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Capitolo 8

Il sermoncino della sera - D. Bosco sulla tribuna - Sua eloquenza - Industria per dare pascolo alla fantasia dei giovani - Parlate nel mese di dicembre - Napoleone: il catechismo e la prima Comunione - Gregorio Nazianzeno, Basilio e Giuliano apostata agli studi in Atene - Correggersi dai difetti e dalle mancanze leggere - Non insuperbirsi per le lodi e mantenersi calmi e pazienti per i biasimi - Una vittoria sul rispetto umano ricompensata - Non vergognarsi di essere obbedienti a Dio Dopo il sermoncino - Sala destinata per le rappresentazioni drammatiche - Regolamento pel teatrino.


Capitolo 8

da Memorie Biografiche

del 30 novembre 2006

 L'edifizio morale dell'Oratorio si manteneva stabile e splendido ed erane la chiave maestra il discorsetto di tutte le sere dopo le orazioni. Don Bosco non cedeva ad altri questo, che egli stimava suo dovere, a meno che non fosse stato assolutamente impedito; e non voleva che il suo supplente parlasse più di tre o cinque minuti secondo che esigeva il bisogno e la circostanza. Egli consigliava: - Poche parole; una sola idea di maggior importanza, ma che faccia impressione, sicchè i giovani vadano a dormire ben compresi della verità stata loro esposta. Ma il desiderio dei giovani era di ascoltar lui che tanto li amava.

Così si esprime il Teol. Ballesio, nella sua Vita intima di D. G. Bosco. “Terminata la scuola serale di canto e di suono per gli uni, di grammatica e di aritmetica per gli altri, alla concitata ed argentina chiamata del campanello, ci adunavamo per la preghiera. Caro e sublime momento; il mio cuore tripudia di dolcissima gioia a pur rammentarlo! S'intona una lode e trecento giovani fanno un coro imponente, che i cittadini odono da lontano. Tutti insieme ad alta voce si prega con D. Bosco in mezzo a noi, ginocchioni sul pavimento di pietra, o nel parlatorio, o sotto il porticato. Ed oh se era bello e santamente composto D. Bosco in quegli istanti! Finita la preghiera, egli dolcemente aiutato da noi montava sulla piccola tribuna, ed al vederlo comparire lassù con quel suo sguardo paternamente amorevole e ridente, che si aggirava su di noi, udivasi in tutta quella grande famiglia un senso, una voce, un dolce mormorio, un lungo respiro di soddisfazione e di contentezza. Poi in religioso silenzio, gli occhi e gli sguardi di tutti fissi in lui ”.

In quel momento alcuni alunni gli presentavano gli oggetti trovati, che venivano annunciati e restituiti al proprio padrone. Quindi incominciava a parlare. Il suo aspetto diceva chiaro: - Tutto quello che io faccio non sono che mezzi da me adoperati per riuscire a salvarvi eternamente; e quanto tollero di fatiche e di stenti, tutto è per le anime vostre. O figliuoli ascoltare i precetti del padre, e così fate per esser salvi. E D. Bosco comunicava ordini per l'indomani, raccomandava, qualche opera di pietà, faceva la commemorazione di un benefattore defunto, dava qualche breve spiegazione del catechismo. In ogni occasione raccomandava agli alunni la frequenza dei santi Sacramenti, senza farne loro una obbligazione speciale; ma invitavali con tanta soavità, li infiammava con tanto ardore, da ottenere quanto desiderava; promoveva con ardore impareggiabile la visita al SS. Sacramento, imparadisava parlando della bontà, provvidenza e misericordia di Dio; accennava alla passione di Gesù Cristo, e allora lo si vedeva talvolta entusiasmarsi ed altre volte commuoversi in guisa da restarne soffocata la parola.

Era di una varietà sorprendente sicchè la sua parola non recava mai noia o disgusto. Da tutta la sacra Bibbia, dalla Storia Ecclesiastica e da moltissime storie profane di popoli antichi e moderni; dalle vite dei Santi, dei filosofi, degli artisti celebri; dalle opere del Magister sententiarum, Giovanni Gersone, celebre cancelliere dell'università di Parigi; dai Bollandisti, e da altri moltissimi autori aveva raccolto un tesoro inesauribile di fatti e sentenze che egli esponeva mirabilmente ogni volta che facevano pel suo argomento.

