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L'Oscar della franchezza

Quali prospettive per l'evangelizzazione in America latina? Alla vigilia (13 al 31 maggio) della Conferenza dell'episcopato latinoamericano che si terrà in Brasile, abbiamo incontrato Oscar Rodr√≠guez Maradiaga, salesiano, uno dei cardinali più influenti del continente. Che non ama i giri di parole.


L'Oscar della franchezza

da Quaderni Cannibali

del 08 maggio 2007

Sarà certamente una delle voci più ascoltate durante la V Conferenza dell'episcopato latinoamericano, che si terrà in Brasile presso il santuario di Nossa Senhora Aparecida dal 13 al 31 maggio. Oscar Andrés Rodríguez Maradiaga, 64 anni, salesiano, è arcivescovo di Tegucigalpa (Honduras) dal 1993 e cardinale dal 2001. Ha ricoperto numerosi incarichi, tra cui quello di presidente del Celam (Conferenza episcopale dell'America latina) dal 1995 al 1999. In patria è considerato un eroe nazionale, all'estero è molto apprezzato, dentro e fuori la Chiesa. Lo abbiamo incontrato durante una sua recente visita in Italia.

 

Eminenza, perché una nuova conferenza per la Chiesa latino-americana?

Dopo 15 anni dall'ultima conferenza dell'episcopato latinoamericano, a Santo Domingo, e dopo l'anno giubilare tutti noi sentivamo la necessità di una nuova conferenza perché abbiamo iniziato un nuovo millennio e le sfide in America latina sono grandissime. Le Nazioni unite hanno proposto gli Obiettivi del Millennio, uno dei quali prevede di ridurre almeno della metà la povertà entro il 2015. Già si vede che si tratta di belle parole e nulla più, perché non ci sono le condizioni per raggiungere questo obiettivo. Anzi, in America latina la povertà è cresciuta più che mai. Qualcosa allora non funziona: questa globalizzazione beneficia solo il mercato dei Paesi più ricchi del mondo, escludendo la maggioranza delle nazioni. Alcuni si scandalizzano perché l'America latina «sta andando a sinistra». Attenzione: che cosa si intende per «sinistra»? Ci si sta orientando verso una ricerca di giustizia sociale che non c'è, risultato di modelli economici che ci impongono la Banca mondiale, il Fondo monetario internazionale, perché il sistema economico è incentrato sull'obiettivo di arricchire i più ricchi e impoverire il resto del mondo.

Allora queste necessità, domande e inquietudini ci hanno portato a chiedere al Santo Padre una quinta conferenza dell'episcopato. Il processo è iniziato nel 2003, quando abbiamo chiesto e ottenuto il benestare di Giovanni Paolo II. Dopo la sua morte, la presidenza del Celam ha rinnovato la richiesta a Benedetto XVI, che nel luglio 2005 ha dato il via libera.

 

Come si è arrivati alla scelta del tema: «Discepoli e missionari di Gesù Cristo affinché i nostri Paesi abbiano vita in Lui»?

In fase di preparazione sono emersi due elementi importanti: il discepolato e la missione. Quello del discepolato all'inizio sembrava un tema un po' spiritualista. Poi, approfondendo la riflessione, si è capito che il tema è di grande attualità, perché molti battezzati non sono veri discepoli di Cristo. Qual è l'atteggiamento del discepolo? Quello di Maria, sorella di Marta, seduta ai piedi del Signore per ascoltarlo. Quanto tempo hanno i nostri battezzati per ascoltare Gesù? Se vanno a messa la domenica ascoltano le letture e un'omelia, e speriamo che sia ben fatta... Nel resto della settimana, di chi sono discepoli? Della moda, di tante ideologie, dei mezzi di comunicazione, della politica. Sono discepoli più di Machiavelli che della Bibbia, dei sistemi economici più che di Gesù Cristo. C'è quindi la necessità di tornare al discepolato.

Poi la missione: la Chiesa esiste per evangelizzare. Non è solo compito dei preti, ma di ogni battezzato, che con la sua vita deve evangelizzare chi non conosce il Signore. Siamo sei miliardi di persone sulla Terra, ma non arrivano a due miliardi quelli che conoscono Cristo.

 

La missione oggi come va intesa?

