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I 'cannoni' non sparano più a salve

Il dottor Mencacci spiega i disturbi psichici dei suoi pazienti e l'anormalità di un normalissimo spinello: «Abbiamo anche il dovere di dire la verità, e la verità è che la cannabis fa male». [immagine: la copertina dell'Independent del 18 marzo 2007, 'Cannabis, ci scusiamo'].


I 'cannoni' non sparano pi√π a salve

da Quaderni Cannibali

del 28 marzo 2007

Racconta al Foglio il dottor Claudio Mencacci, direttore del dipartimento di Salute mentale del Fatebenefratelli di Milano, che gli capita sempre più spesso di veder arrivare da lui in ospedale adolescenti con seri disturbi psichici legati all’uso di cannabis. Anche per questo è molto soddisfatto dell’autocritica dell’Independent, “perché è una pragmatica e significativa presa d’atto della grande trasformazione che l’utilizzo della cannabis ha avuto in questi anni, con l’aumento delle concentrazioni di delta-9-tetraidrocannabinolo rispetto agli anni Sessanta. Sono aumentate fino a venti volte di più, dice l’Independent, ma in realtà si va anche oltre, e questo fa sì che la cannabis agisca al livello degli stessi recettori della cocaina. Non solo. Dati scientifici recentissimi informano che l’uso continuato di cannabis provoca alterazioni a livello del cervelletto. E’ questa la vera novità”. Una novità allarmante, perché “si tratta dell’area deputata al coordinamento dei movimenti, che ha anche la funzione di coordinare le attività cognitive legate all’attenzione, alla concentrazione, alla memoria, alla capacità di pianificazione, alla progettualità”. Finalmente sappiamo, spiega il dottor Mencacci, “come spiegare la ‘sindrome amotivazionale’ nei ragazzi consumatori di cannabis. Che non appaiono semplicemente depressi o abulici ma, appunto, ‘amotivati’, perché in loro è danneggiata l’area cerebrale deputata alla progettualità”.

Sono ragazzi che non sanno organizzare il loro tempo e la loro vita, “come se avessero perso la base sulla quale costruire o almeno pensare il proprio futuro”. Assenza di interessi, di desideri, “che possiamo chiamare depressione, perché il quadro complessivo rimanda a quello. Ma oggi abbiamo compreso la natura del danno cognitivo prodotto dalla cannabis nel cervello in fase di crescita. Ricordiamo che i tempi di maturazione del cervello sono ventun anni per le ragazze e ventiquattro per i ragazzi”. Per tutti questi motivi si impone, dice il dottor Claudio Mencacci, “una campagna di informazione senza equivoci sui rischi degli spinelli. Rischi seri, come psicosi e schizofrenia, che si aggiungono alla sindrome amotivazionale e alla depressione. Oggi sappiamo che su dieci ragazzi che sperimentano la cannabis, uno va incontro allo sviluppo di manifestazioni psicotiche”, che possono colpire anche “in presenza di consumo occasionale, allo stesso modo di un’improvvisa allergia”. Esistono due filoni di interpretazione scientifica a proposito della parte giocata dalla cannabis in questo rischio: “La prima interpretazione, attualmente prevalente, considera che certe vulnerabilità non uscirebbero mai dalla latenza se non ‘incontrassero’ la cannabis. C’è poi l’ipotesi che la sostanza stupefacente, attraverso l’attivazione di alcuni specifici circuiti, sarebbe in grado addirittura di indurre una condizione di psicosi. Sono due canali di ricerca aperti, dai quali si esce comunque con un’unica posizione: in ogni caso il pericolo esiste. Tutti i nostri studi confermano che c’è un netto aumento delle psicosi giovanili nelle aree urbane, perché lì è più facile il contatto con gli stupefacenti, il più diffuso dei quali è la cannabis. Questa in particolare, così potente e pericolosa. Tanto potente che il passaggio dallo skunk alla coca diventa quasi obbligatorio”. Questo del “pendio scivoloso” è uno degli argomenti principali dei nemici della liberalizzazione. Il dottor Mencacci lo ritiene sensato. Anche se, dice, “abbiamo il dovere di informare i ragazzi in una maniera che non sia né moraleggiante né ideologica né bacchettona. Ma abbiamo anche il dovere di dire la verità, e la verità è che la cannabis fa male. Chi parla delle sue proprietà benefiche, come lo stimolo dell’appetito o la capacità analgesica, non dice che esse possono realizzarsi privandola della sua area di effetti psichici, che sono sempre dannosi. Va benissimo approfondire le potenzialità terapeutiche della cannabis, ma allora trattiamola come un principio attivo farmacologico, come facciamo con la digitale per il cuore, che può uccidere se non è assunta nelle giuste dosi”. Una parte della vecchia generazione dei consumatori di cannabis, quella dei genitori degli adolescenti di oggi, rivendica di non aver avuto danni ma solo benessere dagli spinelli fumati in gioventù. Secondo il dottor Mencacci, però, “si tende a dimenticare i coetanei persi per strada, gli amici, i compagni di classe che nella vita non ce l’hanno fatta. Non parlo di quelli uccisi dall’eroina, ma di coloro che si sono smarriti, marginalizzati, rannicchiati nel mondo ‘amotivato’ descritto prima. Quelli che ce l’hanno fatta sono veri reduci, e la loro posizione sull’uso della cannabis ne risente. Io li vedo come sopravvissuti a una guerra che ha avuto morti e feriti, come tutte le guerre. Loro per primi dovrebbero aiutare i figli ad attraversare certi passaggi con le informazioni necessarie. Ma è più facile proibire il motorino piuttosto che parlare dei veri effetti della cannabis”. Bisognerebbe invece avere il coraggio di dire che “chi vuole farsi di canne dovrebbe cominciare verso i trentacinque- quarant’anni. Da quell’età in poi non succede più niente”. E’ una boutade, quella del dottor Mencacci, ma nemmeno tanto, “perché abbiamo alle spalle una generazione segnata e ne sappiamo abbastanza per evitare che un’altra generazione faccia la stessa fine. I ragazzi devono essere protetti e resi consapevoli che ad andarci di mezzo è il loro cervello”. I dati dicono oggi che “oltre il trenta per cento dei ragazzi sui quindici anni prova la cannabis. Chi, come me, ha a che fare con giovani che hanno disturbi degli impulsi, disturbi depressivi, manifestazioni di ansia, sa che oltre il cinquanta per cento di loro ha fatto o fa tuttora eperienza di cannabis”. Sono ragazzi che attraversano “fasi depressive profondissime, spinte autolesionistiche, a volte messe in pratica. Una volta interrotto il consumo di cannabis, c’è un recupero pieno della normalità”. Il problema parte da lontano, conclude Mencacci, “addirittura dall’infanzia.

Oggi i bambini cominciano ad assumere una gran quantità di caffeina e di teina con l’alimentazione, e cominciano presto a dormire male. Abbiamo calcolato che un bambino di nove-dieci anni, oggi, dorme in media un’ora di meno rispetto alle generazioni precedenti. La perdita del sonno aumenta la vulnerabilità verso le sostanze da abuso. Poi, nella fascia adolescenziale, c’è l’incontro con sostanze dannose, come la cannabis. E si scivola in uno stile di vita nel quale è sempre più difficile capire che si può continuare a percepire il piacere senza esserne poi annichiliti e divorati”.

Claudio Mencacci

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