Raccontava anche privati e pubblici avvenimenti contemporanei, accompagnati con una riflessione adattata al bisogno ed all'ammaestramento dei giovani.

Ma D. Bosco parlando non aveva solo per fine immediato l'ordine morale ed il progresso spirituale, ma procurava eziandio, con mezzi molteplici ed appropriati, di impossessarsi delle menti dei giovani, a fermare la loro volubilità. Pel momento un sol fatto ce ne faccia intravedere molti altri, che a tempo debito esporremo.

Quando D. Bosco aveva stabilito di concedere una passeggiata o dare altro simile divertimento ai giovani, indettava un prete, il quale poi a metà del discorso della sera lo interrompeva, chiedendogli se non gli sembrasse conveniente concedere ai giovanetti quello spasso. D. Bosco faceva qualche obbiezione ed osservazione, dimostrandosi esitante a concedere. L'altro instava. I giovani naturalmente prendevano interesse vivissimo ad una disputa che speravano riuscisse a loro favore, e finalmente Don Bosco concedeva. Questi dialoghi servivano per ottenere certe promesse di miglior condotta, manifestare certi disordini da rimediare, rimproverare certe mancanze ecc. contro la regola, ma senza offendere nessuno, con maniere festive, e con sicurezza di ottenere un grande miglioramento. Con ciò si tenevano le menti dei giovani occupate, e talora per più settimane, nel pensiero di ciò che era stato annunziato, e quindi era questo l'argomento dei loro discorsi, ne scrivevano a casa, sospiravano il giorno aspettato, formavano i loro allegri progetti e ne restavano quindi escluse dal loro cuore le fantasie, che avrebbero potuto recar danno all'anima. Per lo stesso motivo promoveva ed annunziava colle descrizioni più seducenti ora feste religiose, ora accademie, o teatrini, o lotterie. Talvolta raccontava avvenimenti portentosi, descriveva sogni di una bellezza incomparabile o palesava i grandiosi progetti che andava meditando.

I giovani e i chierici rimanevano così impressionati da questi sermoncini di D. Bosco, che il domani alcuni di essi li scrivevano sopra un quaderno, anche per conservare gli ammonimenti ascoltati e, rileggendoli, farne profitto. A noi furono consegnati non pochi di questi scritti e da venerandi sacerdoti della nostra Pia Società, e da preti diocesani e da illustri secolari nostri antichi allievi, come cari ricordi della loro fanciullezza, perchè fossero da noi tracopiati. Sono semplici tracce, ma talvolta prolisse: manca, ma non del tutto la santa unzione dell'uomo di Dio; la forza della sua parola languisce: tuttavia avvi molto del suo spirito, e ci fanno rivivere in quegli anni benedetti, ne' quali essi ebbero l'inestimabile fortuna di abitare con lui.

È perciò che noi a quando a quando riporteremo i preziosi compendii delle parlate del nostro caro padre; incominciando da alcune da lui dette nel dicembre, in sei distinte sere. Siccome queste nel manoscritto non sono precisate, così le distingueremo con numeri romani.

 

I

 

Napoleone Buonaparte benchè nemico del Papa, superbo, di un'immensa ambizione, pure aveva fede e, rilegato a Sant'Elena, parlando di Dio, ne discorreva in modo che tutti ne rimanevano incantati.

Una volta un suo generale gli disse: - Ma voi parlate di Dio così che pare lo vediate: io invece non so persuadermi che Dio esista.

Napoleone a queste parole replicò: - Prendete un compasso e poi misurate il cielo!

 - Ma non si può, rispose il generale.

 - Ebbene, concluse l'Imperatore: negate allora che il cielo esista.

Altra volta accorgendosi che un altro suo generale ne sapeva poco di religione, egli stesso si mise a parlargliene. Quindi concluse: - Avete capito?

 - Ben poco, rispose l'altro.

