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Capitolo 9

Colla fabbrica della Chiesa di Maria Ausiliatrice si estende la fama di D. Bosco - La fiducia dei fedeli nelle sue preghiere manifestata dalle lettere - Debiti da soddisfare - Generosità di D. Bosco, che essendo nelle strettezze accoglie gratuitamente giovinetti che han bisogno di ricovero - Suo dolore pel fallo di un giovane - Sue parlate: Tristi conseguenze del non voler stare alle regole: la gallina e la volpe - Il fine dell'uomo: importanza di questo pensiero - Il momento della Comunione e il demonio - Un'antica apparizione della Madonna sull'Appennino ligure - Letture Cattoliche: LA PACE DELLA CHIESA, OSSIA IL PONTIFICATO DI S. EUSEBIO E S. MELCHIADE - Elogi di Mons. Tripepi a D. Bosco per le sue Vite dei Papi.


Capitolo 9

da Memorie Biografiche

del 04 dicembre 2006

Difficilmente negli anni trascorsi, non solo in Torino ma anche in molte altre città, trovavasi cospicua persona e anche dello stesso volgo, che non sapesse chi era D. Bosco. Ma ciò apparve sempre meglio quando egli ebbe intrapresa la fabbrica del tempio di Maria Ausiliatrice. Io che sempre gli era d'accanto e che doveva rispondere alla massima parte delle lettere a lui indirizzate, posso assicurare che erano centinaia e talvolta migliaia quelle che egli riceveva ogni settimana, con cui si imploravano le sue orazioni, come quelle di un santo che tutto può presso Dio e la Beatissima Vergine. Moltissimi domandavano una benedizione, ma la volevano impartita da lui; mandavano elemosine per la celebrazione di messe, ma chiedevano per sommo favore che fossero da lui celebrate e sovente ottenevano la grazia sospirata. - È questa una testimonianza di Don Michele Rua.

Di queste lettere noi ne abbiamo trovate alcune, che portano nomi dei quali dovremo far menzione pi√π volte in queste pagine.

Sul principio del 1864 da Firenze la marchesa Gerolama Uguccioni domandava preghiere per la sua figlia che doveva prendere una irrevocabile risoluzione per tutta la vita. Nell'aprile del 1865 ricorrevano a D. Bosco, da Venezia e poi da Cremona, la Principessa Elena Di Soresina Vidoni pel felice esito di affari oltre modo dolorosi; nel mese di maggio da Nizza Marittima il Barone Heraud per la sua consorte da più di un anno afflitta da malattia incurabile: da Roma la Duchessa di Sora, figlia del Principe Borghese, per sè, per i suoi cinque bambini e per la conversione di uno stretto parente. Scrivevano eziandio a D. Bosco da Venezia la contessa Carolina Mocenigo Soranzo, figlia della Principessa Elena Di Soresina Vidoni, per ringraziarlo di una sua lettera, delle preghiere fatte per lei e per salutarlo da parte di D. Apollonio: da Firenze la contessa Isabella Gerini per la consolazione provata leggendo i consigli che D. Bosco le aveva scritti: e la Marchesa di Villa Rios per doni destinati alla lotteria. Il 30 settembre la principessa Corsini, invitata dalla Duchessa di Montmorency, inviava da Firenze a D. Bosco, benemerito della religione e dei poverelli di G. C., lire 50 per la nuova chiesa, raccomandandosi alle sue orazioni.

E’ doveroso il dare un saggio di queste lettere spiranti la stessa fiducia, e lo faremo riportando la lettera di un'altra nobildonna fiorentina.

 

Firenze, 8 agosto 1865.

 

Molto R.do Don Bosco,

 

Spero ch'Ella mi perdonerà l'ardire con cui le dirigo la presente, ma la bontà con cui Ella si degnò accogliermi quando nel dicembre dell'anno 1863 mi presentai a Lei per pregarla ad ascoltare le mie confessioni durante il mio soggiorno a Torino, m'incoraggisce a farlo.

