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Felici con gli altri

L'uomo comunica per il 20% in modo razionale e per l'80% in modo emotivo. Perché scegliamo un prodotto? Perché ci si identifica e lo si ama. Ci sono brand a cui si giura fedeltà. Come mai? Semplice! Basta capire che mai si comunicano solo idee, ma... qualcosa che va al di là delle idee stesse e che sfugge al controllo razionale. Non ci credete?


Felici con gli altri

da Quaderni Cannibali

del 16 novembre 2012

 

Come migliorare le nostre relazioni con gli altri? Utilizzeremo un importantissimo strumento. Un paio di occhiali speciali: gli Empax.

Vuoi essere mio amico?

Solo chi sa stare bene con se stesso, può stare bene con gli altri. Una verità sovente dimenticata, ma dobbiamo fare parecchi passi prima di giungere a conoscere noi stessi e ad accettarci. In questo cammino, gli altri possono esserci di aiuto. Si può stare nella folla, senza migliorare se stessi, ma se si vuole crescere, dobbiamo imparare a stare con gli altri in modo costruttivo.

Molte delle attività che abbiamo scelto di svolgere per migliorare la fiducia in noi stessi, le possiamo realizzare con gli amici. Questo significa che:

possiamo impegnarci in un’attività e provare piacere in ciò che facciamo, grazie alla presenza delle persone verso cui proviamo simpatia; i nostri amici possono aiutarci a migliorare ciò che stiamo facendo, proponendoci idee nuove e modi diversi per affrontare il lavoro che stiamo svolgendo. Ad esempio, possono mostrarci come giocare a basket in modo diverso; puoi divertirti con loro perché sono simpatici e con le loro battute possono farti ridere.

Cosa possiamo fare, però, se non abbiamo nessuno su cui contare per poter svolgere una determinata attività? Una soluzione consiste nel cercare delle associazioni in cui si svolgono le attività da noi preferite. Alcune amicizie sorgono proprio quando due persone condividono il medesimo interesse.

Per esempio, se ti piace il basket puoi fare sport all’oratorio o presso un centro sportivo. Se ti interessa la fotografia puoi cercare nella tua città quali sono i corsi in cui si insegna la tecnica fotografica. Ma se il problema non fosse questo, bensì un altro? Se, ad esempio, pensi di essere una persona timida a cui è necessario tanto tempo per aprirsi agli altri, cosa si potrebbe mai fare? Ebbene, anche in questo caso c’è una buona notizia: puoi sempre imparare a conoscere nuove persone. Anche senza andare in Internet, ultima spiaggia dei disperati, il campo di concentramento dell’amicizia.

Ma non sempre possiamo contare sugli altri per svolgere quelle attività che ci piacciono. Gli orari possono non coincidere, o ad un certo momento quell’attività può non interessare più. Per questo è bene ricordare che ogni persona è diversa, per cui i tuoi amici non sempre possono gradire ciò che piace a te. Ma questo non è un male. Prova a pensare se tutti avessero gli stessi gusti!

Cercheremo di vedere insieme alcune possibilità che abbiamo per poter stabilire nuove relazioni con gli altri se per caso li abbiamo appena incontrati o migliorare le relazioni con le persone che già conosciamo.

Ti dirò ciò che penso e come mi sento

Quando parliamo con gli altri sono molto importanti sia le parole che utilizziamo (cosa diciamo) sia il modo in cui parliamo (il tono della voce, le espressioni facciali, la posizione del corpo).

Per esempio: Stai facendo la fila per i biglietti di un concerto o di un film che attendi di vedere da tanto tempo. Improvvisamente compare un tipo che vuole passarti davanti. Cosa fai? Cosa gli dici? E come glielo dici? Scegli l’opzione che meglio descrive ciò che faresti in questa situazione.

Guardi a terra e cerchi di sminuire l’importanza di questa prepotenza, perché non vuoi problemi e gli dici con voce flebile e tremolante: «Beh, non c’è problema, passa pure… dopo di te». La posizione del tuo corpo è incurvata. Cerchi il contatto visivo. Il corpo si protende verso l’interlocutore, cercando di intimidirlo e con voce chiara e forte gli dici: «Forse stai scherzando. È meglio per te alzare i tacchi e tornartene dietro. Se no finisci nei guai!». Lo guardi fisso negli occhi e mantieni una posizione eretta. Con voce ferma e fluente, usando la prima persona, gli dici direttamente ciò che pensi riguardo a ciò che sta facendo: «Capisco che stare qui in piedi a fare la coda per alcuni biglietti sia solo una rottura e a quanto pare tu ti sei proprio rotto, ma io sono qui da un’ora e mezzo. Così credo tu debba fare ciò che stiamo facendo tutti  e debba tornartene al tuo posto, in coda. Proprio come tutti gli altri».

