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Islam e occidente: le vie del futuro possibile

Magdi Allam, editorialista e inviato speciale, vicedirettore del Corriere della Sera, è un esponente dell'area islamica laica e moderata, vive sotto scorta, perché per le sue idee, è nel mirino dei fondamentalisti islamici.


Islam e occidente: le vie del futuro possibile

da Quaderni Cannibali

del 27 aprile 2006

Nella lettera aperta a Oriana Fallaci, lei afferma: “Non condivido la tesi dell’islam come blocco monolitico”. E sostiene che i musulmani si coniugano al plurale.

C’è una tendenza comprensibile che porta a vedere i musulmani come un blocco monolitico, prevalentemente integralista, immutabile nel tempo. Si pensa così che essi incarnino, in modo acritico, i dogmi della fede, come se esistesse un homo islamicus, una razza a sé stante, dalle caratteristiche determinate. Questa tendenza si inquadra in questa fase storica, caratterizzata dalla guerra scatenata contro la civiltà, contro i Paesi e i popoli musulmani, contro l’Occidente e l’Oriente, contro gli Ebrei. Così il clima generale di terrore e di odio favorisce l’affermazione di un’ immagine dell’homo islamicus, ma non corrisponde alla realtà storica. Infatti, non esisteva anche soltanto quarant’anni fa, non esiste ovunque ci sia l’Islam nel mondo ed è indubbio che la generalizzazione finisce per non cogliere un dato essenziale: anche se i carnefici sono musulmani, le vittime del terrorismo di matrice islamica, sono anch’essi musulmani, per la gran parte. Quindi, anche in questo, vediamo i musulmani presentare una pluralità.

 

Com’è possibile, favorire l’integrazione degli immigrati musulmani, e prevenire l’esplosione del terrorismo?

Oggi nell’Unione Europea esistono 15, forse 20 milioni di musulmani, la gran parte dei quali sono cittadini europei. Non si tratta più di una questione attinente agli immigranti, ma di una questione interna, strutturale. L’Islam e i musulmani, cioè, sono diventati parte integrante dell’Europa a tutti gli effetti, sul piano economico, sociale, culturale e anche spirituale e dell’identità. In questo ambito, si tratta di affrontare una questione interna all’Europa. I quattro kamikaze di Londra, erano cittadini britannici, non erano terroristi venuti dall’estero. Ecco perché l’Europa deve adottare gli strumenti, che consentano nell’immediato di bonificare tutte quelle scuole islamiche e quelle attività, che operano nell’ambito del commercio e della finanza islamici, che sono collusi con il terrorismo. Deve riuscire a sradicare quella che io definisco, la fabbrica dei kamikaze, una struttura organica, che partendo dalla predicazione violenta, inculca la fede nel martirio e culmina nell’attentato terroristico vero e proprio. Questo Blair l’ha compreso, dopo il 7 luglio, e l’auspicio è che questo approccio al problema venga fatto proprio anche da tutti i Paesi del mondo. Contemporaneamente, l’Europa deve adottare una strategia di integrazione, che consenta l’adozione di una nozione di cittadinanza, che non corrisponda alla semplice concessione del passaporto, ma alla condivisione dei valori fondanti della civiltà e della società occidentali. Che ponga fine a uno stato ibrido e deleterio, in cui oggi, in talune aree, esiste una vera schizofrenia, sul piano dell’identità e della giurisdizione. Sul piano dell’istruzione poi, ci sono le scuole coraniche, che educano a valori che sono in contrasto con quelli condivisi dal resto delle società. Questo è un impegno a cui l’Europa non può sottrarsi, perché concerne il proprio destino e la sua sopravvivenza.

 

Come spiega che ragazzi nati in Europa, cresciuti con i nostri figli, che sono vissuti respirando la civiltà occidentale e la democrazia, si siano rivelati portatori di un ideologia estremista e fondamentalista, che li ha portati a diventare kamikaze?

