Nella Giornata mondiale dell’infanzia e dell’adolescenza ricordiamo che bambini e ragazzi non sono soltanto adulti di domani: sono persone con diritti, idee e una voce che merita di essere ascoltata già oggi.
Jochen van Wylick
«Quando sarai grande, capirai».
Quante volte un ragazzo si sente rivolgere questa frase? Magari durante una discussione in famiglia, a scuola o in un gruppo nel quale gli adulti stanno prendendo una decisione. Lui prova a esprimere un'opinione, propone un'idea, fa una domanda. Ma qualcuno chiude il discorso ricordandogli che è ancora troppo giovane.
Naturalmente crescere significa anche imparare, fare esperienza e riconoscere che non sappiamo tutto. Gli adulti hanno responsabilità che i ragazzi non possono ancora assumersi e ci sono decisioni che richiedono competenze, maturità e capacità di valutarne le conseguenze.
Un ragazzo può accorgersi di un'ingiustizia che gli adulti hanno imparato a considerare normale. Può proporre una soluzione alla quale nessuno aveva pensato. Può raccontare una difficoltà che, vista dall'esterno, sembra inesistente.
E soprattutto può conoscere aspetti della propria vita che nessun adulto, per quanto attento, potrà comprendere completamente senza ascoltarlo.
Il 20 novembre si celebra la Giornata mondiale dell'infanzia e dell'adolescenza, promossa dalle Nazioni Unite per richiamare l'attenzione sui diritti di bambini e ragazzi.
La data ricorda due passaggi fondamentali: l'adozione della Dichiarazione dei diritti del bambino nel 1959 e, trent'anni dopo, della Convenzione ONU sui diritti dell'infanzia e dell'adolescenza, approvata il 20 novembre 1989.
Quella Convenzione ha introdotto un cambiamento profondo nel modo di guardare ai più giovani: bambini e adolescenti non sono soltanto persone da assistere o proteggere, ma soggetti titolari di diritti propri.
E tra questi diritti ce n'è uno che rischiamo di dimenticare: il diritto di essere ascoltati.
La Convenzione, però, ci ricorda che i diritti riguardano ogni bambino e adolescente, non soltanto chi vive nelle condizioni più difficili.
Il diritto all'istruzione, alla salute, alla protezione dalla violenza, al gioco, al riposo, alla vita familiare e alla partecipazione non dipende dal comportamento, dai risultati scolastici o dalla condizione economica.
Un ragazzo non deve prendere buoni voti per meritare rispetto. Non deve essere educato e obbediente per avere diritto alla protezione. Non deve dimostrare di essere particolarmente capace per poter esprimere la propria opinione.
Naturalmente questo non significa che bambini e adolescenti possano fare qualsiasi cosa o che non debbano rispettare regole e responsabilità. Significa che anche le regole devono custodire la loro dignità e aiutarli a crescere, senza trasformarsi in strumenti di umiliazione o di esclusione.
Pensiamo alla scuola. Spesso discutiamo di programmi, orari, valutazioni, tecnologie e organizzazione degli spazi. Gli insegnanti, i dirigenti e le famiglie hanno certamente competenze e responsabilità fondamentali. Ma quanto spazio diamo al punto di vista degli studenti?
Sappiamo quali ambienti li aiutano a imparare? Quali situazioni li fanno sentire esclusi? Quali attività li coinvolgono davvero? Quali difficoltà incontrano nel rapporto con i compagni o con gli strumenti digitali?
Possiamo organizzare un intero anno di attività pensando di sapere già che cosa desiderano i ragazzi. Prepariamo calendari, scegliamo temi, definiamo regole e distribuiamo compiti. Poi ci sorprendiamo se partecipano poco o sembrano disinteressati.
Forse, prima di chiederci perché non partecipano, dovremmo domandarci quanto spazio abbiamo realmente lasciato alla loro partecipazione.
Un ragazzo che viene ascoltato impara che la propria parola ha valore. E, nello stesso tempo, scopre che partecipare significa anche confrontarsi, rispettare gli altri e assumersi responsabilità.
La Giornata mondiale dell'infanzia e dell'adolescenza ci invita anche a superare un'immagine troppo semplice dei più giovani.
Non tutti i bambini vivono la stessa infanzia. Non tutti gli adolescenti hanno le medesime opportunità.
