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Chiedimi se sono felice! da Giovani per i Giovani

Incontro tra don Pascual Chavéz, Rettor Maggiore dei Salesiani di don Bosco, e i giovani del MGS Triveneto.Come possiamo noi animatori dar prova della fede che è in noi e rispondere a questi interrogativi posti dai ragazzi?La fede non esiste. Esistono i credenti. Esistono persone che vivono questa realtà umana in maniera diversa dai non credenti. Si vive la fede con una mentalità che permetta di...


Chiedimi se sono felice! da Giovani per i Giovani

da GxG Magazine

del 01 gennaio 2002

 Buongiorno! La prima cosa che desideravo dirvi, appena vi ho visti, è che mi sento bene stando in mezzo a voi. Inoltre voglio esprimervi quello che certamente anche don Bosco vi direbbe: “Vi voglio un gran bene, vi voglio felici adesso e per sempre e per questo mi trovo qui: per parlarvi dell’Unico che può garantire la vostra perenne felicità. Sono qui per parlarvi di Gesù”.

Sono contento che un gruppo di voi abbia avuto la fortuna di incontrare il Santo Padre. Quelli che sono andati, hanno il compito di trasmettere l’esperienza; gli altri di accogliere il messaggio. Sono contento perché il Papa, guardando all’Europa in profondo e accelerato processo di trasformazione,  nella Lettera Post-sinodale Ecclesia in Europa ha scritto un paio di numeri che riguardano la Pastorale Giovanile Salesiana. Leggo il testo perché coincide perfettamente con quello che io ho offerto ai Salesiani, alle Figlie di Maria Ausiliatrice e a tutti i membri della Famiglia Salesiana in vista della proposta pastorale 2003-2004. Il Santo Padre scrive così:

«Incoraggio la Chiesa in Europa a rivolgere un’attenzione crescente all’educazione dei giovani alla fede. Nel puntare lo sguardo all’avvenire, non possiamo non volgere a loro le nostre menti: dobbiamo incontrarci con gli intelletti, i cuori, i caratteri dei giovani, per offrire loro una solida formazione umana e cristiana.

A tale scopo, occorre rinnovare la pastorale giovanile, articolata per fasce di età e attenta alle variegate condizioni di ragazzi, adolescenti e giovani. Sarà inoltre necessario conferirle maggiore organicità e coerenza, in paziente ascolto delle domande dei giovani, per renderli protagonisti dell’evangelizzazione e dell’edificazione della società.

Sono da promuovere occasioni di incontro tra i giovani, così da favorire un clima di ascolto vicendevole e di preghiera. Non bisogna avere paura di essere esigenti con loro in ciò che concerne la loro crescita spirituale. Va loro indicata la via della santità, stimolandoli a fare scelte impegnative nella sequela di Gesù, in ciò confortati da un’intensa vita sacramentale. Così essi potranno resistere alle seduzioni di una cultura che spesso propone loro soltanto valori effimeri o addirittura contrari al Vangelo, e diventare essi stessi capaci di mostrare una mentalità cristiana in tutti gli ambiti dell’esistenza, compresi quelli del divertimento e dello svago».                                                                     

(Ecclesia in Europa, 61 – 62)

Leggendo questo testo mi son sentito molto felice. Voi sapete che il prossimo anno celebreremo il cinquantesimo anniversario della canonizzazione di Domenico Savio, il centesimo anniversario della morte di Laura Vicuna. Ma se solo Domenico Savio e Laura Vicuna fossero i frutti più maturi, più belli e i più preziosi del sistema preventivo, sarebbe molto poco. Voi sapete che il Santo Padre pochi anni fa, nel 1999, ha beatificato già 5 giovani martiri di un oratorio della Polonia. Adesso ci troviamo con molti profili biografici di giovani esemplari. Io vi invito sin d’ora a leggere dal 1 gennaio in poi nel Bollettino Salesiano Italiano la rubrica che di solito scrive il Rettor Maggiore: volta per volta vi presenterò due, e in qualche momento cinque, profili biografici di giovani e di ragazze che hanno raggiunto veramente una statura gigantesca, che sono, come tutti i santi, dono di Dio ma anche frutto dell’educazione salesiana. Per questo nella proposta pastorale,  cercando di non fare soltanto una festa di fuochi d’artificio, dobbiamo veramente impegnarci in un cammino di Pastorale Giovanile di qualità. Al mio predecessore don Vecchi un giornalista pose questa domanda: “Cosa non le piace che si dica dei Salesiani?”. Don Vecchi disse: “Non mi piace che si dica che i salesiani hanno una immensa capacità convocatoria con la quale sono capaci di riempire uno stadio di giovani e una volta che lo stadio è pieno non sanno cosa fare con loro”. Il salesiano è un educatore. Il pianeta giovani è il mondo dei salesiani. Se qualcosa deve sapere il salesiano o la Figlia di Maria Ausiliatrice è che deve essere un educatore, un educatore della fede. Per questo stiamo cercando di rinnovare la Pastorale Giovanile.

