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Capitolo 81

Lettere a D. Bosco in ringraziamento de' suoi augurii per le feste Natalizie - D. Bosco a Vercelli: elogio che la di lui Mons. De Gaudenzi - Parlate di D. Bosco agli alunni: I giovani che rubano ai compagni: da Vercelli a Torino: sue risposto ad un ufficiale sul Sacramento della penitenza e su altre questioni - Santificare gli ultimi giorni dell'anno: morte disgraziata di chi voleva servire Dio e nello stesso tempo contentare il mondo - D. Bosco spiega ai giovani certe parole misteriose che talvolta loro indirizza - Lettere di D. Bosco ad un Monsignore Romano e a D. Bonetti Strenne ai Salesiani e agli alunni - Fortuna di chi s'incontra con un santo servo del Signore - Articolo del periodico Fiorentino, Archivio dell'Ecclesiastico, in lode dell'Opera di D. Bosco.


Capitolo 81

da Memorie Biografiche

del 04 dicembre 2006

Molte lettere riceveva D. Bosco in questi giorni in risposta a' suoi augurii per le Feste Natalizie, e pel Capo d'anno. Anche persone della prima nobiltà gli manifestavano i loro sensi di gradimento venerazione e confidenza. Fra queste notiamo il Marchese Ignazio Pallavicini e la Contessa Alessandrina di Camburzano la quale in data dei 26 Dicembre 1864 da Fossano avvisava D. Bosco che verrebbe a visitarlo uno de' suoi cugini desideroso viva - mente di conoscerlo.

Egli intanto dopo il Santo Natale assentavasi per due giorni da Torino, recandosi a Vercelli. Pare che in questa occasione sostasse per qualche ora a Casale, non avendo potuto andarvi, per la morte di Lagorio, il giorno 15 del mese.

A Vercelli, come faceva pi√π volte all'anno, s'intratteneva lungamente coll'Arciprete del Duomo il Can. Degaudenzi Teol. Pietro, il quale venne nel 1871 consecrato Vescovo di Vigevano. Dell'importanza di questi colloqui ne abbiamo testimonianza in una lettera dell'Arciprete Pietro Poltronieri Direttore Spirituale del Seminario di Vigevano, scritta a Don Rua nel 1888 per condolersi della morte di D. Bosco. Egli descrive il solenne funerale fatto nel Seminario per ordine e coll'assistenza di Mons. Degaudenzi in suffragio del Servo di Dio.

“ Dopo l'ufficio, la messa cantata in Pontificalibus e l'assoluzione del tumolo, come ognuno si aspettava, Sua Eccellenza non volle chiudere la mesta funzione senza richiamare in brevi ma commoventi parole, alla considerazione del suo seminario e del suo clero, la veneranda figura del Sacerdote Torinese con cui ebbe personali ed eziandio intime relazioni, addimostrandolo con detti e fatti caratteristici del medesimo, dei quali Monsignore istesso fu testimonio, siccome un modello di esattezza nell'adempimento dei doveri sacerdotali, di umiltà profondissima e di zelo apostolico per la salvezza delle anime.

” Da mihi animas, caetera tolle, ecco, disse terminando Monsignore, la tessera per conoscere D. Bosco, il motto che lo animò nelle sue imprese, un tolle che lo spinse a gloria immortale. - Da mihi animas, caetera tolle, mi diceva il santo uomo un giorno in cui avendolo meco a Vercelli, ci comunicavamo i nostri rispettivi dispiaceri; ecco, Arciprete, ciò che dobbiamo dire al buon Dio noi sacerdoti.

” Fate vostra, dilettissimi, questa grande sentenza, ricevetela quale un prezioso retaggio da D. Bosco, come egli la ricevette dal Vescovo di Ginevra, e il Vescovo di Ginevra dal grande S. Giovanni Crisostomo, e continuerete così in voi stessi la serie gloriosa di quei sacerdoti santi, che sanno far amare la virtù e far rispettare il carattere sacerdotale perfino dai nemici del nome cristiano ”.

