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Educatori «padreterni» generano allievi «crocifissi»

«Crede di essere il padreterno!». Lo si diceva per definire chi si sentiva una spanna sopra gli altri, che sapeva tutto, pronto a sparare giudizi perentori, che erano per lui definitivi. Tipi così in educazione producono solo disastri, non sempre facilmente riparabili


Educatori «padreterni» generano allievi «crocifissi»

da L'autore

del 01 gennaio 2002

«Crede di essere il padreterno!». Lo si diceva per definire chi si sentiva una spanna sopra gli altri, che sapeva tutto, pronto a sparare giudizi perentori, che erano per lui definitivi. Tipi così in educazione producono solo disastri, non sempre facilmente riparabili.

Ci vuole umiltà nel rapportarsi con gli altri! L’eccessiva sicurezza, l’arroganza superba, la facilità nel pronosticare il futuro della gente, il non ammettere mai i propri limiti, i propri sbagli, l’avere sempre ragione dei padreterni generano solo dei crocifissi: ragazzi che sono bocciati prima ancora che l’anno inizi, etichettati prima ancora di avere scoperto cosa sta dietro la facciata dei loro comportamenti, rifiutati per una storia che non è la loro ma della famiglia, valutati in base a pregiudizi, spesso conseguenza dell’incapacità di vedere il bene negli altri.

La prudenza non è mai troppa. È capitato anni fa a me un episodio, che stento ancora oggi a raccontare. Mi ha fatto soffrire ma ha sgonfiato la mia superbia. Il ragazzo aveva 15 anni, veniva da Roma, non si presentava bene, con un naso che poteva partecipare al Concorso Nazionale dei Nasi che si tiene ogni anno a Soragna, vicino a Busseto (Parma). Perfino il nome era buffo: Pericle!

Frequentava un corso di formazione professionale e nelle ore di laboratorio si lamentava accusando dolori alla schiena: «Logico, mi dicevo, è cittadino romano, non ha voglia di lavorare!».

La domenica precedente l’incontro di calcio tra la Roma e il Milan a San Siro mi aveva chiesto di poterci andare. «In base al risultato nel laboratorio», gli ho risposto. Quella settimana aveva reso ancora meno, sempre per via dei presunti dolori alla schiena.

Nella mia presunzione gli ho fatto saltare la partita! Pochi giorni dopo, sviene in classe. Portato all’ospedale, lo operano per dei calcoli renali di insolite proporzioni in un giovane adolescente.

La mamma non si è fatta vedere all’ospedale, non aveva soldi da buttare per il viaggio! Io ci sono andato e gli ho chiesto sinceramente perdono: «Dovevo finire in ospedale per essere creduto?».

Siamo diventati amici e la lezione mi è servita, forse più che lezione, è stata uno schiaffo alla mia arroganza. Pericle non l’ho più dimenticato! Ma c’era bisogno di arrivare a tanto?

Più volte ho pensato anche al mio amico Salvatore Grillo, che aveva fatto stampare dei manifesti da affiggere per le strade di Milano, dove era riportata quella frase evangelica, che dovremmo imparare tutti a memoria: «Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sare condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato».

Il giudice Livatino, «martire della giustizia», ucciso per la sua coerenza e onestà, che attingeva dalla sua fede in Cristo, nelle sue conferenze affermava che «amministrare la giustizia è azione sacerdotale, perché pone il giudice tra l’uomo e Dio». L’arrogante, il superbo, si sente lui «padreterno »: non sarà mai un martire della giustizia, lui i martiri li può solo creare!

Da: Vittorio Chiari, Un giorno di 5 minuti. Un educatore legge il quotidiano

don Vittorio Chiari

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