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Don Bosco incontra i ragazzi di Claudio Russo

In quegli anni la difficoltà del vivere quotidiano, la povertà e l'allontanamento dalla campagna costringono molti ragazzi a ricercare affannosamente un modo di guadagnarsi da vivere...


Don Bosco incontra i ragazzi di Claudio Russo

da Don Bosco

del 05 gennaio 2007

IL SEGRETO DEL SISTEMA EDUCATIVO SALESIANO

 

 

 

«Sin da ragazzo ebbi la mala sorte di perdere i miei genitori, ed essendomi trovato privo di casa, di beni, e di ogni sorta di direzione, la mia prima occupazione fu quella del netta scarpe, ma non andò guari che fui arrestato; fui nuovamente arrestato altre e parecchie volte, al punto che, da tre anni a questa parte, scontai il carcere nelle prigioni senatorie, correzionali, come in quella di Chivasso, presso che di continuo; mai appresi professione, o mestiere, e non possiedo beni di sorta qualunque» (Archivio Storico della Città di Torino, Vicariato, Atti criminali, vol. 113).

Senza famiglia, senza una guida, privo di istruzione e professione, di un tetto sotto cui ripararsi. Un ragazzo povero, di tutto. Questa testimonianza del 1845 fotografa una situazione comune a migliaia di altri ragazzi di Torino ai tempi di Don Bosco. Una povertà assoluta, che porta queste giovani vite ad aggrapparsi a qualsiasi espediente pur di sopravvivere.

 

    Elemosinare o rubare

 

 

 

In quegli anni la difficoltà del vivere quotidiano, la povertà e l'allontanamento dalla campagna costringono molti ragazzi a ricercare affannosamente un modo di guadagnarsi da vivere. Alcuni preferiscono sedersi lungo una via di passaggio molto frequentata e allungare la mano per chiedere l'elemosina. Ma non solo ragazzi. Ci sono anche intere famiglie che, stagionalmente o per carestia, giungono dalla campagna con la speranza di vivere degli aiuti altrui. Molti mendicano servendosi di bambini fatti sdraiare lungo le vie di Torino o seduti fuori dalla porta delle chiese.

Un altro 'modo' per fare soldi, purtroppo frequente, consiste nel ricorrere, da soli o in gruppo, a furti dai banchi dei mercati e dalle tasche dei passanti.

A mano a mano che ci si inoltra negli anni Quaranta si moltiplicano sui verbali della polizia i casi di giovanissimi ladri e di ragazzi scappati da casa.

Furti, fughe da casa. Perché? Cosa spinge queste giovani vite a comportarsi così?

Molti genitori dei ceti popolari dedicano tutte le loro energie e il loro tempo a lavorare per guadagnarsi il necessario per la sopravvivenza della famiglia, non hanno né il tempo né la serenità per dare «amorevolezza» ai figli. Trascuratezza, indifferenza, «cattivi tratti»: ecco perché talvolta «cresce allo stato un torbido cittadino, un uomo disposto quanto che sia a turbar la pubblica quiete» (Circolare del Ministero degli Interni sul modo di provvedere al sollievo e all'assistenza dei poveri, 8 agosto 1833, Torino).

Da questa drammatica situazione sociale nasce l'esigenza di nuove forme di intervento più complesse e più efficaci, finalizzate non solo a reprimere, ma anche a prevenire l'abbandono e la delinquenza giovanile. È in questo contesto che nasce e si sviluppa l'intervento educativo di Don Bosco.

 

Ragazzi di bottega e ragazzi di strada

 

 

 

Quando si trattava di agganciare bravi ragazzi da portare all'Oratorio, il metodo di Don Bosco era semplice e facile da attuare: entrava in una bottega, parlava con il garzone, e poi chiedeva al padrone di mandargli quel ragazzo all'Oratorio di Valdocco, dove lo aspettavano catechismo, giochi e divertimenti.

Ma non era sempre così facile.