Io propongo tre cose:

1. Qualificare le nostre proposte educative.

Questo vuol dire cominciare a irrobustire i centri locali, i gruppi. Dovrebbero esserci tanti gruppi di adolescenti, di ragazzi, di giovani come tanti sono i bisogni e gli interessi vostri. Una molteplicità di gruppi rispondenti a interessi e bisogni con una proposta di qualità. Dobbiamo sapere da dove partiamo, qual è il traguardo da raggiungere, quali sono le motivazioni da comunicare, l’esperienza da fare, i valori che vogliamo far circolare per poter fare quello che don Bosco ha fatto.

Don Bosco ha scritto tre biografie che sono molto diverse. Una di San Domenico Savio, un frutto elaboratissimo dello Spirito Santo. A lui poteva parlare esplicitamente di santità. E diceva: “è molto facile essere santo”. E Domenico Savio: “io voglio essere santo, ho fretta di farmi santo”. Se voi leggete i profili biografici di ragazzi e ragazze che hanno raggiunto un’alta statura umana e cristiana, troverete che sono moltissimi quelli che si sono ispirati a Domenico Savio. Ma don Bosco ha scritto un’altra biografia, quella di Michele Magone, che potrebbe essere un birichino, un ragazzo della strada al quale non ha parlato prima di tutto di santità. Ma piuttosto: “Non ti piacerebbe venire all’oratorio?”. Il primo passo non è parlare di santità o dell’inserimento nella chiesa a un ragazzo che è tanto lontano dalla pratica religiosa cristiana. Semplicemente don Bosco propone: “Voglio offrirti un ambiente dove tu possa crescere, maturare, sviluppare tutte le tue potenzialità”. Così è cominciato un cammino anche di santificazione. E infine un altro ragazzino, Francesco Besucco. Un’altra biografia. Tutti e tre sono cresciuti e maturati spiritualmente con don Bosco, tutti e tre non si sono mai conosciuti. Francesco Besucco ha letto la biografia di Domenico Savio e ha detto: “Voglio essere come lui”. La prima cosa che io chiedo dal 2004 in poi ai Salesiani è di qualificare le nostre proposte educative pastorali per i ragazzi.

2. Riprendere il cammino di educazione alla fede.

Cari giovani, voi sapete cosa sta succedendo? C’è molta confusione a livello religioso, perfino a livello cristiano. Ci sono molti ragazzi che si identificano con il pensiero, per esempio, della new age, che non è per nulla cristiana, piuttosto direi anticristiana perché prescinde dal bisogno di salvezza; si ispira, infatti, a concezioni filosofiche, fisiche, e all’influsso di religioni che fanno della pace semplicemente la fusione dei contrari. Noi sappiamo che mentre l’uomo e la donna vivono sulla terra questo è impossibile. C’è un marchio, purtroppo, nella nostra vita: è quello del peccato originale che ci porta ad essere egoisti, a pensare prima ai nostri interessi che al bene sociale. Altrimenti come si spiegherebbe che l’uomo più ricco del mondo ha una fortuna personale che supera i 100 miliardi di euro e che 2 miliardi di persone vivono con meno di un dollaro al giorno? Come pensare che i paesi più sviluppati a livello tecnologico-scientifico abbiano un divario con i paesi più poveri di 130 anni? Allora pensare la new age come la soluzione, dire che l’epoca del cristianesimo è ormai superata, che siamo entrati in una nuova epoca, quella del sagittario, dell’unione dei contrari per raggiungere il paradiso qui nella terra, non è cosa vera. Dobbiamo prendere sul serio il cammino di fede! Cosa significa? Far scoprire il valore della vita. Per alcuni è molto semplice scoprire la vita, perché hanno vissuto in ambienti familiari dove c’è affetto, accoglienza, esperienze positive. Ma per altri dire che la vita è un valore è molto difficile per mancanza di affetto, di risorse indispensabili per avere una vita dignitosa: basti ricordare i ragazzi violentati, quelli inviati alla guerra ancora adolescenti… Come dire loro che la vita è un dono? La prima cosa da fare per iniziare il cammino di fede è scoprire la vita come un dono. E proprio perché è un dono lo si deve donare, lo si deve far crescere per poter dire: “Questo dono non mi appartiene, lo devo condividere, lo devo mettere a servizio degli altri”. Tutto ciò non è possibile se incontriamo Cristo, Colui che ci ha aiutato a capire qual è il senso profondo della vita. Egli dice: “Non sono venuto per essere servito, ma per servire… per dare la mia vita perché gli altri abbiano vita in abbondanza”.