La missione non ha solo la dimensione un po' «poetica» di andare ai popoli lontani, ma è la missione in casa, nel quartiere, sul lavoro, al mercato, dappertutto. Perché chi è discepolo di Cristo irradia Cristo, lo annuncia con la sua vita. Questo ha a che fare anche con l'impegno sociale e politico dei cristiani, che a volte sembra essersi assopito. In genere la politica viene concepita come un business. Certi politici investono nella loro campagna elettorale e quando sono al governo accumulano guadagni che consentono loro di passare il resto della vita senza lavorare. Lo abbiamo visto tante volte in America latina, e si capisce perché tanta gente non vuole più votare! C'è un astensionismo altissimo perché si è persa la fiducia. Perciò ritengo che una delle grandi sfide della Conferenza di Aparecida sarà come evangelizzare la politica e i politici, come poter dialogare con il mondo dell'economia, perché la globalizzazione in sé non è né cattiva né buona. Deve essere per lo sviluppo di tutti, per il bene comune e non solo di pochi, per far sì che il mondo capisca che siamo tutti figli di Dio. Le vere armi di distruzione di massa sono la povertà, l'ingiustizia sociale e la corruzione. Contro di esse si deve fare la «guerra» della giustizia, dell'uguaglianza, di una più equa distribuzione, dell'integrità morale degli amministratori.

 

Benedetto XVI verrà ad Aparecida. Che cosa si aspetta la Chiesa latino-americana da questa prima visita di papa Ratzinger nel continente?

Prima di tutto si aspetta un grande slancio per questa Conferenza. Un grande slancio per la gioventù che l'attende con amore. Un grande slancio per il continente della speranza, un continente ancora poco conosciuto. Ricordo che durante il Sinodo dell'America del 1997, durante una conferenza stampa un grande vescovo brasiliano da poco scomparso disse a un giornalista che sottolineava la diminuzione delle vocazioni religiose in America latina: «Ma di solito si parla di noi in occasioni calcistiche, durante il carnevale e basta». Spesso accade che di America latina si parli senza conoscere, anche al centro della Chiesa. Perciò la visita sarà positiva perché egli possa toccare con mano i nostri veri problemi.

 

Durante l'ultimo conclave molti media hanno ventilato la possibilità che venisse eletto un papa latinoamericano. Che cosa porterebbe di specifico un papa del Nuovo mondo?

Ricordo che quando Giovanni XXIII convocò il Concilio voleva aprire le finestre della Chiesa, far entrare aria fresca. Il contributo di un papa latino americano sarebbe questo. Non ci sono solo i problemi materiali, della qualità della vita nei suoi aspetti economici o i problemi strettamente pastorali. Il problema principale è quello di un mondo che possa vivere in pace e crescere in pace. Il nostro mondo invece vive nella paura e si dice sia la paura del terrorismo. Ma attenzione: molte volte questo stesso mondo è responsabile del terrorismo. Un mondo che si chiude dentro le proprie mura assomiglia a quello delle città medievali: allora per paura dei barbari, adesso per paura dei migranti. Si vuole un sistema economico che apra tutte le frontiere per le merci, ma le chiude per le persone. Vuol dire che le merci hanno più valore delle persone. Questo significa promuovere una civiltà disumana.

 

Proprio l'emigrazione è forse il problema principale nel suo Paese.

Dall'Honduras partono, in media, nove cittadini all'ora, quasi tutti giovani. Non c'è sviluppo, non ci sono posti di lavoro. Chi vuole vivere con dignità e onestamente deve cercare un impiego altrove. Si calcola che negli Usa ci siano mezzo milione di honduregni: sono loro che stanno sostenendo la nostra economia con le rimesse familiari, calcolate in due miliardi di dollari. Quelli che invece non riescono a superare il confine e vengono rimpatriati, si ritrovano senza più nulla, se non i debiti contratti per procurarsi i soldi del viaggio. Vorrei fare un appello al mondo nel quarantesimo anniversario della Populorum Progressio, perché è vero che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace», come diceva Paolo VI, ma questo sviluppo non arriva.

 

La Chiesa latinoamericana ha di fronte il problema crescente delle sette pentecostali. Quale la risposta pastorale da offrire?

A volte le sette hanno radici di cui noi siamo responsabili. In spagnolo diciamo «Católico ignorante, seguro protestante»: a volte il messaggio che portano le sette è semplice, ma capace di raggiungere chi non ha avuto una solida educazione nella fede cattolica. Esistono ormai sette autoctone, cioè non nate negli Stati Uniti, come accadeva all'inizio del fenomeno. L'esempio più significativo è una potente setta brasiliana che si chiama Chiesa universale del regno di Dio, fondata da un uomo molto intelligente, Edir Macero. Ora egli gestisce un'impresa che vale miliardi di dollari, un impero economico basato sullo slogan: «Pare de sofrir» («Smetti di soffrire»). Questo gruppo vende un olio speciale che dicono venire da Gerusalemme, ma è comprato al supermercato. Hanno gli orari anche per i miracoli e la gente accorre. C'è molta ignoranza. Noi ne siamo i primi responsabili, per non avere promosso una formazione cristiana che sia davvero efficace. Dobbiamo rispondere a questa responsabilità con la creatività e non con l'imitazione. Soprattutto portando la Parola di Dio alla nostra gente, con la lectio divina, come faceva il cardinal Carlo Maria Martini, che in questo è stato un pioniere.

Francesco Pistocchini

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