Se scegli la prima opzione, detta anche opzione passiva, non difendi i tuoi diritti e non esprimi il tuo dissenso davanti a un sopruso. Il risultato è che chi ti è passato davanti, dopo che tu hai fatto la coda per un’ora e mezzo, ha prevaricato e calpestato un tuo diritto.

La seconda scelta, detta anche opzione aggressiva, dice che non stai solo difendendo i tuoi diritti, ma vuoi dimostrare anche qualcosa d’altro. Vuoi raggiungere un altro obiettivo e per questo la reazione del tuo interlocutore sarà che manterrà la sua posizione e non si scollerà. Questo perché una reazione aggressiva conduce soltanto a una risposta altrettanto aggressiva.

La terza alternativa rivela uno stile assertivo. Se rispondi in questo modo stai esprimendo ciò che pensi e senti in quella particolare situazione e affermi i tuoi diritti. Nello stesso tempo insinui nell’altro, in modo diretto, che non sei d’accordo con il suo comportamento e non lo fai in modo aggressivo, costringendolo così a non risponderti in modo aggressivo. Questo è il modo migliore per trattare con gli altri e risolvere con loro i problemi.

Ora prova ad immaginare quale sarebbe la migliore reazione da tenere in queste circostanze:

un compagno di classe ti chiede di fargli copiare i compiti a casa che hai fatto, perché il giorno precedente era impegnato a giocare a calcio e non ha avuto tempo per poterli fare; ti viene chiesto di continuare a giocare quando per il giorno seguente dovresti consegnare una relazione importante per la scuola; ad una festa una tua amica ha preparato una torta speciale. Contiene però un ingrediente che potrebbe crearti allergia.

Invece di…

Cosa ne pensi se invece di dire: «Sei un bugiardo», dicessi: «Ciò che hai detto non corrisponde al vero». È una soluzione meno offensiva senza nulla cedere al compromesso. Invece di parlargli sotto voce e mormorando suoni incomprensibili, lo guardassi negli occhi e gli dicessi, con voce chiara e ferma: «Posso capire le ragioni che ti fanno dire questo, ma i dati dicono che…». Saresti più convincente.

Ti sto ascoltando

Quando parliamo siamo sempre ascoltati? E quando gli altri ci parlano, noi li ascoltiamo? Se, ad esempio, diciamo a un compagno: «Abbassa il volume della radio, perché non riesco a studiare», ma lui non ci può ascoltare, il volume è troppo alto. Per questo il nostro compagno non potrà mai fare quello che gli chiediamo: per il semplice fatto che non ci può sentire. Questo ci fa comprendere che ci sono diversi elementi che entrano in gioco quando si tratta di comunicazione fra le persone. Dobbiamo anzitutto comprendere che quando parliamo la cosa importante non è solo ciò che noi diciamo, ma anche l’altro e le condizioni che gli permettono di capire o meno ciò che abbiamo detto.

Vediamo ora quali sono gli elementi che costituiscono la comunicazione.

Anzitutto abbiamo l’emittente, ossia la persona che invia un messaggio (tu che sei infastidito dalla radio); colui che invece riceve il messaggio è il ricevente (colui che dovrebbe abbassare il volume della radio). Il contenuto della comunicazione, è il messaggio («Abbassa il volume della radio, perché non riesco a studiare»). Fin qui sembrerebbe tutto semplice e facile e pare che non ci sia bisogno di una laurea per capirlo. Ma in realtà le cose sono un po’ più complesse per il semplice fatto che il messaggio viene sempre veicolato mediante un codice, fatto di segni scritti, parole, gesti, ma anche tono di voce, ambiente, ecc. Le più gravi difficoltà nascono infatti in questo ambito, perché per molte culture i codici non sono uguali. Ma non sono solo le differenze culturali che rendono difficile la comunicazione. Ognuno di noi ha dei riferimenti diversi che concorrono alla formazione di codici diversi.  Vi sono alcuni percorsi di base che marcano uno scarto profondo che rendono la comunicazione altro da quello che l’emittente vorrebbe. Si prenda ad esempio il caso del genere maschile e femminile. La diversa sensibilità fra i due conduce alla formazione di codici comunicativi non sempre coincidenti; per non parlare poi dell’ambiente, della lingua, ecc. Una buona conoscenza dei diversi codici richiede molta preparazione, intelligenza, sensibilità e grande apertura. Questo aspetto dell’apertura meriterebbe di essere approfondito perché secondo molti studiosi sarebbe questo l’elemento che segna, nella storia, la vittoria o la condanna di un individuo e di una società. Non sarebbero dunque la ricchezza o la forza le caratteristiche predominanti che consentono lo sviluppo della persona e della società, ma l’abilità nell’accogliere le differenze e nel saperle integrare, l’essere aperti a stimoli diversi  e unirli, accogliendo le ricchezze che provengono dalla diversità. Insomma, pare che per crescere occorra saper ascoltare, e ascolta solo chi vuole ascoltare.

