Ogni minore è titolare di diritti inalienabili che dobbiamo riconoscere, custodire e promuovere. Come educatori siamo chiamati a costruire giustizia a partire dai più piccoli. Oggi parliamo di Il diritto ad essere amati
prabin basnet
«Un bambino ha bisogno di pane, gioco e carezze. Ma senza amore, resta affamato».
Ogni bambino ha il diritto di crescere in una famiglia, che gli garantisca protezione, affetto, stabilità. La Convenzione ONU sui Diritti dell’Infanzia lo afferma con forza: il minore, per uno sviluppo armonico e completo della sua personalità, ha bisogno di un ambiente familiare basato su amore e comprensione (Preambolo). L’art. 9 sottolinea che non dovrebbe mai essere separato dai genitori contro la sua volontà, se non quando è nel suo interesse superiore.
Eppure, oggi tante famiglie sono ferite, fragili, o semplicemente assenti. Tanti bambini e adolescenti vivono in contesti instabili, attraversano separazioni dolorose, conoscono l’abbandono o la trascuratezza. In altri casi, le famiglie sono presenti, ma non riescono a offrire sicurezza emotiva, oppure non vengono sostenute a sufficienza dalle istituzioni.
Don Bosco non ha mai teorizzato la famiglia. L’ha vissuta, costruita, generata. I suoi ragazzi, spesso orfani o abbandonati, trovavano in lui un padre, un fratello, un educatore. Ma soprattutto, trovavano una casa. Il suo oratorio non era un’istituzione, ma una famiglia che accoglieva con amorevolezza e fermezza.
Nel cuore della spiritualità salesiana c’è questa intuizione: ogni ambiente educativo deve diventare “come una famiglia”, dove si cresce con relazioni vere, fiducia reciproca e un clima affettivo sano. Non a caso, uno dei quattro pilastri dell’oratorio è proprio la casa che accoglie.
Il diritto alla famiglia non si esaurisce nella dimensione biologica. Esistono molte forme di famiglia: quella d’origine, quella affidataria, quella adottiva, quella comunitaria. Ciò che conta è l’ambiente affettivo stabile e sicuro.
Anche la comunità cristiana ha un ruolo: può diventare “famiglia” per chi non ne ha una, offrendo accompagnamento, relazioni stabili, reti di solidarietà. In molte opere salesiane, esperienze come le comunità educative residenziali, gli affidi familiari, le case famiglia o gli appartamenti educativi, realizzano concretamente questo diritto.
Anche l’oratorio, pur non essendo “famiglia” in senso stretto, può diventare per tanti minori luogo affettivo, relazionale, di identità, quando la famiglia d’origine è in crisi.
Quando un minore viene allontanato dalla propria famiglia, è sempre una ferita. Ma a volte è necessario per proteggerlo. In Italia, l’affido familiare o l’inserimento in comunità sono strumenti di tutela previsti dalla legge (L. 184/1983), da utilizzare con attenzione e responsabilità.
L’obiettivo, però, deve essere sempre la ricostruzione del legame, la cura delle ferite, la possibilità – ove possibile – del ritorno a casa. E anche quando questo non accade, è fondamentale garantire al minore la continuità affettiva, la stabilità relazionale, la presenza di figure adulte significative.
Come educatori e pastori, siamo chiamati a stare accanto a questi percorsi con delicatezza e competenza, sapendo che ogni minore porta dentro di sé una sete immensa di appartenenza e amore.
La pastorale salesiana non può dimenticare la famiglia. Anzi, deve mettersi al servizio delle famiglie, sostenendole, accompagnandole, valorizzandole. È necessario oggi:
Ogni minore ha bisogno di radici. Di un luogo dove sentirsi atteso, custodito, importante. Di qualcuno che lo chiami per nome, anche quando sbaglia. La famiglia è questo. E quando viene a mancare, tocca a noi – come Chiesa, come educatori, come oratorio – farci prossimi e ricostruire.
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