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Cristiani e musulmani per una convivenza civile.

Una lettera di Renato Corti, vescovo di Novara, pubblicata sul settimanale diocesano di Novara “L'azione”. «Mi è stata posta più volte una domanda sulla presenza dell'islam tra noi e sui criteri che noi cristiani, singolarmente e come comunità, dobbiamo seguire nell'affrontare queste nuove e spesso difficili situazioni...».


Cristiani e musulmani per una convivenza civile.

da Quaderni Cannibali

del 22 settembre 2006

Miei cari,

durante gli incontri di visita pastorale sul vasto territorio della nostra diocesi, mi è stata posta più volte una domanda sulla presenza dell’islam tra noi e sui criteri che noi cristiani, singolarmente e come comunità, dobbiamo seguire nell’affrontare queste nuove e spesso difficili situazioni. Anche recentemente l’interrogativo mi è stato riproposto e colgo l’occasione di questa lettera per parlarne a tutti voi.

 

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La prima attenzione a cui tutti siamo chiamati, credenti e non credenti, cristiani e laici, è quella di non semplificare indebitamente un problema complesso, come quello dell’immigrazione. Ciò avviene, non raramente, in due maniere tra loro opposte: quella di chi chiude gli occhi, come se non si trattasse di questioni che richiedono di essere affrontate e approfondite con grande cura, e quella di chi, al contrario, si lascia guidare da un atteggiamento di chiusura che, inevitabilmente, non sarà lungimirante perché non permette di affrontare nel modo più ragionevole e coraggioso i problemi. In realtà, la questione dell’immigrazione da altri paesi e continenti è di tipo epocale e ci accompagnerà sicuramente per decenni. È meglio perciò investire energie di intelligenza e di coraggio, mirando a un obiettivo di straordinaria importanza per tutti, italiani e stranieri: una convivenza che possa dirsi civiltà.

 

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Bisogna poi distinguere il compito proprio della chiesa e le responsabilità che competono alle istituzioni civili, a livello locale o nazionale. La chiesa ha un’ispirazione chiarissima nel Vangelo. È indicata nella parabola del “buon samaritano”. Egli soccorre quel tale che era incappato nei briganti sulla strada tra Gerusalemme e Gerico. Con generosità se ne prende cura. Concludendo la parabola, Gesù dice al suo interlocutore (e, attraverso di lui, a tutti noi): “Vai e fa’ lo stesso”. La strada evangelica, per ogni cristiano e per le comunità cristiane, non può essere che quella della prossimità. Prima di diventare iniziativa concreta (e necessaria), la prossimità suggerisce quale sguardo avere sull’altro, chiunque sia, da qualunque parte venga e a qualunque religione appartenga.

 

La traduzione della prossimità sarà certamente, in molti casi, la carità, sia nel senso di dar da mangiare a chi ha fame, sia di favorire, nelle forme possibili, la risposta alle esigenze più elementari. Noi cristiani siamo pure chiamati, dalla presenza di altre religioni, e in particolare dell’islam, ad approfondire la nostra fede e a darle visibilità con la testimonianza di vita, e anche, quando venisse accettata, con la comunicazione ai non cristiani del significato profondo del cristianesimo che, probabilmente, ignorano del tutto. Siamo anche sospinti a chiederci se, nella nostra vita, Dio è veramente al centro di tutto, se pratichiamo la preghiera quotidiana, se valorizziamo quei tempi dell’anno liturgico, come la quaresima, per praticare forme di penitenza e di digiuno, per intraprendere un cammino di conversione.

 

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C’è poi un compito proprio delle istituzioni civili, a tutti i livelli: da quello del governo nazionale e della legislazione, a quello delle amministrazioni locali. A livello nazionale, occorre una legislazione che indichi diritti e doveri di coloro che approdano in Italia, così che, sul tempo medio-lungo, si attui gradualmente una convivenza garantita da regole riconosciute e dall’assunzione di responsabilità di ciascuno nei confronti dell’intera società. A tutt’oggi non siamo ancora arrivati a trovare le misure più giuste, ma è proprio la complessità del fenomeno che richiede di perseverare nella ricerca di soluzioni idonee.