D. Bosco ritornato da Vercelli ripigliava le sue parlate ai giovani.

- 27 Dicembre. - Mi rincresce dover dire stassera una cosa che fa poco onore a certi giovani. È  già da qualche tempo che si va notando come manchino ora all'uno ora all'altro, libri danaro, frutta, cravatte, carta ecc. ecc.. Anche l'anno scorso vi erano dei ladroncelli nella casa, ma vennero scoperti. Alcuni furono mandati via sull'istante, altri dovettero andarsene perchè i compagni avevano preso a metterli alla berlina e facevano intorno a essi baccano, chiamandoli ladri. Coloro adunque che sono autori di questi furti, mutino costume, perchè altrimenti, scoperti che siano, ne pagheranno anch'essi la pena. Incarico perciò i chierici e tutti i giovani a vigilare per iscoprirli. Volete che io vi dia gli indizii per riuscire a scoprire chi siano costoro? Coloro che mangiano continuamente per golosità e principalmente coloro che avessero la sfacciataggine di mangiar salame il venerdì ed il sabato davanti ai loro compagni; coloro che invece di andare a scuola stanno girovagando per L'Oratorio: coloro che per minimi pretesti si fermano nelle camerate; di costoro sospettate pure; non è sospetto temerario, ma sospetto ben fondato. Qualcuno di questi violatori delle regole potrà per caso essere innocente, ma l'apparenza l'ha tutta di reo. Questi furti mi addolorano perchè sono offesa di Dio, ma da una parte mi piace che certi uni disobbedienti provino che cosa vuol dire non consegnare il danaro al prefetto, non ostante i miei replicati avvisi. Vogliono fare il testardo? Peggio per loro!

Ma ai ladroncelli io dirò che molti di quelli che si dannano per furti hanno incominciato dall'impadronirsi sovente della roba altrui in poca quantità e presa quella triste abitudine più non l'hanno smessa. E poi un libro oggi, due soldi domani, alcuni quaderni una volta, qualche francobollo un'altra volta e andate discorrendo - a poco a poco, e unendosi le materie e quasi senza accorgersene, sì forma materia grave.

E notate che qualora alcuno arrivasse a materia grave, ancorchè non avesse avvertito di commettere peccato mortale, è tenuto alla restituzione per l'ingiusto ritenimento.

E a proposito di rubare aggiungerò che sono ladroncelli coloro che prendono pane in dispensa, non contenti di averne a sufficienza nell'ora del pranzo e della cena, coloro che rompono sedie, vetri, specialmente se con animo cattivo: e sono obbligati a risarcire il danno che recano all'Oratorio colla restituzione.

Ma di questi ladroncelli che rubano ai compagni ne conosco già alcuni e dico ad essi che cessino dal rubare e restituiscano la roba rubata. Se vogliono che io li aiuti, vengano a dirmelo in confidenza e prometto di accomodate tutto senza che nessuno lo sappia e li assicuro che non avranno alcun gastigo: ma se non vogliono cambiar condotta e verranno scoperti da altri, sappiano che non mi periterò a qualificarli per ladri in faccia a tutti.

E ora lasciando queste miserie che fanno poco piacere ai buoni, io dirà qualche cosa che vi rallegri. Vi conterà un fatto avvenutomi oggi, mentre da Vercelli ritornava a Torino. Nello stesso vagone nel quale io son salito vi era un signore, il quale quando io entrai sparlava della confessione. Appena mi vide, rivolto a me esclamò! - Per Dio! Signor prete, dica lei qualche cosa su questo argomento.

Io mi assisi e quindi lo interrogai: - A lei Signore! saprebbe dirmi da chi fu inventata la confessione?

 - Si sa, rispose costui, dal Concilio di Trento.

 - E saprebbe dirmi verso quale epoca fa celebrato questo concilio?

 - Ai tempi di S. Bernardo, rispose.

 - E S. Bernardo a che tempi viveva?

 - Ai tempi di S. Agostino.