-  Come non avete capito? Che ingegno piccolo è il vostro! Ebbi torto a farvi generale.

-  Napoleone aveva un grande ingegno e alcune delle pagine da lui scritte potrebbero essere poste fra quelle dei Santi Padri. In fine di vita si convertì e fece una morte da buon cristiano. Ma sapete perchè? Da giovanetto aveva studiato bene il Catechismo, aveva fatta bene la sua prima comunione.

 

II

 

In Atene si trovavano due studenti. Uno chiamavasi Gregorio Nazianzeno, l'altro Basilio. Essendo compagni, si amavano teneramente e il fine della loro amicizia era l'edificazione vicendevole e il crescere sempre meglio nella virtù. Era una delizia vedere come stavano in chiesa, come cantavano le lodi del Signore, come pregavano, come facevano progressi nella scienza. Era pure con loro un terzo compagno di nome Giuliano. Il suo viso avea l'impronta della cattiveria, il suo sguardo svelava una malizia precoce, sul suo labbro errava un sorriso maligno. I due buoni amici si accorsero come costui fosse un compagno malvagio e lo fuggivano continuamente, benchè colui cercasse di avvicinarli. Giuliano li derideva tutte le volte che li vedeva andarsi a confessare, a comunicare, e ad altri esercizi di pietà. Gregorio un giorno diceva a Basilio: - Guai, guai alla Chiesa se costui salirà sul trono dei Cesari. Sarà il più formidabile persecutore dei Cristiani. - Giuliano era nipote dell'Imperatore Costanzo. E fatto si avverò. Giuliano divenne imperatore, fu detto l'apostata e divenne nemico ferocissimo di Gesù Cristo. Ma non scampò lo sdegno del Signore, poichè dopo alcuni anni di governo, perì in una battaglia, bestemmiando il nome di Colui, che non aveva voluto confessare per Dio. Gregorio e Basilio invece, crescendo sempre più in virtù di mano in mano che crescevano in età, divennero due grandi luminari della Religione. Ambedue ora sono venerati sugli altari, l'uno e l'altro santi Dottori della Chiesa. Ecco, o miei cari giovanetti, come colui il quale vuole realmente divenir grande, ha bisogno di incominciare fin da giovane a battere coraggiosamente la via della virtù. Chi incomincia bene da giovane ha tutto a sperare che il Signore lo aiuti in ogni circostanza della sua vita, ma se in tempo di gioventù poco o nulla si cura di religione, anzi cerca ancora di deridere gli altri, che la praticano, costui tema, ma tema molto, perchè tardi o tosto lo sdegno di Dio piomberà sopra di lui.

 

III

 

S. Filippo giovanetto, essendo ancora a Firenze, soleva frequentare il convento dei Domenicani, ed uno di quei frati più d'una volta narravagli il seguente fatto. Due religiosi erano soliti, prima di andare a recitare il mattutino in coro, di confessarsi l'un l'altro. Una notte il demonio si volle burlare di essi, quindi all'ora prefissa andò a bussare alla porta di uno di quei due frati, invitandolo a scendere in chiesa. Il frate credendo essere stato chiamato dal compagno, andò e giunto in coro vide uno, che all'aspetto, all'abito, al passo sembrava tutto il suo compagno, andarsi a porre in confessionale. Quindi egli si accostò alla grata per confessarsi secondo il suo costume. Mentre esso raccontava alcune sue colpe con sua meraviglia si udiva rispondere: - Oh! È niente! è niente! - Tuttavia procedendo nell'accusa, e avendo, manifestata una mancanza più grave, udì la voce del confessore che continuava a ripetere: è niente; è niente! - Allora dubitando di qualche inganno si fece il segno della croce e subito tacque la voce del confessore. Fece un'interrogazione e nessuno, rispose. Guardò ed il confessore ossia il diavolo era scomparso. Figliuoli cari, tenete a memoria che la solita parola che usa il demonio quando vuole spingerci al male si è: Oh! è niente! Di certe amicizie troppo spinte e che i superiori vedono mal volentieri: - Oh! è niente! - Di certe mormorazioni contro i compagni e contro le regole: - Oh! è niente! - Certe volte si ruba un po' di frutta ai compagni e il demonio ripete: - Oh! è niente! - Di quelle disubbidienze a certi comandi, di certe merende fuori di tempo: - Oh è niente! - Talora certi dubbi gravi, che ci vengono su certe azioni o certi pensieri e che abbiamo rossore di confessare: - Oh è niente!

