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Capitolo 8

Sussidio del Re a D. Bosco - Il solo Rettore non basta più al governo dell'Ospizio - D. Vittorio Alasonatti primo prefetto ed economo - Virtù esimie di questo sacerdote.


Capitolo 8

da Memorie Biografiche

del 28 novembre 2006

     

Sul principio del mese di agosto D. Bosco aveva fatto ricorso al Re per avere qualche sussidio, ed ecco la risposta pervenutagli.

 

Regia Segreteria del Gran Magistero dell'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro.

 

Torino, 15 agosto 1854.

 

Veramente in questo anno di straordinarie miserie, l'Ordine Mauriziano avendo dovuto erogare soccorsi anche straordinari a sollievo di nuove ed insolite calamità, non troverebbesi in grado di sovvenire replicatamente ad un medesimo istituto.

Tuttavia riflettendo che la carezza dei viveri mentre aumenta sensibilmente la spesa di mantenimento dei giovani abbandonati che Ella va ricoverando, ed accresce anche notevolmente il numero di questi, ho pensato per questa volta potersi derogare alle massime stabilite, e proporre a S. M. la concessione di un nuovo speciale sussidio a pro di cotesta Pia Opera.

Essendosi la Maestà del Re degnata assegnarle a questo fine la somma di L. 250, io mi pregio di rendernela avvertita per sua norma, mentre Le confermo gli atti della mia distinta considerazione.

 

                                                                                Per il primo Segretario di S. M.:

                                                                                Il Primo Uffiziale

                                                                                SOMIS DI CHIAVRIE

 

Ma non solo di danaro aveva D. Bosco grande necessità. Fin dal 1853 era oppresso da gravi cure, e non poteva più da solo rispondere al bisogno morale e materiale della direzione interna della casa, che andava assumendo sempre maggiori proporzioni. Ed il Signore in buon punto gli provvedeva chi sarebbegli poi stato il braccio destro, il forte e intelligente sostegno dell'Opera degli Oratorii. Già D. Bosco aveva posto l'occhio sopra il sacerdote Vittorio Alasonatti di Avigliana, amicissimo di D. Giacomelli, e quindi anche suo. Molte volte e anche nel 1854 si erano trovati ambidue agli esercizii di S. Ignazio e avevano percorsa insieme la strada da Torino a Lanzo. Conosceva a prova quanto D. Alasonatti potesse servire all'importante e difficile assunto che aveva progettato d'imporgli Gli mosse perciò la proposta di venire a dividere le sue fatiche nell'Oratorio Molto lavoro e poco riposo, molte sofferenze e pochi conforti, povertà, abnegazione, sacrifizio, ecco il programma che D. Bosco mise sotto gli occhi a D. Alasonatti nell'invitarlo ad accettare l'ufficio di Prefetto nell'Oratorio Per stipendio null'altro gli promise che il vitto ed il vestito e a nome di Dio una ben ricca corona di gloria in cielo. Era come l'invito che il Salvatore aveva fatto a Pietro e a Giovanni. D. Bosco aveagli scritto poi una lettera; D. Alasonatti la ricevette mentre era nella sua cameretta; la lesse, rivolse gli occhi al cielo, come per interrogare la volontà del Signore, diede uno sguardo al crocifisso, abbassò il capo ed accettò.

  Ma chi era questo degno sacerdote, di cui avrà sempre a gloriarsi e professarsi riconoscente la Congregazione di D. Bosco?

  Nato il 15 novembre 1812 in Avigliana, aveva frequentate le scuole normali del suo paese, che allora comprendevano eziandio la prima ginnasiale, e nel Seminario di Giaveno compieva i corsi di Grammatica, Umanità e Rettorica; in Avigliana vestiva l'abito clericale per mano del Prevosto D. Pautassi; e nel Seminario di Torino studiava la Filosofia e la Teologia. Dovunque, era stato il modello de' suoi compagni in ogni virtù. Studiata la Teologia morale nel Convitto di S. Francesco d'Assisi, veniva ordinato sacerdote nel 1835. Mentre si occupava indefessamente nel sacro ministero nella sua patria, venne per voto di tutto il popolo nominato maestro della scuola elementare. Egli era amantissimo dei fanciulli. Malgrado la nobile gravità de' suoi modi sapeva farsi semplice coi semplici, quasi volesse diventare uno di loro. Lo rendeva ammirabile a tutta la popolazione e a tutto il clero la carità veramente materna con cui guidava alla chiesa la sua classe e la pazienza inalterabile colla quale correggeva le mancanze de' suoi allievi irrequieti. Li ammoniva preventivamente in scuola del contegno divoto e grave che dovevano poi osservare nella casa di Dio. Assisterli nel trasferirsi dalla scuola alla chiesa, far loro prendere l'acqua benedetta ed eseguire con precisione il segno della croce, disporli poscia al posto loro assegnato, procurando coll'assidua vigilanza e coll'esempio che assistessero col dovuto raccoglimento alle sacre funzioni; erano sollecitudini che s'imponeva con un zelo veramente sacerdotale.