Me lo spiego con una crisi di identità, una forma di schizofrenia identitaria, che fa sì che questi giovani, pur non avendo problemi  economici, né problemi legati all’integrazione sociolinguistica e culturale, non si identifichino nel sistema di  valori dell’Occidente, ne rifiutano il modello di civiltà, e finiscono per abbracciare l’alternativa offerta loro dall’estremismo islamico, che inneggia alla guerra santa, che inculca la fede nel cosiddetto martirio islamico, facendo loro presagire, che ci possa essere una scorciatoia, che porta dritto al paradiso islamico. Teniamo presente che, all’indomani del 7 luglio, giorno dell’attentato terroristico a Londra, ad un sondaggio, l’88% di musulmani praticanti, cittadini britannici, nati in Inghilterra, dichiarò di non sentirsi britannico. Questo sta a significare che è fallito un modello di coesistenza, avviato in Gran Bretagna con la convinzione che bastasse dare la libertà, perché questa libertà diventasse patrimonio comune. Il risultato, invece, è una società modellata per ghetti etnico-confessionali, dove i musulmani non si sentono parte integrante dell’insieme, dove è venuto meno il comune collante dell’identità nazionale. Questo è qualcosa che deve far riflettere, e avviare un diverso e autentico processo di integrazione.

 

Quali eventuali errori le sembra che i governi occidentali abbiano commesso, nella prevenzione di questo pericolo?

Credo che negli ultimi vent’anni sia stato commesso l’errore di aver accolto sul proprio territorio i predicatori dell’odio, veri e propri capi terroristi fuggiti dai loro Paesi, dove erano perseguiti dalla magistratura. E che sia sta consegnata loro una rete di moschee, che oggi è prevalentemente integralista, estremista o apertamente terroristica, luoghi cioè che, invece di essere dediti al culto, sono diventati roccaforti del terrore, dove si fa l’apologia della guerra santa e si arruolano i combattenti islamici. L’Occidente, poi, sbaglia quando immagina che l’apologia del terrorismo debba essere considerata come libertà d’espressione, quando non comprende la collusione che c’è da parte di chi, all’insegna di un ideologismo basato sull’antiamericanismo e l’antiebraismo, finisce per offrire sostegno al terrorismo islamico. In Italia siamo arrivati al punto che un gruppo di estrema sinistra ha organizzato una colletta, per aiutare la sedicente resistenza irachena, raccogliendo 350 mila euro, che sono andati a chi combatte uno stato sovrano, delle istituzioni legittimate sul piano internazionale e soprattutto che massacra civili iracheni, che pagano il prezzo più pesante dell’offensiva  del terrore. Terrore che qualcuno, in Occidente, ha l’impudenza e, in modo disumano, l’ardire, di definirlo resistenza. Ecco, questi errori fanno parte di una drammatica incoscienza, che a me fa altrettanto paura del terrorismo di matrice islamica.

 

Il giornalista Raniero La Valle, in un articolo, ravvisa la radice degli attentati terroristici islamici, nella causa palestinese, nell’invasione dell’Irak, nei milioni di morti per AIDS, più in generale, nella miseria e nella fame.

La radice di questo terrorismo è la deriva di un processo tutto interno al mondo islamico, iniziato dopo la sconfitta degli eserciti arabi nel 1967, che ha avviato un’involuzione sul piano ideologico, religioso, dei costumi, tanto che le società arabe e musulmane sono diventate sempre più integraliste, fino ad affermare un clima manicheo. Il mondo si è diviso, ai loro occhi, in musulmani e infedeli, ed è in questo clima avvelenato, che è esploso il terrorismo di matrice islamica. In questo fenomeno bisogna distinguere i “burattinai” dai “burattini”: i primi sono dei miliardari, imprenditori del terrore, mercanti della morte, che non hanno nulla a che fare con le cause a cui lei ha accennato: la miseria, la sete di vendetta, l’ingiustizia ecc. Per ciò che attiene, invece, ai “burattini”, queste cause possono avere un ruolo, ma non necessariamente: gli attentati di Londra e, prima ancora, l’11 Settembre, dimostrano che queste cause, ritenute come determinanti, in realtà non c’entrano niente, essendo stati questi atti terroristici perpetrati da giovani della media borghesia, inseriti nelle società occidentali, ma che soffrendo di una schizofrenia identitaria, finiscono per far propria l’ideologia della morte.

 

Qual è la sua speranza per il futuro?

Il radicarsi del senso della sacralità della vita di tutti, anche di chi è diverso da noi per cultura, convinzioni religiose e politiche ecc. La vita è un valore che deve essere rispettato e difeso, questo è un inalienabile principio, che spero si radichi in ogni animo, soprattutto in quello dei giovani, che costruiranno la civiltà del prossimo futuro. Spero che finisca l’ideologia della morte e che la fede, ogni fede, contribuisca a costruire un mondo più giusto e più umano, in cui regni il diritto, la giustizia e il rispetto per ogni essere umano.

 

 

 

Fonte: Dimensioni Nuove, aprile 2006

Giuseppina Cudemo

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