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Dio del tuo prete

Tu sei, Padre, il Dio della libera grazia. Hai compassione di chi vuoi, come e quando vuoi. Se è per gratuito favore che tu chiami gli uomini alla tua vita, allora, io lo capisco, la tua chiamata non è una dote che all'uomo sia dovuta con la sua natura; allora ti possiamo trovare solo là dove tu vuoi lasciarti trovare...


Dio del tuo prete

da L'autore

del 01 gennaio 2002

Tu sei, Padre, il Dio della libera grazia. Hai compassione di chi vuoi, come e quando vuoi. Se è per gratuito favore che tu chiami gli uomini alla tua vita, allora, io lo capisco, la tua chiamata non è una dote che all'uomo sia dovuta con la sua natura; allora ti possiamo trovare solo là dove tu vuoi lasciarti trovare; e, sebbene le infinite possibilità della tua onnipotenza stiano a disposizione della tua grazia, tuttavia, la testimonianza della sua libertà, il nostro cammino alla salvezza è costretto al passaggio obbligato del tuo mediatore, l'Uomo che nacque sotto Cesare Augusto in Palestina e morì sotto il Procuratore Ponzio Pilato, il tuo Figlio, che si fece uomo . Nel suo concreto essere storico ci è donata la grazia, non dove che io sia nel campo delle possibilità su cui erra il nostro spirito. Il tuo Spirito spira dove vuole; dove vuole lui, non dove voglio io. Non si trova dovunque un uomo lo voglia avere; ma lo dobbiamo cercare lì dove egli dispensa la grazia. E così la tua salute è legata alla Chiesa visibile, la tua grazia arriva a noi per il ministero dei segni visibili.

Io so bene tutto questo, Signore, e sono felice delle vie singolari della tua grazia, e mi consolo nel vedere che non solo mi posso avvicinare a te « in spirito », ma in segni visibili possiedo la sicurezza della tua forza, della tua presenza nella mia vita: nell'acqua del battesimo, nella parola di perdono del tuo sacerdote, nel pane santo dell'altare. Ché lo « spirito puro» dei filosofi iniziatori di religioni mi ha fatto sempre l'impressione di un certo fantasma. E, per me, non sogno affatto nessuna religione dello « spirito puro», della pura interiorità, cioè, in fondo., una religione di puro umanesimo, in cui non troverei che il mio spirito il mio misero mondo interiore, e sempre me stesso solo, invece di udire la tua libera parola, che ti rivela a noi più di tutto quanto la tua mano poté scrivere nella piccola pagina del creato.

Ma poi, Signore, così nello stile della tua libera concreta religione, è entrato nella mia vita qualcosa che pesa così sulla mia anima! Tu m'hai fatto prete. M'hai scelto a segno della tua grazia su questa terra. Hai messo la tua grazia nelle mie mani e la tua verità sulle mie labbra.

Che gli uomini ti riconoscano incontrandoti nel tuo Figlio unigenito, nell'acqua casta del battesimo, nella divina semplicità della Scrittura, io arrivo a comprenderlo. Ma che tu voglia entrare nel santuario del cuore umano per mezzo mio... mio Dio, come ti possono gli uomini riconoscere in me?

Sì, tu m'hai affidato tutto. Tutti i segni d'amore con cui vai incontro agli uomini sulle loro vie, tu eterno pellegrino sulle vie del mondo, li hai affidati a me: la tua parola, la tua verità il tuo Sacramento; così che i tuoi doni non trovano l'adito all'intimo segreto del libero spirito umano, se gli uomini non si contentano di prendermi, Signore, anche me, assieme. Ma ti possono riconoscere in me gli uomini, o almeno capacitarsi che tu m'abbia mandato come messaggero della verità, portatore della tua misericordia? Quando questo interrogativo mi nasce in cuore, o mio Dio, che peso oppriJ1lente diventa la tua lieta novella, per me che l'annuncio agli altri! Sì, io lo so. Tu m'hai mandato: tuo ambasciatore sono io; misero, ma pur sempre tuo ambasciatore, mandato da te, segnato con il tuo carattere indelebile. E la tua verità non diventa falsa perchè l'annuncio io,. peccatore, di cui pure è vero quello che dice la Scrittura: Omnis homo mendax. Anche fra le mie mani la tua grazia rimane pura; il vangelo rimane sempre la tua lieta novella, anche se non si può vedere nel tuo messaggero che «la sua anima esulta in Dio suo Salvatore»; la tua chiarità splende e cambia la nostra tenebra nel giorno della tua grazia, anche la tua luce deve cercarsi la via attraverso gli occhi oscuri della mia piccola lanterna.

Lo so, Signore, io sacerdote della tua vera Chiesa, non posso far dipendere la coscienza della mia missione, il coraggio di annunciare, opportuno e importuno, il tuo vangelo, dalla coscienza del mio valore personale. Il tuo prete non viene fra gli uomini come un (( amico di Dio», come un sapiente o uno staretz, o come carismatico o come altro si chiamino quelli che agli uomini possono dire di te solo quello che essi stessi hanno. lo vengo come il tuo messo, mandato dal Figlio tuo, nostro Signore; e questo è meno e a un tempo più, immensamente di più di ogni altra cosa.

