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Chi crede in Dio, non ha voce in politica?

Una docente italiana di filosofia, Michela Marzano, che insegna nella V Università parigina, scrive su La Repubblica che...


Chi crede in Dio, non ha voce in politica?

 

del 03 maggio 2013

 

 

Una docente italiana di filosofia, Michela Marzano, che insegna nella V Università parigina, scrive su La Repubblica che, «nonostante il ritorno fragoroso della morale religiosa», il governo socialista di François Hollande è riuscito a far passare la sua legge sul «matrimonio per tutti», cioè per gli omosessuali.

Poco più avanti la Marzano ricorda che «lo Stato deve lasciare i cittadini liberi di autodeterminarsi dando loro la possibilità di usufruire degli stessi diritti indipendentemente dal proprio credo religioso». Quelle parole «credo» e «morale religiosa» documentano la solita discriminazione laicista nei confronti dei credenti.

La Marzano ritiene scontato che atei e agnostici siano riconosciuti liberi di autodeterminarsi senza dover giustificare le oro convinzioni etiche. Sono solo i credenti a essere considerati cittadini di serie B. È evidente che, per la filosofa in questione, le convinzioni, specialmente se cattoliche, non hanno dignità parificabili a quelle dei cittadini laicisti. Diversamente dalle motivazioni che spingono questi ultimi ad approvare, per esempio, l’omomatrimonio, la fede è giudicata nei credenti una cosa di rango largamente inferiore, che non autorizza i cittadini cattolici, musulmani ed ebrei ad avere opinioni politiche proprie e diverse.

Un’affermazione discriminante come quella della Marzano non si è mai udita in ambito laicista per le scelte politiche dei socialisti o dei liberali. I loro convincimenti non sono sottoposti a esame di abilitazione: essi sono liberi di appartenere a qualunque scuola filosofica e immediatamente ammessi alla cittadinanza politica. È davvero una singolare laïcité quella che per non essere sospettati e inquisiti è sufficiente dichiararsi non «religiosi» e soprattutto non cattolici. Alla faccia degli «stessi diritti» per tutti! Eppure anche in Francia ogni cittadino li ha per un proprio diritto naturale, senza che sia lo Stato a «dargliene la possibilità».

Credevamo che a Parigi le università insegnassero égalité e démocratie.

 

 

Pier Giorgio Liverani

 

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