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Il valore del prendersi cura

√â attraverso l'attenzione all'altro che la stessa vita può svelare la sue opportunità.


Il valore del prendersi cura

da Quaderni Cannibali

del 22 giugno 2006

Nella realtà culturale distratta, se non proprio indifferente, dobbiamo chiederci cosa possa rappresentare il prendersi cura dell'altro.

Se l'altro rappresenta un astratto termine di riferimento, allora il rapportarsi agli altri esseri umani può essere reputato accessorio ed accidentale. Se, invece, della presenza dell'altro è costituito il nostro stesso essere, tale che l'essere sia sempre costituito dal con-essere - com'evidenzia anche Gabriel Marcel - allora la cura verso l'altro riguarda la stessa cura verso se stessi e verso il mondo.

La relazione con l'altro, tuttavia, non è un dato di fatto: deve essere attivata. Tale attivazione è possibile attraverso le circostanze della vita, che possono farsi autentiche opportunità.

 

 

Il valore dell'opportunità

 

La circostanza rappresenta un'opportunità. Ogni incontro è sempre determinato da una circostanza che ci permette di metterci in relazione. La circostanza, per questo, può essere più o meno favorevole. Così la circostanza, se è oggettiva dal versante spazio-temporale, è soggettiva dal versante personale. Ci si può accorgere o no di un sentimento d'una persona come dell'atmosfera relazionale d'un ambiente. Tutto dipende dall'affinamento della sensibilità e dalla disponibilità. Per questo la circostanza è fatta di disponibilità e di condizioni.

 

La 'circostanza' - così come lo prospetta Ortega Y Gasset - è tutto ciò che ci circonda e che ci pressa, tale che noi stessi siamo l'insieme del nostro io e della nostra circostanza[1]. E' attraverso quest'interdipendenza tra l'io e la circostanza che può presentarsi l'opportunità. L'opportunità rappresenta una possibilità di comprensione e un'occasione d'intervento. L'opportunità, per questo, è derivante dallo sviluppo della sensibilità e dalla coltivazione delle attitudini relazionali e comunicative.

 

L'opportunità, quindi, è condizione imprescindibile della cura. Se, infatti, la cura è da intendersi come preoccupazione verso l'altro, allora è attraverso l'opportunità che la disponibilità - in quanto atteggiamento di disposizione verso gli altri ed attenzione alle situazioni esistenziali - può farsi strada.

 

Commentando, infatti, il concetto di cura come sorge - così come lo intende Heidegger- Ortega Y Gasset ne esprime l'idea con altro termine: 'preoccupazione'. La preoccupazione, per Ortega, non è tale solo di fronte ai momenti difficili ed al presentarsi dei problemi. La preoccupazione è la categoria della futuribilità, tale che l'imprevedibilità ne sia la principale caratteristica. In tale continua condizione d'imprevedibilità l'essere umano si definisce, decidendo del suo stesso essere: « in ogni istante dobbiamo decidere ciò che faremo in quello successivo, ciò che occuperà la nostra vita. E', dunque, occuparsi anticipatamente, è pre-occuparsi»[2].

 

E' in tale anticipazione che si può configurare ed istituire il senso della corresponsabilità. Infatti, se per anticipazione intendiamo heideggerianamente l'autenticità umana nel 'non-ancora' e nel 'poter-essere più proprio'[3], conseguentemente il processo d'anticipazione rappresenta la precognizione del fine, come processo teleologico che permette l'esplicitazione della natura umana. In tale prospettiva è il senso della direzione che può permettere l'intenzionalità e la cura, come lo stesso prendersi cura del futuro dell'umanità, diversamente e contingentemente, a seconda delle situazioni in cui ci si viene a trovare e delle condizioni attraverso le quali si può operare.

 

E' in tale processo che si può perseguire un'armonizzazione fra tale intenzionalità progettuale e la responsabilità della prassi, circostanziata nella situazione e specificata attraverso le opportunità relazionali.

 

Se, pertanto, la situazione rappresenta l'opportunità, e può sembrare oggettiva come dato di fatto, il modo di gestirla è invece soggettivo, o meglio intersoggettivo, in quanto dipende dall'intervento critico e creativo dei partecipanti alla situazione. Per questo Heidegger evidenzia che la decisione è concessa ad ogni singolo individuo, quale espressione della Cura, chiamando la coscienza 'dentro la situazione', in maniera tale da tirar fuori il 'poter-essere' più proprio[4].

