Nella Giornata internazionale del volontariato scopriamo che mettersi al servizio degli altri non significa soltanto regalare qualche ora del proprio tempo. Significa imparare a esserci, anche quando costa fatica, e lasciarsi cambiare dagli incontri che viviamo.
È sabato pomeriggio. Fuori piove e il letto di casa sembra molto più invitante del cortile dell'oratorio. La settimana è stata lunga, ci sono ancora compiti da terminare e gli amici hanno organizzato qualcosa per la serata.
Sarebbe facile mandare un messaggio: «Oggi non riesco a venire».
Ma in oratorio ci sono alcuni bambini che aspettano di giocare, un'attività da preparare e altri animatori che contano sulla tua presenza. Così prendi la giacca, esci di casa e raggiungi il gruppo.
Non succede niente di straordinario. Qualcuno litiga durante un gioco, un bambino non vuole partecipare, un altro continua a interrompere. Alla fine bisogna rimettere in ordine il materiale, pulire gli spazi e preparare ciò che servirà la settimana successiva.
Quando torni a casa sei stanco. Forse anche un po' nervoso.
Eppure, ripensando al pomeriggio, ti torna in mente quel bambino che all'inizio era rimasto in disparte e che, prima di andare via, ti ha chiesto: «Sabato prossimo ci sei ancora?».
È una domanda semplice. Ma racconta qualcosa di importante.
Per qualcuno, la tua presenza è diventata un appuntamento atteso.
Il 5 dicembre si celebra la Giornata internazionale del volontariato, istituita dalle Nazioni Unite nel 1985 per riconoscere il contributo di milioni di persone che dedicano liberamente tempo, capacità ed energie al servizio della comunità.
La ricorrenza del 2026 assume un significato particolare. Le Nazioni Unite hanno infatti proclamato quest'anno Anno internazionale dei volontari per lo sviluppo sostenibile, riconoscendo il volontariato come una risorsa fondamentale per affrontare le disuguaglianze, sostenere le comunità e costruire un futuro più giusto.
Molti giovani cominciano un'esperienza di volontariato perché desiderano essere utili.
Vogliono aiutare bambini, sostenere persone in difficoltà, contribuire a un progetto o fare qualcosa di concreto per migliorare il mondo.
Con il tempo, però, può accadere qualcosa di inatteso: ci si accorge che il servizio non è un movimento in una sola direzione.
Ogni incontro autentico contiene la possibilità di uno scambio.
Un bambino può insegnarci la pazienza, proprio quando fatichiamo a trovarla. Una persona anziana può raccontarci una storia che cambia il modo in cui guardiamo la nostra vita. Una famiglia che attraversa difficoltà può aiutarci a comprendere quanto contino le relazioni e quanto siano complesse le situazioni che, da lontano, giudichiamo troppo facilmente.
Il volontariato diventa un incontro nel quale impariamo a guardarci in modo diverso.
Ma scopriamo anche che essere presenti, ascoltare e collaborare con altri può generare cambiamenti che da soli non avremmo potuto realizzare.
Questa esperienza è particolarmente evidente nel Servizio Civile Universale, attraverso il quale molti giovani scelgono di dedicare un periodo della propria vita a progetti educativi, sociali, culturali e ambientali.
Anche le opere salesiane offrono questa possibilità.
Nell'ottobre 2026, ad esempio, nelle realtà dei Salesiani e delle Figlie di Maria Ausiliatrice del Triveneto ha preso avvio il nuovo anno di Servizio Civile, con giovani impegnati negli oratori, nelle scuole, nei centri di formazione professionale e in altre esperienze educative.
Per molti di loro significa entrare in un ambiente nuovo, imparare a conoscere persone differenti e misurarsi con responsabilità che non avevano mai affrontato.
All'inizio si possono vivere entusiasmo e curiosità, ma anche timore di non essere all'altezza.
Come si accompagna un ragazzo che attraversa una difficoltà? Come si collabora con un educatore più esperto? Come si affrontano i conflitti? Come si organizza un'attività quando le risorse sono poche e le richieste sembrano tante?
Non esistono risposte immediate a tutte queste domande.
Il servizio diventa anche un'esperienza di formazione, nella quale si impara osservando, chiedendo, sbagliando e ricominciando.
Si scopre che la competenza non è in contrasto con la generosità. Al contrario, una buona intenzione ha bisogno anche di preparazione.
Quando ci occupiamo di persone, soprattutto di bambini e ragazzi, non basta avere entusiasmo. Occorrono responsabilità, rispetto delle regole, attenzione alla sicurezza e disponibilità a lavorare insieme.
Il servizio è un modo concreto di prendersi cura degli altri, imparando a farlo sempre meglio.
Nel Vangelo di Giovanni troviamo una scena che può aiutarci a comprendere il significato più profondo del servizio.
Durante l'ultima cena, Gesù si alza da tavola, depone le vesti, prende un asciugamano e comincia a lavare i piedi ai discepoli.
Il Maestro assume un compito che, in quel contesto, era considerato umile e poco prestigioso. Pietro fatica ad accettarlo. Non comprende perché proprio Gesù debba mettersi a compiere quel servizio. Ma il Signore, attraverso quel gesto, mostra una logica diversa da quella del potere.