Ella si rammenterà quanto le sue parole mi fossero motivo di consolazione, perchè m'incoraggivano a confidare nella Divina Misericordia per la salute delle anime dei miei più cari. Ella mi diceva di pregare per ottenere dalla Divina Provvidenza le grazie necessarie per affrontare i pericoli a cui la mia famiglia si troverebbe esposta, ma ahimè... sento pur troppo ch'io prego così male, che ho gran paura di non meritare di ottenere questa gran grazia.

Siamo in tempi così difficoltosi ed infelici, la mia posizione e quella dei miei è così difficile, che per quanto, mercè la divina grazia la confidenza nella misericordia infinita d'Iddio non mi abbia abbandonata, pure talvolta mi pare di “ sperare contr'ogni speranza “.

Conoscendo adunque di aver gran necessità di ricorrere alle preghiere dei buoni ed avendo somma fiducia nelle Sue, ardisco inviarle una piccolissima elemosina pregandola a voler celebrare il Santo Sacrifizio della Messa cinque volte, cioè una per il mio marito G .... una per ciascuno dei miei figli L,... e T.... una per la mia figlia M ....,  e una per me secondo la mia intenzione, ch'io dirigo unitamente alla salute delle nostre anime.

So quanto Ella è occupato, e mi rimprovero di venire ancor io a tediarla, ma non posso tacerle che se Ella potesse distogliersi un momento alle sue gravi occupazioni, qualche parola mi sarebbe di sommo conforto.

Mi perdoni, ottimo Signore, il sommo ardire, non mi dimentichi nelle sue preghiere, mi comandi se mi crede buona a servirla in qualunque siasi modo, e mi permetta di sottoscrivermi

Di Lei, molto rev.do,

Contessa………..

 

Sembra che le tante e nobilissime attinenze avrebbero dovuto togliere a D. Bosco ogni preoccupazione, tanto per la chiesa, quanto per il mantenimento di tutti i suoi giovani. Ma non era così. Le spese enormi che quella esigeva gli rendevano più difficile il mantenimento dell'Ospizio e degli Oratorii, e la sua piena confidenza in Maria SS. era posta sovente a gravi prove, perchè la carità avesse il merito del sacrificio e perchè la sua preghiera salisse continuamente fervorosa al trono delle grazie. La Madonna amava ascoltare la voce del suo devoto: Ascendit justi deprecatio, et descendit Dei miseratio: ha detto S. Agostino. Quindi le strettezze ed i soccorsi si alternavano quotidianamente.

N'è prova una lettera scritta da Don Bosco al Marchese Fassati:

 

Torino, 18 aprite 1865.

 

Ill.mo e Car.mo Sig. Marchese,

 

Se far vuole il giubileo, sig. Marchese, vi è un tempo opportunissimo; io mi trovo nel bisogno di pagare tremila franchi al panattiere dimani mattina prima delle dieci e finora non ho ancora un soldo. Io mi raccomando alla sua carità affinchè faccia quello che può in questo bisogno eccezionale; è proprio un dar da mangiare ai poveri affamati. Nel corso della giornata passerò da Lei, ed Ella mi darà quello che il Signore e la Santa Vergine le ispireranno in cuore.

Dio benedica Lei, Sig. Marchese, la Signora Marchesa ed Azelia, e doni a tutti sanità e grazia con un bel premio nella patria dei beati. Amen.

Con pienezza di stima mi professo,

Della S. V. benemerita e carissima,

Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Alcuni giorni dopo, ad un nobile signore delle parti di Cuneo, il quale caritatevolmente aveagli imprestato una somma senza chiedere interessi, scriveva:

 

Ill.mo Sig. Barone,

 

Credo che il Cav. Oreglia non ritenesse la data del tempo stabilito per restituire a V. S. Ill.ma la somma di f. 2000 a favore di questa povera casa; neppure io in quel momento poteva sovvenirmene. Ora che Ella me lo ricorda, spero nella Divina Provvidenza di poterla soddisfare all'epoca mentovata. Riguardo al contratto di due corpi di casa col Genio, è vero che fu stipulato, ma non si potè ancora effettuare l'intero pagamento per le innumerevoli garanzie e certificati che si vanno ogni giorno richiedendo. Ho poi attualmente un incaglio negli affari, pei lavori che ho in via di una chiesa e per alcune alquanto vistose somme scadute e non potute esigersi. Tuttavia come le dico sopra, atteso lo speciale bisogno che Ella mi accenna di averla, non in luglio ma ai 16 di maggio prossimo spero che l'avrà.