Oltre alle scuole private gratuite, che faceva a persone adulte e a chi desiderava intraprendere qualche corso speciale, aiutava il parroco nel disimpegno delle cure della parrocchia, spiegava il Vangelo alla domenica, faceva il catechismo, serviva all'altare come un semplice chierico, insegnava il canto fermo, passava le lunghe ore al confessionale, assisteva gl'infermi ed i moribondi. Era il tipo dell'uomo apostolico.

  Quando si ritirava stanco per riposarsi nella sua umile cameretta, recitava ogni giorno il Rosario seguito da lunghe altre orazioni, e il breviario diceva sempre in ginocchio col capo scoperto anche negli ultimi anni del vivere, benchè logoro dalle lunghe e gravi fatiche, da continui mortificazioni e da varii dolorosi incomodi. Mai si rimise da questo rigore di vita, e tanta fortezza d'animo si deve massimamente attribuire alla somma temperanza, sempre da lui osservata nel riposo, nelle ricreazioni e nel cibo. Ogni giorno faceva lunga meditazione, la visita al SS. Sacramento, un rigoroso esame di coscienza; negli ultimi dieci anni leggeva tutte le sere il Proficiscere, applicando a se stesso le preghiere dei moribondi. Quand'ecco mentre il parroco d'Avigliana il Teol. Vignolo, il paese ed il clero facevano maggior assegnamento sopra di lui, D. Bosco lo chiamava a Torino nell'Oratorio, con una frase che più volte gli aveva ripetuta: -Venga ad aiutarmi a dire il breviario!

  Il giorno 14 del mese di agosto 1854, D. Alasonatti, lasciata generosamente l'agiatezza di sua benestante famiglia, rinunziato ad un considerevole stipendio che percepiva come esperto e stimato maestro, messe in non cale le considerazioni più o meno mondane che alcuni conoscenti e persone anche ragguardevoli del clero gli avevano messe dinanzi per distornarlo dal suo divisamento, entrava nell'Oratorio col breviario sotto il braccio e diceva a D. Bosco: - Dove devo mettermi a recitare il breviario?

  D. Bosco lo condusse nella stanza, che aveagli destinata in casa Pinardi come ufficio di Prefettura, dicendogli:

   - È  questo il suo posto!

Da quell'istante D. Alasonatti si mise sotto la totale dipendenza del suo nuovo Superiore, pregandolo a volergli comandare senza riserva in tutto ciò che egli potesse riuscire utile alla casa, e a non risparmiarlo, sempre che lo richiedesse la gloria di Dio. Non ebbe a durar molto a trovarsi aggravato di occupazioni, perchè il programma di D. Bosco non era stato uno sterile complimento. La casa contava allora circa ottanta giovani tra studenti ed artigiani, oltre agli esterni che venivano alle scuole diurne e serali. D. Alasonatti aveva l'incarico dell'amministrazione generale. Questo importante uffizio abbracciava la vigilanza sulla condotta morale dei giovani, la direzione delle scuole, dei laboratori, l'assistenza in chiesa e nello studio, la sopraintendenza alle funzione sacre, la tenuta dei libri di entrata e di uscita, i registri dell'amministrazione, e una vasta corrispondenza epistolare.

  Egli, primo sempre a porsi a lavoro, era l'ultimo nell'andare a riposo e bene spesso, al mattino si trovava il suo letto ancor fatto dal giorno precedente. Non di rado era così continua l'udienza, che uno scritto incominciato il mattino doveva sospendersi fino alla sera ed anche all'indomani, poichè le persone introdotte nella sua stanza succedendosi a vicenda non gli lasciavano ripigliare la penna. Spesso l'udienza riusciva doppiamente penosa, per la varietà delle cose che doveva trattare, per l'indiscrezione dei concorrenti, per le spiacevoli riprensioni che talvolta doveva infliggere ai colpevoli. All'uno conveniva fare una lunga ammonizione, all'altro bastava volgere uno sguardo un po' espressivo talvolta doveva interrompere un discorso per visitare un dormitorio, troncare la visita al dormitorio per prevenire un disordine nello studio. Spesso si avviava a passare in rassegna i laboratori, e allora veniva chiamato in tutta fretta in Prefettura per ricevere parenti dei giovani, soddisfare agli uni, appagare gli altri. Tutta l'amministrazione della casa dipendeva dal prefetto; per qualunque grande o piccolo bisogno si faceva capo a lui. Quindi egli doveva contemporaneamente farsi maestro nelle scuole, assistente nella Chiesa, superiore nel laboratorio e talvolta medico ed infermiere nella stessa infermeria.

