saggi posteriori, porta a riconoscere la perfezione dell’uomo nel dono di sé. Questa affermazione era già tesi centrale di Amore e responsabilità, ma ora il dono di sé viene esteso ad ogni rapporto umano: ogni relazione tra persone deve essere plasmata dalla solidarietà (e ciò sarà poi dei più ricorrenti del suo magistero sociale).

 

 

Riprendiamo i momenti salienti di questo percorso leggendo alcuni passi.

 

1. La coscienza, via di accesso alla persona. «Grazie alla coscienza l’uomo vive interiormente se stesso come soggetto. Vive interiormente e quindi è soggetto nel senso più strettamente sperimentale. La comprensione ha qui origine direttamente dall’esperienza senza alcun passaggio intermedio. » (Persona e atto, in Metafisica della Persona, p. 905).

2. Autopossesso della persona e libertà. «Il possesso di sé ossia l’autopossesso, in quanto specifica proprietà strutturale della persona, si manifesta nell’azione per mezzo della volontà. […] L’uomo decide di sé con la volontà, poiché possiede se stesso. Nello stesso tempo la volontà, ogni reale “voglio”, rivela, conferma e realizza l’autopossesso proprio soltanto della persona, il fatto che essa è sui iuris» (ibidem, p. 966).

3. Libertà e verità. «Per “fare il bene ed evitare il male” […], l’uomo deve continuamente […] quasi superare se stesso nel suo tendere verso il bene vero. […] Senza questa trascendenza – questo superamento e in certo senso senza crescita di sé verso la verità e verso il bene voluto e scelto alla luce della verità – la persona, il soggetto persona, in un certo senso non è se stesso» (La persona: soggetto e comunità, in ibidem, p. 1352).

4. Compimento e dono di sé. «L’autoteleologia della persona [l’avere essa valore di fine e non di mezzo] costituisce in qualche modo una soglia di riferimento, che condiziona in modo fondamentale la formazione della grande comunità, sia interpersonale sia sociale. […] L’uomo realizza se stesso “attraverso l’altro”, raggiunge la propria perfezione vivendo “per l’altro , in ciò soprattutto giunge ad espressione non solo il trascendimento di sé verso l’altro, ma anche il diventare più grande di se stesso» (Trascendenza della persona nell’agire e autoteleologia dell’uomo, in ibidem, p. 1418).

 

Bibliografia

Karol Wojtyla, Metafisica della persona. (Tutte le opere filosofiche e saggi integrativi), Bompiani, Milano 2003.

Rocco Buttiglione, Il pensiero dell’uomo che divenne Giovanni Paolo II, Mondadori, Milano 1998.

Tadeus Styczen, Comprendere l’uomo. La visione antropologica di Karol Wojtyla, Pontificia Università Lateranense, Roma 2005.

Gorge Weigel, Testimone della speranza, Mondadori, Milano 1999.

Ariberto Acerbi

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