Non vi dico di riputar cose gravi le cose leggiere, ma però, vi metto sull'avviso, che non diate ascolto al demonio, quando vi ripete che è niente. Una mancanza sarà sempre mancanza e quindi bisogna correggersi. E poi non dimenticate che qui spernit modica paulatim decidet.

 

 

IV.

 

Un giovane presentossi un giorno a S. Macario per essere accettato da lui come discepolo. S. Macario lo accolse amorevolmente e gli disse: - Vedi là quel cimitero?

 - Si Io veggo.

 - Ebbene va fra quei tumuli e di loro tutte le imprecazioni, tutti gli improperii, tutte le parole di scherno che saprai e che potrai inventare.

 - Subito! rispose il giovane: e andò e fece come S. Macario aveagli comandato. Dopo circa un'ora ritornò e S. Macario gli chiese: - Hai fatto ciò che ti dissi?

 - Sì lo feci!

 - Ritorna adunque fra quelle tombe e incomincia a far loro tutti gli elogi, i complimenti, i panegirici, le adulazioni che saprai e che potrai inventare.

Il giovane ritornò al cimitero e ad alta voce prese a lodare tutti quei morti, come se fossero eroi di scienza, coraggio, virtù, santità; quindi si presentò a S. Macario.

S. Macario lo interrogò di bel nuovo: - Hai fatta l'obbedienza?

 - Sissignore!

 - Che cosa hanno risposto quelle tombe ai tuoi improperii ed alle tue lodi?

 - Niente!

 - Ebbene, se tu vuoi essere mio discepolo devi mostrarti impassibile e morto, come quelle tombe, a quante ingiurie e a quante lodi ti potranno da qui innanzi essere fatte!

Grande è la virtù dell'indifferenza, o miei cari, in tutto ciò che può toccarci di bene o di male, e ciò per amor di Dio. Non già che io voglia esigere da voi la perfezione di questa virtù, ma sibbene desidero che siate meno sensibili agli elogi, e alle critiche. E ciò in faccia a Dio e in faccia agli uomini. Talora si vede un giovane che ha qualche speciale dono dal Signore, che è riuscito a far bene il suo lavoro, o ad avere un posto distinto nella scuola o un bel voto all'esame, pavoneggiarsi, ringaluzzir tutto per l'onore guadagnato, credersi perciò qualche cosa di grosso, andare a stuzzicare l'uno e l'altro per farsi ripetere il proprio panegirico, tenere i proprii compagni come inferiori a sè e offendersi se non è trattato come crede meritarsi. Questa è superbia che reca discapito, perchè ci facciam ridere alle spalle, offendiamo la suscettibilità degli altri, e Dio presto o tardi ci umilierà.

Così vi sono dei giovani, che non sanno soffrire una paroletta e molto meno una burla, un atto ironico, un motto ingiurioso; diventano rossi come la cresta del gallo, saltano su, rispondono per le rime, menano le mani e guai a chi li guarda. E questa è superbia che ci fa mancare alla carità, che ci fa dimenticare il precetto del perdono, ci aliena gli animi dei compagni, e ci rende odiosi a tutti, finchè non troviamo qualcuno più forte di noi, che ci rende pan per focaccia. E allora dispiaceri, malumori, rabbie e brutte figure.

Dunque se siamo lodati, se le nostre cose van bene, ringraziamone il Signore: ma siamo umili pensando che tutto viene da Dio e che Dio può toglierci tutto in un momento. Se siamo biasimati osserviamo se il biasimo è ragionevole e correggiamoci: se non è ragionevole, pazienza e calma, sopportiamolo per amore di Gesù, che fu umiliato per noi. Assuefatevi a saper frenare voi stessi che è questo il modo di avere molti amici, e nessun nemico. Se poi vi fosse qualche importuno che non vi lasciasse aver pace ci sono i superiori, che prenderanno le vostre parti. Tuttavia notate che colui il quale è umile ed amorevole sarà sempre amato da tutti, da Dio e dagli uomini. Beati i mansueti perchè possederanno la terra.

