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Innocenti e fiori del Male

La morte di un bambino ripropone la domanda sul senso del «dolore inutile» e torna a interrogare i filosofi e i teologi. Il teologo Mancuso: riflettiamo sulla sofferenza dei giusti; il poeta Carifi: la vittima è colui che si oppone, è resistendo che il bene emerge; il filosofo Antiseri: non rassegnarsi al male.


Innocenti e fiori del Male

da Quaderni Cannibali

del 04 aprile 2006

«Ma che cosa me ne importa della vendetta, a che mi serve l'inferno per i torturatori, quando quei bambini sono già stati torturati? ...Hanno fissato un prezzo troppo alto per l'armonia; non possiamo permetterci di pagare tanto per accedervi. Pertanto mi affretto a restituire il biglietto d'entrata». Ogni volta che la cronaca ci mette davanti la sofferenza dell'innocente, la ribellione di Ivan Karamazov torna a scuoterci. Oggi, dopo l'omicidio di Tommaso, sembra smuovere l'intera società italiana. «L'indignazione - spiega il teologo Vito Mancuso - segue sempre simili episodi. Era stato così per Erika e Omar, era stato così per Cogne. Vengono in mente Dostoevskij, Gogol, Shakespeare, i grandi cantori della drammaticità della vita che hanno mostrato come l'uomo abbia in sé questa capacità del male. La cronaca richiama, noi sempre tanto distratti, al dramma della vita. Impone la domanda su che cosa sia l'uomo, che cosa siamo noi. E l'uomo - ogni uomo - contiene anche un impulso alla brutalità. Ecco, l'indignazione che attraversa il Paese è un modo per affrancarsi dal nostro lato oscuro. Possiamo farlo, perché possediamo anche la capacità di differenziarci. È questo ciò che viene espresso dalla sete di vendetta che sale dall'opinione pubblica: la volontà di porre una distanza, di dire 'noi non siamo così'. Anche se l'uomo non può liberarsi dalla compresenza di queste due possibilità - la brutalità e il suo rigetto - che sono entrambe figlie della libertà». Ma anche la vendetta è una seduzione del male, osserva il filosofo e poeta Roberto Carifi, che per le Edizioni della Meridiana ha appena licenziato Ossessione e memoria: «La voglia di vendetta è comprensibile, ma la pena di morte non fa che aumentare il male. Non lo sconfigge, lo alimenta. In queste situazioni sembra di vivere nella Orano de La peste di Albert Camus, l'umanità intera appare appestata, preda di un male che tutti possono compier e. Il male colpisce l'innocente perché l'innocente non lo conosce; vittime non sono i 'fiori del male' ma gli angeli, coloro che al male oppongono resistenza. Il male li uccide, ma è proprio dal loro resistergli che il bene emerge».

La reazione di tanti, pronti a invocare misure estreme contro gli assassini, è forse uno di quei sentimenti italiani, tanto infuocati quanto effimeri, che seguono le grandi emozioni collettive. La sofferenza privata della famiglia Onofri è diventata, attraverso il televisore, un dramma pubblico. «Ogni famiglia italiana ha sperato - conferma il filosofo Dario Antiseri - e ora il trauma coinvolge tutti. Il dolore non fa soffrire soltanto chi lo subisce ma anche, attraverso i meccanismi dell'empatia, chi vi assiste. L'opinione pubblica si ribella al male. Che non è cosa astratta, ma viene dagli uomini: ed è contro gli uomini che l'ira si rivolge. Di fronte a ciò che è moralmente inaccettabile, è difficile evitare un immediato impulso di vendetta; la ragione interviene dopo. Auguriamoci che questo episodio serva almeno a far capire che la difesa dei bambini è, oggi, una priorità».

Non c'è un senso, per il male. E dargliene uno è ancor più aberrante, come mostra da millenni il Libro di Giobbe. Il conflitto è tra il non senso del male e il senso che il mondo non può non avere, se creato da Dio: «È chiaro - osserva Mancuso, che su questi temi ha riflettuto nel suo Il dolore innocente. L'handicap, la natura e Dio (Mondadori 2002) - che non possiamo pensare a una Provvidenza che si impiccia quotidianamente delle vicende umane. Se lo facessimo arriveremmo, come Ivan Karamazov, a restituire il biglietto. Dobbiamo abbandonare questa teodicea classica: è evidente che non regge, che è teoreticamente inconsistente. La teologia e la filosofia devono tornare a parlare dell'anima, e non farsi scuotere da fatti del genere soltanto per un momento. Al contrario, dovrebbero essere proprio le manifestazioni del male come questa i punti di partenza dell'intero discorso». Anche Dario Antiseri riporta l'omicidio di Tommaso all'antico problema del male per la teologia: «'Se Dio esiste, allora com'è possibile che permetta questo?' L'interrogativo è antico, tuttavia non dobbiamo dimenticare che ciò che Dio permette è la libertà dell'uomo. E nemmeno quanto diceva Max Horkheimer: la fede ci dà la speranza che il carnefice non abbia l'ultima parola. Guardare in faccia al male non significa resa ma impegno alla difesa. Soprattutto dei bambini».

La presenza del male resta ineluttabile. Ma anche Carifi concorda: non ci si può arrendere al suo dominio: «La forza del bene è più grande di quella del male. Lo so, è difficilissimo vederlo, ma questo è ciò che sappiamo, al di là della contingenza. Ed è proprio questo ciò che mostrano il cristianesimo e il buddismo, le religioni che più di tutte sono rivolte al bene». E anche la teodicea a qualcosa serve ancora: «A riconoscere il male, e a liberarsene. Certo - concorda Carifi -, un'immagine semplicistica della Provvidenza comporta il rischio di arrivare alle conclusioni de I fratelli Karamazov. Ma la gran parte degli uomini continua a seguire la strada verso il meglio, che si perde solo perché si assiste a mali come questo che ha colpito Tommaso. Accanto al male esiste anche il bene, quello che ci dà la forza di continuare, quello che - diceva Plotino - è talmente un dono che 'dona anche ciò che non ha'».

Edoardo Castagna

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