Con i ragazzi pi√π difficili, quella tecnica non era adatta per convincerli a seguire Don Bosco in Oratorio. Ci voleva ben altro. Abituati a vivere tutto il giorno per strada, spesso senza una casa, senza una famiglia, privi di una professione, questi ragazzi erano spinti a procurarsi il necessario per vivere in qualsiasi modo, pi√π o meno lecito.

Don Bosco li incontrava nelle sue passeggiate nelle piazze e lungo le strade della periferia di Torino. Spesso sui marciapiedi ci si poteva imbattere in gruppi di ragazzi intenti a giocare a soldi. Durante le partite di carte, nelle quali scommettevano i loro risparmi o il frutto dei loro furti, il denaro era depositato in un fazzoletto, al centro del gioco.

Don Bosco si avvicinava a questi ragazzi, li osservava, studiava un po' la situazione, e giunto il momento propizio allungava il braccio e, con un movimento rapido, afferrava il fazzoletto con i soldi e scappava. Un prete che ruba. Di tutto avevano visto questi poveri ragazzi di strada, ma mai un prete ladro.

Intanto Don Bosco, di corsa perché inseguito da quei ragazzi increduli, si dirigeva verso Valdocco, entrava in Oratorio e si infilava in chiesa.

Qui c'erano don Carpano o don Borel che predicavano nella cappella piena di ragazzi. A quel punto Don Bosco fingeva di essere un negoziante di passaggio, alzava il fazzoletto e gridava: «Torroni! Torroni! Chi compra torroni?».

Il predicatore, che già conosceva quella messa in scena di Don Bosco e il motivo, fingeva di perdere la pazienza e gli ordinava di uscire subito dalla Cappella.

«Ma io devo vendere torroni, e qui ci sono tanti ragazzi. Nessuno fa un'offerta?».

Il dialogo, tutto in dialetto piemontese, divertiva molto i ragazzi, sia quelli dell'Oratorio sia quelli di strada. La 'recitazione' di Don Bosco e del predicatore proseguiva, e la discussione si spostava dai torroni al gioco dei denari, alla bestemmia, alla gioia di vivere in amicizia con il Signore. E così quei ragazzi di strada, che mai sarebbero entrati nell'Oratorio e tanto meno in Cappella, si divertivano e intanto ascoltavano discorsi su argomenti mai presi in considerazione, riflessioni che mai nessuno gli aveva fatto.

Terminata la disputa, i ragazzi trascinati lì dalla strada, si raccoglievano intorno a Don Bosco per chiedergli di restituire loro i soldi. «Ancora un momento, dopo la benedizione» rispondeva Don Bosco. E così avveniva. Quando tutti uscivano dalla Cappella, Don Bosco ridava ai ragazzi il loro denaro, gli offriva la merenda e li invitava a tornare all'Oratorio per giocare nel cortile. E molti facevano ritorno.

 

 

Questo brano è tratto dal libro 'Don Bosco incontra i ragazzi / 3' (LDC). In questa pubblicazione l'autore presenta gli incontri di Don Bosco con Bartolomeo Garelli, Paolo Albera, Giovanni Bonetti, Giacomo Levi, Luigi Lasagna, Francesco Dalmazzo, Marcello Rossi, Giovanni Giacomelli e un orfano della Valsesia.

 

Dello stesso autore:

 

Don Bosco incontra i ragazzi / 1

In questa pubblicazione l'autore presenta gli incontri di Don Bosco con Pietro Enria, Felice Reviglio, Giovanni Battista Francesia, Francesco Cerruti, Giuseppe Buzzetti, Michele Magone, Carlo Gastini, Luigi Orione, Giovanni Cagliero e Michele Rua. Volumetto di 72 pagine

 

Don Bosco incontra i ragazzi / 2

In questa pubblicazione l'autore presenta gli incontri di Don Bosco con Domenico Savio, Filippo Rinaldi, Francesco Besucco, Francesco Piccollo, Maria Mazzarello, Michele Unia, Giovanni Bisio, Luigi Comollo, Luigi Piscetta e Giovanni Villa.  Volumetto di 80 pagine

 

 In questi volumetti, la narrazione di ogni incontro è seguita da una riflessione su un aspetto del metodo educativo salesiano.

 

 

Claudio Russo

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