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Il suono e la musica per l'educazione

Il laboratorio è un eccezionale strumento nel campo della formazione e dell'educazione, perché unisce elementi teorici con l'esperienza pratica, che è un efficace veicolo per la comprensione dei concetti.


Il suono e la musica per l'educazione

 

del 06 maggio 2014

 

Il laboratorio espressivo-musicale e le esperienze proposte nei percorsi formativi per educatori

Il laboratorio è un eccezionale strumento nel campo della formazione e dell’educazione, perché unisce elementi teorici con l’esperienza pratica, che, come sappiamo, è un efficace veicolo per la comprensione dei concetti.

Prima di addentrarci nella descrizione di che cosa accade in un laboratorio espressivo-musicale, propongo al lettore una sintesi di ciò che c’è alla base della Musicoterapia, riportando alcuni estratti della tesi redatta dal sottoscritto;  vorrei così introdurre e motivare l’utilizzo di ciò che in musicoterapia si definisce “elemento sonoro/musicale”, con l’obiettivo di  facilitare processi terapeutici, riabilitativi o, nel nostro caso, preventivi/educativi.

 

L’aspetto primitivo e innato della musica

“Cos’è la Musica?” “Da dove arriva?” “A cosa serve?”

A queste domande si può rispondere, senza fare troppa filosofia, che la musica è nell’esperienza personale, nella cultura in cui cresciamo, ma anche della storia della nostra razza.

Nel corso degli anni sono stati molti gli esperimenti sugli animali e sull’uomo, partendo dalle definizioni di analogie (ovvero quei tratti in comune fra due specie riconducibili ad un antenato comune) e omologie (tratti comuni fra due specie che non hanno antenati in comune), per tentare di dare una connotazione evolutiva al concetto di Musica. Alcuni scienziati hanno tentato di dimostrare la provenienza della Musica nell’uomo cercando di distinguerne i caratteri innati e quelli invece dovuti all’esperienza di vita, attraverso esperimenti sulle scimmie e studiando le risposte e i contesti comunicativi di altri animali. […] Tutto questo non ha portato a grandi risposte o, meglio, ha portato a capire che studiare gli animali non permette di certo di scovare le cause dirette dei processi emotivi legati alle esperienze musicali. Non è infatti ancora possibile comporre tabelle che incrocino stimoli musicali a risposte cognitive, comportamentali ed emotive certe.

In generale, per provare a ancora a rispondere alla domanda “da dove arriva la musica?” si potrebbero citare varie teorie, da Pitagora a Keplero, da Helmholtz a  Tecumesh Ficht, che nei vari decenni hanno definito la musica rispettivamente come:

protolinguaggio (ovvero come strumento di comunicazione da cui poi si è evoluto il linguaggio parlato);

fonte di piacere, forma di comunicazione favorita dalla selezione sessuale perché permette il corteggiamento

forma di gestione familiare da parte della mamma, che ne faceva uso (cantando) per accudire il piccolo , potendo occuparsi contemporaneamente della raccolta del cibo

“collante sociale”, definizione che si rifà al potenziale aggregante della musica, come possibilità di chiedere aiuto o di trovare sostegno o identità in un gruppo. […]

È fondamentale, inoltre, sapere che, già all’interno dell’utero, il feto è in grado di percepire dei suoni, di coglierne timbro, frequenze (filtrate dall’ambiente “subacqueo” dovuto al liquido amniotico) e ritmo; e che al momento della nascita troverà “riconoscibile” la voce della mamma (come aggancio al nuovo mondo, dopo 9 mesi “al buio”), così come eventuali musiche ascoltate in gravidanza.

 

Fondamento senso-motorio dell’atto musicale

Altri studi che riguardano le condotte musicali dei bambini dimostrano che esiste un fondamento senso-motorio alla base dell’atto musicale.

