Ogni minore è titolare di diritti inalienabili che dobbiamo riconoscere, custodire e promuovere. Come educatori siamo chiamati a costruire giustizia a partire dai più piccoli. Oggi parliamo di essere protetti
Kirk Cameron
«Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40)
Ogni volta che un minore subisce violenza, viene sfruttato, umiliato, abbandonato, l’umanità intera è ferita. Non si tratta solo di violazioni di legge, ma di oltraggi alla dignità stessa della persona. Ogni bambino è sacro. Ogni adolescente è tempio della vita nascente. Proteggerli è una questione di giustizia, di fede, di civiltà.
La Convenzione ONU, agli articoli 19, 32 e seguenti, afferma che ogni bambino ha diritto a essere protetto da ogni forma di violenza fisica o mentale, abuso, trascuratezza, sfruttamento sessuale, lavoro minorile, tratta. Ma non basta scriverlo nei documenti: serve un impegno concreto, quotidiano, profetico.
Don Bosco ha incontrato ragazzi che vivevano per strada, nelle carceri, nei laboratori malsani, tra sfruttamento, abbandono e miseria. Ma non si è girato dall’altra parte. Ha alzato la voce, offerto una casa, inventato un futuro.
Quando ha aperto l’oratorio di Valdocco, non offriva solo catechismo o gioco, ma protezione, dignità, speranza. Era un’opera di giustizia che oggi chiameremmo “prevenzione sociale”, “intervento educativo”, “accoglienza protettiva”.
Anche oggi, lo spirito salesiano ci invita a stare dalla parte dei piccoli violati, non solo con le parole, ma con azioni concrete di salvezza educativa.
Violenza non è solo quella fisica. Ci sono parole che feriscono, silenzi che abbandonano, presenze che umiliano. La violenza può essere psicologica, affettiva, digitale. Oggi, con la diffusione dei social, il cyberbullismo, la pornografia, le molestie online sono diventati terreni di sofferenza silenziosa per molti minori.
E poi ci sono i drammi più gravi: gli abusi sessuali, la tratta, lo sfruttamento lavorativo, l’arruolamento nelle guerre, le spose bambine, i minori stranieri non accompagnati, i bambini-soldato. Una molteplicità di ferite che grida al cielo.
La prima forma di protezione è l’educazione preventiva. Creare ambienti sicuri, vigilanti, affidabili. Educare all’affettività sana, al rispetto del corpo, alla consapevolezza dei pericoli. Ascoltare i segnali, osservare i comportamenti, formare educatori capaci di intervenire e di accompagnare.
Anche la Chiesa ha fatto un percorso importante con la tutela dei minori. Il Motu Proprio Vos Estis Lux Mundi di Papa Francesco, la creazione dei Servizi Diocesani per la Protezione, i protocolli educativi nelle scuole e negli oratori sono passi fondamentali verso una “cultura della cura”.
Il mondo salesiano, da parte sua, ha assunto con serietà questa missione: “Case sicure per i giovani” è più di uno slogan, è un impegno formativo e pastorale globale.
Quando un minore è stato ferito, la giustizia non può fermarsi alla punizione del colpevole. Deve diventare giustizia riparativa, capace di accompagnare la vittima nella ricostruzione della fiducia, dell’autostima, delle relazioni.
Serve una rete educativa e terapeutica: psicologi, educatori, sacerdoti, famiglie, comunità. Ma soprattutto, serve la compassione evangelica di chi sa stare accanto, senza giudicare, con rispetto e pazienza.
Il perdono non cancella il male subito, ma può trasformare la ferita in speranza, se ci sono adulti disposti ad accompagnare nel tempo.
Proteggere i minori è più che un dovere: è una vocazione. È l’arte di custodire ciò che è fragile, di vegliare su ciò che è sacro, di farsi responsabili dell’umanità nascente. Don Bosco non ha avuto paura di sporcarsi le mani per salvare i suoi ragazzi. E noi?
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