A questo sfarzo di erudizione storica scoppiò una risata generale nel vagone. Io allora ripresi:

 - Veda il Concilio di Trento fu celebrato circa 300 anni fa, S. Bernardo morì or sono 600 anni  dacchè visse S. Agostino sono scorsi 1400 anni: e circa 1850 anni fa Gesù Cristo istituì questo gran sacramento.

Il mio avversario rimase ammutolito e poi soggiunse: - Dico schiettamente; a me non piace confessarmi.

 - Va bene, ed io gliene suggerirò il mezzo.

 - Lei sì che mi piace è il primo prete che insegni il modo di non confessarsi: quale è questo mezzo?

 - Non far mai peccati.

 - Io peccati non ne commetto.

 - Me ne congratulo con lei, però le faccio notare come alle prime parole che ella disse, pronunciò il nome di Dio invano.

 - È vero, non ci pensava.

 - E poi se permettesse che io lo interrogassi, vedrebbe che qualche cosa l'avrebbe sulla coscienza.

 - Parli, parli, glielo permetto.

 - In pubblico no, perchè altrimenti farei dispiacere a lei e offenderei le orecchie di questi signori.

 - Parli pure francamente; io non l'avrò a male.

 - In pubblico non parlo: piuttosto ciò che voglio dire glielo dirò in un orecchio.

 - Sì, sì!

Gli dissi allora sottovoce quello che voleva dirgli ed esso mi rispose ad alta voce: - Ha ragione; ma sappia, signore, che io sono Palermitano.

 - Me ne congratulo, ma Palermo è forse un città diversa dalle altre? A Palermo non vi è il Signore?

Esso tacque e dopo un po' di pausa soggiunse: - Io sono chiamato a Torino per insegnare la contabilità ai militari Piemontesi, che non la conoscono.

Questa millanteria mi nauseò vivamente e: - Come, dissi fra me: tu stimi i Piemontesi così asini da aver bisogno della tua scuola? E soggiunsi forte;

 - Signore, che intede per contabilità? L'algebra, l'aritmetica, il libro dei conti, il libro doppio?

Esso rispose - - Per contabilità intendo la contabilità. - E aggiunte poche altre parole incominciò a confondersi: e tutti gli altri a ridere.

 - Veda, gli dissi seriamente con aria magistrale: per contabilità s'intende il libro mastro, la scrittura doppia, semplice: - insomma diedi saggio della mia scienza intorno alle prime nozioni di contabilità.

I viaggiatori si guardavano fra di loro e dicevano: - Questo prete è informato di tutto perfino della contabilità militare, - e rivolti a me soggiunsero: - Sembra che lei sia stato soldato.

 - Non solo sono stato soldato, ma lo sono tuttavia.

Essi mi guardarono ancora più meravigliati e soggiunsero: - Ella è vestito da prete: se non è forse un soldato travestito.

 - Oh no; questo è il mio uniforme, e di più non sono semplice soldato, ma sono graduato, anzi generale d'armata. - Si capì la burla ed io, rivoltomi nuovamente al mio interlocutore, gli dissi: - Veda, signore: avanti di parlare guardi sempre bene con chi parla, perchè potrebbe incontrarsi in qualcheduno che gli faccia fare una brutta figura. - Tacqui e dopo qualche istante ripresi: - Confesso, o signore, che io ne so poco di contabilità militare, ma restai offeso che ella dicesse impunemente noi Piemontesi saper nulla di contabilità militare. Se io che non l'ho studiata ne so tanto più di lei, pensi quello che ne sapranno quei Piemontesi che hanno fatto i loro studii a bella posta.

Quel mio povero contabile più nulla rispose e un altro signore disse a me: - È  da Milano che costui ci secca con discorsi cattivi: la sua venuta, Reverendo, è stata una vera benedizione; ci voleva proprio vossignoria per chiudergli la bocca.

Il mio avversario era un ufficiale in abito borghese: poi mi domandò scusa e promise che sarebbe venuto a trovarmi qui all'Oratorio.