 

V

 

Si legge di un soldato che essendo solito ad esercitare con piena libertà le sue pratiche di divozione, sebbene i suoi compagni poco o nessun conto facessero della pietà, pure egli coraggiosamente la praticava. La prima sera che i commilitoni lo videro inginocchiarsi e recitare le sue preghiere prima di andare a dormire, ruppero per lunga ora in urla, fischi, scherni, battezzandolo per bigotto, gesuita, ipocrita. Ma egli non si commosse, e proseguì tranquillamente nella recita delle sue orazioni. Gli

altri vedendo come rimanesse impassibile a tutto quel baccano, a poco a poco fecero silenzio. La sera vegnente di bel nuovo lo burlarono, ma non più così rabbiosamente come il giorno prima; e a poco a poco prima che finisse quel mese, lo lasciarono in libertà di fare ciò che meglio gli piaceva. Intanto siccome prestavasi a fare ogni servizio, a scriver lettere, ad assistere gl'infermi, a surrogare i compagni in qualche loro incombenza, il quartiere incominciò a risuonare delle sue lodi e tutti i soldati volevano essere i suoi amici. Era però giusto che il Signore, il quale non lascia mai di premiare i suoi servi fedeli, coloro che non arrossiscono di confessarsi, di andare alla Comunione, di sentir messa, gli desse segno di sua protezione. Si ruppe la guerra cogli stranieri, e Belsoggiorno, così chiamavasi il nostro soldato, partì col suo reggimento. Venne il giorno della battaglia campale. Tutto l'esercito procedeva per occupare le posizioni prestabilite. Il nemico compariva in lontananza come tante macchie nere, fra le quali vedevansi balenare ai raggi del sole la lama delle baionette. A un certo punto la compagnia di Belsoggiorno si ferma ad uno squillo di tromba. Le schiere nemiche si avanzavano, ma erano ancora lontane. Belsoggiorno in quell'istante si ricordò che non aveva recitati sette Pater, Ave e Gloria, che soleva dire ogni mattino in onore dei sette dolori di Maria Vergine. Senz'altro approfittandosi di quell'alt si getta in ginocchioni sul luogo ove trovasi. I suoi compagni scorgendo quell'atto, e sdegnati per ciò che chiamavano vigliaccheria: - Eccolo là il nostro guerriero, esclamavano; prega adesso ed è tempo di combattere;  e gli scagliavano tutte le villanie delle quali era ricchissimo il loro repertorio. Ma egli continuava i suoi Pater. All'improvviso si fa udire vicina una formidabile detonazione e una stridente gragnuola di ferro passa sul capo di Belsoggiorno. I nemici avevano spinta avanti e mascherata quella batteria dì cannoni. Le grida disperate dei feriti, il rantolo dei moribondi risuonava attorno A nostro soldato, il quale, sulle prime sbigottito, alzato alquanto il capo, che pregando aveva inclinato fino a terra, si vede esser rimasto incolume e tutti gli altri stesi al suolo o uccisi o morenti.

Ecco, o miei cari figliuoli, come il Signore soccorre coloro che non temono le dicerie del mondo e non si vergognano di confessarsi veri cristiani.

 

VI

 