È impossibile trovare il senso profondo della vita senza Gesù. Perché proprio Gesù? Perché è l’unico che il Padre ha resuscitato dai morti, che ha aperto le porte della morte proprio attraverso una vita permeata dall’amore, fatta di dedizione agli altri, di servizio. Ma non si può parlare di Cristo se non nella Chiesa. Mi è piaciuto molto visitare la Basilica di Venezia, in particolare pregare dinanzi all’urna di san Marco, perché questi è il primo evangelista, il primo che ha detto: “Questa è la Buona Novella: Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio”. San Marco è il primo che ci ha aiutato a capire chi era veramente Gesù: voi avete nella vostra terra la reliquia di questo evangelista; questo vuol dire che tutti voi avete un’eredità da trasmettere.

3. Rendere i giovani protagonisti

Il Vangelo di Giovanni finisce dicendo: “Tutte queste cose sono scritte perché voi abbiate fede e credendo abbiate la vita eterna”. La Chiesa è l’unico posto in cui si possa parlare di Gesù, dove lo si può celebrare, dove si ricorda il suo Vangelo e dove ci si sprona alla speranza della pienezza di vita. Cosa capita quando un ragazzo scopre il valore della vita che si trova in Gesù, che si vive nella Chiesa? Senz’altro si sente stimolato a chiedersi qual è il suo ruolo nella società. E…non posso essere un consumatore! Purtroppo stiamo vivendo in una società che sta creando consumatori di prodotti, di esperienze, non protagonisti. Il Santo Padre dice: “Rendiamoli protagonisti, non consumatori, non spettatori”. Dobbiamo dire che ruolo vogliamo giocare nel mondo! Mi è piaciuta molto la presentazione che avete fatto del Movimento Giovanile Salesiano del Triveneto, perché finisce parlando delle esperienze missionarie, dell’accompagnamento per trovare progetti di vita. Penso che nel 2004, in occasione del cinquantesimo della canonizzazione di Domenico Savio e del centenario della morte di  Laura Vicuna, possiamo veramente rilanciare la Pastorale Giovanile. Ora rimango a disposizione delle vostre domande. Grazie!

DOMANDE

Domanda

Attraverso il nostro sito dell’MGS Triveneto abbiamo lanciato questa iniziativa: “Quale domanda vorresti fare al Rettor Maggiore in occasione del Meeting MGS?”. Chiaramente sono arrivate una sacco di e-mail… Te ne leggo solo una, che scrive Marco: “Carissimo don Pascual, non può passare in secondo piano quello che è successo e sta succedendo in questi mesi. Sembra che l’odio, la guerra, la violenza abbiano il sopravvento sulla ragione e sul confronto. Sembra che la gente povera del sud e non solo sia condannata a diventare sempre più povera. La mia domanda allora riguarda il nostro credere nella speranza: ha ancora un senso avere speranza? Su cosa speriamo noi giovani? E come educatori e animatori come trasmettere ai nostri ragazzi e a noi il senso e l’importanza della speranza per la nostra vita?

