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Don Bosco rivive nei suoi giovani

Il desiderio, l'aspirazione profonda di Don Bosco per la vita religiosa, si realizzava, in particolare attraverso la presenza di due giovani: Michele Rua e Giovanni Cagliero. In questi due giovani ci pare di vedere le due anime di Don Bosco...


Don Bosco rivive nei suoi giovani

 

del 17 gennaio 2013

 

 

           Il desiderio, l’aspirazione profonda di Don Bosco per la vita religiosa, si realizzava, in particolare attraverso la presenza di due giovani: Michele Rua e Giovanni Cagliero. A loro, il 26 gennaio 1856, il santo aveva proposto di vivere un esercizio pratico di carità in mezzo ai ragazzi e il nome di Salesiani.

Le due anime di Don Bosco

           In questi due giovani ci pare di vedere le due anime di Don Bosco: il religioso osservante e il missionario zelante; la dimensione della gioia e della festa, coniugata con l’esatto adempimento dei propri doveri, così diversi, ma entrambi pronti a gettarsi nel fuoco per Don Bosco. Insieme saranno le due solide colonne della Congregazione Salesiana: Don Rua, come suo primo successore, e Don Cagliero, missionario e poi primo vescovo e cardinale. In Michelino Rua, di appena otto anni, quasi rivive il ragazzo Giovanni Bosco, affascinato dallo studio, finalizzato alla vocazione sacerdotale; il giovane dal senso del dovere ben radicato, che metterà tutto il suo ingegno e la sua passione a servizio della educazione dei ragazzi più poveri. In Giovanni Cagliero ci sembra di cogliere il Giovannino Bosco già missionario a 11 anni, tra i suoi compagni, mentre fa il giocoliere per portarli a Dio.

Fare tutto a metà con Don Bosco

           Michele ha un anno in più di Giovanni, e già all’età di 8 anni incontra Don Bosco, attirato all’Oratorio da una bella cravatta che un suo amico ha vinto alla lotteria dell’Oratorio. Lo incontra spesso, andando o tornando dalla scuola dei Fratelli delle Scuole Cristiane, e con gioia gli corre incontro, si scopre il capo e baciandogli la mano gli chiede una immagine o una medaglia. Don Bosco sorridendo gli ripone il berretto in testa, gli presenta la palma della mano sinistra e con la destra fa il gesto di tagliargliela, mentre gli dice scherzosamente: «Prendi, Michelino, prendi!» Michele non capisce, ma quando andrà ad abitare a Valdocco, e il 3 ottobre 1852, ai Becchi, nella Cappellina del Rosario, riveste l’abito da chierico, come salesiano, chiede il senso di quel segno: – Che cosa voleva dirmi, Don Bosco? – Volevo dirti che un giorno Don Bosco avrebbe fatto con te tutto a metà. Tutto quello che sarà mio sarà anche tuo: compresi i debiti, le responsabilità, i grattacapi. E Don Bosco sorride.

           Di Don Bosco, Michele sembra aver ereditato una volontà forte nello studio ed una grande intelligenza, se uno dei più prestigiosi insegnanti del tempo, l’abate Peyron, dirà di lui: – Se avessi sei uomini come Don Rua aprirei una Università. Nel giorno della sua ordinazione sacerdotale, Don Rua trova nella sua cameretta una lettera di Don Bosco che gli esplicita nuovamente cosa vuol dire fare a metà con lui: «Tu vedrai meglio di me l’Opera Salesiana valicare i confini dell’Italia e stabilirsi in molte parti del mondo. Avrai molto da lavorare e molto da soffrire; ma, tu lo sai, solo attraverso il mar Rosso e il deserto si arriva alla Terra Promessa. Soffri con coraggio; e, anche quaggiù, non ti mancheranno le consolazioni e gli aiuti da parte del Signore». Condividerà con Don Bosco a Valdocco, per più di trent’anni, tutte le fatiche della direzione generale dell’Oratorio e della Pia Società; e, infine, come Vicario, ne dividerà anche l’autorità. Don Bosco sta concludendo la sua vita, il 31 gennaio 1888. Alle 4 del mattino Don Rua gli sussurra: «Siamo tutti qui. Ci dia per l’ultima volta la sua benedizione...». Mezz’ora dopo, Don Bosco finisce la sua lunga e faticosa giornata terrena. Nella prima notte in cui i Salesiani si sentono orfani, Don Rua si inginocchia presso la salma di Don Bosco e vi rimane per più di due ore. Dice e ridice al padre dell’anima sua: «Aiutami ad essere te».