 

In un piccolo, come in un grande comune, il compito dell’amministrazione pubblica credo sia quello di favorire tutto ciò che alimenta un clima di rispetto vicendevole, di vicinato civile, di progressivo inserimento degli stranieri, anche in termini culturali, nel nostro paese. Ciò non vorrà dire che, quando occorre, non si debba richiamare all’ordine. Chiede però, nel medesimo tempo, un atteggiamento di fondo coinvolgente e non emarginante. Ciò è tanto più necessario in un periodo nel quale i conflitti sembrano in aumento, invece che diminuire. È necessario soprattutto nei confronti delle nuove generazioni di stranieri presenti tra noi: se ragazzi e giovani maturano un buon inserimento, li salviamo dai rischi incombenti del fondamentalismo e prepariamo un buon futuro per tutti. In ordine a questo risultato, le istituzioni pubbliche potranno trovare preziose collaborazioni in vari soggetti della società civile, presenti sul nostro territorio, particolarmente sensibili a questi problemi e, già da anni, impegnati nel portare avanti iniziative pregevoli, capaci di avvicinare, almeno in qualche misura, mondi realmente lontani e di garantire così rispetto e sicurezza per tutti. Grande è il contributo che, a questo riguardo, può offrire la scuola.

 

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Il mondo islamico dà molto peso alla preghiera, sia quella quotidiana, sia quella del venerdì; così come dà grande rilievo al Ramadan. Dobbiamo essere contenti che gli islamici preghino e che alimentino la fede nel cuore. Un vero contatto con Dio non può che giovare alla purificazione della coscienza e suggerire sentimenti di concordia.

 

Naturalmente, come insegna il concilio e Benedetto XVI ha ribadito in questi stessi giorni, «non possiamo invocare Dio come padre di tutti, se ci rifiutiamo di comportarci da fratelli verso alcuni uomini creati a immagine di Dio. L’atteggiamento dell’uomo verso Dio Padre e quello dell’uomo verso gli uomini fratelli sono tanto connessi che la sacra Scrittura dice: “Chi non ama non conosce Dio”». Né possiamo chiudere gli occhi sul fatto che i cristiani, in diverse aree del mondo, debbono spesso soffrire in quanto cristiani e si trovano non raramente impediti di esprimere, anche solo nella preghiera, la loro fede. Di questi cristiani dovremo sempre ricordarci, e anzi diventare una voce forte in loro difesa facendo quanto è possibile perché in tutte le nazioni la libertà religiosa venga riconosciuta come un diritto fondamentale dell’uomo. Di fronte alle sofferenze provocate dall’intolleranza religiosa, il Vangelo suggerisce al cristiano di non mettersi sulla medesima strada, bensì di rispettare la libertà di coscienza e di permettere l’esprimersi religioso a livello personale e comunitario.

 

La nostra chiesa farà di tutto per vivere la prossimità chiesta da Gesù, certa di favorire, in questo modo, anche la convivenza civile nella nostra società. Auspica che le istituzioni civili, con le loro specifiche competenze e con i loro poteri, si sentano chiamati a servizio di tutti e che, a partire da questo modo profondo di intendere il proprio ruolo e la propria responsabilità, compiano le scelte conseguenti. Glielo auguro di cuore, certo che tutti ne guadagneremo.

 

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Mentre siamo immersi in un mondo carico di tensioni e di violente contrapposizioni, leggo sul giornale una “buona notizia”. La notizia riguarda un’area del mondo che sembra riassumere i conflitti di tutto il mondo: il Medio Oriente. La buona notizia è questa: otto anni fa il direttore d’orchestra israeliano Daniel Barenboim e l’intellettuale palestinese Edward Said hanno costituito un’orchestra di giovani che mette fianco a fianco israeliani, palestinesi, libanesi, egiziani e siriani. C’è da gridare al miracolo. Ogni anno tengono concerti in varie parti del mondo. Nei giorni scorsi quest’orchestra si è esibita alla Scala di Milano. Diceva Barenboim in un’intervista: «Noi non siamo un’alternativa per quello che c’è da fare in Medio Oriente: per avere la pace c’è bisogno dell’impegno di tutti. I ragazzi discutono, si trovano su posizioni contrastanti, ma tra i leggii dell’orchestra imparano la legittimità delle idee altrui. Questa iniziativa non risolve dunque tutti i problemi. Esprime un sogno e, a livello più concreto, sta a indicare che una via al dialogo esiste». Molte iniziative analoghe, purtroppo poco conosciute, vengono portate avanti nei luoghi più difficili del mondo per amore dell’uomo.

 

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Prego Maria, regina della pace, venerata anche dai musulmani, perché compiamo, oggi e domani, con saggezza e coraggio, i passi più giusti per preparare un futuro di convivenza nella giustizia e nella pace.

mons. Renato Corti

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