  D. Alasonatti rispondeva a questa calca d'incombenze con tale imperturbabile costanza d'animo, che mal si saprebbe dire, se fosse maggiore in lui la pazienza nel soffrire o la previdenza nel dirigere gli affari; o la calma nel maturare o la disinvoltura nello spedire le faccende più intricate; o la soddisfazione dei travagli sostenuti o, il desiderio d'averne dei nuovi. Nè tanta fatica era poi sempre da felici successi premiata; talora le ingratitudini erano il compenso del suo instancabile zelo.

  Ei sovvenivasi allora che aveva in Avigliana una famiglia, i genitori che lo avrebbero accolto a braccia aperte, che egli avrebbe potuto godersi in patria le dolcezze di una vita tranquilla e pacifica all'ombra del tetto, paterno. Aggiungevasi l'incurvarsi degli anni, lo spiegarsi degli incomodi fisici, che non resistendo a quell'eccessivo lavoro, cominciavano già a farsi dolorosamente sentire.

Ma ben lungi dall'arrestarsi in faccia a simili riflessi, egli ne traeva anzi argomento di rinfrancarsi ancora di più. - Vittorio, ad quid venisti? diceva allora a se stesso. A che sei venuto nell'Oratorio di S. Francesco di Sales? Gesù Cristo non riposò che sulla croce e tu vuoi ripor sarti a mezza via?

  Confortato da questi pensieri egli andava incontro a nuove occasioni di lavoro. Sostituendo D. Bosco, istruiva nel canto gregoriano i giovani, perchè si cantassero i vespri e le messe facendo due cori, e così gli allievi si abilitassero al canto nelle parrocchie. Insegnare le sacre cerimonie, spiegare il nuovo testamento ai chierici, dirigere le funzioni di chiesa, confessare, predicare, fare il catechismo, diventarono per D. Alasonatti un pane quotidiano. Fu visto più volte assestare dei letti che erano male in arnese, spazzare le scale, servire a mensa con una semplicità da disgradarne l'ultimo servo di casa.

  D. Bosco dividendo col prefetto tante e gravi cure voleva alleggerirlo in qualche modo dal faticoso incarico che l'opprimeva; ma egli con costante fermezza sempre vi si oppose. Appena però la Divina Provvidenza, benedicendo al laborioso zelo di entrambi, fece trovare soggetti capaci di sollevare in parte le incombenze del Prefetto, gli pose in aiuto un viceprefetto per la tenuta dei libri, riserbando a D. Alasonatti le cose di maggior rilievo; creò un economo per le spese, un direttore per gli studii e dopo qualche tempo un prefetto per la sagrestia.

  A far conoscere quanto grande fosse lo spirito della, mortificazione in D. Alasonatti, aggiungeremo che egli, quando partì da Avigliana per l'Oratorio, disse a Don Giacomelli: - lo non lascerò D. Bosco e non ritornerò, più a casa, finchè D. Bosco non abbia qualche aiutante. - Giunto nell'Oratorio trovò che ivi di tutto si mancava. II vino, provvisto di quando in quando dalla beneficenza del Municipio e da quella dei negozianti del foro vinario, composto di varie qualità, talora acido, o col sapore di muffa, non si confaceva col suo stomaco, ed egli prese subito la sua risoluzione: - A me basta per vivere pane ed acqua! - Egli era solito bere a casa sua vino generoso, poichè le sue cantine erano ben provviste. Ma non volendo procacciarsi una risposta di rimprovero dai suoi parenti che malvolentieri l'avevano lasciato partire, temendo recar onta a D. Bosco manifestando questa sua necessità, ed eziandio aborrendo dal fare un'eccezione, che avrebbe dato ad altri incentivo di conservar vino nella propria cella, determinò di non* chiederne ai parenti e bere sempre acqua. E così fece fino all'anno della sua morte, se si eccettuano alcuni rari casi nei quali la cortesia costringevalo ad accettare un bicchiere di vino.

  Questa privazione era da lui molto sentita, ma egli sempre sereno, sempre tranquillo non badava a ciò: -Semper in gratiarum actione manere. Iustus meus ex fide vivit, erano i suoi motti abituali.

  Tale fu il primo prefetto ed economo inviato dal Signore ai giovani dell'Ospizio. Il domani del suo arrivo nell'Oratorio, festa di Maria Santissima Assunta in cielo, venne fissato l'orario delle funzioni di chiesa nei giorni festivi e più non si mutò. Verso le 7 e ½

D. Alasonatti prese a celebrare la santa Messa, ossia quella detta della Comunione, e D. Bosco saliva all'altare alle 10 e in quell'ora finiva di confessare gli esterni; e quindi faceva la predica. Prima di questa seconda Messa continuossi regolarmente il canto o la recita del Mattutino e delle Lodi del piccolo ufficio della Madonna, come tuttora si costuma. Fino al 1858 D. Bosco celebrò la seconda Messa.

  Intanto D. Alasonatti il 15 agosto 1854 dava principio alla sua missione in Valdocco coll'assistere un coleroso, essendo scoppiato micidiale in Torino il morbo asiatico.

 

 

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