Miei cari figliuoli, traete da questo fatto un ammaestramento per voi. Se vi troverete con qualcheduno che parli male della religione, in generale non combattetelo mai, se non siete bene istruiti in essa; ma se vi interpellano, non lasciatevi confondere e vincere, ma prendete ad interrogarli con calma e carità, come se voleste essere istrutti da essi. Generalmente questi calunniatori e nemici della religione sono ignoranti eh confonderete subito alle prime domande: così rivolgerete contro di loro quelle stesse armi colle quali essi volevano combattervi.

28 Dicembre. - Ancora tre giorni e l'anno sarà finito. Passerà il 1864 per non ritornare mai più. Se non abbiamo incominciato bene questo anno almeno finiamolo bene: se bene l'abbiamo incominciato finiamolo eccellentemente. Santifichiamo questi giorni e ricompensiamo il Signore delle mancanze commesse in quest'anno. Non già che dobbiate trascurare perciò i vostri doveri di scuola con preghiere o funzioni di chiesa straordinarie, ma sibbene che procuriate di fare con più fervore e diligenza le solite opere di pietà.

Stassera, per insegnarvi a temere il Signore, voglio narrarvi un fatto accaduto or sono poche settimane. Da questo imparerete che non si può essere del Signore e del demonio nello stesso tempo, e che il Signore odia grandemente coloro che pretendono contentare il mondo e nello stesso tempo servire Iddio. Vi era qui in Torino un illustre personaggio il quale seguiva questo malaugurato sistema. Sentiva la santa Messa tutte le Domeniche, veniva sovente ad ascoltar le mie prediche, quando era con me parlava benissimo della Religione, ma quando era con altre persone criticava e scherniva Papa, preti, Religione. Un giorno un suo conoscente sentendo uscir dalla sua bocca certi discorsi, gli disse: - Signore, voi parlate male del Clero e della Religione! Prendetevi guardia che un giorno non vi abbia a mancare l'uno e l'altra. - Il gentiluomo si rise di questa ammonizione, la quale disgraziatamente era una profezia.

Una sera costui si trovava in una conversazione, dove faceva .sfoggio della sua eloquenza contro il Papa, contro il potere temporale, contro il clero ecc. ecc., quando ad un tratto un'improvvisa sete lo assale. Damanda da bere e gli vien subito portata una bottiglia di acqua. Ne beve un bicchiere e la sete aumenta; ne beve un secondo bicchiere, vuota la bottiglia, ma la sete non si estingue. Si congeda allora dalla conversazione, sale sulla sua carrozza e rientra nel suo palazzo. Manda subito a chiamare il medico, il quale gli ordina una bibita rinfrescante. Beve e si mette a letto. I servitori vedendolo così agitato gli domandano se vuole essere vegliato. Egli rispose: - No i andate a riposo poichè dovete essere stanchi dal lavoro della giornata. - I servi si ritirarono ma deliberano che uno di loro restasse di guardia nell'anticamera. Il servo che stava attento, verso le due dopo mezza notte sente un rumore nella camera del padrone, come di un corpo che cade. Accorre, ed oh spettacolo miserando! Trova il padrone in camicia, seduto per terra, colla lingua fuori della bocca tutta nera, e cogli occhi sbarrati che lo guardava fisso. Il servo si avvicina e gli domanda se vuole tornare a letto. Il padrone non risponde ma fa cenno colla mano di non poter parlare. Il servo allora lo rialza, lo conduce a letto e manda a chiamare un prete. Ma l'ammalato non può parlare, la gonfiezza della lingua e della bocca cresce, e finalmente restando soffocato, muore. Si sarà egli pentito? Speriamo di sì! Ma come sono terribili i giudizi di Dio!