L'ultima volta che ebbi il piacere di parlarvi, vi dissi come il Signore proteggesse un soldato il quale non si era vergognato di pregare in pubblico. Stasera farò ancora un'osservazione sul rispetto umano. Quanti cristiani non avrebbero la franchezza di manifestare a quel modo il loro ossequio a Dio! L'uomo talora non ha paura di affrontare il cannone, non teme le armi, non le bestie feroci, non il mare burrascoso, non viaggi per foreste immense, per deserti senza confini, ma poi non si sente il coraggio di vincere un vile rispetto umano, un vile rossore. Ha paura di uno scherno, di un sorriso maligno! Eppure si tratta di obbedire a Dio e alla sua santa Chiesa in cose gravissime; come ascoltar la messa alle feste, astenersi dalle carni venerdì e sabato, accostarsi ai Sacramenti alla Pasqua, non tener bordone a certi osceni parlatori, e via via. E facendo diversamente ne va di mezzo l'eterna salute! Non è questa una pazzia? Perder l'anima per le sciocche parole di qualche minchione, che si riderà della vostra dappocaggine! Ah ricordatevi ciò che ha detto Gesù Cristo: “Chi si vergognerà di me e delle mie parole, si vergognerà di lui il Figliuolo dell'uomo, quando verrà colla maestà sua e del Padre e de' santi Angeli… E chiunque mi rinnegherà dinanzi agli uomini, lo rinnegherò anch'io dinanzi al Padre che è ne' cieli ”.

Guardate S. Paolo ed imitatelo! Allorquando si recò nella città di Damasco ed entrò nella Sinagoga, manifestò lui stesso la sua conversione, dicendo con franchezza innanzi a tutti - Io sono quello che perseguitava i cristiani; ma ora sono io stesso cristiano. Gesù è il Messia promesso. E il vero Figliuol di Dio. -

Tutti restarono attoniti alla sua professione di fede, specialmente poi quando videro i suoi miracoli. Gli infermi guarivano al solo tocco delle sue mani, o col baciare il sudario o altro oggetto che gli appartenesse. Così Iddio premiava la generosità colla quale aveva obbedito al suo comando; e quegli che esercitava il mestiere di fabbricare tende di pelli per i soldati, divenne il grande apostolo delle genti. E in lui si avverò la parola del Divin Salvatore: “ Chiunque mi confesserà dinanzi agli uomini, anch'io lo confesserò dinanzi al Padre mio che è ne' cieli ”.

Così D. Bosco, aveva parlato nelle prime settimane del dicembre, e ogni volta che terminava il sermoncino come un padre ai figli, pronunciava l'augurio: Buona notte; e i giovani lo ricambiavano con un generale, fragoroso, cordiale saluto: Grazie!

Disceso dalla cattedra i giovani gli si stringevano attorno bramosi che dicesse a ciascuno di loro una parola confidenziale. Ed egli con grande calma e bontà li accontentava. “ A me ragazzo, attesta il Can. Anfossi, avvenne più volte di intendere un amorevole rimprovero o avviso dal solo suo sguardo accompagnato da una stretta di mano; ed essendo io afflitto, senza bisogno di far parola, era da lui inteso e consolato con qualche sentenza morale. E quello che faceva con me, faceva colla stessa amorevolezza con tutti, sicchè i ragazzi si dipartivano da lui per recarsi al dormitorio in silenzio, raccolti e soddisfatti. ”

E l'augurio di D. Bosco li accompagnava, poichè la buona notte era preparata colle sue parole e accompagnata dalle sue prescrizioni. Appena i giovani erano entrati in camerata e mentre si coricavano, un lettore incominciava a leggere per dieci minuti un libro spirituale e finiva con un: Tu autem Domine, miserere nobis, al quale non tutti rispondevano Deo gratias, perchè già presi dal sonno; e si abbassavano i lumi. Al mattino al suono della campana un battimano dell'assistente e un Benedicamus Domino svegliava i giovani, i quali rispondevano Deo gratias per averli il Signore conservati in vita.

Intanto il sotterraneo sotto la chiesa condotto a termine e destinato per refettorio, potendo per la sua vastità accogliere gran numero di persone, fu deciso che servisse anche per sala di teatro. Il palco scenico si preparava volta per volta, e su questo recitarono le loro parti in modo splendido, Bongiovanni Domenico, un vero gianduia, Gastini, Tomatis, Cora e tanti altri. I drammi commoventi, grandiosi, le commedie con scene di famiglia, le farse spiritose, le mimiche buffe, le musiche scelte, i varii pezzi cantati di opere classiche, le celebri romanze del Ch. Cagliero, le poesie giocose in dialetto piemontese di Bongiovanni Giuseppe, facevano accorrere, invitate, le prime famiglie di Torino. Fino al 1866 queste rappresentazioni ebbero luogo nel refettorio e quindi fu scelta per esse la sala di studio.