 

La cura entra in gioco nella situazione attraverso la circostanza. A solo titolo d'esempio si pensi ad un ambiente d'animazione o ad una squadra sportiva. La situazione può essere quella dell'allenamento e della partita, mentre la circostanza è un evento od un avvenimento che può farsi problema. Da com'è colta tale opportunità la situazione può diventare formativa: nel disagio e nella sofferenza può esser reperita un'occasione di crescita, rappresentata da un evento oggettivo, quale può essere una sconfitta, o da un fatto soggettivo, quale un litigio od un'incomprensione.

 

 

La cura come empatia

 

La 'cura' rappresenta l'intenzionalità in atto - come anticipazione formativa - connotando e qualificando la responsabilità nella prassi del quotidiano. Tale è la spinta etica ad approssimarsi ad un'altra persona, nell'approcciare un gruppo o nel considerare e cercare di rispettare tutti gli altri esseri viventi. Per questo, la cura di un anziano per il suo compagno animale non è solo conforto ed affetto, ma può rappresentare coltivazione di tenerezza, senso di dedizione e motivo di speranza.

 

C'è tuttavia da chiedersi quali siano le condizioni per attivare l'atteggiamento della cura.

 

Prima di tutto la cura è un atteggiamento e non un semplice comportamento. E' un saper essere che s'istituisce con la messa in prova della vita stessa, attimo per attimo, situazione dopo situazione. E' attraverso di essa che la stessa vita può svelare la sue opportunità.

 

Si tratta di un atteggiamento in quanto discende da un'inclinazione individuale, che formata e coltivata riesce a divenire abito comportamentale, come predisposizione e modalità d'approccio esistenziale.  Questo oltre l'abitudine e l'impulso, che di per sé non solo non producono conoscenza, ma devono essere rispettivamente contrastati e liberati, per far sì che ci possa essere una ricerca cosciente[5].

 

Così pure di disponibilità autentica si tratta e non di posa. Non è di fronte agli altri che la cura è messa in atto. La posa, in realtà, deriva sempre da atteggiamento egocentrico e narcisistico, anche se per un preadolescente, in cerca d'assumere atteggiamenti più maturi, essa può risultare positiva in fase imitativa, anche se poi, deve poter lasciare il posto ad un atteggiamento d'interiorizzazione valoriale, basato sull'apprezzamento, strutturato sull'appropriazione e configurato sull'attestazione[6].

 

Per questo la cura richiede processi interpersonali d'attivazione. Tali processi partono dal fenomeno della sim-patia, quale è attivato attraverso i sorrisi dei volti che ci aprono i colori ed i suoni del mondo.

 

Passo ulteriore è la modalità dell'em-patia, attraverso la quale ci si può immedesimare nell'altro, compartecipando situazioni e condividendo sensazioni e sentimenti. In questo processo di decentramento la preoccupazione per l'altro è ciò che permette d'andare verso qualcuno ed il farsi qualcosa per qualcuno. Questo avviene ogni volta che c'interessiamo disinteressatamente ad un'altra persona o gruppo.

 

Attraverso la simpatia e l'empatia si può svelare il fenomeno dell'en-tropia, quale capacità di comprendersi interiormente nella condivisione d'un sentimento compartecipe, come l'amicizia ci svela e l'amore ci sorprende e ci attesta.

 

Tutte queste tre forme della cura hanno, tuttavia, il loro centro nell'empatia - nel senso in cui l'intende Edith Stein - in quanto sentimento dello spirito, atto a poter vivere dei valori e scoprire gli strati correlativi della persona[7].

 

La loro condizione, invece, è nelle esperienze accomunanti di mutualità con le persone care - specie nei primi anni di vita - nella cooperazione interpersonale, nella condivisione con progetti e compiti che ci portano a farci compartecipi e corresponsabili.

 

 

La cura come decentramento compartecipe

 

Per prendersi cura è necessario riuscire a decentrarsi. Per questo Kierkegaard c'invita ad essere soggettivi con gli altri ed oggettivi con noi stessi[8].

 

E' necessario, a tale scopo, l'esercizio del decentramento, derivante dal senso della compartecipazione. Il decentrarsi indica, appunto, la possibilità stessa di poter essere soggettivi con gli altri[9]. Il decentrarsi richiede la capacità di abbandonarsi alle sensazioni che una situazione evoca od ai sentimenti che un altra persona o comunità sollecita. Per questo il decentrarsi rappresenta il primo vero movimento della relazionalità autentica.

 

Dopo il decentrarsi è necessario l'incentrarsi nella dimensione di partecipazione con la situazione in oggetto o la persona o comunità con cui si è entrati in relazione.  E' attraverso tale operazione del cuore e della mente che si può riuscire autenticamente a compartecipare: per questo le relazioni affettive, i gruppi d'amici, il lavoro od il gioco di gruppo, le associazioni con varie finalità etiche, rappresentano tutte opportunità privilegiate per sviluppare ed affinare la basilare arte del decentrarsi.