La grandezza non consiste nel farsi servire, ma nella capacità di donarsi.
Gesù non compie un gesto spettacolare davanti a una folla. Si china davanti a persone che conosce, con le quali ha condiviso la vita e delle quali conosce anche le fragilità.
È un amore che prende forma attraverso un'azione concreta.
Il volontariato può aiutarci a comprendere qualcosa di questa logica evangelica.
Non tutto ciò che facciamo deve essere fotografato, pubblicato o raccontato. Non ogni gesto di servizio riceverà un ringraziamento. Non sempre vedremo immediatamente i risultati del nostro impegno.
Ci sono persone che preparano gli ambienti prima che arrivino gli altri e li sistemano quando tutti sono andati via. Volontari che svolgono per anni piccoli compiti senza essere al centro dell'attenzione. Educatori che continuano ad accompagnare ragazzi difficili anche quando i cambiamenti sembrano lentissimi.
È un bene che spesso rimane nascosto. Ma non per questo vale meno.
Don Bosco, quando iniziò a raccogliere i ragazzi nella Torino dell'Ottocento, non disponeva di grandi strutture e di tutte le risorse che sarebbero state necessarie.
Aveva davanti giovani che cercavano lavoro, istruzione, amicizia e un luogo nel quale sentirsi accolti.
Con il tempo, attorno a lui crebbe una rete di persone disposte a collaborare: sacerdoti, laici, benefattori, educatori e giovani che contribuivano alla vita dell'Oratorio.
La missione educativa non poteva dipendere da una sola persona. Aveva bisogno di una comunità.
Ma l'intuizione più significativa di Don Bosco fu riconoscere che anche i ragazzi potevano diventare protagonisti del servizio.
Non erano soltanto persone alle quali offrire qualcosa. Potevano imparare a prendersi cura dei compagni, aiutare chi incontrava difficoltà e contribuire alla costruzione di un ambiente accogliente.
Ancora oggi questa esperienza continua nei nostri oratori.
Un animatore che prepara un gioco, un giovane che aiuta nei compiti, un volontario che accompagna una persona in difficoltà o un gruppo che organizza una raccolta solidale non stanno semplicemente svolgendo un'attività.
Il Sistema Preventivo di Don Bosco, fondato su ragione, religione e amorevolezza, ci ricorda che l'educazione passa attraverso la presenza.
Bisogna esserci, conoscere i loro nomi, accorgersi di chi rimane ai margini, accompagnare chi fatica e condividere anche i momenti ordinari.
Perché spesso un giovane non ricorderà tutte le attività alle quali ha partecipato. Ma ricorderà chi è rimasto accanto a lui.
Il volontariato è una risorsa preziosa, ma non può diventare una soluzione facile a tutte le mancanze della società. Non possiamo chiedere alla generosità delle persone di sostituire servizi essenziali, diritti o responsabilità che appartengono alle istituzioni. La generosità non deve essere sfruttata.
Quando sentiamo raccontare esperienze di volontariato, spesso rimaniamo colpiti da chi parte per Paesi lontani o dedica un intero anno della propria vita a un progetto.
A volte il primo luogo nel quale possiamo metterci al servizio è già vicino a noi.
Per qualcuno il primo passo sarà dedicare un pomeriggio alla settimana. Per altri sarà mettere a disposizione una capacità: suonare uno strumento, aiutare nell'utilizzo del computer, organizzare un'attività sportiva o accompagnare bambini e ragazzi nei compiti.
La domanda non è soltanto: «Dove posso essere utile?». È anche: «Quale parte di me posso mettere a disposizione degli altri?».
C'è chi sa ascoltare, chi riesce a organizzare, chi ha pazienza con i bambini, chi possiede competenze tecniche e chi è capace di creare un clima di amicizia. Ogni capacità può diventare un dono, quando incontra un bisogno reale.
Forse la parte più importante del volontariato non è sempre quella che possiamo misurare. Possiamo contare le ore donate, i pasti distribuiti, le attività realizzate e le persone coinvolte. Più difficile è misurare ciò che cambia dentro di noi.
La capacità di ascoltare senza interrompere. La pazienza quando qualcosa non funziona. Il coraggio di assumersi una responsabilità. L'abitudine a collaborare con persone differenti. La consapevolezza che il mondo non ruota soltanto attorno ai nostri impegni e desideri.
Sono apprendimenti che possono accompagnarci anche molto tempo dopo la fine di un'esperienza. Alla fine, forse, il dono più grande non coincide con ciò che abbiamo fatto. È la persona che stiamo diventando attraverso ciò che abbiamo scelto di fare.
Torniamo allora a quel sabato pomeriggio in oratorio.
La pioggia continua a cadere, gli impegni della settimana successiva sono ancora tutti da affrontare e la stanchezza non è scomparsa.
Ma nella memoria rimane una domanda: «Sabato prossimo ci sei ancora?».
Il volontariato non chiede sempre gesti straordinari.
Qualche volta domanda soltanto di poter rispondere: «Sì, ci sono».
E di esserci davvero.
C'è qualcuno, nella tua scuola, nel tuo oratorio o nel tuo quartiere, per il quale anche una piccola parte del tuo tempo potrebbe diventare un dono? E quale impegno concreto saresti disposto a prendere per non fermarti soltanto alle buone intenzioni?
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