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Dio dei miei fratelli

E' bello star così con gli uomini, e facile anche. Poiché si va solo fra quelli che uno si sceglie, e vi rimane finché ne ha piacere. Ma adesso no: gli uomini a cui io sono mandato, li hai scelti tu, non io; né io devo essere il loro amico, ma il servo. E quando mi vengono a noia, non è più il segno di andarmene, come un tempo, ma il tuo ordine di rimanere.


Dio dei miei fratelli

da L'autore

del 01 gennaio 2002

Tu m'hai mandato fra gli uomini. Caricato sulle mie spalle il grave peso dei tuoi poteri e la forza della tua grazia, m'hai detto d'andare. Dura e quasi rude la tua parola, che mi manda lontano da te, fra le tue creature che tu vuoi salvare, fra gli uomini lo ho trattato, sì, già da sempre, con loro, anche prima che la tua parola mi consacrasse a questa missione. Ho amato di amare e di essere amato, d'essere buon amico e di avere buoni amici. E' bello star così con gli uomini, e facile anche. Poiché si va solo fra quelli che uno si sceglie, e vi rimane finché ne ha piacere. Ma adesso no: gli uomini a cui io sono mandato, li hai scelti tu, non io; né io devo essere il loro amico, ma il servo. E quando mi vengono a noia, non è più il segno di andarmene, come un tempo, ma il tuo ordine di rimanere.

Oh, queste creature, mio Dio, alle quali tu m'hai mandato, lontano da te! I più non ricevono affatto il tuo messo, non vogliono affatto i tuoi doni, la tua grazia, la tua verità, con cui tu m'hai loro mandato. E io devo tuttavia tornare sempre daccapo alla loro porta, importuno come un rivenditore ambulante con le sue chincaglierie. Sapessi almeno io di certo ch'essi vogliono rigettare te quando non mi ricevono, mi (consolerei. Ma chiuderei forse anch'io la porta della mia vita, se uno come me venisse a bussare e dire che è mandato da te.

E quelli poi che mi ammettono nella loro vita? Oh Signore, essi vogliono per lo più tutt'altro che quello ch'io porto loro da parte tua: raccontarmi le loro misere piccole cose, alleviare con me il loro cuore, liberarlo di quello sconcertante misto di commovente e di ridicolo, di verità e di finzione, di piccoli dolori ingranditi, di grandi peccati che si cerca di scusare. E che cosa vogliono poi avere da me? Se proprio non è il denaro che cercano, o un aiuto materiale, o il piccolo sollievo della compassione, mi guardano come una specie di agente delle assicurazioni, con cui vogliono concludere un'assicurazione sulla vita per l'al di là: che la prepotenza della tua giustizia, della tua santità, non turbi la quiete della loro vita, non li cacci dal nido delle preoccupazioni quotidiane e delle gioie dei loro dì di festa; vogliono essere tranquilli per questa e per l'altra vita. Com'è raro chi voglia udire davvero, senza mutilazioni, lo sconcertante messaggio, ch'egli deve amare appassionatamente te, non -solo se stesso, amare te, per amar tuo, non per amor proprio; amarti non solo rispettarti e aver riguardo del tuo giudizio. Com'è raro che voglia prendere il dono della tua grazia così com'è, rude e chiara, per tuo onore, non solo a nostra consolazione; austera e pura, schietta e invadente.

Tali sono gli uomini a cui m'hai mandato. E non posso fuggire. L'esperienza, così, della loro misera umana verità, non è ragione di abbandonare gli uomini; è il segno che ho trovato il campo, sassoso, coperto di spine e calcato dal passo di mille viandanti sul quale tu, incomprensibile prodigo Iddio, vuoi sapere ch'io ho sparso il seme della tua verità e della tua grazia. E poi io devo guardare: il seme negli spineti, sulle strade e sui sassi, beccato dagli uccelli dell'aria: nessun frutto. E anche dove par caduto in buon terreno, allo spuntare, mostra che, più che della tua grazia, tiene della. terra che l'ha ricevuto: povertà e grettezza umana. E sembra che tu solo vedi il vero frutto, il trenta, il sessanta, il cento per uno. Che io devo sempre dubitare, se m'immagino di vederlo anch'io: non hai detto tu che nessuno di noi sa chi è degno del tuo regno?

Se mi lamento con te di quelli a cui tu mi hai mandato, non voglio dire d'essere migliore dei miei fratelli. Io conosco il mio cuore. E tu lo conosci meglio. Non è migliore di quello degli uomini a cui mi presento in nome tuo. E so che proprio lamentandomi con te del peso della missione che m'hai affidato, faccio, appunto come gli altri di cui mi lamento, il piccino che vuole farsi consolare, che è sempre intento alle sue afflizioni, che non sa tacere, e dimenticare, nella grandezza del tuo servizio, le proprie comodità. Ma appunto per questo, non ho per conto mio già abbastanza da sopportare, non è il mio cuore già abbastanza piccolo e debole, che debbano anche gli altri confidarmi il peso del loro simile cuore?

