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Etty Hillesum: il Diario

Più si fa fitto il buio, più la Hillesum sente crescere, dentro, un segreto tesoro. Umanamente inconcepibile è il suo stare di fronte al male assoluto dell'Olocausto. Davanti alle madri disperate, ai vecchi balbettanti e smarriti che all'alba vengono imbarcati sui treni, la sua risposta è una inesausta preghiera...


del 31 gennaio 2013 

Il cuore pensante di questa baracca

 

All'inizio di questo Diario, Etty è una giovane donna di Amsterdam, intensa e passionale. Legge Rilke, Dostoevskij, Jung. È ebrea, ma non osservante. I temi religiosi la attirano, e talvolta ne parla. Poi, a poco a poco, la realtà della persecuzione comincia a infiltrarsi fra le righe del diario. Etty registra le voci su amici scomparsi nei campi di concentramento, uccisi o imprigionati. Un giorno, davanti a un gruppo sparuto di alberi, trova il cartello: «Vietato agli ebrei». Un altro giorno, certi negozi vengono proibiti agli ebrei.            

Etty annota: «La nostra distruzione si avvicina furtivamente da ogni parte, presto il cerchio sarà chiuso intorno a noi e nessuna persona buona che vorrà darci aiuto lo potrà oltrepassare». Ma, quanto più il cerchio si stringe, tanto più Etty sembra acquistare una straordinaria forza dell'anima. Non pensa un solo momento a salvarsi.            

Pensa a come potrà essere d'aiuto ai tanti che stanno per condividere con lei il «destino di massa» della morte amministrata dalle autorità tedesche. Confinata a Westerbork, campo di transito da cui sarà mandata ad Auschwitz, Etty esalta persino in quel «pezzetto di brughiera recintato dal filo spinato» la sua capacità di essere un «cuore pensante». A mano a mano che si avvicina la fine, la sua voce diventa sempre più limpida e sicura, senza incrinature. Anche nel pieno dell'orrore, riesce a respingere ogni atomo di odio, perché renderebbe il mondo ancor più «inospitale».

 

La vita e i diari di Etty Hillesum

 

Al momento della sua scomparsa nel lager nazista, Esther – detta “Etty” - Hillesum non aveva ancora compiuto trent’anni. Il 7 settembre 1943 quasi tutta la famiglia di Etty (solo il fratello Jaap rimase ad Amsterdam) venne deportata ad Auschwitz-Birkenau. Anche se alcuni amici avevano ripetutamente cercato di convincere Etty a nascondersi, la giovane si rifiutò di sottrarsi al destino e di salvare la propria pelle.

“Non è che io voglia partire ad ogni costo, per una sorta di masochismo, o che desideri essere strappata via dal fondamento stesso della mia esistenza – ma dubito che mi sentirei bene se mi fosse risparmiato ciò che tanti devono invece subire”, scrisse nel suo Diario.

Il 15 marzo 1941, la Hillesum scrive nel suo diario: “Se anche non rimanesse che un solo tedesco decente, quest’unico tedesco meriterebbe di essere difeso contro quella banda di barbari, e grazie a lui non si avrebbe il diritto di riversare il proprio odio su un popolo intero”. Ed aggiunge: “Dio non è responsabile per la sofferenza insensata” ma “siamo noi ad esserlo verso di Lui”.

Nel 1942 Etty poteva ancora muoversi liberamente in Olanda grazie allo status speciale legato alla sua collaborazione con il Consiglio Ebraico. L’unico obiettivo dello Joodse Raad, creato per volere degli occupanti tedeschi nel 1941, era però quello di preparare la deportazione e lo sterminio degli ebrei. Quando scopre la terribile verità, Etty non esita e dopo solo quindici giorni, nel luglio 1942, interrompe la sua collaborazione con l’organismo.

Nata il 15 gennaio 1914 a Middelburg per poi trasferirsi con la famiglia a Deventer - il padre era insegnante - Etty Hillesum prende la maturità nel 1932 e si iscrive alla facoltà di Giurisprudenza, laureandosi nel luglio 1939 ad Amsterdam. Nel 1941 conosce Julius Spier, fondatore della psichochirologia ed allievo di Jung, che le consiglia di affidare i suoi pensieri e sentimenti ad un diario e di analizzare se stessa. Il primo appunto risale al 9 marzo 1941.

Secondo l’editore dei diari, Jan Geurt Gaarlandt, gli appunti di Etty Hillesum costituiscono “una incessante auto-analisi, che in molti luoghi assume un carattere universale. Con questo intendo: Etty Hillesum descrive nel suo diario non solo se stessa, ma anche le capacità umane di ogni altro essere umano in qualsiasi momento”.

Per la Hillesum, tenere il diario diventa una sorte di missione. “Dovrei impugnare questa sottile penna stilografica – scrisse - come se fosse un martello e le mie parole dovrebbero essere come tante martellate, per raccontare il nostro destino e un pezzo di storia com’è ora e non è mai stata in passato - non in questa forma totalitaria, organizzata per grandi masse, estesa all’Europa intera. Dovrà pur sopravvivere qualcuno che lo possa fare”.

Etty Hillesum definì i suoi appunti, pubblicati per la prima volta nel 1981 in olandese sotto il titolo Het verstoorde leven (La vita disturbata), “un dialogo in modo pazzo, infantile o serissimo con la parte più profonda di me, che per comodità io chiamo Dio”.

Prima della sua deportazione finale verso la Polonia, Etty riuscì a dare in custodia i suoi diari ad una amica, con l’espressa richiesta di consegnarli dopo la guerra - nel caso non fosse ritornata - alla famiglia Smelik per pubblicazione. La famiglia Smelik li ha conservati per ben 40 anni, donandoli nell’anno 1986 al Joods Historisch Museum (Museo di  Storia  Ebraica) di Amsterdam, dove si trovano tuttora.

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