Giovani miei, imparate da costui a parlar con rispetto del Papa, dei preti e delle cose di religione. Guaì a chi ne parla male! Lo ha detto il Signore: Nolite tangere Christos meos et in prophetis meis nolite malignari. Se non volete parlarne tacete, ma se ne parlate parlatene sempre bene; perchè il Signore punisce sempre coloro che ne parlano male, e la maggior parte di costoro ci mostra l'esperienza che finiscono sempre di mala morte.

29 Dicembre. - Ancor due giorni e l'anno è finito. Santifichiamo questi due giorni che non rivedremo mai più.

Molti giovani ed alcuni professori mi domandano sempre che cosa significa quel mio dire alcune volte ai giovani: - Coraggio, figlio mio! - Io oggi voglio soddisfarli. Quando io volgo a loro questa parola coraggio, ma senza ripeterla, vuol dire che il demonio gira intorno ad essi cercando di rovinarli. Quando dicendo loro coraggio, alzo questo dito, vuol dire che il demonio li ha già vinti e che bisogna che i riscuotano. Guardate, miei mi figliuoli, qualche volta la dico per ridere questa parola, ma in generale la dico perchè so di certo quel che dico, perchè se voi vedeste quello che io vedo, quello che ho veduto già di qualcheduno di voi, gridereste dalla paura. Da qui avanti io mi guarderò dal dirvi coraggio, per burla. Ma voi da questo punto state attenti. Tutte le volte che io vi dirò: coraggio, figlio mio, coraggio è segno che il demonio lo vedo attorno a voi o nelle vostre anime e allora state attenti a combatterlo.

A coloro poi che fuggono la mia presenza, che sembra abbiano paura di me, soggiungo: Figli miei, perchè fuggite? A voi non dirò quattro volte corraggio, ma sibbene quindici volte, perchè tanto ci vuole per uscire dallo stato nel quale vi trovate.

Un'altra frase son solito di quando in quando ripetere a qualche giovane. Quando io vi dico: Figlio mio, vuoi che parliamo dell'anima tua? Questa mia parola è segno che nell'anima vostra vi è qualche imbroglio, qualche confessione mal fatta, oppure qualche imbroglio è imminente. Ricordatevelo.

Miei cari giovani, per carità date ascolto alle mie parole servitevi dei mezzi straordinarii che il Signore vi porge. Io ve lo dico perchè vi voglio bene e quel che dico è verità.

 

Dei giorni 29 e 30 dicembre non abbiamo altro di D. Bosco fuorchè due lettere, l'una diretta a Roma ad un Monsignore della S. Congregazione dei Vescovi e Regolari e l'altra a Mirabello per D. Bonetti.

 

Rev.mo Monsignore,

 

Un buon Ecclesiastico, mio amico, che sostenne già la carcere per la buona causa, va a Roma. Esso ha soltanto bisogno di qualche consiglio, perchè possa vedere le principali meraviglie di Roma cm sode con frutto.

Credo che il Sig. D. Mentasti le avrà trasmesso li f. 25 che ella degnavan di esporre per dispense e rescritti di questi poveri chierici. P, questa la terza volta che li spedisco. Io desiderava di farmi onore presso di lei colla mia puntualità­ non ho potuto. Io credo che V. S. Rev.ma sia nemica del danaro e che perciò non voglia andare in di lei casa, che io credo tutta piena d'oro celeste e di virtù. Ad ogni modo io la ringrazio e le auguro ogni bene dal cielo. Qualora poi occorreva qualche cosa a questo proposito o di altro, il Sac. Piola, latore della presente, è incaricato di fare e pagare quanto fosse mestieri.

Il Conte e la Contessa Bosco gradirono sommamente i cristiani di lei auguri e mi danno speciale incarico di ringraziarla ed augurarli centuplicati sopra la cara ed amata di Lei persona.

Io raccomando me e questi giovanetti alla carità delle sante sue preghiere, e pregandole dal cielo lunghi anni di vita felice, ho l'alto onore di potermi con pienezza di stima professare

Di V. S. Ill.ma e Rev.ma

 

Torino, 29 dicembre 1864.