La ringrazio della fotografia che piacquele mandarmi del compianto Mons. Manzini, benefattore di questa casa. Noi abbiamo perduto molto colla sua morte inaspettata.

Dio benedica Lei e la sua famiglia e mi creda di S. V. Ill.ma,

Torino, 28 aprile 1865,

Obbl.mo servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Ma di qualunque genere fossero gli incagli ai pagamenti o le spese previste, la carità di D. Bosco non era mai indecisa nell'accettare giovanetti che gli erano continuamente raccomandati, sebbene procedesse con virtuosa prudenza.

 

Carissimo Sig. D. Saroglia,

 

Affinchè io possa rispondere categoricamente per l'accettazione del giovanetto Cerutti, figlio del bigliettario di Novara, bisogna che egli mi dica se intende avviarlo allo studio od a un mestiere, quale istruzione abbia conseguito, più un certificato di condotta morale, e se intende di pagare pensione o entrare per carità.

Avuti questi schiarimenti risponderò tosto nel senso più favorevole che mi sia possibile.

Dica al sig. Can.co Gallenga che non fui più a tempo per fare la sua commissione, perchè le carte erano già spedite.

Dio la benedica; preghi per me e per questi miei poveri giovanetti, mentre mi professo con sincera affezione di V. S. Car.ma,

Torino, 2 maggio 1865,

Aff.mo amico

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Se poi avveniva che egli stesso s'incontrasse in qualche povero giovanetto abbandonato, che vedeva nella necessità di avere un ricovero, non esitava un istante ad invitarlo

all'Oratorio, ove lo ammetteva fra i suoi figliuoli. Riferiamo dall'Unità Cattolica del 22 aprile:

“ Tutti sanno che quell'egregio sacerdote, che è D. Bosco, mantiene, veste e calza e viene educando agli studi e al lavoro, a seconda del caso, poco meno d'un migliaio di giovani, con infinito vantaggio non solo dei giovani stessi, ma della Società. Imperocchè molti di essi sono tolti di mezzo alla strada che li conduce alla carcere, alla galera e peggio. Se volete un saggio del modo semplicissimo con cui egli tende le sue reti a cotesti uccelli svolazzanti qua e colà, ecco ciò che avvenne pochi giorni or sono. D. Bosco s'imbattè in tre birichini di una decina d'anni caduno, i quali ruzzavano e giuocavano tra loro. D. Bosco, come fa ogni qualvolta trova dei ragazzi, che hanno l'aria di abbandonati, si accosta loro per dir qualche parola amorevole, e vedete se havvi modo di giovar loro; e così dice: - Bravi ragazzi, che fate qui? -Eh! ci balocchiamo. - Ma e non potreste andare a lavorare? - Volentieri, se trovassimo lavoro; ma siamo, come lei vede, così laceri, sudici e carichi di fratelli d'Italia, che nessuno ci riceve a lavorare. - Ma se qualcuno vi facesse puliti, e vi desse del lavoro, accettereste? - Oh! sì. -Ebbene venite meco. - Detto fatto: i tre marmocchi, tra contenti e vergognosi, seguono il buon sacerdote che li conduce all'Oratorio. Colà li fa pulire, lavare, vestire in panni nuovi da capo a piedi, e li pone a lavorare. I tre garzoncelli rispondono all'amorevolezza del loro benefattore con assiduità al lavoro e con una riconoscenza che si manifesta con atti di rispetto e di amore ogni volta che lo vedono. Quei tre poverini erano incamminati alla galera e alla forca. Ora riusciranno intelligenti ed onesti operai, come cento e cento loro compagni dell'Oratorio... ”.

Questa generosità in D. Bosco non si raffreddò mai e più tardi anche il Teol. Leonardo Murialdo testificava: “ Il Servo di Dio accolse gratuitamente nel suo istituto varii giovanetti, sebbene proposti da me, rettore del congenere Collegio degli artigianelli, perchè in questo non potevano per qualche motivo essere ammessi ”.

