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Cara Bianca, torna a pregare

Non pretendo che tu ti metta a organizzare l'adorazione eucaristica di Parma, ma sforzati, almeno provaci. Non capisci che non è Dio ma sei tu che hai bisogno di parlare con Lui?


Cara Bianca, torna a pregare

da Quaderni Cannibali

del 12 febbraio 2007

Carissima Bianca,

la sera dell’Immacolata Concezione c’eravamo soltanto io e Annie a mettere i lumini sotto l’immagine della Madonna, in strada Farini sul portico dell’enoteca Fontana. Tu eri non mi ricordo dove, forse a New York a disperderti, o a Milano o a Roma o in un altro di quei buchi scintillanti che ogni tanto ti risucchiano, comunque non a Parma. Andrea aveva perso il cellulare e quindi non aveva letto il messaggino di convocazione. La mia lista di cattolici parmigiani si era già esaurita, ne conosco degli altri (pochi altri, in questa città straordinariamente sorda al richiamo dello spirito come a quello della materia, dove le candele vere sono scomparse dalle chiese come i veri culatelli dai ristoranti) ma non ho i numeri di telefono. Per non lasciare sola la Madonna nella sera della sua festa ci siamo arrangiati noi due. Dovevi vedere come ci guardavano, i parmigiani. Strada Farini era affollatissima, tornavano dal passeggio, andavano verso l’aperitivo, e spalancavano gli occhioni alla vista di un uomo e di una donna che a dispetto del vento accendevano lumini per appoggiarli sulla mensola del tabernacolo e subito dopo, non paghi, si facevano il segno della croce e rimanevano lì davanti a biascicare qualcosa. Me li sentivo piantati nella schiena, gli occhioni sbarrati di quei parassiti, gente che quel giorno non aveva lavorato solo perché l’8 dicembre, da mille anni, i cristiani salutano l’Immacolata Concezione della Madre di Cristo. In Italia ogni cattolico mantiene nei comodi della civiltà un non cattolico ovvero un ateo, un agnostico, un maomettano o un vattimiano. Tutti costoro campano della libertà, della tolleranza e dell’amore portati da Cristo: se sono donne possono aprire il becco perché glielo ha concesso Cristo (Vangelo di Matteo 19) echeggiato da San Paolo (Lettera ai Galati 3), se sono zoccole, froci o puttanieri si trovano a piede libero perché lo ha imposto Cristo (Vangelo di Giovanni 8), se apprezzano il vino possono berlo perché vincemmo a Lepanto in nome di Cristo, se si ammalano vengono assistiti perché lo ha voluto Cristo (Vangelo di Matteo 25) e quando diventano vecchi non vengono avviati alla rottamazione perché, sull’argomento, Cristo a Gerusalemme strigliò i farisei, antenati dei moderni eutanasisti (Vangelo di Marco 7). A Parma le suore cappuccine di Barriera Farini con le loro preghiere tengono in piedi un paio di quartieri e pensare che la mia amica industrialessa dice che portano sfiga, meno male che i suoi prodotti sono migliori delle sue idee. Ha ragione quel datore di lavoro milanese che a Sant’Ambrogio inveisce contro i dipendenti a spasso: “Almeno andassero a messa! Invece non gliene frega niente di Sant’Ambrogio”. Parassiti che ogni 7 dicembre possono permettersi di andare al mare o in montagna perché qualcuno si prende cura di celebrare perfette liturgie nella basilica ambrosiana (eccelso luogo di preghiera). Non gliene fregava niente dell’Immacolata Concezione ai parmigiani in strada Farini, l’8 dicembre, e qualcuno ci avrà considerato un retaggio folcloristico.

