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Ho 12 anni, faccio la cubista, mi chiamano principessa.

«Trescare serve per far carriera, e poi ti diverti. I gestori hanno sedici, diciassette, diciotto anni. Fuori dal locale non si filerebbero mai una che va in seconda media. Ma se fai la cubista sei una donna...».


Ho 12 anni, faccio la cubista, mi chiamano principessa.

da Quaderni Cannibali

del 23 luglio 2007

“Trescare serve per far carriera, e poi ti diverti. I gestori hanno sedici, diciassette, diciotto anni. Fuori dal locale non si filerebbero mai una che va in seconda media. Ma se fai la cubista sei una donna. Non più una ragazzina. Con i clienti della disco treschi soltanto se ti va. E puoi farti pagare, se vuoi, così ti diverti e ci guadagni!! È come se fossi già grande, come se avessi già un lavoro.”

“E cosa dico ai miei genitori?”

“Non dici nulla, come faccio io.”

 

Nessuno, prima d’ora, aveva mai raccontato e documentato la loro doppia vita. Hanno un’età compresa tra gli 11 e i 14 anni, frequentano per lo più la scuola media inferiore. Cinque storie autentiche riferite col ritmo del racconto d’indagine e un viaggio nei loro blog ci rivelano per la prima volta un sottosuolo quasi del tutto sconosciuto, sebbene la cronaca sempre più spesso ce ne rimandi indizi. È il mondo dei Peter Pan al contrario, disincantati, provocatori e aggressivi. Il loro regno sono le discoteche pomeridiane. Al sabato pomeriggio escono di casa, con gli abiti di tutti i giorni, annunciando ai genitori visite ad amici, passeggiate in centro, l’ultimo film di cui tutti parlano. Varcata la soglia della discoteca, la trasformazione è totale: perizoma, pelle unta d’olio perché brilli, tiratissima, sotto le luci stroboscopiche, il seno appena coperto da un top invisibile. Queste principesse del pomeriggio ballano su grandi cubi, mimando le pose oscene della lap dance.

 

Ballano davanti agli occhi di altri coetanei, dagli sguardi voraci con in mano cellulari pronti a carpire foto e filmini. Scambi sessuali a pagamento, fumo, droga, bullismo violento,bande organizzate in strutture rigidamente piramidali che scandiscono l ’erogazione di abbonamenti e ingressi e il viavai di nuove cubiste. Marida Lombardo Pijola – inviata speciale al “Messaggero ” – è entrata nei loro blog, nelle loro scuole e nelle loro discoteche, sebbene in queste ultime l’accesso sia impedito agli adulti,e ci propone la prima inchiesta su un mondo sommerso e sconvolgente.

 

Così recita il quarto di copertina di questo libro, che racconta il mondo dei giovani attraverso un viaggio nei forum e nei blog degli utenti più giovani di internet. Ne emerge una realtà a tratti sconcertante, ma che per certi versi non sorprende, perché basta guardarsi intorno e vedere che certe cose, più o meno evidentemente, sono presenti anche nelle nostre realtà.

 

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Quasi due anni fa un’inchiesta rivelò un aspetto incredibile sulle discoteche pomeridiane aperte dalle 16 alle 19 e frequentate da ragazzini tra i 10 e i 14 anni che uscivano di casa, con gli abiti di tutti i giorni, annunciando ai genitori visite ad amici, passeggiate in centro, cinema e che, varcata la soglia della discoteca, si trasformavano da cima a fondo: perizoma, pelle unta d’olio perché brilli, tiratissima, sotto le luci stroboscopiche, il seno appena coperto da un top invisibile. Queste principesse del pomeriggio ballavano su grandi cubi, mimando le pose oscene della lap dance. All’indagine seguì un grande scandalo con mobilitazioni anche a livello politico e di ordine pubblico. La giornalista Marida Lombardo Pijola de Il Messaggero l’ha trasformata nel libro 'Ho dodici anni, faccio la cubista. Mi chiamano Principessa' (Bompiani, pp. 243, € 12,00) “Entrando in discoteca - rivela ad Affari l’autrice - con dei trucchi visto che il passo era sbarrato agli adulti, genitori compresi, ho trovato questo mondo sconvolgente, precocemente sessualizzato dove bambine si esibivano seminude, mimando pose sessuali in maniera molto ambigua. Migliaia di bambini le fotografavano, le filmavano, cercavano di toccarle, urlavano: effusioni erotiche tutt’intorno sui divanetti. Mi sono chiesta se fosse un fenomeno di nicchia o se stesse cambiando legato alle discoteche o se fosse in atto una vera trasformazione delle abitudini di questi bambini senza che noi ce ne fossimo accorti. Ho deciso quindi di lavorarci su e dedicarci un libro”.

 

Ha parlato di accesso negato agli adulti: c’erano allora organizzatori consapevoli?