E portava ai suoi alunni, che conosceva tutti per nome e cognome, un affetto appassionato per la salute delle loro anime. Essendo venuto a sapere che uno di questi aveva commesso un grave fallo, ne fu così addolorato, che non potè dormire in tutta la notte e ciò narrava nella sera seguente del pulpitino, lamentandosi dell'offesa che si era fatta a Dio, e mostrandosene molto contristato.

Questa santa passione suggerivagli que' pensieri che esponeva continuamente alla Comunità, dei quali la Cronaca quattro ce ne ricorda ancora del finire del mese di aprile e dei primi di maggio.

 

29 aprile.

 

Immaginatevi una gallina la quale una sera non abbia voluto entrare nel pollaio. Invano la massaia si è affaticata a spingervela; essa corre pel cortile, sicchè la massaia stanca d'inseguirla chiude il pollaio e si ritira in casa. La gallina passeggia qua e là, becca in terra qualche granello, ed è contenta di esser libera. Cadendo la notte vede la scala appoggiata al fienile, e saltando di gradino in gradino va sul fieno, cerca un posto comodo e vi si adagia per dormire. Ma ecco un rumore la desta. A notte nessuno della casa veglia: i cani girano lontani per le vigne in guardia del raccolto. Una volpe è pur salita e, vista la gallina, si avanza per divorarla. La gallina però spaventata si slancia a volo: la volpe spicca un salto per raggiungerla, ma cade nell'aia, mentre la gallina è riuscita a volare sopra i rami di un albero vicino. La volpe non perde d'occhio la sua preda e accoccolata per terra sta osservandola col muso in alto. La gallina dopo una lunga ora spicca un secondo volo e va a fermarsi sul muro che cinge l'aia. E la volpe appie' del muro. Il muro è più basso del ramo dell'albero. La volpe gira su e giù; vede un asse appoggiato al muro e arrampicandosi su questo corre lungo il sommo verso la gallina, la quale non ha altro scampo che spiccare un terzo volo verso un albero fuori della cinta, ma rimane sopra di un ramo più basso del punto di partenza. Notate: la gallina pel peso del corpo difficilmente può spingere il volo in alto, quindi se lo spazio da varcare non è piccolo ad ogni volo perde di altezza. E la volpe scende, esce per un foro dal quale scolano le acque, e va e gira intorno all'albero e poi si pone in atto di salire lungo il  tronco. La gallina teme già di vedersi raggiunta, quindi vola sopra un altro albero un po' distante. E la volpe la segue. L'altezza non è più considerevole e la gallina cieca dal terrore cerca fuggire e rimane sopra una siepe. La volpe si ficca tra i rami, e allora la gallina spicca un ultimo volo, ma innanzi non ha un luogo ove ripararsi. Essa vola e ad ogni istante è più vicina al suolo: la volpe corre sotto di lei cogli occhi di fuoco, e la gallina finisce con caderle tra le zampe e manda un grido e di lei più non rimane che un mucchio di penne sanguinose. Figliuoli, la volpe è il demonio, la gallina sono certi giovani i quali saranno buoni, ma si fidano nelle loro forze, non vogliono regole, come la gallina non volle lasciarsi chiudere nel pollaio. Costoro, inesperti, trascurano gli avvisi perchè hanno le ali, la buona volontà, e anche la preghiera. Ma non pensano che l'inferma natura tende al basso. Certuni sono golosi, e poi poltroni, e poi... e poi... lo sa il Signore. Altri dicono: - Perchè ci proibiscono certe amicizie? noi non facciamo niente di male. - E poi s'incominciano a trascurar le regole, poi si cerca di sfuggire i superiori, poi certe letterine, certi pensieri, certe famigliarità, certe amicizie particolari, certe sensibilità. Si scende, si scende, le ali non bastano, la volpe è sotto che corre e si finisce col cadere nelle sue fauci. - Buona notte.

 

30 aprile.