E’ una domanda che ha attraversato la storia del Cristianesimo: perché Dio è capace di vincere il male e non lo fa? È un Dio cattivo perché permette che ci sia tanta sofferenza? O forse non vuole intervenire, pur potendolo fare? O peggio ancora: non può e non vuole e… non è Dio?!

Questa è una domanda molto pressante. Come si può rispondere? Pensando a quello che è la speranza. Non è un atteggiamento psicologico, come quando ci si rappresenta con l’immagine del mezzo bicchiere d’acqua: la gente pessimista dice “Mi resta appena mezzo bicchiere d’acqua”; la gente ottimista dice: “Ho ancora mezzo bicchiere d’acqua”. Questa non è la speranza. La speranza è una virtù teologale. Significa credere alla forza del bene, all’energia che il bene ha per vincere il male. C’è già uno che lo ha vinto definitivamente... La morte di Gesù apparentemente è un fallimento. Ma il fatto che Dio lo abbia resuscitato indica che c’è la possibilità di vincere il male e la morte. Questa è la speranza. Volete un esempio? I cinque martiri giovani polacchi di 20-22 anni che il 24 agosto 1942 sono stati decapitati, sono stati condannati semplicemente per la loro professione di fede, per il loro coinvolgimento. Uno di loro nelle lettere che scriveva ai genitori (sono stati decapitati il 24 agosto 1942, il giorno in cui i Salesiani ricordano Maria Ausiliatrice) diceva: “Oggi nella festa di Maria Ausiliatrice noi raggiungeremo la nostra meta. Continuiamo a credere nella forza del bene. Perdono tutti quelli che ci hanno fatto del male.” Questo era il 1942, quando sembrava che il nazismo avrebbe potuto impadronirsi di tutta l’Europa. Tre anni dopo il nazismo era finito. Poi sembrava che avrebbe preso piede il comunismo. Il 9 novembre 1989 il muro di Berlino è crollato poco per volta...

Non c’è nessun potere che riesca a sopravvivere alla storia, tranne l’amore e la speranza. Resistete nella fede, vincendo con il bene la forza del male. Questa è la nostra energia. Se qualcuno di voi dubita di questo pensate che 12 uomini veramente presi da Cristo sono stati capaci di cambiare un impero, l’Impero Romano. Così il cristianesimo si è imposto. Con una grande esperienza di Dio sostenuta in una comunità che comincia a vivere con uno stile alternativo rispetto a quello che si vive fuori. La prima risposta è perseverare nella speranza credendo nella forza e nell’energia del bene.

Domanda

Alcune volte ci si trova in oratorio con gli animatori, con i ragazzi. Qualche ragazzo più interessato si chiede cosa centra Dio con la sua vita, per qualcun altro Dio neanche esiste, altri sono disposti a scommettere sull’esistenza di Dio. Come possiamo noi animatori dar prova della fede che è in noi e rispondere a questi interrogativi posti dai ragazzi?

La fede non esiste. Esistono i credenti. Esistono persone che vivono questa realtà umana in maniera diversa dai non credenti. Si vive la fede con una mentalità che permetta di centrare tutta la nostra vita su un elemento unificante che è Dio. Se Dio non esistesse, se Gesù non fosse per me la soluzione ai problemi più profondi della mia esistenza, farei fatica a cercare le risposte alle domande più profonde. Quando c’è un credente è naturale che ci sia anche una comunicazione della fede che deve essere verificata in uno stile di vita. E’ questo che suscita delle domande: “Perché fai così? Perché reagisci così? Perché leggi la realtà in questa maniera?”. Allora uno deve dire: “Per il Dio in cui credo”. Un giornalista americano che voleva vedere ad ogni costo come erano le giornate di Madre Teresa di Calcutta, una volta, vedendola lavare un piede pieno di lebbra, disse: “Neanche per un milione di dollari farei quello che fa lei!”. E lei, che stava lì a curare quelle ferite di lebbra e a baciare i piedi, rispose: “Io neanche per 100 milioni di dollari. Le cose che veramente valgono non hanno prezzo”. Questa è l’espressione di un amore frutto della fede, che poi si vive non soltanto a livello individuale, ma anche a livello ecclesiale. Il nostro impegno deve essere quello di rendere più umana la vita. Non c’è altro modo di parlare, non si può dire “Dio” ai ragazzi, parlando di Dio, facendo solo scuola di religione. Devo raccontare dell’esperienza che è venuta a cambiare la mia vita. Io vi racconto la mia.