“C’erano (speriamo non ci siano più) dei proprietari che gestivano un business restando nell’ombra: la gestione diretta era affidata ai minorenni lasciati lì da soli con il pretesto di non sapere cosa fanno. Ragazzini di 12-13 anni fungevano da P.R. e distribuivano le prevendite e diciassettenni organizzavano l’intrattenimento e la vita delle discoteche al cui interno c’erano ambizioni di guadagno e di carriera, una sorta di riproduzione del rampantismo degli adulti: sesso, aspetto fisico, denaro, esibizionismo”.

 

Che forma ha preso l’iniziale inchiesta?

“Sono cinque storie vere e tra una storia e l’altra ho trascritto una serie di messaggi che i ragazzini si mandano su blog, forum e chat, selezionati su migliaia e raggruppati per argomento: un coro ossessivo dove si dicevano le stesse cose con il medesimo linguaggio. Le ho trasformati in racconti perché volevo manipolarli con delicatezza e sensibilità. Se, infatti, le avessi raccontati nella loro crudezza sarebbero stati veramente scioccanti e non sarebbe trapelato il fondo di solitudine, tristezza, angoscia e sentimento che c’è usando molta tenerezza e rispetto per loro per non sporcarli”

 

Verrebbe difficile chiamarli ancora bambini…

“Sono quasi bambini e il livello di maturità è quello: è come se avessero deciso di riformulare la loro infanzia, di saltare tutti i passaggi e di imitare gli adulti, ma non di crescere perché non sono come gli adolescenti che fanno un percorso di maturazione e si emancipano e staccano dal mondo adulto. Loro tentano di imitarlo nei modelli peggiori che hanno ricevuto con la celebrazione della doppia vita: sono capaci di nascondere totalmente alla famiglia quello che fanno fuori, vivendo tutto nell’omertà assoluta con uno sdoppiamento di personalità celando quello che accade anche a casa su internet che alimenta velocemente ogni cosa”

 

Si parla infatti anche di cyberbullismo…

“Il cyberbullismo è un fenomeno dilagante da lanciare un segnale d’allarme gravissimo con l’aggressione e la minaccia praticata on line con l’insulto e l’esibizione di filmini e registrazioni di cui andare fieri e che facciano da esempio e costituiscano prodezze”

 

Quale aspetto risulta sorprendemente pi√π scioccante?

“La sessualizzazione: vivono il sesso sin dagli 11-12 anni come un gioco al di fuori di sentimenti e i primi indizi di interesse reciproco fra ragazzi e ragazze cominciano a 10 anni in quinta elementare. Lo vivono in maniera disinibita con la leggerezza con cui giocavano fino all’altro ieri e manipolavano i giocattoli che sono ancora nelle loro stanze; usano i corpi come se non appartenessero a loro e fossero altro da sé”

 

Come se fossero giocattoli di se stessi?

“Sì. È come se esaurito il consumismo commerciale perché appagati in tutti i desideri adesso fossero dediti a una specie di auto-consumismo, cioè il consumo dei propri corpi”

 

È rintracciabile una ragione di fondo?

“Tutto questo fa parte delle abitudini dei riti del branco: l’area principale di sviluppo più della famiglia e della scuola è diventato il gruppo dei pari che ha delle regole alle quali è necessario adeguarsi; dissociarsi equivarrebbe ad essere esclusi, emarginati: cosa per loro insopportabile perché sarebbe il vuoto. Nel branco cercano le certezze e le rassicurazioni che non trovano altrove”

 

Avvertono all’interno del branco un senso di appartenenza?

“Non è una comunità che si aggrega attorno a sentimenti, ideali, interessi comuni, una passione, un passatempo; è un gruppo che si aggrega per celebrare questi riti: il sesso, la droga, il fumo ormai diffuso nelle scuole, le pasticche come accessorio indispensabile per la discoteca, il bullismo come forma di organizzazione dei rapporti per cui chi è più trasgressivo impone le regole”

 

Che coscienza hanno degli scambi sessuali a pagamento?

“Sono uno dei tanti riti vissuti ma non con lo spirito della prostituzione. È un gioco che permette alle bambine di sentirsi valorizzate, di unire l’utile al dilettevole e per avvertire che il proprio corpo ha un valore e sentire di essere qualcosa, perché alla fine tutto fa capo ai vuoti, alla mancanza di riferimenti, passioni, emozioni e modelli”

 

Tutto questo spiazza genitori e scuola…

“Le figure dei genitori raccontate risultano piuttosto sbiadite e disattente con conflitti coniugali molto forti e i ragazzi sono cresciuti arrabbiati. I genitori poi non vogliono sapere e vedere. Molti insegnanti trovandosi davanti al gruppo hanno capito di più ma nei genitori trovano poca collaborazione e quando cercano di metterli in guardia si trovano spesso aggrediti e insultati, minacciati ed esautorati”

(Giovanni Zambito)

 