 

Obbl.mo Servitore

Sac. GIOVANNI BOSCO

 

Al Sig. D. Bonetti Giovanni, Prefetto nel piccolo Seminario di Mirabello.

 

Mio caro Bonetti,

 

Ti mando alcuni fogli del Canonico Ghemone. Ho ricevuto con piacere la tua lettera. Coraggio; i tuoi sforzi siano diretti a conservare l'unità di volere tra i Superiori, perchè vogliano tutti una cosa sola: Salvare molte anime e tra esse l'anima propria.

Dio ti benedica ed abbimi tutto tuo

 

Torino, penultimo del 1864.   

Aff.mo in G. C­

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

L'avviso dato a D. Bonetti fu la strenna che D. Bosco donava a tutti i suoi Salesiani: Salvare molte anime e tra esso l'anime propria. Agli alunni poi, dopo aver fatto commemorazione de' compagni morti nell'anno e fra questi di Marenco Lorenzo ascritto alla Pia Società, compiuti appena i 16 anni, ripeteva e commentava il detto di Isaia al Capo XXXII versicolo 6, a Sionne: Et erit fides in temporibus suis: divitiae salutis, sapientia et scientia: timor Domini ipse est thesaurus eius: “ E regnerà ne' suoi tempi la fede: la sapienza e la scienza sono sue ricchezze salutari e il timor del Signore il suo proprio tesoro ”.

Così finiva il 1864.

Chiunque ebbe la fortuna d'incontrarsi con un santo servo del Signore, sentissi sempre compreso da un sentimento di gioia profonda e fu irresistibilmente strascinato a studiarne da resso la vita e le opere. Tale studio è una delle migliori consolazioni dell'anima, la quale può così stornare lo sguardo dal triste spettacolo degli errori, dei delitti e delle infamie del mondo, per deliziarsi nella soave ricerca e nella contemplazione di una virtù che su questa terra altro non è che un riflesso dei beni eterni. Siffatta consolazione noi l'abbiamo in quest'anno raggiunta, e provata per ben ventiquattro anni vivendo al fianco di D. Bosco, e ci siamo fin d'allora persuasi che il suo nome vivrà nella storia della Chiesa, dell'Italia, e dell'intero mondo. Noi lo abbiamo attentamente studiato, ma dobbiamo conchiudere che non giungeremo a conoscere la millesima parte delle sue meravigliose virtù: come Cristoforo Colombo che avanzandosi di isola in isola, procedendo di scoperta in scoperta, appena toccò un punto del continente Americano.

Concludiamo con un quadro nel quale si specchia la sua vita di questi primi anni, e ove si vede, benchè con qualche inesattezza, splendere la verità.

Il periodico, Archivio dell'Ecclesiastico, anno I, vol. II, del 1864, stampato a Firenze, nell'articolo I Monellini dopo aver parlato di ciò che si fece nelle varie città d'Italia per i poveri fanciulli abbandonati, così viene a parlare di D. Bosco a pag. 309.

Torino infine ha il suo Don Giovanni Bosco, l'opera del quale a favore dei monellini è ben degna di esser qui brevemente descritta.

