Nella Giornata mondiale della gioventù, un invito a non restare ai margini: la Chiesa non è un luogo nel quale aspettare che qualcuno decida per noi, ma una casa da abitare, amare e costruire insieme.
Ivan S
La riunione è cominciata da mezz'ora. Attorno al tavolo si discute delle attività da proporre ai giovani durante l'anno. Qualcuno suggerisce un incontro, altri pensano a una serata musicale, a un pellegrinaggio o a un momento di preghiera. Si parla di orari, spazi, programmi e modalità di partecipazione.
Le idee non mancano. Tutti desiderano organizzare qualcosa di bello.
C'è soltanto un particolare: attorno a quel tavolo non è seduto nemmeno un giovane.
Forse è una situazione che abbiamo incontrato anche nelle nostre parrocchie e nei nostri oratori. Gli adulti pensano, progettano e decidono. Poi invitano i ragazzi a partecipare, sperando che rispondano numerosi.
Se arrivano, l'iniziativa viene considerata un successo. Se non arrivano, cominciamo a domandarci perché i giovani siano così difficili da coinvolgere.
Ma forse la domanda da porre è un'altra: abbiamo davvero chiesto loro che cosa desiderano vivere e costruire?
Domenica 22 novembre si celebra la XLI Giornata mondiale della gioventù nelle Chiese particolari, nella solennità di Cristo Re dell'universo. È un appuntamento che permette ai giovani di vivere l'esperienza della GMG nella propria diocesi, senza dover necessariamente raggiungere una grande città dall'altra parte del mondo.
Quando pensiamo alla partecipazione dei giovani nella Chiesa, rischiamo di confonderla con la presenza numerica.
Contiamo quanti ragazzi frequentano la Messa, quanti partecipano agli incontri, quanti animatori prestano servizio durante il Grest e quanti si iscrivono a un pellegrinaggio.
Sono numeri importanti. Raccontano una parte della vitalità delle nostre comunità. Ma non dicono tutto.
Un ragazzo può partecipare a molte attività e sentirsi comunque estraneo alle decisioni. Può prestare servizio per anni senza che nessuno gli chieda che cosa pensa della comunità nella quale vive. Può essere disponibile, generoso e presente, ma avere l'impressione che il suo compito sia soltanto eseguire ciò che altri hanno stabilito.
Essere protagonisti significa qualcosa di diverso.
Significa poter proporre un'idea, partecipare alla sua progettazione, assumersi una responsabilità e contribuire a verificarne i risultati.
Significa anche avere il diritto di fare domande.
Perché a volte i giovani non si allontanano dalla Chiesa per mancanza di interesse. Qualcuno si sente giudicato. Qualcuno non trova spazio per i propri dubbi. Qualcuno vorrebbe affrontare temi che considera importanti, ma ha l'impressione che certe domande siano fuori posto.
Eppure una comunità che desidera incontrare i giovani deve essere disposta anche a lasciarsi interrogare da loro.
Non per rinunciare alla propria identità, ma per imparare a comunicarla attraverso relazioni autentiche.
C'è una differenza profonda tra essere invitati in un luogo e sentirsi parte di quel luogo.
Quando siamo ospiti, cerchiamo di rispettare le abitudini di chi ci accoglie. Utilizziamo gli spazi che ci vengono concessi e aspettiamo che qualcuno ci dica che cosa possiamo fare.
Quando ci sentiamo a casa, invece, sviluppiamo un altro rapporto con l'ambiente. Ci accorgiamo se qualcosa non funziona, proponiamo cambiamenti, ci prendiamo cura degli spazi e ci sentiamo responsabili delle persone che li abitano.
La Chiesa dovrebbe essere una casa anche per i giovani.
Una casa nella quale portare ciò che siamo: entusiasmo e stanchezza, fede e domande, capacità e fragilità.
Significa riconoscere che i giovani hanno qualcosa da offrire già oggi.
Possono aiutare la Chiesa a comprendere meglio i linguaggi contemporanei, a riconoscere nuove forme di solitudine, a interrogarsi sulle sfide del mondo digitale e a cercare modalità diverse per vivere la fraternità e il servizio.
Nel Vangelo di Giovanni dice chiaramente che nel mondo avranno tribolazioni. Ma li invita a non perdere la fiducia, perché la sua vittoria non appartiene alla logica della forza e della sopraffazione.
È la vittoria dell'amore che non si lascia distruggere dall'odio, della vita che attraversa la morte, della fedeltà che rimane anche quando tutto sembra perduto.
Per un giovane di oggi, avere coraggio può significare molte cose.
Può voler dire non vergognarsi della propria fede davanti agli amici, senza sentirsi per questo superiore agli altri. Può significare prendere posizione quando qualcuno viene escluso, difendere una persona derisa, chiedere scusa dopo un errore o scegliere una strada diversa da quella del gruppo.
Qualche volta il coraggio consiste nel riconoscere di avere bisogno di aiuto.