Una colomba sul suo capo

           Il 1° novembre 1851 un ragazzo vestito da chierichetto serve la Messa a Don Bosco nella chiesa di Castelnuovo. I loro occhi si incrociano: è Giovanni Cagliero. – Mi sembra che tu abbia qualcosa da dirmi – dice Don Bosco. – Sì, voglio dirle che desidero venire con lei a Torino per continuare gli studi e farmi prete. – Bene. Verrai con me. Giovanni era orfano di papà. Cagliero con la sua presenza a Valdocco sembra voglia fare rivivere a Don Bosco la sua vita libera di ragazzo dei Becchi. Andando a scuola scappa di qua e di là; prova un gusto matto davanti al banco dei ciarlatani, fra le bancarelle del famoso mercato di Porta Palazzo. Con dolcezza e fortezza Don Bosco coltiva quella sua natura esuberante, talvolta quasi ribelle e ne cava fuori un sacerdote di grande valore e merito che nel mondo delle missioni, nella Congregazione e nella Chiesa lascerà un gran nome. A 16 anni, Giovanni, dopo aver assistito con Don Bosco i colerosi, si ammala di febbri tifoidee e i medici dichiarano che il suo caso è disperato. Don Bosco si avvicina a lui per prepararlo agli ultimi sacramenti, ma la sua camera viene abbagliata da una luce vivissima; una meravigliosa colomba porta nel becco un ramoscello d’olivo. Gira e rigira fino a far cadere l’ulivo sul capo di Giovanni. Dopo sprazzi di luce sempre più vivi la colomba scompare.

           Don Bosco capisce che Giovanni non muore, anzi la colomba simboleggia forse lo Spirito Santo ed il malato dovrà diventare vescovo. Subentra un’altra visione nella quale Don Bosco distingue una moltitudine di strane figure di selvaggi, che fissano trepidanti il volto del malato. Due uomini soprattutto: uno di aspetto orrido e nerastro, l’altro dal color rame, alto di statura e dal portamento guerriero. Si nota però nei due una certa aria di bontà nel contemplare curvi, il caro infermo. Sono certo profezie di futuro e mentre Giovanni interroga Don Bosco: – È forse questa la mia ultima confessione. Desidero sapere se devo morire... – Il Signore non vuole che tu muoia adesso… Guarirai.. vestirai l’abito da chierico… diverrai sacerdote e poi ne avrai da fare dei giri… e andrai lontano, lontano… Giovanni guarisce, e il 22 novembre 1854 indossa l’abito chiericale. Diventa l’idolo dei giovani. Di temperamento esuberante, sente e comunica agli altri la gioia di vivere con Don Bosco: lavorare, correre, darsi. Don Bosco che ama la musica e se ne intende, scorge subito nel giovane Cagliero una felice disposizione per l’arte musicale e gliene insegna personalmente i primi elementi, affidandolo poi al chierico Bellìa e, infine, al maestro Cerutti, diplomato nel Conservatorio di Parigi.

           Le celebrazioni in Chiesa, le accademie, la banda, le operette rendono Giovanni precoce e geniale compositore anche di romanze, elogiate dallo stesso Giuseppe Verdi. Durante la consacrazione della Basilica di Maria Ausiliatrice c’è il pieno trionfo della sua musica, aiutato dai suoi piccoli cantori. Per le sue belle attitudini gli sono offerti impieghi onorevoli e lucrosi. Li rifiuta sempre per rimanere con Don Bosco. Insegna ai chierici dell’Oratorio Morale ed Ermeneutica; attende su largo raggio all’apostolato della predicazione e delle confessioni, come fondatore di diverse opere salesiane in Italia e Direttore spirituale delle Suore Figlie di Maria Ausiliatrice... È lui a guidare la prima spedizione missionaria in Argentina. La sua opera intelligente e zelante di evangelizzazione si allarga dalla Patagonia a tutta l’America Latina, come vescovo e cardinale. Alla fine del 1887, al termine di una giornata spossante, Don Bosco malato, fa chiamare Don Rua e mons. Cagliero. Li prende per mano, come un papà stringe la mano ai figli maggiori, e dice adagio: – Vogliatevi bene come fratelli. Amatevi, aiutatevi, sopportatevi a vicenda. L’aiuto di Dio e di Maria Ausiliatrice non vi mancherà.  

 

 

Don Gianni Asti

 

 

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