Mai avrei pensato di diventare prete. In famiglia siamo 12 fratelli, 6 maschi e 6 femmine; tutti i maschi hanno studiato dai salesiani, me compreso. Mia madre si è ammalata all’improvviso ed è morta in due settimane. Un giorno, tornando dalla scuola, volevo le scarpe nuove per giocare a pallacanestro. Allora mi sono seduto accanto a lei che era sdraiata sul letto. All’improvviso lei mi ha detto: “Sai che dei tuoi tre fratelli maggiori nessuno è andato in seminario? Io ho sempre chiesto a Dio un figlio prete”. Io, che volevo i soldi per le scarpe, le ho detto: “Io sono quello che tu hai chiesto”. Mi è andata molto bene, perché mi ha dato i soldi per le scarpe, ma anche una vocazione. Oggi non potrei capire la mia vita senza quel discorso, senza quell’esperienza che ha cambiato tutta la mia vita. Per questo dico: non si può dire Dio ai giovani se non condividendo le esperienze che cambiano la nostra vita.

Domanda

Io mi sono posto tante volte questa domanda: prima lei ha nominato tre figure che sono Michele Magone, san Domenico Savio e Francesco Bessucco, a cui don Bosco ha dato una ricetta per diventare santi. Oggi nella nostra vita, noi andiamo a scuola e viviamo in una classe dove non tutti sono credenti, anzi, quasi nessuno. Ad esempio nella mia classe ci sono solo io! Il mondo, in generale, non è cristiano. Quella ricetta che don Bosco ha dato è valida anche ai nostri giorni?

Penso di sì. Cosa ha detto don Bosco a Domenico Savio? Innanzitutto devi essere allegro. Chi dei giovani non vuole essere felice? Chi dei giovani non vuole essere allegro? Forse don Bosco aveva una sfumatura quando diceva: “Ti voglio allegro sempre. Non ci devono essere cose che vengano a rubare la tua gioia, la tua voglia di vivere e di vivere in pienezza”. Allora se la prima cosa che tu dici a un ragazzo è che la santità consiste nell’essere allegro, vuol dire che don Bosco ha scoperto non solo l’homo religiosus, ma ha scoperto l’homo ludens, quello che è capace di godere la vita. Questo è tipico della gioventù, dell’adolescenza, di una persona che, proprio perché si trova in un processo di crescita, ha meno anni dietro le spalle e pensa ad un grande futuro. Dobbiamo fare in modo che questa allegria possa essere un’allegria che non solo venga a soddisfare i bisogni, ma che veramente possa sbocciare in Dio, Colui che può garantire la felicità eterna. Comunque il punto di partenza è l’invito ad essere allegri

Subito dopo don Bosco ha detto che è importante lo studio, perché nella vita il ragazzo si deve preparare, si deve attrezzare per affrontare la vita, una vita molto dura, competitiva. Tante persone che raggiungono alti livelli accademici non hanno lavoro. Alla fine dice: “Studia, cerca di sviluppare tutte quelle doti che ti aiuteranno a far maturare tutte le tue potenzialità, tutte le tue dimensioni e ad attrezzarti così per la vita”. È un valore che si può presentare a qualsiasi ragazzo.

Per ultimo don Bosco diceva: la pietà. Cerca di trovare in Dio la fonte della tua felicità e l’energia per compiere i doveri che sei chiamato a svolgere. Dio non minaccia la tua felicità. È la sorgente e al tempo stesso la meta. È l’origine e il culmine della tua felicità. Cosa intendeva don Bosco per pietà? Diceva pochissime cose: amore per l’Eucarestia, devozione alla Madonna e fedeltà al magistero del Papa. Sono elementi che cercano di rispondere veramente ad un umanesimo in crescita per raggiungere in Dio la pienezza. Si può certamente presentare questa proposta ai ragazzi.