 

Un gravissimo pensiero occupa la mia mente e non posso fare a meno che manifestarvelo. Andate dai calzolai e domandate loro: Perchè state in questi laboratorii, lavorate da mane a sera, cucite le scarpe, impegolate gli spaghi, tagliate i cuoi? perchè? Vi sentirete rispondere: Per imparare il mestiere, per divenire buoni calzolai! Andate nel laboratorio dei falegnami e domandate a quei giovani artigiani: Perchè segate, piallate il legno, maneggiate il martello, usate continuamente la squadra, la linea, il compasso? Vi risponderanno: Per diventar buoni falegnami e guadagnarci, quando saremo grandi, un tozzo di pane. E a voi, miei cari giovani, io domando: Perchè avete lasciate le vostre case, perchè siete venuti nell'Oratorio? Voi mi direte: Per studiare, per istruire la nostra mente, per farci uomini.

Ma se tanto si fa per imparare un'arte, per avanzarvi nelle scienze, io domanderò a tutti voi: E che cosa state a fare in questo mondo? Mi risponderete tutti ad una voce, in modo che non si potrà neppur capire quel che diciate: Noi siamo venuti a questo mondo per conoscere, amare, servire il Signore e poi andarlo a godere nella celeste patria; cioè a dire, non è vero? per salvare l'anima vostra! È già qualche tempo che ho nella mente questo pensiero, ed oggi più che mai mi si era fissato nel cuore; perciò ve lo volli significare. Oh se potessi dirvelo come lo sento! Ma le parole mancano, tanto è importante e sublime è il soggetto. Oh se tutti voi aveste nel pensiero questa grande verità, se lavoraste unicamente per salvare la vostra anima, allora non farebbero più bisogno nè regolamenti, nè ammonizioni, nè esercizii di buona morte, perchè avreste tutto ciò che è necessario alla vostra felicità. Oh se tutte le vostre azioni avessero a scopo un fine sì importante, che fortuna sarebbe per voi, che felicità per D. Bosco! Sarebbe tutto ciò che desidero di meglio! L'Oratorio sarebbe un vero paradiso terrestre! Allora non succederebbero più nè furti, nè discorsi cattivi, nè letture pericolose, o mormorazioni, o disubbidienze. Tutti farebbero il loro dovere; perchè, persuadiamoci, e il prete e il chierico, e lo studente e l'artigiano, e il povero e il ricco, tutti devono lavorare a questo fine, altrimenti sarà vana ogni loro fatica.

Eppure vi son qui alcuni che sanno ciò e non vi pensano menomamente. Tutte le loro mire sono di fare una buona merenda e lì pongono tutti i loro pensieri. Se hanno qualche companatico o qualche bottiglia di vino, corrono a cercare certi loro compagni e dando un'occhiata per sapere da che parte siano i superiori, se la svignano per andarsi a godere la loro merenda. E perchè non usano la stessa diligenza per l'anima, lo stesso ardore? Perchè, invece, non vanno in cerca di qualche compagno a persuaderlo di fare un'opera buona, ad andare in loro compagnia a visitare per qualche minuto Gesù Cristo in Sacramento? Quanto meglio sarebbe per essi! Mi ricordo che una volta ascoltando gli esercizii spirituali predicati dalla buon'anima di D. Cafasso, egli trattò così bene delle cure immense che gli uomini si prendono per le cose temporali e della niuna cura che hanno per le cose dell'anima, che quella sera andati poi tutti a cena nessuno ebbe coraggio di mangiare; così grande fu l'impressione che ci fece quella terribile verità.

Miei cari figliuoli, anche noi pensiamo una volta seriamente ad un affare di così grande importanza. Vogliamo essere furbi e non stolti: furbi, corrispondendo alle grazie che Dio ci fa acciocchè ci salviamo; e non stolti, perchè altrimenti verrà un giorno nel quale dovremo piangere la nostra stoltezza.

 

1° maggio.

 

Sognai e mi parea di essere in chiesa. La Chiesa era tutta ripiena di giovani, ma pochi si accostavano alla SS. Comunione. Lungo la balaustrata vi era un uomo lungo lungo, nero nero, sulla testa del quale spuntavano due corna. Esso aveva in mano una lanterna magica e facea vedere ai diversi giovani diverse cose. Ad uno facea vedere la ricreazione tutta animata dai giuochi ed interessavalo nel suo divertimento prediletto; all'altro presentava i giuochi passati, le perdite fatte e la speranza delle vittorie future; a questo il paese nativo con quelle passeggiate, quei campi, quella casa: a chi faceva vedere nella sua lanterna lo studio, i libri, i lavori dei posti; e a chi la frutta, i dolci e il vino che avea nel baule; e a chi i parenti, o gli amici o qualche cosa di peggio, i peccati, ed anche i denari non consegnati. Quindi pochi si accostavano ai sacramenti. Alcuni vedeano le passeggiate, le vacanze e, lasciando da parte tutto, si fermavano a contemplare i compagni antichi dei loro divertimenti.