Ma, o Dio del mio sacerdozio, se io potessi sbrigarmi dalla tua ambasciata, bene o male, tanto da aver adempito il tuo incarico, e potessi poi vivere la mia vita per me, allora il suo peso non sarebbe più grave che l'impegno di un altro ambasciatore o ministro. Ma il tuo incarico, la missione che m'hai data, è divenuta la mia stessa vita, assorbe semplicemente tutte le mie forze. E io non vivo ormai più la mia propria vita personale, se non diffondendo il tuo messaggio. Tuo rappresentante sono io, e niente altro. La tua luce - oh Signore, perdonami! - arde nutrendosi della mia vita. Non c'è presso di te orario di servizio, fuori del quale io possa tornare padrone di me stesso, « persona privata». Ora, Signore, poterti servire con tutte le proprie energie è grazia e onore. E io devo ringraziare che hai fatto della mia vita un. esercizio del tuo ministero; che io non ho altra professione che di diffondere la tua parola di salute; che, nella mia vita, amore e professione possano al tutto coincidere.

Ma tuttavia questa grazia è pure il grave peso della mia vita! Potevi anche nel tuo servizio tener separati vita e ufficio. Quanto più facile sarebbe! Non ch'io ti volessi servire solo poche ore al giorno; non ch'io dovessi o volessi occuparmi a comunicare con gli uomini le mie esperienze religiose, i miei affetti o le mie idee. No, io voglio essere solo il tuo messaggero e non avere che la tua verità, la tua grazia da comunicare. Ma appunto per questo vorrei spesso tener separata la mia vita dal mio ministero.

Ma come si fa a diffondere la tua verità senza averla assimilata, senza esserne compresi, come annunciare il tuo vangelo, se non mi è sceso in fondo al cuore, come comunicare agli altri la tua vita, senza essere vivi della tua vita? I tuoi segni sacri operano la grazia di propria forza. Ma se ne lasciano segnare da me gli uomini, se non vedono già sul mio volto il segno della tua consacrazione? Il tuo sacerdozio l}on si può separare dalla vita. E questo è appunto il peso della mia vita: io posso voler predicare la tua pura verità, ma dico sempre anche la mia povertà, la mia mediocrità, me, l'uomo qualunque. Come posso fare che gli uomini scompongano questo brutto miscuglio di te e di me che si chiama la mia predica; si prendano a cuore la tua parola e dimentichino di me, il predicatore? Dovrei diffondere la tua luce, dovrei nutrire la fiamma con la mia vita... e mi ci metto davanti io, che, se gli uomini le danno uno sguardo, non sembra buona più ad altro che ad ingrandire e oscurare le ombre di questo mondo oscuro.

Veramente che alla fine della mia vita di prete non sarò che il servo inutile, l'araldo che tu hai mandato innanzi solo perchè non fosse d'impiccio al tuo arrivo. Se io porto la grazia, questo è grazia tua; e quello che viene da me è nulla, un ostacolo, o tutt'al più la difficoltà con cui metti alla prova gli uomini, se l'intuito del loro amore ti sappia riconoscere anche quando ti nascondi in me fino ad essere quasi irriconoscibile.

A questi pensieri, o Dio del mio sacerdozio, sento il bisogno di confessarti ch'io non sono capace di essere come quei tuoi apostoli che sono sempre sicuri di sé, con la vittoria sempre in cuore. lo mi metto in via sempre in timore e tremore., Non voglio biasimare la franca sicurezza di questi tuoi servi, i miei fratelli, a cui si legge in viso la coscienza di venire nel nome del Dio degli eserciti; e si meravigliano se qualcuno non li riconosce subito per quei messaggeri dell'Onnipotente che sono. Ma io, e tu dammi questa grazia, io amo di più di essere di quegli uomini tuoi preti che ti sono riconoscenti della tua grazia, che è forte nella debolezza, e si meravigliano che gli uomini li prendano in considerazione. Sì rinnova piuttosto in ,me un senso di timida gratitudine ogni volta che si ripete la meraviglia che io trovi qualcuno che m'ammette nel segreto del suo cuore, me peccatore, in cui egli riesce ancora a riconoscere te. Così mi aprirò volentieri agli uomini. Tu m'hai mandato: io vado nel tuo nome, non nel mio. Ti piaccia che la tua forza vinca nella mia debolezza.

E sulla via della mia vita, con il tuo vangelo, sarò come una volta il tuo profeta: posseduto e messo da Jaweh, deriso dagli uomini, segno di contraddizione per tutto il mondo. lo devo parlare (guai a me se non predico !); parlare di te, che dovrei piuttosto adorare in silenzio, con l'opprimente sensazione di essere vuoto come un cembalo squillante. Perchè chi è davvero sicuro di essere nell'amore, fuori del quale tutto è chiasso inutile? E, sulla tua parola e fra lo scherno del mondo, continuerò a girare attorno alle anime, come Giosuè attorno a Gerico, finché non vieni tu ad atterrarne le mura, affinché nessuno si possa gloriare davanti a te. Ma così si compie la mia missione, e si conforma alla missione del tuo Figlio, il maestro mio crocifisso, o Dio del mio sacerdozio per il quale ti voglio in eterno benedire.

Dammi solo la grazia, o Dio che in me ti nascondi come in un velo per arrivare agli uomini, di purificarmi ogni giorno più dal peccato e dall'egoismo. Rimarrò sempre quello che bisogna ch'io sia, il tuo velo, il tuo inutile servo. Ma sarò almeno sempre più simile al tuo Figlio, che dovette pure velare la luce della sua divinità « nella forma di servo e fu trovato in veste come d'uomo ».

Se porto così il tuo peso, il peso della tua missione; se il tuo mandato mi opprime, la tua santità mi umilia e la mia debolezza è assunta in quella del tuo Figlio, allora possa confidare che l'ostacolo che io frappongo alla tua venuta è in benedizione per i miei fratelli. Allora tu, tu solo nel tuo segreto, cambi la mia forma di servo nella forma sacramentale sotto la cui povertà tu sei il pane della vita per i miei fratelli. Si consuma la mia vita, come l'ostia, perchè essi vivano in te e tu in essi eternamente. Amen.

Karl Rahner

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