Quello che dobbiamo fare è andare oltre le soglie dell’evangelizzazione. Se c’è qualcuno di cui io non mi devo vergognare, quello è Gesù. Tantissime persone mi vogliono bene, ma nessuno mi ha mai amato come Gesù, perché nessuno ha dato la sua vita per me. E quando morirò l’unico che mi riempirà di vita sarà Lui. Per questo dobbiamo dire: “Grazie perché mi hai amato e non voglio amare nessuno più di te”. Noi dobbiamo fare quello che dice il Santo Padre: “Non bisogna avere paura di essere esigenti con i ragazzi in ciò che concerne la loro crescita spirituale”. Il problema è che a volte nei gruppi giovanili abbassiamo a livello minimo la differenza tra gli indifferenti, quelli che hanno una sensibilità religiosa, quelli che hanno una formazione cristiana, una prassi di vita cristiana, un inserimento ecclesiale e persino un impegno sociale. A volte livelliamo ai livelli più bassi la nostra proposta educativa e non è giusto che sia così. La ricetta di don Bosco data a Domenico Savio continua ad essere valida.

Domanda

Volevo fare una domanda che riguarda lei. Come riesce a vivere l’amore per i giovani ora che non vive più in un’opera educativa (Oratorio, scuola...), a diretto contatto con i giovani?

La vivo con un po’ di sofferenza perché mi sono fatto salesiano per essere tra i giovani. Quando mi hanno nominato Direttore di un grande seminario, l’allora Rettor Maggiore don Egidio Viganò mi ha chiamato a Roma. Io mi trovavo in Spagna e stavo facendo la tesi dottorale. Io gli ho detto che mi avevano dato tre anni per fare il lavoro. Lui mi ha detto: “E’ bene avere i propri progetti, è segno di intelligenza, di intraprendenza. Impara però a lasciarti guidare dallo Spirito”. Da quel momento ho cercato di vivere con la coscienza che i ragazzi non sono soltanto all’orizzonte, ma continuano ad essere la ragione della mia vita. Così tutto quello che faccio a livello di animazione, di governo nella congregazione, lo faccio avendo sempre in mente i ragazzi. Così cerco di vivere la mia vita salesiana.

Domanda

Tu adesso sei un po’ don Bosco per noi, perché sei il “capo” dei salesiani, ma quando eri ragazzo come noi, cosa provavi per don Bosco?

Di don Bosco la cosa che sempre mi ha più affascinato è l’ambiente che ho trovato nelle Case Salesiane. Un ambiente con grande capacità di accoglienza, di coinvolgimento dei Salesiani con noi, cosicché sembravano altri di noi, non soltanto altri come noi. Il giorno in cui sono entrato in seminario (e la casa è molto lontana dal seminario, almeno 700 chilometri), avevo appena 11 anni. Non mi sono rattristato per aver cambiato atmosfera e ambiente perché ho trovato veramente un ambiente familiare. Questa è stata una delle cose più grandi di don Bosco che ho scoperto. Lui aveva detto che per educare si doveva creare un ambiente dove i valori vengono composti in una maniera quasi immediata, senza tanti discorsi. Se i discorsi servono, è proprio per rendere intelligibili i valori che circolano nella vita. E così sono stato affascinato da quel momento. Poi evidentemente più l’ho conosciuto, più continuo a leggerlo, più ammiro veramente la sua genialità, il suo genio pedagogico, la sua passione per i giovani. Don Bosco sembrava non aver nessun altro tema di cui parlare e a cui pensare se non ai giovani e alla loro felicità. Il poter cercare di identificarmi con lui mi ha sempre affascinato.

Domanda

In questa società, in questa nostra terra ci sono molti ragazzi che vivono molto bene economicamente. Nella mia città, per esempio, ci sono molti miei amici che vivono nella ricchezza, hanno soldi, macchine, di tutto. Eppure girano da un bar all’altro, da una compagnia ad un’altra, alcuni ragazzi entrano in oratorio, fanno la proposta estate poi se ne vanno e non si fanno rivedere fino alla fine dell’anno. Io penso che questi ragazzi sono certamente ricchi, hanno tanto benessere ma non riescono a dare un senso alla loro vita. Volevo chiedere a lei cosa direbbe loro se per caso li incontrasse un giorno.