Forse anche quel genitore che spingeva il passeggino. Quando vedo un bambino piccolo mi faccio sempre una domanda: la madre gli insegnerà le preghiere? Quando l’allenatore della squadra lo manderà in panchina, quando la ragazza lo lascerà per mettersi con un altro, quando per lavoro dovrà trasferirsi in una città lontana dove non conosce nessuno, quando si ritroverà in un letto di ospedale, saprà a chi rivolgersi? Ci sarà solo la droga al suo fianco? Gli psicofarmaci? La pornografia di Internet? Cattolicamente sono sempre per il male minore, tutto ciò che serve a non suicidarsi va bene, primum vivere poi moraleggiare. Però un rosario costa poco e non fa male alla salute: non si diventa ciechi, non gonfia il fegato, non arricchisce criminali e multinazionali. Non che io l’abbia molto praticato e infatti me ne dolgo, sono sicuro che mi avrebbe risparmiato tante sciocchezze, qualche cicatrice. “Ho trasformato in preghiera i miei problemi” ha detto una signora che partecipa all’adorazione eucaristica perpetua di Fiesso d’Artico, sulla riviera del Brenta fra Padova e Venezia. Perpetua non per modo di dire: la chiesa rimane aperta con una o più persone a pregare davanti al Santissimo Sacramento per 24 ore su 24, 7 giorni su 7, 365 giorni all’anno, capodanno e ferragosto compresi. Ci sono stato, sulla parete è appeso il cartellone con i turni di preghiera (un’ora ciascuno) e i nomi delle persone che prendono l’impegno di esserci. Io credo nei miracoli e questo è un miracolo: trovare in un piccolo paese centinaia di persone che invece di rimbecillirsi davanti alla televisione passano un’ora con Cristo, di giorno, di notte, tenendo sempre aperta la parrocchiale che equivale a tenere sempre aperto il paese. “Cosce tese chiuse come le chiese quando ti vuoi confessare”, sono parole di Antonello Venditti che ho sempre odiato perché eccitanti (non ho davvero bisogno di qualcuno che mi ricordi l’esistenza delle cosce tese) e soprattutto perché vere, valide ovunque in Italia escluso Fiesso d’Artico. Le chiese sono chiuse quando sono chiusi i cuori degli uomini: inutile tenerle aperte per ladri di elemosine, studenti ciucci di architettura e fotografi compulsivi. Mi hai molto raccontato delle tue scuole religiose. “Quel Dio alto e lontano, che chiedeva preghiere, fioretti, rinunce, duro impegno…” Dio alto e lontano? Temo che quelle benedette orsoline ti abbiano somministrato il Vangelo di Allah.