D. Bosco non tardava a preparare un regolamento pei comici!

 

REGOLE PER IL TEATRINO.

 

1. Scopo del Teatrino è di rallegrare, educare, istruire i giovani più che si può moralmente.

2. È stabilito un capo del teatrino che deve tener informato volta per volta il Direttore della Casa di ciò, che si vuol rappresentare, del giorno da stabilirsi e convenir col medesimo, sia nella scelta delle recite, sia dei giovani, che devono andare in scena.

3. Tra i giovani da destinarsi a recitare si preferiscano i pi√π buoni di condotta, che, per comune incoraggiamento, di quando in quando saranno surrogati da altri compagni.

4. Quelli che sono già occupati nel canto o nel suono, procurino di tenersi estranei alla recitazione; potranno però declamare qualche brano di poesia, o d'altro negli intervalli.

5. Per quanto è possibile siano lasciati liberi dalla recita i Capi d'arte.

6. Si procuri che le composizioni siano amene ed atte a ricreare e divertire, ma sempre istruttive, morali e brevi. La troppa lunghezza, oltre il maggior disturbo nelle prove, generalmente stanca gli uditori e fa perdere il pregio della rappresentazione e cagiona noia anche nelle cose stimabili.

7. Si eviti quelle composizioni che rappresentano fatti atroci. Qualche scena un po' seria è tollerata, sieno però tolte di mezzo le espressioni poco cristiane, e quei vocaboli che detti altrove, sarebbero giudicati incivili o troppo plateali.

8. Il capo si trovi sempre presente alle prove, e quando si fanno di sera non sieno protratte oltre alle ore 10. Finite le prove, invigili che, in silenzio, ciascuno vada immediatamente a riposo senza trattenersi in chiacchiere, che sono per lo più dannose, e cagionano disturbo a quelli che già fossero in riposo.

9. Il capo abbia cura di far preparare il palco nel giorno prima della recita, in modo che non abbiasi a lavorare nel giorno festivo.

10. Sia rigoroso nel provvedere vestiarii decenti e di poco costo.

11. Ad ogni trattenimento vada inteso coi capi del suono e del canto intorno ai pezzi da eseguirsi in musica.

12. Senza giusto motivo non permetta a chicchessia l'entrata sul palco, meno ancora nel camerino degli attori; e su questo invigili, che durante la recita non si trattengano qua e là in colloqui particolari. Invigili pure che sia osservata la maggior decenza possibile.

13. Disponga in modo che il teatro non disturbi l'orario solito; occorrendo la necessità di cambiare, ne parli prima col Superiore della Casa.

14. Nessuno vada a cena a parte; non si diano premi o segni di stima o lode a coloro che fossero da Dio forniti di attitudine speciale nel recitare, cantare, o suonare. Essi sono già premiati dal tempo, che loro si lascia libero, e dalle lezioni che si compartono a loro favore.

15. Nell'apparecchiare e sparecchiare il palco impedisca per quanto è possibile le rotture, i guasti nei vestiarii e negli attrezzi del teatrino.

16. Conservi diligentemente nella piccola biblioteca teatrale i drammi e le rappresentazioni ridotte ed adattate ad uso dei nostri collegi.

17. Non potendo il capo disimpegnare da se solo quanto prescrive questo regolamento, gli sarà stabilito un aiutante, che è il così detto suggeritore.

18. Raccomandi agli attori un portamento di voce non affettato, pronuncia chiara, gesto disinvolto, deciso; ciò si otterrà facilmente se studieranno bene le parti.

19. Si ritenga che il bello e la specialità dei nostri Teatrini consiste nell'abbreviare gli intervalli tra un atto e l'altro e nella declamazione di composizioni preparate e ricavate da buoni autori.

Sac. Bosco Giovanni

Rettore.

 

N.B. In caso di bisogno il capo potrebbe affidare ad un maestro fra gli studenti, ad un assistente fra gli artigiani, che esercitassero i loro allievi a studiare e declamare qualche farsa o piccolo dramma.

 

 

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