 

E' attraverso il decentrarsi e l'incentrarsi che si può verificare il ritrovarsi come appartenenza d'umanità, sino ad arrivare a percepire e cogliere il mondo - come auspica Aldo Capitini - come una 'grande interiorità', nella consapevolezza e nella sensazione della 'compresenza' con tutti e con tutto.

 

Per decentrarsi bisogna aver un centro fiducioso e rassicurante, consapevole di non essere un centro autocentrato. E', per questo, dalla percezione dell'intersoggettività costitutiva che si attiva la prassi decentrata dell'amorevolezza. Tale intersoggettività, tuttavia, può trovare il suo connettivo solo in una dimensione accomunante, che non può che esser data che da un fattore inter-umano, quale fratellanza fra tutti gli esseri umani.

 

Dobbiamo, tuttavia, poter distinguere tra varie modalità di decentramento.

 

C'è un decentramento per distrazione, frutto di curiosità, spesso disperatamente ricercata per sconfiggere la noia. C'è, poi, un decentramento per simpatizzazione, attivato attraverso l'interessamento verso altre persone, risultanti attraenti o interessanti.    C'è, infine, un decentramento per comprensione, messo in atto in forza di un processo d'empatizzazione con situazioni esistenziali e condizioni socio-culturali.

 

 La vera comprensione - così come lo indica Marcel - non può che essere 'eterocentrica, ' nella 'comune unità' che si percepisce con gli altri esseri. E' questa la dimensione del con-essere, tale che ci si renda conto che la nostra stessa identità si costruisce attraverso il costituirsi d'interrelazioni arricchenti ed autenticanti. Il percorso di tale decentramento è in realtà un tragitto di spiritualizzazione, sino ad arrivare alla percezione d'armonizzazione ed unificazione con tutto e con tutti. L'energia e l'estasi prodotta da sintonizzazioni musicali in certi concerti, è indicativa e rivelativa di tale profonda aspirazione.

 

Per questo lo sviluppo di sane personalità morali e sociali dipende dall'opportunità e capacità d'accomunamento, in situazioni amicali, in gruppi, in relazioni con la diversità di culture e di mentalità, sempre ricercando il punto di similarità e di convergenza.

 

Tale percezione si può avere se si coltiva la disponibilità, impossibile per chi tutto preso da sé o troppo pieno di sé[10]. Su questo fronte si deve lavorare in ambito educativo. Il fine è la 'comprensione concreta'. Così Lévinas ci chiarisce che «l'altro non può esser un dato per me, perché io sono in un certo modo coinvolto nella sua realtà» [11].  Così il prossimo ci ordina di essere prima riconosciuto, in una 'relazione di parentela prima d'ogni biologia'[12]. Questo alla base d'un impegno di cura per un anziano o per una persona con difficoltà psichiche o motorie.

 

Per questo la disponibilità è atto spirituale e non soltanto psicologico. Va oltre la simpatia emotiva ed ideologica.

 

Da qui il valore delle prime esperienze accomunanti delle fasi evolutive: dalla mutualità alla compartecipazione, sino alla condivisione. In tali processi si costituisce l'intersoggettivà, fecondata dalle istanze ideali ed alimentata dal senso del 'noi'. La percezione d'essere parte di comunità, e che l'umanità tutta è una comunità di comunità, è l'orizzonte entro il quale la cura acquista un senso: il senso d'un accomunamento etico all'interno d'un orizzonte ben più ampio di quello socio-culturale.

 

Per questo il senso della cura discende dalla cura del senso. Se, infatti, non si ha cura del valore della vita e del significato che ad ogni gesto, in ogni atto e momento ad essa è attribuita, la cura non può essere iscritta in un orizzonte di significato, col rischio di restare strumentale o compensatoria. 

 

Senza la cura del senso tutto può ridursi ad occupazione per passare il tempo, spesso asservito alle cose che ci circondano o impegnato a rassicurare aspetto ed immagine sociale, in ogni cosa egocentricamente vissuto, anche se apparentemente decentrato.

 

 

Il prendersi cura

 

La cura del senso è sollecitata dalla relazionalità vivente, quella per cui un bambino accudisce un gattino o un adolescente ricerca compagni di giochi e di crescita. E' in tale situazioni esistenziali che si svela la tensione del vivere, sintonizzata col mondo delle sensazioni profonde e dei sentimenti interni, dove i pensieri provengono da lontano e vanno lontano. Per questo si possono distinguere tre livelli della cura: l'aver cura, il curarsi ed il prendersi cura.