Altre volte nel trovare il modo di esprimere una domanda che abbiamo tenuto dentro per molto tempo.
Anche partecipare alla vita della Chiesa richiede coraggio.
Mettersi in gioco significa invece esporsi alla possibilità di sbagliare, incontrare opinioni differenti e scoprire che costruire qualcosa insieme richiede pazienza.
Ma è proprio attraverso queste esperienze che una persona cresce.
Quando Don Bosco diede vita all'Oratorio di Valdocco, non immaginava i ragazzi come semplici destinatari delle attività organizzate dagli adulti.
Desiderava che diventassero capaci di assumersi responsabilità, aiutarsi reciprocamente e contribuire alla crescita della comunità.
Un episodio particolarmente significativo è la nascita della Società dell'Allegria, fondata dal giovane Giovanni Bosco insieme ad alcuni compagni quando era ancora studente.
Era un gruppo nel quale l'amicizia, lo studio, il divertimento e la vita cristiana si sostenevano reciprocamente. Non si trattava soltanto di stare insieme, ma di aiutarsi a crescere e scegliere il bene.
Anche Domenico Savio, uno dei giovani più conosciuti della tradizione salesiana, non si limitò a ricevere l'educazione di Don Bosco. Insieme ad alcuni amici diede vita alla Compagnia dell'Immacolata, attraverso la quale i ragazzi si impegnavano nella preghiera, nell'amicizia e nel sostegno reciproco.
Erano giovani che cercavano di aiutare altri giovani.
È una caratteristica importante del carisma salesiano: la fiducia nella capacità dei ragazzi di diventare protagonisti del bene.
Don Bosco non lasciava i giovani soli e non rinunciava al proprio compito di educatore. Li accompagnava, offriva criteri, correggeva quando era necessario e li aiutava a sviluppare le proprie capacità.
Ma non pretendeva di fare tutto al loro posto.
Uno dei motivi per cui un giovane può esitare a partecipare alla vita della Chiesa è la sensazione di non essere abbastanza preparato.
«Non conosco bene il Vangelo». «Non so pregare». «Ho tanti dubbi». «Non sono un esempio per gli altri».
Sono pensieri comprensibili, soprattutto quando immaginiamo la comunità cristiana come un luogo nel quale possono trovare spazio soltanto persone sicure della propria fede.
Ma il Vangelo ci racconta una storia diversa.
Gesù chiama persone molto differenti tra loro. Alcune sono entusiaste, altre esitanti. Pietro promette fedeltà e poi lo rinnega. Tommaso fatica a credere alla risurrezione. I discepoli discutono su chi sia il più importante e più volte dimostrano di non avere compreso pienamente le parole del Maestro.
Eppure Gesù continua a camminare con loro.
Papa Leone XIV, nel suo messaggio ai giovani per la Giornata mondiale della gioventù del 2025, aveva sottolineato il legame tra l'amicizia con Gesù e l'impegno nella società come costruttori di pace.
È una prospettiva che accompagna anche il cammino verso la GMG internazionale di Seoul del 2027.
L'incontro con Cristo non ci allontana dal mondo. Ci aiuta ad abitarlo con uno sguardo nuovo e a riconoscere le responsabilità che abbiamo nei confronti degli altri.
Parlare di protagonismo giovanile, però, significa rivolgere una domanda anche agli adulti.
Siamo realmente disposti a lasciare spazio?
I giovani hanno bisogno di educatori, sacerdoti, religiose, religiosi e laici capaci di accompagnarli con competenza e passione. Hanno bisogno di persone che conoscano il Vangelo, sappiano offrire criteri di discernimento e garantiscano ambienti sicuri e accoglienti.
Accompagnare significa camminare accanto, aiutare a leggere le situazioni, offrire strumenti e riconoscere quando è il momento di affidare una responsabilità.
Il coraggio è richiesto anche agli educatori: il coraggio di fidarsi, di ascoltare una critica senza viverla come un attacco e di accettare che le nuove generazioni possano trovare strade differenti per esprimere la stessa fede.
Forse nella tua comunità ci sono cose che non ti convincono. Forse hai provato a proporre qualcosa e non sei stato ascoltato. Forse ti sembra che le decisioni siano sempre già prese.
Non tutte queste difficoltà si risolveranno facilmente. E la responsabilità di costruire una comunità accogliente non può essere scaricata soltanto sui giovani.
Ma puoi comunque scegliere di non rimanere spettatore.
Puoi chiedere di partecipare a un progetto, proporre un'iniziativa, mettere una tua capacità al servizio degli altri o cercare qualcuno con cui condividere una domanda di fede.
Puoi iniziare anche da un gesto semplice: accorgerti di un ragazzo che frequenta l'oratorio ma non ha ancora trovato amici, offrire disponibilità per un servizio, prenderti cura di un luogo che tutti utilizzano.
E tu, nella tua comunità, ti senti uno spettatore oppure qualcuno che può davvero fare la differenza? Quale primo passo potresti compiere per non rimanere a guardare?
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