Sapete che cosa vuol dire questo sogno? Vuol dire che il demonio fa di tutto per distrarre i giovani in Chiesa, per allontanarli dai SS. Sacramenti. Ed i giovani sono così minchioni da stare a vedere. Figliuoli miei, bisogna rompere questa lanterna del diavolo; e sapete come fare? Dare un'occhiata alla Croce e pensare che allontanarsi dalla Comunione è lo stesso che gettarsi in braccio al demonio.

 

5 maggio.

 

Stassera vi conterei l'apparizione di Nostra Signora di Monte Bonicca presso Campofreddo nell'anno 1595, narrata da Carlo Pecorini ne' suoi cenni critico storici sulle pi√π celebri apparizioni di Maria SS. Voi da questa intenderete come la Madonna ami che tra i suoi figli ci sia l'amore fraterno e non rancori, gelosie, risse, questioni.

Campofreddo, feudo imperiale, e Masone, feudo della Serenissima di Genova, ambedue grosse borgate della diocesi d'Acqui in Piemonte, erano spesso in armi per inimicizie inveterate e mutua lesione di diritti: quindi aggressioni e massacri. Ne piangevano i buoni col virtuoso D. Gregorio Spinola, feudatario di Campofreddo, e supplicavano la grande pacificatrice, la Madre del bell'amore. Essa non chiuse le orecchie, anzi accordò oltre la domanda. Il 10 settembre 1595, il fervoroso Spinola, mosso certo da Maria, raduna i Campofreddesi e guidali a Masone col Crocifisso in mano, per perorare di pace con quei fieri montanari. Ecco che s'incontrano i due popoli, a cui si mescolano gli Agostiniani delle due case di Masone e Campofreddo, e si propongono accordi, e la pacificazione è sul risolversi.

- Guardate, guardate, grida in quell'istante il fanciulletto Tommaso Olivero, guardate sul Bonicca il Paradiso!

Guardarono quel colle dividente i due paesi; e videro che rifletteva una candida nube, che presto scoperse le sembianze di una splendidissima Signora, in manto celestino e bianco velo sul capo, corteggiata da due verginelle, e raggiante di tanta luce, che abbagliava ogni pupilla. Dopo qualche istante disparve.

-Miracolo grande! - gridarono tutti, e pianti e proponimenti di miglior vita, e dimostrazioni di fratellanza scambievole. - Maria pietosissima è venuta a portare la pace! pace, pace, o fratelli, pace in eterno.

Ripetevasi la promessa, quando la seconda volta rinnovossi il prodigio: ancora la cara visione di Lei sfolgorantissima di splendori, e colla compagnia delle due sante. Non dirò se ne rimanessero stupefatti quei fortunati, e quali frutti preziosi ne derivassero. Giurossi una gran pace fra i due borghi; che non patì mai più detrimento, la Vergine cumulò all'usanza favori a favori, e i malati invocando la miracolosa del Monte trovavano alleviamento e salute. Subito si costrusse una cappelletta coll'immagine di Maria ai piedi del Bonicca, che ampliata e adornata nel processo dei tempi, fu sempre riverita pel concorso de' devoti e per le beneficenze della celeste Patrona. Di quegli stessi giorni fu rogato dal notaio Michele de Padio l'atto delle due apparizioni e delle istantanee guarigioni di quattro infermi, giurando, a nome dei due popoli presenti, il feudatario D. Gregorio Spinola coi più notabili di Campofreddo e di Masone.

Così parlava D. Bosco, mentre, quasi null'altro avesse a fare, ultimava un suo nuovo libretto, il fascicolo delle Letture Cattoliche pel mese di giugno portante il titolo: La Pace della Chiesa, ossia il Pontificato di S. Eusebio e S. Melchiade, ultimi martiri delle dieci persecuzioni. Era l'ultimo dei suoi fascicoli sulle vite dei Papi, ed è segnato colla lettera P indicante il numero dei volumetti che su questo argomento già erano stampati. Il fascicolo incomincia con nozioni topografiche intorno la città di Roma.