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Immaginiamoci quei bambini con quello sguardo candido di coloro che lo sviluppo - e forse la nostra intossicazione di cinismo - non l'hanno ancora visto. Ed adesso immaginiamo che questi bambini dagli 11 ai 14 anni escano di casa e riescano ad intrufolarsi nelle discoteche del pomeriggio, facciamo del male alle persone e facciamo branco come i loro compagni delle superiori. Questo è lo scenario che ci vuole raccontare Marida Lombardo Pijola, inviata speciale del Messaggero, che si è sempre occupata di costume, bullismo e nuove tendenze. Nelle oltre 200 pagine di 'Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano Principessa. Storie di bulli, lolite e altri bimbi' (Bompiani) troviamo in forma romanzata cinque storie autentiche di un viaggio nel mondo di questi giovanissimi delle scuole medie e nei loro blog rivelano un sottosuolo quasi del tutto sconosciuto, sebbene la cronaca sempre più spesso ce ne rimandi indizi in storie di ordinaria sopraffazione scolastica. Sono le storie di ragazzine che escono il sabato pomeriggio dicendo ai propri genitori di fare una passeggiata in centro e poi si rintanano nelle discoteche a ballare la lap dance senza pudori, coperte di lacci e fascette minuscole.

Ci sono flash di balli osceni, sguardi voraci e lo risvegliarsi di appetiti acerbi da immortalare con il telefonino. Ed il terribile non finisce qui: scambi sessuali a pagamento, droga, bullismo violento, bande organizzate in strutture rigidamente piramidali che scandiscono l'erogazione di abbonamenti e ingressi e il viavai di nuove cubiste.

Il libro vuole essere assolutamente veritiero e l'autrice ha reperito queste informazioni direttamente dalla fonte, dai loro blog - che per la cronaca sono inibiti ai minorenni - entrando nelle scuole e cercando nel loro mondo.

Leggendo in rete alcuni commenti di lettori che hanno già letto il libro, balzano all'occhio impressioni stravolte e che invitano genitori ed insegnanti ad essere coscienziosamente più presenti per dare un etica che i ragazzi, bombardati da televisione e web senza filtri, non si riescono a darsi e critiche sulla scrittura. Forse non è mal scritto, forse non doveva essere un documentario romanzato di un bambino scritto con lo stile di una giornalista navigata che conosce bene gli avverbi.

(Marco Montori)

 

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Il diario sconvolgente di una giornalista che è riuscita a violare l’impenetrabile muro di un mondo adolescenziale eretto a difesa di una identità che si muove e vive all’interno di una realtà virtuale popolata da nickname che si incontrano si parlano, si scambiano e si vendono tra blog, chat, videomessaggi ed sms.

 

Ermeticamente chiusi nelle loro camerette asettiche tra peluches, computer e cellulare attendono la chiamata del branco per consumare il rito tribale del sabato pomeriggio in discoteca, infarciti di rabbia scavano distanze abissali tra loro e ciò che rimane delle scheggie frantumate di quello che una volta era una famiglia, semplici tasselli che si ricompongono all’ora di cena eppure sempre e comunque distanti, indaffarati e noiosi.

 

L’istituzione scolastica, sia pubblica che privata, percepita come costrizione dei “grandi” e per questo completamente incapace ed inadatta a percepire i bisogni e a catalizzare le attenzioni di una galassia adolescenziale che ha sostituito all’aula i bagni degli istituti come luoghi deputati all’uso e al consumo di esperienze di vita tanto forti quanto spicciole.

 

Come piccole scialuppe alla deriva in un mare di indifferente quotidianità approdano il sabato pomeriggio nelle sale rigorosamente off limits agli over 18 dove possono affermare e rafforzare il propio senso di appartenenza.

 

E’ qui che firmati e lucidi, come solo i corpi acerbi degli adolescenti possono esserlo, si materializzano gli usi e i costumi di una vera organizzazione sociale.

 

E’ qui che la massa dei “paganti”, le schiere di “cubiste”, gli avidi reclutatori alle dipendenze di inavvicinabili capi-sala senza scrupoli di 17 e 18 anni formano una rigida organizzazione gerarchica.

 

Esaltati e storditi dagli eccitanti e dalla musica “house” si lasciano trascinare dalle sinuose movenze di veline di 12 e 13 anni, giovani geishe che si offrono a tariffario nei privè.

 

In fondo al deserto emotivo, nel contenuto vuoto e banale delle chat-room per adolescenti, è comunque sempre distinguibile quella flebile voce dell’eterno bambino che chiede “Aiutami a diventare grande…”, così come la speranza che, nonostante tutto, nulla è perduto diventa musica nel tintinnio dei lucchetti a ponte Milvio.

(Roberto)

 

 

 

 

 

Indicazioni:

Ho 12 anni faccio la cubista mi chiamano principessa.

Storie di bulli, lolite e altri bimbi 

Autore: Marida Lombardo Pijola 

Casa editrice: Bompiani - Etas - Fabbri - Sonzogno 

Anno pubblicazione: 2007 

Pag: 227 

AA.VV.

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