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L'essenza del cristianesimo

La persona di Gesù Cristo, nella sua unicità storica e nella sua gloria eterna, è di per sé la categoria che determina l'essere, l'agire e la teoria di ciò che è cristiano. Questo è un paradosso...


L’essenza del cristianesimo

da L'autore

del 30 dicembre 2006

Nello svolgersi della vita cristiana c'è il tempo durante il quale il credente cristiano spontaneamente. Essere cristiano significa per lui la stessa cosa che essere credente, anzi essere pio semplicemente. Il cristianesimo forma senz'altro tutto il suo mondo religioso e tutte le questioni sorgono nel suo àmbito. Così fu in linea generale per la collettività occidentale durante il Medioevo e ancora per i singoli fin tanto che essi crescono in un'atmosfera cristiana unitaria. In séguito però il cristiano avverte che ci sono anche altre possibilità religiose. Il credente, finora senza dubbi, comincia a domandarsi dove stia la verità.

Egli confronta, giudica e si sente spinto a una decisione.

In questo prendere coscienza e prendere posizione assume importanza decisiva la questione dove stia quello ch'è peculiare del cristianesimo. Che cosa costituisce la qualità particolare solo a esso propria, in virtù della quale il cristianesimo si fonda in se stesso e si distingue da altre possibilità religiose?

Nella misura in cui la connessione immediata con la realtà cristiane si rallenta e altre possibilità non solo vengono considerate, ma vengono anche interiormente avvertite, la questione si fa sempre più urgente.

Il problema relativo all' «essenza» del cristianesimo è stato risolto in diverse maniere. Si è detto che tale essenza consiste nel fatto che la personalità individuale venga ad occupare il punto centrale della coscienza religiosa; che Dio si manifesta come Padre e il singolo sta dinanzi a lui in un rapporto di pura immediatezza; che l'amore del prossimo diventa il valore decisivo e simili - fino ai tentativi di dimostrare il cristianesimo come la religione perfetta, semplicemente perché esso sarebbe al massimo conforme alla ragione, conterrebbe la moralità più pura e si accorderebbe nel modo migliore con le esigenze della natura.

Queste risposte sono tutte errate; innanzi tutto perché esse limitano la libera pienezza della totalità cristiana a favore di un particolare momento, che, per motivi diversi, viene sentito come il più importante. Quanto poco esse siano soddisfacenti emerge già da questo, che è quasi sempre possibile contrapporre ad esse altre soluzioni altrettanto sostenibili e naturalmente altrettanto insoddisfacenti. Così si può dire con fondati motivi che il nucleo del cristianesimo consiste nella. scoperta della comunità religiosa, del «noi» inteso religiosamente, anzi addirittura della totalità sovraindividuale; che esso manifesta inaccessibilità di Dio e quindi è senz'altro la religione di un mediatore; che mediante il primato dell'amore per Dio elimina il diretto amore del prossimo e così via - fino alle affermazioni secondo cui esso sarebbe quella religione che nel modo più radicale contesta le pretese della ragione, nega il primato della morale e suggerisce alla natura di accogliere quello che nell'intimo le è contrario.

Quelle risposte però sono false anche per questo - e qui sta l’elemento decisivo - che sono date nella forma di astratta definizione, che riducono il loro «oggetto» a un concetto generale; ma proprio questo contrasta con la coscienza più profonda del cristianesimo perché in tale maniera esso è riportato a presupposti naturali: e precisamente a ciò che esperienza e pensiero intendono sotto il nome di personalità, immediatezza religiosa, amore, ragione, etica, natura ecc. In verità proprio il cristianesimo non si risolve in siffatte categorie naturali. Quel che Cristo predica come «amore», quello che Paolo e Giovanni tendono quando essi parlano di amore alla luce della loro coscienza cristiana, non è quel fenomeno universale umano che si suole designare con questa parola e non è neppure la sua purificazione ovvero la sua sublimazione, ma qualcosa d'altro. Esso presuppone la figliolanza di Dio. Questa a sua volta si distingue nettamente da quello s'intende col comune concetto della storia delle religioni, quando esempio si dice che l'uomo religioso si avvicina alla divinità ne forma del rapporto figlio-padre. Essa significa piuttosto la rinascita del credente nel Dio vivo, che si compie mediante lo Spirito di Cristo. Così l'amore del prossimo nel senso del Nuovo Testamento vuoi significare quell'apprezzamento e quell'atteggiamento che sono possibili in quella prospettiva.

Lo stesso vale per l'«interiorità» del cristianesimo, che non è un fenomeno della storia della psicologia generale; come sarebbe stato se essa avesse cominciato con la dissoluzione della coscienza oggettiva degli antichi, con la penetrazione della spiritualità nordica e avesse avuto il suo sviluppo storico nell'individualismo del Rinascimento o nella coscienza personalistica dell'epoca moderna.

Essa significa piuttosto quella sfera particolare nella quale il credente è sottratto in ultima istanza ad una significazione in base al mondo ed alla storia; essa sta sopra di essi ovvero dentro di essi o come in altra maniera si voglia esprimere. È il luogo dove il redento in Cristo sta dinanzi «a Dio, Padre di nostro Signore Gesù Cristo» (2Cor 1,3) e solo per Lui ha fondamento. Non appena Cristo sparisce, vien meno anche la interiorità cristiana. L'amore cristiano naturalmente è l'amore di un uomo e nella sua concreta attuazione si ritrovano tutti quegli atteggiamenti e atti che caratterizzano l'amore umano; naturalmente il fenomeno dell'interiorità cristiana include anche tutte le forze e tutti i valori dei diversi processi di interiorizzazione quali si sono manifestati nel corso della vita dei singoli e della storia; quello però che innanzi tutto importa è la distinzione. Nella coscienza della responsabilità dinanzi a Dio rivelante dev'essere sottolineato quello che è specificamente diverso; diverso almeno dal punto di vista della sua pretesa e della sua prima scaturigine, per quanto confusa possa poi anche essere l'attuazione.