Lo slalom del parlare

La comunicazione è sempre fatta da alcuni elementi che la rendono possibile. Emittente: è la persona che invia il messaggio. Ricevente: è la persona alla quale il messaggio viene trasmesso. Messaggio: è il contenuto della comunicazione, ossia l’informazione che noi vogliamo trasmettere all’altro. Codice: è la modalità che utilizziamo per comunicare. Può essere un gesto, un segno scritto, o delle parole, ma anche odori, sensazioni, ambiente. Il codice è il vero segreto della comunicazione. Esso varia da cultura a cultura, da ambiente ad ambiente. Talvolta è così determinante che una sua errata interpretazione impedisce la comunicazione. Solo una profonda conoscenza dei codici permette una comunicazione efficiente. Gran parte dei problemi relazionali scaturiscono dall’assurda pretesa di concentrarsi unicamente sul messaggio da trasmettere. Molte volte la sola presenza di chi comunica è il principale impedimento alla comunicazione perché i suoi codici gestuali producono allergia in chi dovrebbe ricevere il messaggio. Canale: è il mezzo che viene utilizzato per comunicare il messaggio: voce, testo scritto, musica, ecc. Interferenze: Sono gli ostacoli ambientali e naturali che prevengono e/o impediscono il ricevimento dell’informazione. Feedback: letteralmente “nutrire dietro”, è la verifica che il messaggio emesso è stato correttamente ricevuto dal destinatario.

Lovemark: è il cuore che comunica

Kevin Roberts è uno dei più grandi esperti di comunicazione del pianeta. Forse il più grande. Ha risollevato aziende e scoperto come si comunica ai consumatori. Perché si sceglie un prodotto? Perché ci si identifica e lo si ama. Ci sono brand a cui si giura fedeltà. Come mai? Semplice! Basta capire che mai si comunicano solo idee, ma… qualcosa che va al di là delle idee stesse e che sfugge al controllo razionale. Non ci credete? Kevin ha scoperto una legge che sta a fondamento di ogni comunicazione. Una legge che spedisce a casa tantissimi professori. Perché dice a chiare lettere che non basta conoscere la matematica per insegnare matematica. Questa legge la si può chiamare la legge del CRISE.

La legge del CRISE

Kevin Roberts ha scoperto che ogni marchio suscita una reazione emotiva e questa è il risultato delle comunicazione. Orbene, la comunicazione può essere considerata soddisfacente solo se segue la legge del CRISE, ossia del Cuore, del Rispetto, dell’Intimità, della Sensualità e dell’Emozione. CRISE, appunto. Cuore: l’uomo comunica per il 20% in modo razionale e per l’80% in modo emotivo. Questo vale per ogni tipo di comunicazione, dalla pubblicità alla scuola, dal catechismo al campo estivo, dalla predica al discorso politico. La sola comunicazione razionale non suscita eroi, né santi. Senza cuore rimane solo lo squallore. Rispetto: Quando parliamo vogliamo che gli altri investano in noi le loro emozioni. Quando ascoltiamo, siamo noi che investiamo negli altri le nostre emozioni, il nostro tempo e forse anche il nostro denaro. Tradire questa attesa è terribile. Il brand (la matematica, l’oratorio, l’attività, la pizza) perde di credibilità. Intimità: Una canzone, un quadro, un libro, un ambiente ci affascinano solo quando li sentiamo nostri. Solo quando proviamo una sorta di empatia che li identifica come una parte di noi stessi, creati apposta per noi, allora siamo legati in profondità con l’oggetto della comunicazione: la predica, il catechismo, l’oratorio, l’ora di matematica, la birra…). Sensualità: Possiamo vivere senza i cinque sensi? No. E allora perché pensiamo che la comunicazione fra due esseri umani possa avvenire al di fuori dell’armonia dei suoni, dei colori, degli odori? Mah, misteri dei cervellotici! Mai e poi mai una verità può essere comunicata ad altri esseri umani senza il coinvolgimento dei cinque sensi. Il tono della voce, i profumi, le luci, il silenzio e l’armonia sono elementi che determinano il successo o il fallimento di una comunicazione. Emozione: Ogni gesto suscita un’emozione, o viene compiuto a causa di un’emozione. Non comperiamo un paio di scarpe solo perché ne abbiamo bisogno, ma per provare un’emozione. Necessaria o aggiunta non importa. Senza emozione suscitata, sottesa e realizzata, non c’è acquisto, non c’è comunicazione realizzata. Solo se l’emozione è memorabile, ossia viene ricordata, allora l’evento sarà ripetuto, se ne parlerà ad altri. Si diventa apostoli di quell’evento. Ma attenzione… se l’emozione è negativa… quale sarà il risultato delle comunicazione?

Paola Busso

http://www.dimensioni.org

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