Don Bosco è un vero prete che non ha un soldo; ma che è ricco di quella fede che opera prodigi, di quella speranza che dispone dei tesori della Provvidenza, e di quella carità benigna e paziente che non opera in vano, ma giunge sempre al suo fine. Fin dalla prima gioventù si sentì mosso a pietà dei monellini, e risolvè di salvarli; sicchè appena fatto sacerdote si pose all'impresa. Conobbe per altro, sagacissimo qual è, che per far loro del bene non bastava l'amarli, ma bisognava farsi amare da essi, nè per altra via poter giungere a farsi amare che facendosi tutto di loro. Cominciò pertanto a bazzicare con essi mostrandosi in volto on già accigliato e severo, ma atteggiato al sorriso, e mescolandosi ai loro trastulli birichineschi facea parere di farsi loro discepolo per trovar agio di poter far loro da maestro. Fattisi amici un buon numero di costoro, si ridusse a far vita con essi dentro un magazzino preso a pigione che serviva loro e di camera e di scuola e di oratorio e di tutto. Non andò guari però che, contraendo ogni giorno Don Bosco fra i monellini sempre nuove amicizie, il magazzino più non astava ad accoglierli; sicchè fu costretto a tramutarsi con loro di casa in casa, passando sempre da una più piccola in altra maggiore. Alla fine, annoiato dello sgombero si frequente, e delle interminabili querimonie del vicinato, che non poteva sopportare quel po' di frastuono che i ragazzi nel divertirsi faceano, risolvè di comprare un campo all'estremità di Torino, in Valdocco, e fabbricarvi dai fondamenti un asilo proprio pei suoi ragazzi, che ha intitolato: l'Oratorio di S. Francesco di Sales. Quando la casa è ripiena, D. Bosco non si sgomenta; ma fa subito il disegno di un nuovo braccio di fabbrica, e lo fa sorgere come per incanto dal suolo. In questo momento, non essendo capace di contenere i suoi ragazzi nell'antico oratorio fabbricato da lui, sta ergendo una magnifica chiesa cui vuol dedicare a Maria Ausiliatrice dei cristiani. In questa casa pertanto egli accoglie quanti mai ragazzi poveri si presentano, e, senza ricevere un soldo da essi, li provvede di vitto e di vestito e di istruzione completa, secondo la capacità e il desiderio di ciascuno. Nè è da supporre mica che ei li costringa tutti a scegliersi un'arte manuale: ei lascia loro anzi tutta la libertà di appigliarsi alle arti belle, o alle lettere, o allo stato ecclesiastico, come se appartenessero alla più agiata famiglia. Attualmente questi suoi convittori sono circa ottocento, dei quali soli trecento imparano un'arte di mano, mentre gli altri cinquecento studiano le lette re per poi applicarsi chi alla musica, chi alle arti del disegno, chi alle scienze, e chi al servizio dell'altare. Questi ultimi, quando D. Bosco ne ha conosciuta ed approvata la vocazione, prendo - no l'abito clericale e continuano a viver frammisti agli altri compagni, finchè non sieno al punto di esser consegnati ai loro Seminari vescovili per gli studi maggiori. Di questi chierici ve ne ha sempre una sessantina. Ma ciò non è tutto. Ogni sera D. Bosco riceve nello stesso locale altri ottocento ragazzi poveri che vivono nelle case dei loro parenti, e si recano colà per imparare tutto quello che viene insegnato ai convittori. Per i giorni festivi poi egli ha aperti altri due locali, detti parimente Oratorii in due altri punti della città, per congregarvi a passar la giornata fra il divertimento e la preghiera, .. anche tutti quei giovani che, istruiti da lui han di già conseguito un qualche collocamento: talchè fra tutti nei giorni di festa giunge a raccogliere un tremila ragazzi.