Ciò ch'è cristiano non può venir derivato da premesse mondane e la sua essenza non può determinarsi con categorie naturali, poiché in tale maniera viene eliminata la sua peculiarità. Se questa deve essere còlta, in tal caso non può essere ricavata che dal suo àmbito. Dev'essere interrogato direttamente il cristianesimo e la risposta deve essere da esso ricavata. Solo allora si caratterizza la sua essenza come qualche cosa di peculiare che non si può risolvere nel resto. Esso supera il pensiero e il parlare naturale, che riduce tutte le cose, per quanto siano nel resto tra di loro diverse, sotto le supreme categorie date dall'esperienza e dalla logica. A queste categorie non si adatta il cristianesimo. Quando dunque la riflessione fa constatare che il cristianesimo,nonostante tutti gli elementi comuni della materiale esistenza, in ultima analisi non può risolversi e ridursi a «mondo», solo allora ne emerge chiara la struttura essenziale.

Da ultimo il cristianesimo non è una teoria della Verità, o una interpretazione della vita. Esso è anche questo, ma non in questo consiste il suo nucleo essenziale. Questo è costituito da Gesù di Nazareth, dalla sua concreta esistenza, dalla sua opera, dal suo destino - cioè da una personalità storica. Una certa analogia di tale situazione avverte colui per il quale un uomo acquista un significato essenziale. Non «l'Umanità» o «l'umano» divengono in tal caso importanti, ma questa persona. Essa determina tutto il resto, e tanto più profondamente e universalmente quanto più intensa è la relazione. Ciò può avvenire in un modo cosi possente che tutto, mondo, destino, compito si attua at. traverso la persona amata; essa è come contenuta in tutto, tutto la fa ricordare, a tutto essa dà un senso. Nell'esperienza di un grande amore tutto il mondo si raccoglie nel rapporto Io- Tu, e tutto ciò che accade diventa un avvenimento nel suo àmbito. L'elemento personale a cui in ultima analisi intende l'amore e che rappresenta ciò che di più alto c'è fra le realtà che il mondo abbraccia, penetra e determina ogni altra forma: spazio e paesaggio, pietre, alberi, animali... Tutto ciò è vero, ma ha una risonanza solo tra questo Io e questo Tu.

A misura che l'amore si fa più illuminato, sempre meno pretenderà che ciò che costituisce per lui il centro focale del mondo debba esserlo anche per altri. Una simile pretesa potrebbe essere sincera dal punto di vista lirico, ma per il resto sarebbe stolta. Nel cristianesimo le cose stanno altrimenti. Non è fatto dipendere dal presentarsi di un incontro d'amore che la persona unica di Gesù diventi per l'uomo la realtà religiosa decisiva, ma essa è tale incondizionatamente e per se stessa. E che essa sia afferrata come tale dal singolo uomo, non è una possibilità lasciata al libero accadere, come lo svegliarsi di un'inclinazione, che viene quando viene, ma è un'esigenza posta alla coscienza.

Il cristianesimo afferma che per l'incarnazione del Figlio di Dio, per la sua morte e la sua risurrezione, per il mistero della fede e della grazia, a tutta la creazione è richiesto di rinunciare alla sua – apparente - autonomia e di mettersi sotto la signoria di una persona concreta, cioè di Gesù Cristo, e di fare di ciò la propria norma decisiva. Dal punto di vista della logica questo è un paradosso, perché sembra mettere in pericolo la stessa realtà della persona. Ma anche il sentimento personale si ribella contro questo. Poiché l'accettare una legge generale che si è dimostrata giusta - sia essa una legge della natura o del pensiero o della moralità - non è difficile per la persona. Essa avverte che in tale legge essa continua ad essere se stessa; anzi, che il riconoscimento di siffatte leggi generali può tradursi senz'altro in un'azione personale. Ma all'esigenza di -riconoscere un'«altra» persona come legge suprema di tutta la sfera della vita religiosa e con ciò della propria esistenza - la persona contrasta con vivacità elementare, e si capisce che cosa può significare la richiesta di «rinunciare alla propria anima».

[...] Le considerazioni potrebbero venir sviluppate e approfondite ulteriormente, ma bastano per giustificare la risposta che sola soddisfa alla domanda circa l'essenza del cristianesimo. Essa suona: non c'è una determinazione astratta di tale essenza. Non c'è alcuna dottrina, una struttura di valori morali, alcun atteggiamento religioso od ordine di vita, che possano venir separati dalla persona di Cristo, e dei quali poi si possa dire che siano l'essenza del cristianesimo. Il cristianesimo è Egli stesso; ciò che per mezzo suo perviene agli uomini, e la relazione che per mezzo suo l'uomo può avere con Dio.

Un contenuto dottrinale è cristiano in quanto viene dalla sua bocca. L'esistenza è cristiana in quanto il suo movimento è determinato da Lui. In tutto ciò che voglia essere cristiano, Egli dev'essere compresente.

La persona di Gesù Cristo, nella sua unicità storica e nella sua gloria eterna, è di per sé la categoria che determina l'essere, l'agire e la teoria di ciò che è cristiano. Questo è un paradosso.

 

(Da R. Guardini, L'essenza del Cristianesimo [1938], tr. it. di Manfredo Baronchelli, Morcelliana, 1981, pp. 7-13, 83).

 

Romano Guardini

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