Con la preghiera Dio si avvicina e nell’adorazione eucaristica quasi lo puoi toccare, è lì a tre metri, due metri, un metro, lo puoi anche sfiorare. Nell’eucaristia poi lo metti in bocca, lo ingoi. Non bisogna badare alle orsoline, bisogna dar retta a Cristina Campo: “Per essere divorati, assimilati dalla divinità, divorarla dunque. Per essere fatti a Dio cibo e bevanda, cibarsene e berne.”. Cristina si buttava per terra durante la messa, a braccia aperte. Me l’ha raccontato un amico comune, Alfredo Cattabiani, che la conobbe dopo il concilio Vaticano II quando girava le chiese romane per trovare chi ancora celebrasse in latino. Io la conosco dalle sue pagine perfette, a cui non puoi aggiungere né togliere una virgola. Quando una donna colta e assetata mi chiede il conforto di un libro io consiglio un titolo solo: “Gli imperdonabili” (Adelphi). E’ anche un libro-test, se non funziona vuol dire che non era poi così colta né così assetata. Che poi non c’è niente di male, basta saperlo. “Quel Dio alto e lontano, che chiedeva preghiere…” Lo dici come se stessi parlando di un ufficiale giudiziario, o dei messi dell’esattoria che ogni tanto mi suonano a casa per consegnarmi minacciose buste verdi, siccome anni addietro le fiscaliste dell’Ascom pasticciarono coi versamenti. Non penserai davvero che Dio ha bisogno delle nostre preghiere? Siamo noi ad averne bisogno come dell’aria che respiriamo. L’uomo prega per sapere quello che è: creatura. De Maistre considerava la preghiera “una forza di purificazione”. Secondo Baudelaire l’uomo che la sera dice le preghiere “è un capitano che mette delle sentinelle”, può dormire tranquillo. Tutto bello e tutto vero ma dal solido Ottocento all’immateriale Ventunesimo Secolo si è aggiunta un’ulteriore, più pressante esigenza che la preghiera soddisfa: ricordarsi del proprio posto nel mondo. E’ un posto piccolo? E’ un posto. L’uomo che non prega non ha nessun posto. L’uomo che prega ha Dio sopra e il diavolo sotto, quindi mantiene una posizione intermedia vale a dire guarda in alto con i piedi per terra. L’uomo che non prega non ha riferimenti, vola senza altimetro, pensa di sfrecciare sopra le nuvole e invece è immerso nella nebbia e sta precipitando. L’uomo che prega sa di essere piccolo e mortale ma non del tutto piccolo e non del tutto mortale. L’uomo che prega Dio non prega gli uomini. “Chi ha Gesù come suo Signore non riconosce e non accetta nessun altro padrone sulla terra” dice il mio solito cardinale Biffi. La preghiera è salute, innanzitutto mentale. Se tutti pregassero gli psicoanalisti dovrebbero andare a zappare. Potrebbero coltivare zucchine biologiche, sarebbero finalmente utili a qualcosa. L’uomo che prega concede solo a Dio di guardargli dentro. Il declino del sacramento della confessione ha consentito l’ascesa dei reality show, perché nessuno può tenersi tutto dentro, o ti racconti a Dio o ti racconti alla telecamera, vedi tu che cosa è meglio. Ma al contrario della confessione la preghiera non prevede nemmeno quel testimone tenuto alla segretezza che è il prete. La preghiera è guarigione. Gli apostoli imponevano le mani e guarivano. Se i preti non guariscono più è perché sono impegnati a raccogliere fondi, scrivere articoli, sollecitare restauri, organizzare conferenze. Ci sono preti che la domenica leggono Repubblica, tradiscono Dio con Scalfari. Io voglio pregare insieme a un prete esorcista, mi sembra l’unico sicuramente in contatto con l’origine del suo ministero, se scaccia il diavolo significa che Dio è con lui. Io quando prego voglio annusare zolfo, sentire grida, vedere sangue, voglio sollevarmi a tre centimetri dal pavimento. Tu magari preferisci le arpe, le violette, va bene anche questo, l’importante è che non sia un momento qualunque della giornata. Nella preghiera ognuno diventa o ritorna sé stesso. Chiara mi ha scritto da Otranto in preda a una tempesta di dubbi: “Chi è Chiara?” So così poco di lei e manco da Otranto che saranno mille anni (mica per niente, sono quasi undici ore di treno con tanto di sveglia all’alba). Le ho risposto che è quello che prega. Se prega è viva, se non prega è morta. Se porta un rosario con sé (lo porta) al semaforo rosso, quando lo sgrana, l’abitacolo diventa un giardino di rose. A quel punto sorge la questione delle spine perché la preghiera non estingue il peccato originale, rende più dolci le punture. Ma spine a parte, tu, Bianca, chi sei? Ti è nota la mia accesa devozione mariana e mi è nota la tua freddezza al riguardo