Chi legge questo racconto sarà forse tentato a crederlo un sogno; o almeno, se crede alla verità del fatto, s'immaginerà che l'Oratorio di S. Francesco di Sales rigurgitante di un sì gran numero di giovani vivacissimi, non raffrenati da sergenti in sciabola e bastone, ma regolati dal pacifico D. Bosco, debba essere una vera Babilonia, ossia il tipo della confusione e del disordine. Tutt'altro! D. Bosco ha una gran potenza di amare e possiede la rara dote di sapere svolgere questa stessa potenza nei cuori altrui. Un giovane, appena ha conosciuto D. Bosco, si sente costretto a volergli bene“, e D. Bosco a vicenda sa valersi di cotesta benevolenza per condurre il giovane a fare spontaneamente tutto ciò che deve. Di che avviene che gli ordini prudentissimi e discreti dati da D. Bosco sono osservati da tutti con tanta esattezza e tanta buona volontà che non v'è caso che l'ordine venga turbato da alcuno. È  una cosa maravigliosa, ma ell'è pur verissima e che dimostra quanto è grande la potenza della carità, regolata dalla fede cattolica. Troviamo nelle istorie ecclesiastiche il grande S. Antonio aver fatte adunanze di monaci numerose di due e tremila nelle solitudini della Tebaide; ebbene, oggi, vediamo D. Bosco riuscire a fare altrettanto in mezzo a Torino. Quello stesso Spirito del Signore che legava fra loro quei monaci e li rendea docili  alla direzione di S. Antonio, lega insieme questi giovani e li fa docili alla direzione di D. Bosco. Entrando nell'Oratorio di S. Francesco di Sales, uno resta sorpreso al vedere quella turba di giovani che si agitano e si mescolano per così dire, in tutte le direzioni senza urtarsi fra loro; ma, per poco che li studiamo individualmente, presto ci accorgiamo della presenza dello Spirito del Signore che muove ordinatamente tutta quella gran macchina La gioia e la contentezza che vedesi dipinta sui floridi volti di quei ragazzi rivela la pace dell'innocenza in cui nuotano i loro cuori; i loro modi tanto urbani e cortesi, quanto possono desiderarsi in giovani di nobile prosapia, dimostrano con quanto buon animo piegano il colto al freno della educazione; l'avidità e l'attenzione con cui pendono dal labbro di D. Bosco, cui non saziansi mai di ascoltare, fa conoscere con quale sviluppo si vada svolgendo la loro intelligenza, il rispetto confidenziale poi che è insieme amore e venerazione verso Don Bosco, che hanno in concetto di santo, dissipa la maraviglia e scopre il segreto del buon andamento di quella casa. Quei ragazzi amano tanto D. Bosco che diresti si guardino dall'offendere Dio anche per non addolorare il loro benefattore. In questa guisa, senza ergastolo, senza verga, e senza punizione di veruna specie, la famiglia procede con ordine e tranquillità inalterabile. D. Bosco è giunto al punto felice di non dover punire nessuno dei suoi ragazzi, perchè niuno lo merita. O, se qua che rara volta alcuno si fa degno di correzione, basta a D. Bosco il non volgergli, come a tutti sempre suole, uno sguardo benigno, e il non permettergli di baciargli la mano, per far che il reo si compunga del più vivo dolore. Se mai in rarissimi casi D. Bosco ha prolungato questo contegno fino a tre giorni, si è sempre visto il ragazzo cader malato di puro dolore.

Dopo ciò se alcuno tornerà a decantare e a magnificarci il progresso della civiltà giunta al suo colmo in Inghilterra in virtù del principio protestante, non dobbiamo altro fare per rispondergli in modo concludente, che pregarlo di recarsi a visitare gli ospizii aperti per i monellini dal governo inglese; e quelli aperti in Italia non dal governo, ma dalla carità dei Lanzarini, dei Montebruno e dei D. Bosco, degni imitatori del nostro Filippo Franci.

Oh! voglia il Signore suscitare anche nella nostra Firenze un novello Franci somigliante a costoro, che porga benigno la mano soccorritrice ai monellini e alle monelline tanto moltiplicati ai nostri giorni. Vi sono già parecchie anime pietose, e le Suore di carità, e quelle di S. Dorotea, e quelle delle Sacre Stimate, e quelle del Crocifisso, che attendono più che possono a salvar bambine e fanciulle; ma non bastano che a salvarne una parte. La maggior parte restano ancora per le vie, e attendono un'anima generosa che le raccolga. Anche i ragazzi cominciano ad avere in Firenze i loro benefattori. Vi è una società di sacerdoti in S. Lorenzo che ha aperto per essi le scuole serali; v'è l'associazione di S. Francesco di Sales che li soccorre ed ha in cuore novelle intraprese; v'è pure la Conferenza di S. Vincenzo de' Paoli che porge una mano amorosa: ma tutto questo è ancor poco. Ci vuole un altro Franci, un altro D. Bosco. E speriamo che il Signore lo faccia sorgere, forse fra quei medesimi che già con tanto amore consacrano l'opera loro a vantaggio dei monellini.

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