 

L'aver cura è l'occuparsi di qualcosa o di qualcuno, dove la presenza delle cose e delle persone è determinata dall'esterno.

 

Il curarsi di qualcosa o di qualcuno è innescato dall'intenzionalità, quale atto consapevole volto verso l'interno, col senso dell'alterità e col significato dello scopo.

 

Il prendersi cura rappresenta l'assunzione d'un compito di vita, dove non è predominante né l'esterno né l'interno, bensì l'impegno che si prende ed il senso ed il valore che gli si dà. Per questo è costituito dal senso della corresponsabilità. In questo l'aspetto emancipante dell'educazione.

 

E' per questo che il prendersi cura dell'altro è prendersi cura di se stessi, in quanto - come rileva Paul Chauchard 'l'interpersonale è l'aspetto sociale del personale'[13]. Per questo amare il prossimo non è dimenticare se stessi, ma acquisire un amore sufficiente di sé, come Feuerbach ci ricorda a tale riguardo che il nostro primo dovere è quello di renderci felici, dato che «se condanni senza riserve l'egoismo, cioè l'amore di sé, dovrai, se vuoi esser conseguente, condannare anche l'amore per gli altri. Amare significa voler bene agli altri, e far loro del bene, riconoscere dunque come legittimo l'egoismo degli altri»[14].

 

Da tale riflessione deve poter scaturire un'autentica prassi d'amorevolezza, quella per cui Don Bosco era portato ad interessarsi ai giovani, con spirito d'ascolto e dedizione, a seconda delle circostanze e dell'ispirazione[15].

 

 

 

La dimensione dell'estasi e dell'apporto

 

Se il prendersi cura è anche un uscire fuori da sé, allora è una forma di estasi, sempre effetto di un decentramento. In quanto processo d'intenzionalità - volto a curare qualcuno o qualcosa - ha sempre un suo riscontro d'appagamento interiore. Per questo che Baden Powell sostiene che il modo più rapido e sicuro di procurarsi la felicità è di rendere felici gli altri, o almeno di aiutarli, se non possiamo proprio renderli felici[16].         Si deve, quindi, prospettare una vera e propria educazione all'estasi. Tale educazione parte dalla coltivazione dello stupore, quale capacità di meravigliarsi nell'essere al mondo e d'apprezzare situazioni, eventi, circostanze, sia dal punto di vista estetico che etico. Lo stupore rappresenta il senso intimo della triplice relazione con le cose, con gli altri e con e stessi, tutte relazioni queste fondate sul valore e sul significato che esse assumono in forza di un'intuizione immaginativa. Da qui la possibilità di percorrere un'autentica 'via della comprensione' - attraverso l'osservazione compenetrativa e la meditazione -, al di là di una riduttiva 'via del sapere', dove si pretende di oggettivare tutto, cogliendone la realtà solo attraverso l'analisi razionale e la deduzione logica[17].

 

Si può, così, parlare di una vera e propria 'arte estasiologica', intendendola nel senso di come l'intende Fernando Rielo Pardal[18], come energia costitutiva dello spirito umano che - uscendo da se stesso con l'aprirsi all'infinito e con l'unirsi agli ideali più sublimi che si possono concepire - ci permette di comunicare con Dio, con i nostri simili e con l'ambiente.

 

In tale prospettiva il prendersi cura è atto di sintonia amorosa, partecipazione affettuosa e condivisione spirituale, non dimenticando - come rileva Bernard Tyrrell - che «l'individuo in estasi è trasportato fuori delle sue anguste preoccupazioni ed interessi, per cui la sua attenzione è tutta concentrata sull''altro' dell'esperienza. Il soggetto di tale esperienza resta però sempre l'individuo e lo è in modo cosciente»[19].

 

Il centro di tutto resta tuttavia sempre il considera la persona nella sua dimensione spirituale, tale da poterne individuare l'autenticità nel darsi e nel dedicarsi. Donarsi ad una causa o dedicarsi a qualcuno è questa l'essenza della cura, realizzandosi in tale attività.

 

Nella cura - intesa come prendersi cura - l'etica dell'intenzionalità e l'etica della responsabilità possono trovare un punto di contatto, costantemente da riequilibrare e verificare, ma sempre pregno di motivazione e ricco di significatività. Ed è nel prendersi cura che l'altro deve poter essere  reso consapevole, tale da attivare un processo di corresponsabilità, in un percorso d'emancipazione e d'autonomizzazione, pur nella continua interdipendenza.