della Vergine. Non sto a sindacare. Tu preferisci Gesù e ci mancherebbe. Allora prega come lui ha insegnato, sulla montagna, in quel discorso vertiginoso. “Padre nostro che sei nei cieli” (quindi non siamo figli di nessuno). “Sia santificato il tuo nome” (ottimo, quando il padre è importante lo è anche la prole). “Venga il tuo regno” (conosciamo bene l’inettitudine delle repubbliche umane). “Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra” (gli affreschi sono meravigliosi ma bellezza e salvezza non devono rimanere un’esclusiva delle cupole). “Dacci oggi il nostro pane quotidiano” (neanche l’uomo migliore è puro spirito, la carne grida sempre). “E rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori” (non giudicheremo e non saremo giudicati, perdoneremo e saremo perdonati, vero?). “E non ci indurre in tentazione ma liberaci dal male” (tremende forze estranee ci premono da ogni parte, meglio non mettere alla prova la nostra forza d’animo). E se il regno tarda a venire? Ho conosciuto una rumena che prima ha chiesto la grazia a Padre Pio poi siccome non l’ha ottenuta ha cominciato a leggere Osho. Non ha avuto la grazia ed è diventata ancora più scema. Sempre De Maistre diceva che “anche chi prega in maniera perfetta, non può sapere se sta chiedendo una cosa che potrebbe nuocere a lui o all’ordine generale”. E’ lecito chiedere, anche beni materiali come del resto faceva Davide (basta leggere i Salmi in cui quel grande re chiedeva potenza, gloria, sconfitta dei nemici) ma non è lecito pretendere. La ribellione a Dio si punisce da sola, l’uomo che nega il soffio divino ritorna fango e basta. Citavo i Salmi e anche le mie lettere voglio che finiscano in gloria. Perciò ritorno a te, Bianca, e alla tua lunga mail elegiaca di donna che sempre ripensa al Dio travisato dalle suore orsoline: “Prima o poi, mi dico da anni, avrò la forza, il coraggio, la fortuna di spendermi e di riabilitarmi ai suoi occhi. Magari facendo qualcosa di bene per me e per gli altri.” Ecco, è giunta l’ora di mettere in atto questi buoni propositi. Partendo dai gesti più semplici: non ti chiedo di fondare un ordine religioso, di convertire i maomettani, di concentrarti allo spasimo per ottenere la bilocazione. Magari in un secondo momento. Adesso ti chiedo di pregare e di aiutare la preghiera degli altri. No, non ti preoccupare, non pretendo che tu organizzi l’adorazione eucaristica permanente a Parma, non si può cavare sangue da quelle rape che sono i nostri concittadini. Se anche solo per poche ore del giorno le chiese del centro tornassero a essere veri luoghi di preghiera, sarebbe già un grande risultato. Prima ed essenziale cosa, riportarvi le candele. In una delle tue visite milanesi alla ricerca di profumi e di balocchi dedica un’ora a visitare le chiese della moda, da San Babila nell’omonima piazza a San Francesco di Paola in via Manzoni. Superata la soglia ti lascerai alle spalle il caos del commercio e troverai tempo, silenzio, spazio. Davanti agli altari vedrai tanti bianchi lumini di cera. Molti di questi saranno accesi. “Il più grande nemico del popolo delle candele è l’elettricità” ha scritto Lina Sotis. Ovunque un clero stolto ha sostituito le candele di cera con quelle elettriche la devozione si è spenta. E’ il caso del nostro San Giovanni Evangelista, dove ormai entrano solo per vedere gli affreschi del Correggio. La candela è un “santo segno”, per usare l’espressione di Romano Guardini che ha scritto a lungo di liturgia e dintorni: “La fiamma lingueggia. Il fuoco è il simbolo più puro della nostra anima”. Nelle chiese di Parma e di tante altre città in cui vescovi indegni lo hanno consentito il fuoco è scomparso, è rimasta la cenere. Tocca a noi riaccendere. Tocca a te soprattutto, che sei donna elegante e carismatica capace di suscitare entusiasmi. Che sei molto più attiva e meno pigra di me. Che hai pratica di pierre e quando vedi un prete sciatto non ti viene voglia di strozzarlo come succede a me. Metti in piedi un’Operazione Candele. Convinci la Curia (è il momento giusto, il vescovo stanno per sostituirlo, meglio tardi che mai). Scrivine sulla Gazzetta. Parlane alla tivù. Fatti dare dal tuo amico assessore i soldi per un bel manifesto. Riportale in San Giovanni, all’Annunziata, alla Steccata. Ricreando un contesto più caldo e più sacro aiuterai tante persone a pregare e a star meglio con sé stessi e con gli altri.

Che Dio ti benedica.

Camillo

Camillo Langone

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