C'è chi può studiare in una scuola attrezzata e chi deve affrontare lunghi spostamenti per raggiungere un'aula. Chi ha una famiglia capace di accompagnarlo e chi cresce in una situazione segnata dalla precarietà. Chi può dedicarsi allo sport, alla musica e alle amicizie e chi deve assumersi troppo presto responsabilità che appartengono agli adulti.
Ci sono ragazzi che vivono con una disabilità e incontrano ostacoli nell'accesso alle attività comuni. Altri che subiscono discriminazioni per la propria origine o condizione sociale. Altri ancora che attraversano situazioni familiari difficili e cercano semplicemente un luogo nel quale sentirsi al sicuro.
Non basta affermare che tutti hanno diritto all'istruzione, se poi alcuni non dispongono degli strumenti necessari per studiare. Non basta dire che lo sport è importante, se le quote di partecipazione o la mancanza di strutture impediscono a qualcuno di praticarlo. Non basta promuovere attività giovanili, se non ci accorgiamo di chi rimane sistematicamente escluso.
L'uguaglianza dei diritti richiede anche attenzione alle condizioni concrete nelle quali ciascuno vive.
E qui entra in gioco la responsabilità degli adulti.
Un bambino non può essere lasciato solo a difendere i propri diritti. Ha bisogno di persone, istituzioni e comunità che sappiano riconoscerli e renderli effettivi.
Nel Vangelo di Matteo, i discepoli si avvicinano a Gesù e gli chiedono chi sia il più grande nel regno dei cieli.
È una domanda che conosciamo bene anche noi. Chi conta di più? Chi ha maggiore autorità? Chi merita il primo posto?
Gesù risponde con un gesto inatteso: chiama un bambino e lo pone in mezzo a loro.
In una società nella quale i bambini non godevano del prestigio e dell'autorità degli adulti, quel gesto assume un significato particolare.
Gesù non sceglie una persona potente, istruita o importante secondo i criteri del mondo. Mette al centro qualcuno che gli altri potrebbero considerare secondario.
Non lo fa per proporre un'immagine sentimentale dell'infanzia. Attraverso quel bambino invita i discepoli a cambiare il loro modo di intendere la grandezza e il valore delle persone.
In un altro episodio, quando alcuni cercano di impedire ai bambini di avvicinarsi a lui, Gesù interviene e chiede di lasciarli venire.
I piccoli non sono un disturbo da allontanare mentre gli adulti discutono di cose importanti.
Quante volte, nelle nostre comunità, parliamo dei ragazzi senza parlare con loro? Quante decisioni vengono prese in nome del loro bene senza aver cercato di comprendere davvero ciò che vivono?
Mettere i giovani al centro significa riconoscere che la loro vita, la loro voce e la loro crescita devono orientare realmente le nostre scelte.
Don Bosco non guardava i ragazzi soltanto pensando agli uomini che sarebbero diventati. Si interessava alla loro vita presente, alle difficoltà che affrontavano, ai desideri che custodivano e alle capacità che potevano sviluppare.
Per questo l'Oratorio di Valdocco non fu semplicemente un luogo nel quale gli adulti organizzavano attività per i giovani.
Diventò uno spazio nel quale i ragazzi potevano incontrarsi, giocare, imparare, pregare, assumersi piccoli incarichi e contribuire alla vita comune.
Don Bosco sapeva che educare non significava tenere i ragazzi continuamente sotto controllo. Voleva accompagnarli perché imparassero progressivamente a usare la propria libertà e a diventare responsabili.
La sua presenza in mezzo a loro non serviva soltanto a prevenire comportamenti sbagliati. Gli permetteva di conoscerli, ascoltarli e costruire un rapporto di fiducia.
Il Sistema Preventivo, fondato su ragione, religione e amorevolezza, è una proposta educativa nella quale il giovane viene riconosciuto come persona capace di crescere, scegliere e partecipare.
Un ragazzo non è soltanto qualcuno al quale proporre attività. Può diventare un animatore, un volontario, un compagno che accompagna chi è appena arrivato, una persona capace di proporre idee e assumere impegni.
Il protagonismo giovanile, però, non consiste semplicemente nell'affidare ai ragazzi qualche compito organizzativo.
Significa permettere loro di contribuire anche alle scelte, imparando a valutare i bisogni degli altri, a confrontarsi con gli adulti e a portare avanti insieme un progetto.
Si diventa responsabili quando qualcuno ci offre occasioni reali per esercitarla, accompagnandoci anche attraverso gli errori.
Parlare di protagonismo non significa chiedere ai ragazzi di diventare adulti prima del tempo.