Un neonato di tre mesi, se stimolato, mette in atto l’acquisizione di nuovi schemi motori in funzione dell’atto musicale: se gli si dà in mano uno strumento musicale semplice (un sonaglio), egli inizia una fase di esplorazione senso-motoria alla ricerca di sensazioni o rumori interessanti e, trovatele, (es.: muovendo il sonaglio questo produce un suono) fissa l’azione che lo ha prodotto, inserendo nel suo “database” il nuovo schema motorio appena acquisito. Lo stesso vale per un tamburello o altri strumenti: il suono fa nascere un sorriso e si genera una “reazione circolare” che fissa pian piano diversi schemi motori che potranno poi alternarsi o combinarsi. Appoggiandoci alla teoria pedagogica di J. Piaget, possiamo dire che il meccanismo di adattamento avviene tramite l’assimilazione (incorporazione del nuovo oggetto nell’universo gestuale e consolidamento degli schemi precedentemente acquisiti) e l’accomodamento (regolazione degli schemi per accogliere un oggetto o evento fino a quel momento sconosciuto). Per schema s’intende che “il gesto utilizzato è un’organizzazione complessa di movimenti muscolari elementari che sono stati progressivamente sincronizzati e regolati grazie alla ripetizione”. Man mano che vengono scoperti e fissati nuovi schemi, questi potranno essere combinati e sviluppati, producendo dei veri e propri “modi di suonare”.

Alla base primordiale di ogni gesto musicale ci sarebbe quindi una motivazione del tutto istintiva e di ricerca senso-motoria. […]

[estratti della tesi di Musicoterapia “Uno sguardo, un contatto, un piccolo movimento”, Giovanni Petta, 2013]

 

Il laboratorio espressivo-musicale

Ecco che, sia per motivi “primordiali”, sia per “necessità evolutiva”, il suono e la musica fanno parte della nostra vita sin da quando eravamo dei piccolissimi feti!! Quindi non resta che raccontare che cosa capita in un laboratorio espressivo-musicale, proposto in un percorso formativo per educatori/animatori.

Innanzitutto lo scopo del laboratorio formativo è vivere un esperienza sonoro-musicale che, attraverso il vissuto emotivo, porti l’educatore a proiettarsi nella relazione con i ragazzi e a concentrarsi sulle attenzioni e sugli agganci educativi che possono essere veicolati, appunto, dal suono e dalla musica.

Partendo dalla dimensione dell’ascolto, inteso come Ascolto di se stessi, del proprio corpo e di chi abbiamo di fronte, si vive un vero e proprio percorso attraverso i 5 sensi che risultano essere, in definitiva, i primi recettori ed interpreti di una qualsiasi relazione, con l’attenzione a partire da una base solida: chiunque sia la persona di cui scegliamo di occuparci… mai dare nulla per scontato!!!

Ognuno è diverso dagli altri, ogni persona ha la sua dignità. Se siamo convinti di questo, la relazione educativa può cominciare: il nostro scopo sarà creare un contesto relazionale in cui il ragazzo possa esprimersi liberamente, possa fidarsi ed affidarsi, non sentendosi giudicato, ma accolto ed accompagnato. Per fare questo è necessario iniziare l’esperienza musicale facendo SILENZIO… non solo acustico, ma un silenzio interiore, che fermi pregiudizi, insicurezze e paure a favore della disponibilità verso l’altro, per poter dare un messaggio molto chiaro: sono qui per te.

 

Un percorso musicale per la Relazione Educativa

La Musica, in questo senso, arriva come protagonista di esperienze espressive e “liberanti”, in quanto ha a che fare con la nostra intimità, con le nostre emozioni. Ma che ruolo hanno le emozioni in una relazione? Ecco uno schemino molto semplificato che descrive un percorso fondamentale nella costruzione di una relazione:

5 SENSI > EMOZIONI > RELAZIONI

È infatti grazie alla vista, all’udito, al tatto, all’olfatto e al gusto che, quando incontriamo qualcuno , riceviamo delle informazioni sensoriali che vanno a stimolare processi emotivi che poi veicolano il nostro modo di rapportarci con chi abbiamo di fronte: ad esempio il suono della sua voce, gli odori che lo caratterizzano, il suo modo di dare la mano, il suo sguardo…

E allora, con l’aiuto di un delicato sottofondo musicale, che ci accompagna nell’Ascolto di noi stessi e degli altri, nel laboratorio si vivono esperienze di contatto visivo, tattile, emotivo e quindi relazionale: ci si INCONTRA guardandosi negli occhi, accarezzandosi con cura ed attenzione, o abbracciandosi.