 

Per tutto ciò è necessario riflettere su come una 'cura del servizio' possa produrre effetti contraddittori, come il viziare un bambino od il non far assumere consapevolezza e responsabilità ad un adulto od ad un'intera comunità. Dobbiamo, invece, indirizzarci e educarci tutti, sia nei rapporti interpersonali sia in quelli interculturali, verso una 'cura dell'apporto'.

 

Dando il proprio apporto e richiedendolo agli altri, ognuno può sentirsi parte di una comunità più ampia, accomunandosi nell'impegno che ci si assume e nel compito che si svolge[20]. L'accomunamento ci fa uscire dalla logica della separazione e dalla consequenziale diffidenza ed indifferenza: nell'accomunarsi ciò che emerge è il sentimento di condivisione e di corresponsabilità. E' questa quella dimensione che Paul Ricoeur delinea come 'potere in comune', ossia come «capacità dei membri di una comunità storica d'esercitare in modo invisibile il loro vivere insieme» [21].

 

L'apporto è personale ma tiene presente il fine collettivo ed entra in una logica di rete, dove la disponibilità al cambiamento è dettata dal contributo di tutti e dal clima che assieme si riesce a creare. Nell'apporto s'inizia ad usare il termine 'noi', come preoccupazione comune e dimensione accomunante. Ed è forse questo l'effetto più importante della cura, a livello formativo, intesa come prendersi cura di se stessi, dell'altro e della comunità di cui di volta in volta si partecipa.

 

Gaetano Mollo è docente di Pedagogia generale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Perugia e dell’Istituto universitario “Progetto Uomo”

 

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[1] Cfr. ORTEGA Y GASSET, Meditazioni del Chisciotte, tr. it., Guida, Napoli 1986, pp. 44-45.

 [2] ORTEGA Y GASSET, Cos'è filosofia?, tr. it., Marietti, Genova 1994, p. 155.

 [3] Cfr. M. HEIDEGGER, Essere e Tempo, tr. it., UTET, Torino 1969,  pp. 382- 399.

 [4] Cfr. M. HEIDEGGER, Op. cit., pp. 442-443.

 [5] Cfr. J. DEWEY, Natura e condotta dell'uomo, tr. it., La Nuova Italia, Firenze 1958, pp. 190-193.

 [6] Cfr. G. MOLLO, A scuola di valori, Ed. Porziuncola, Assisi 1996, pp. 116-124.

 [7] Cfr. E. STEIN, Il problema dell'empatia, tr. it. Ed. Studium, Roma 1985., pp. 224-227.

 [8] Cfr. G. MOLLO, Al di là dell'angoscia. L'educazione etico-religiosa in Soeren Kierkegaard, Ed. Porziuncola, Assisi 1988, pp. 113-114.

 [9] Cfr. G. MOLLO, La via del senso, La Scuola, Brescia 1996, pp. 367-370.

 [10] Cfr. G. MARCEL, Homo viator, tr. it., Borla, Roma 1980, p. 33.

 [11] G. MARCEL, Il mistero dell'essere, tr. it., Borla, Torino 1970, p. 13.

 [12] Cfr. E. LEVINAS, Altrimenti che essere o al di là dell'essenza, tr. it., Aiello, Milano 1983, pp. 107-109.

 [13] P. CHAUCHARD, Forza e saggezza del desiderio, tr. it., Città Nuova, Roma 1973, p. 104.

 [14] L. FEUERBACH, Frammenti per il mio curriculum filosofico, tr. it., in 'Opere', Laterza, Bari 1965, p. 374.

 [15] Cfr. G. MOLLO, Don Bosco: la cultura dell'amorevolezza, in ' Pedagogia e Vita', n°1, 1994, pp. 53-65.

 [16] Cfr. B. POWELL, Guida da te la tua canoa, tr. it., Nuova Fiordaliso, Roma 2001, p. 75.

 [17] Cfr. G. MOLLO, La via del senso, ed. cit., pp. 158-166.

 [18] F. RIELO PARDAL, Le mie meditazioni secondo il modello genetico, tr. it., Fundaçion Fernando Rielo, Madrid 2003, pp. 135-136.

 [19] B. TYRRELL, Cristoterapia, tr. it., Ed. Paoline, Milano 1977, pp. 212-213.

 [20] Cfr. G. MOLLO, Il senso della formazione, La Scuola, Brescia 2004, pp. 62-66.

 [21] P. RICOEUR, Sé come un altro, tr. it., Jaka Book, Milano 2001, p. 321.

Gaetano Mollo

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