Anche questo sarebbe un errore.
Un bambino ha diritto a giocare senza dover trasformare ogni attività in una prestazione. Un adolescente ha diritto a sperimentare, cambiare idea, commettere errori e scoprire gradualmente chi desidera diventare.
Viviamo in una società nella quale spesso chiediamo ai più giovani di essere continuamente impegnati, preparati e competitivi.
Scuola, sport, lingue straniere, attività extrascolastiche e impegni digitali possono riempire ogni spazio della giornata.
Sono esperienze che offrono opportunità preziose, ma non devono cancellare il diritto al riposo, al gioco e al tempo libero, riconosciuto anche dalla Convenzione ONU.
Un pomeriggio trascorso a giocare con gli amici, un'attività creativa senza voti, una passeggiata, una conversazione senza fretta possono essere esperienze fondamentali per crescere.
Anche il diritto a essere ascoltati comprende il diritto di non avere sempre una risposta pronta.
Crescere richiede tempo.
E uno dei compiti più importanti degli adulti è custodire questo tempo, senza bruciare le tappe e senza impedire ai giovani di fare le proprie esperienze.
In una scuola potremmo domandarci quanto contino davvero le proposte degli studenti. In un oratorio potremmo coinvolgere i ragazzi nella progettazione delle attività, non soltanto nella loro realizzazione. In una parrocchia potremmo offrire spazi nei quali anche i più giovani possano raccontare come vivono la comunità e che cosa desidererebbero cambiare.
Non basta però invitarli a parlare.
Occorre creare condizioni nelle quali tutti possano esprimersi, non soltanto i ragazzi più sicuri di sé o abituati a intervenire.
C'è chi ha bisogno di più tempo, chi preferisce scrivere, chi riesce a raccontarsi meglio attraverso un disegno, la musica o un'attività condivisa.
Ascoltare significa anche trovare linguaggi differenti, perché la partecipazione non diventi un privilegio di chi sa già parlare bene davanti agli altri.
È così che la partecipazione diventa un'esperienza di cittadinanza.
Non si tratta di insegnare soltanto che un giorno i ragazzi potranno votare, lavorare, assumere responsabilità e contribuire alla società.
Si tratta di mostrare loro che già oggi possono prendersi cura di un luogo, di una relazione, di una comunità.
Ripetiamo spesso che i giovani sono il futuro della società e della Chiesa.
È una frase bella, pronunciata quasi sempre con buone intenzioni.
Ma può nascondere un rischio: rimandare continuamente a domani il riconoscimento del valore che i ragazzi hanno oggi.
Come se la loro vita diventasse importante soltanto quando avranno terminato gli studi, trovato un lavoro, costruito una famiglia o raggiunto una posizione riconosciuta.
Il 20 novembre ci ricorda qualcosa di diverso.
I bambini e gli adolescenti hanno diritto a essere protetti, educati, accompagnati e ascoltati adesso. Hanno bisogno di opportunità concrete per sviluppare le proprie capacità, ma anche di spazi nei quali sentirsi già parte della comunità.
Non dobbiamo chiedere loro di risolvere i problemi che gli adulti non hanno saputo affrontare. Dobbiamo però riconoscere che possono contribuire a costruire risposte nuove.
La responsabilità degli adulti non diminuisce quando i ragazzi partecipano. Diventa più esigente, perché richiede la disponibilità a condividere spazi, spiegare decisioni, accogliere critiche e accompagnare senza occupare sempre il centro.
Anche i giovani, da parte loro, sono chiamati a scoprire che avere voce significa imparare a usarla per il bene comune.
Non soltanto chiedere di essere ascoltati, ma ascoltare. Non soltanto rivendicare uno spazio, ma fare spazio. Non soltanto proporre cambiamenti, ma assumersi la fatica di realizzarli insieme.
Forse il modo migliore per celebrare questa Giornata non è preparare un altro discorso sull'importanza dei giovani.
È offrire loro una possibilità reale di incidere su qualcosa che li riguarda.
E poi avere il coraggio di ascoltare ciò che diranno.
Perché i ragazzi non sono soltanto il futuro che stiamo preparando.
Sono già il presente che siamo chiamati a costruire insieme.
Nella tua scuola, nel tuo oratorio o nella tua comunità, qual è una decisione sulla quale vorresti che la voce dei ragazzi contasse davvero? E quale responsabilità saresti disposto ad assumerti per trasformare quella voce in un cambiamento concreto?
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