O forse il mio cuore guarisce dalla sua miseria e si presta così, e si dona in pazienza, in silenzio, senza lamenti; se rimane virilmente nel servizio dei fratelli per fare in questo mondo da testimonio che il tuo cuore è più grande del nostro, che tu sei longanime e paziente, che la tua compassione non ci disprezza, e la nostra bassezza non basta a spegnere il tuo amore. Forse non posso aver maggior cura di me che dimenticandomi per gli altri; e il mio cuore si alleggerisce se, giorno per giorno, porta il peso degli altri in silenzio e pazienza. E dève essere così, se la missione che m'hai dato è la misericordia che tu hai usato con me: tu vuoi ch'io possieda in pazienza la mia anima, portando in pazienza quella dei miei fratelli.

Ma vedi, Signore: io vado dagli uomini, quasi a munirli degli ultimi sacramenti, portando la tua verità e la tua grazia; busso alla porta del loro intimo, ma, se pure mi lasciano entrare, mi dissipano poi solo con le piccolezze della loro vita quotidiana, raccontando di sé e dei loro affari, mi mostrano tutto quanto li circonda, e parlano, parlano, per passar sotto silenzio quello che importa per fare dimenticare, a me e a se stessi, il vero fine per cui son venuto: portare te, mio Dio, quasi come il Sacramento, nell'intimo tabernacolo del loro cuore, dove il loro spirito è malato a morte, dove dovrebbe essere un altare su cui arda a te la luce della fede, della speranza e della carità. E invece m'intrattengo nel mondo dei loro piccoli interessi quotidiani: qui :mi aprono facilmente una porta. Ma invano cerco l'adito e quell'intimo dove si decide la sorte eterna di un uomo. Mi sembra talvolta che molti vivano tanto alla superficie della loro vita, che non hanno essi stessi mai trovato la via a quella intimità dove si tratta della vita, o della morte di ciascun uomo. Come potrei trovarla io, quella via? O forse non è affatto il mio compito di trovare quella via? lo sono forse una specie di fornitore che consegna all'ingresso di servizio i tuoi doni, senza poter :mai entrare nel santuario intimo di un' anima; e non un messaggero che possa entrare nella intimità dei miei fratelli con il tuo messaggio e i tuoi doni, per curare lì, dall'interno, ch'essi siano accolti dalla libera dilezione dell'uomo e diventino pegno di vita eterna. Forse tu vuoi trattare nell'assoluta solitudine, nell'intimità di ogni uomo, quest'unico incontro decisivo, e la mia missione pastorale finisce quand'io ho « fatto il mio dovere», ho sbrigato il mio compito; e non ho affatto l'ufficio di introdurti nel cuore degli uomini: ché tu ci stai già da sempre, tu che tutto riempi, in cui ogni uomo vive e respira, tu che sei sempre nel cuore di ognuno, a suo giudizio o a sua salute.

Ma pure, se tu m'hai comandato di prendere cura delle anime, e non solo di fare il mio dovere, la mia cura deve arrivare fino al cuore di mio fratello, fino al suo intimo, dove s'accende la vita del suo spirito. E se tu sei il solo a conoscere l'adito al suo cuore, tu nella tua grazia e misericordia alla cui mite violenza nessun cuore resta chiuso, allora io so che tu sei la sola via per incontrare l'anima del mio fratello. Devo trovare la tua familiarità, sempre più intima, se voglio essere più che un ospite gradito o tollerato, del mondo !Umano dei miei fratelli, se voglio poter arrivare là dove nell'uomo è celata la luce o la tenebra eterna. Ché tu sei più intimo della più intima solitudine dell'uomo, e la sostieni con l'amore imperscrutabile e con l'onnipotenza a cui anche la sovrana libertà d'ogni uomo è soggetta. E perciò solo chi sta vicino a te, Signore di tutti i cuori, può essere, come pastore, vicino alle anime.

Così dunque non m'hai mandato veramente lontano da te, con la missione di andare fra gli uomini; anche questa missione è una nuova forma del tuo unico precetto: che io cerchi in te la mia dimora, nell'amore. Ogni cura delle anime in verità è possibile solo in te, nell'amore che a te mi lega e m'introduce lì dove tu solo hai accesso, nel cuore degli uomini. E te io trovo nell'amore, e in quella che è la vita del vero amore: la preghiera. Avessi pregato di più, sarei più vicino alle anime. Poiché la preghiera, che non solo 'mendica i tuoi doni, ma m'introduce nel tuo cuore, non è solo un. aiuto dell'apostolato, ma la sua prima e più vera realtà.

Signore insegnami a pregare e ad amarti. Allora dimenticherò in te la mia miseria, perchè avrò in me quello che la fa dimenticare: l'amore paziente, che dona la tua ricchezza alla povertà dei miei fratelli. E solo. allora sarò un fratello per gli uomini, uno che li aiuta a trovare l'unico di cui hanno bisogno, te, Dio dei miei fratelli.

Karl Rahner

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