Sono vite piene di cose ma vuote di ragioni per continuare a vivere. E quando si vive così si vive con molta mediocrità, perché si vive dell’effimero, di vanità. E alla fine non c’è assolutamente la capacità di affrontare la vita quando verranno immancabilmente i grossi problemi di salute fisica, di incomprensioni, di problemi nei rapporti e la morte… è la fine. Cosa dire a un ragazzo così? Innanzitutto dobbiamo aiutarlo a scoprire che tutto quello che ha è un dono. Aiutarlo a scoprire la vita come un dono e insegnargli come accoglierla. Cominciare a farlo sentire responsabile di tutto quello che ha ricevuto per farlo fortificare, per poterlo condividere e trovare gioia proprio nel dare più che nel ricevere. Una volta è stato detto ad uno dei più grandi psicologi degli ultimi tempi, Victor Frankl: “Il numero degli adolescenti e giovani che si suicidano nel mondo è troppo alto”. E lui ha risposto: “Non mi meraviglia. Mi meraviglia che non si suicidino molti di più, perché non hanno ragioni per vivere”. Quindi cosa dare a un ragazzo? Ragioni per vivere in pienezza, in profondità, non superficialmente.

Si devono fare delle esperienze a cui si invitano a conoscere una realtà diversa e più complessa rispetto a quella che vivono. Far vedere loro come persone che vivono in maggiore povertà sono capaci di vivere con molta più gioia e molta più pienezza e profondità. Quando sono stato mandato a fare il mio tirocinio, prima di andare in Teologia, mi hanno inviato alla scuola più ricca che i salesiani hanno nel Messico. Un proposito che ho fatto è di non portare quei ragazzi a fare ferie negli Stati uniti né in Europa perché quello lo faceva la famiglia. Cosa facevo io con quei giovani ricchi? Li portavo ai quartieri popolari, li mandavo nelle famiglie a invitare i ragazzi per raggiungerci per giocare un po’. Li ho portati a fare campo-missione e le vocazioni che abbiamo da quella scuola ricca sono sorte proprio in quel periodo. Tutto dipende innanzitutto dall’atmosfera che si riesce a creare, ma soprattutto dalle proposte che siamo capaci di fare perché possano cominciare a scoprire una realtà molto più ampia di quella così miope che loro vedono.

Domanda

Molti di noi qui oggi siamo animatori di varie case del Triveneto e di molti oratori. Spesso quando torniamo da questi momenti privilegiati nelle nostre realtà siamo presi da mille cose da fare. Qual è la cosa che dovrebbe, come animatori salesiani, starci più a cuore? Se potesse fare una graduatoria, cosa metterebbe al primo posto?

Una delle vite dei ragazzi che presenterò nella rubrica del bollettino salesiano è di un giovane spagnolo: Fabier Ribas. Ha cominciato a crescere quando è entrato in un centro giovanile salesiano: è diventato animatore, ha avuto un’esperienza di Cristo molto forte e da quel momento ha cominciato a fare un progetto di vita che gli permettesse veramente di tracciare le mete da raggiungere. Egli le prese tanto sul serio che dopo ha voluto coinvolgere tutti gli animatori a fare la revisione di vita, a fare veramente del gruppo un gruppo di crescita e non solo un gruppo di divertimento o di svago.

Quando si fa carico di questo, allora l’animatore non è solo una persona che svolge una funzione e intanto si trova con i ragazzi. E’ uno che veramente ha un progetto di vita personale e di crescita sostenuto dagli altri animatori. Quello che vi posso suggerire è il progetto di vita personale o la revisione di vita del gruppo animatori. Questo vi obbliga realmente a fare la revisione di quello che fate a livello personale, di prassi cristiana, di mentalità, di coinvolgimento, ci aiuta a non vivere solo di una pastorale di fuochi di artificio. Questi grandi eventi possono riempire i nostri polmoni di un soffio di Spirito; tante volte però, quando torniamo alla vita quotidiana, sembra che questa non abbia niente a che fare con quel grande momento. E non può essere così. Deve esserci una continuità tra quello che celebriamo in un evento e quanto viviamo nelle nostre case, facendo quello che dice Giovanni Paolo II: vivere straordinariamente la vita ordinaria.

(Testo trascritto e non rivisto dall’autore.

A cura dell’Ufficio di PG di Mestre-VE)

don Pascual Chávez Villanueva

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