Dopo essersi incontrati… ecco, possiamo concentrarci sul senso dell’udito, tramite esperienze in coppia in cui riconoscersi attraverso la voce o ascoltando ad occhi chiusi il respiro di chi abbiamo di fronte; o attraverso il suono nella “musica d’insieme”, che consiste semplicemente in una esperienza di improvvisazione musicale collettiva, in cui l’unica regola è “esprimersi ascoltandosi”, e che è un ottimo strumento per giocare la relazione, perché offre la possibilità di creare quel contesto espressivo-liberante di cui si parlava prima, con in più la forza dell’esperienza di un gruppo che si muove insieme, rispettando i tempi di tutti, ascoltandosi, sostenendosi, modulando le proprie energie in funzione del bene comune.

L’improvvisazione musicale, infatti, vissuta non in senso scolastico, ma ludico-espressivo (ovvero: ognuno è libero di esprimersi come meglio crede), concede di “fare insieme” prendendo in mano il coraggio di essere se stessi: improvvisare significa inoltre stimolare la propria creatività, avere la possibilità di presentarsi agli altri con un canale comunicativo non-verbale, essere ascoltati e saper ascoltare, divertirsi insieme nel vivere il suono in maniera semplice e primitiva, ridando valore alla semplicità ed alla spontaneità.

Allo stesso modo, è importante provare esperienze ritmiche, utilizzando il proprio corpo (mani e piedi) o strumenti inventati sul momento: stare nel tempo, provare l’emozione della sintonia ritmica, comporre un ritmo insieme ad altre persone è una bella metafora della relazione…

 

Spunti, riflessioni e… conclusioni

In sintesi il percorso quindi parte dalla consapevolezza di sé e del rispetto degli altri, passa attraverso l’incontro dell’altro attraverso il contatto  (in varie forme), e si conclude con l’esperienza del fare musica insieme. Le esperienze vissute nel laboratorio puntano ad essere stimolo per ogni partecipante in termini di conoscenza di se stessi e del proprio modo di porsi nella relazione educativa, ma anche come fonte di idee per proporre a sua volta esperienze “sonoro-musicali” ai ragazzi di cui si occuperà: durante il tempo del laboratorio viene infatti specificato quali sono i “giochi” che possono essere proposti direttamente ai ragazzi, e quali, invece, hanno esclusivamente finalità esperienziali per gli educatori partecipanti. Tutto ciò che viene vissuto nel laboratorio, infine, ha come sottotitolo: “prova a proiettare nel mondo del ragazzo le emozioni che stai vivendo qui oggi, quante e come le vive lui…; dai importanza a tutti gli aspetti della relazione con lui e delle sue relazioni col mondo e mettiti nei suoi panni per guardare il mondo dal suo punto di vista: in questo modo ti avvicinerai a lui e lui sentirà di potersi affidare a te”

La Musica ha, in definitiva, un grosso potenziale, perché è parte della nostra esistenza, sia come strumento relazionale e comunicativo, che come strumento di conoscenza di se stessi e delle proprie emozioni: chi sceglie di occuparsi dei giovani ha l’onere di conoscere prima se stesso, le proprie emozioni ed i propri vissuti relazionali per poi proporsi responsabilmente come punto di riferimento per qualcun’altro. La dimensione “sonoro-musicale” permette di aprire dei canali espressivo-comunicativi e di ampliare, quindi, le potenzialità della relazione educativa.

Concluderei con alcuni pensieri che mi porto in valigia insieme agli strumenti e ai vari apparecchi:

 

1. la musica non è l’obiettivo ma un strumento: a differenza di un corso di chitarra o di batteria, usare la musica con i ragazzi non riguarda le competenze musicali da far apprendere all’alunno, ma esclusivamente l’utilizzo di uno strumento per l’instaurazione di una relazione e-ducativa

 

2. la prima competenza “musicale” per instaurare una relazione educativa è saper fare “silenzio”, dentro se stessi, per dedicarsi completamente ad Ascoltare gli altri

 

3. il suono e la musica sono parte integrante della vita di ciascuno di noi, quotidianamente, nelle cose che facciamo e nelle emozioni che viviamo; ecco perché con il suono e con la musica si possono proporre esperienze che abbiano come obiettivo educativo il conoscere meglio se stessi e le proprie emozioni, aiutino il ragazzo ad essere presente a se stesso nelle fasi culminanti del suo percorso di crescita e, allo stesso modo, aiutino l’educatore ad essere sempre più consapevole nel suo percorso formativo.

 

 

Giovanni Petta

http://www.elledicieducare.it

 

 

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