Il Servo di Dio avrebbe voluto continuare il suo lavoro storico fino a Pio IX, ma con suo gran rincrescimento dovette prima interromperlo e poi rinunziarvi, sia per aver smarriti alcuni quaderni, sia perchè assolutamente gli mancava il tempo. Ma era suo vivo desiderio che altri continuasse e conducesse a termine l'opera, ancorchè dovesse essere terminata dopo la propria morte: e ne diede a qualcheduno il consiglio, che non fu secondato perchè urgevano troppo altri lavori.

Don Bosco non vide adunque continuato il suo disegno di figlio amoroso verso la Chiesa, ma ciò che egli scrisse basta per darci un alto concetto della sua erudizione. Il dottissimo Mons. Luigi Tripepi, che morì Cardinale di S. Chiesa, nelle sue opere nominando D. Bosco fra gli storici più insigni della Chiesa, cita spesso le vite dei Papi dei primi secoli scritte dal Venerabile e ne riporta varii brani facendo di lui i più splendidi elogi. Nei suoi Studii critici sulla vita di Papa Pio I, stampati a Roma nel 1869 da Pietro Marietti, tipografo pontificio, dice che “ il dotto e venerato D. Bosco si era dato con mano esperta a delineare le gesta di questo Papa ” e “ vuolsi rendere gloria immortale ed aver obbligo eterno all'erudito e zelante Bosco, gran lume di Torino e della Chiesa... ” “Non avverrà, aggiunge, ch'io non ascolti con singolare compiacimento le belle parole di Giovanni Bosco, per virtù e dottrina venuto a celebrità, il quale seguendo il verisimile e procedendo per congetture scrive del nostro santo: Dalla più tenera età palesò molta bontà di vita e grande attitudine per le scienze. ”

E in altro suo volume: I papi e la Vergine, da S. Pietro a S. Celestino, fra qualche commento, scrivendo sul Papa San Telesforo dice: “ Per me non rimanga, che l'erudito e pio Bosco, avendo un milione di ragioni, le quali sono gran lume della scienza, non tragga innanzi ad apprenderci col Segero, che degli anacoreti del Carmelo fu S. Telesforo, celebre per dottrina e santità ”.

E soggiunge:

“ ... E gran mercè allo stesso Bosco, dalle cui parole verrò qui traendo fuori una vaga prova e carissima di quella pietà, che inverso Maria era piena l'anima nobilissima di Telesforo ”.

E narrato del precetto che fece quel Santo Pontefice ai sacerdoti di celebrare tre messe nella notte di Natale continua:

“ Ora il Bosco togliendo a numerare le ragioni, che mossero Telesforo a far legge di tal rito, una ne arreca, la quale chi abbia alcuna cosa famigliari i disegni dei santi, si renderà certo torni a gloria dell'Immacolata Signora: eccola senza più: - Altra ragione fu di alludere alla triplice nascita del Salvatore: 1° alla nascita eterna del Padre; 2° alla nascita temporale dalla Beatissima Vergine; 3° alla nascita spirituale quando colla sua santa grazia va nel cuore de' fedeli (p. 182).

E a pag. 229 così l'eminente scrittore si esprime:

“ Niuna cosa al mondo mi terrebbe che al mentovato Bosco io non tributassi onore e riconoscenza, mercecchè a rafforzar le mie prove della divozione, che S. Pio aveva tenerissima alla Benedetta fra le donne, nell'opera dello zelante sacerdote di Torino io vengo soavemente ammaestrato come: - In una peregrinazione l'anno 160 egli (S. Pio) venne fino a Testona, una volta città ed ora piccolo borgo vicino a Moncalieri. Ivi consacrò una chiesa alla Beata Vergine e stabilì sacri ministri che ne avessero la cura... Una divota iscrizione posta sull'ingresso del coro sembra confermare questa credenza. ”

Similmente in un'altra pagina (192) che descrive la catacombe Romane, il Tripepi dice D. Bosco uomo sapientissimo.

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