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Capitolo 8

Un altro merito del Convitto - Le conferenze di morale - Utilità pratica - Precetti di sacra eloquenza - Progressi di D. Bosco in questi studii - Suo amore per la castità Mortificazione - La distribuzione ai poverelli.


Capitolo 8

da Memorie Biografiche

del 19 ottobre 2006

 

 

 Già abbiam detto qualche cosa de' meriti che si ebbero i Rettori e i Maestri del Convitto Ecclesiastico di Torino nella formazione del Clero in Piemonte. Ma, perchè si palesi sempre meglio quanto sia stato saggio il consiglio del Cafasso nell'invitare quivi D. Bosco per prepararlo alla sua futura missione, non va taciuto un altro merito segnalatissimo, qual è quello di aver addestrato il clero alla lotta contro le persecuzioni ed i travagli che si andavano maturando per la Chiesa. Difatti, se quella grande seduzione, di cui molti anche fra il clero furono vittima e che era il preludio della guerra organizzata dai settarii contro la religione, non ebbe poi tutte le conseguenze esiziali che erano a temersi per la fede delle nostre popolazioni, egli è dovuto principalmente all'opera saggia di questo clero formato al Convitto, che comprese a tempo la tattica degli avversari, e, con fermezza degna dell'era dei martiri, si oppose alle false libertà, foriere di irreligione e corruzione, e conservò ed alimentò tra le popolazioni il sacro fuoco dello spirito cristiano, preparando nel silenzio e nel sacrificio un consolante risveglio dalle utopie ed il ritorno alla fede, risveglio e ritorno omai tanto manifesto.

E qui ci pare pregio dell'opera dar pure un'idea dell'ottimo metodo seguito ordinariamente nelle conferenze di morale. Parliamo in modo particolare di D. Cafasso, perchè di lui ci ha lasciato copiose notizie D. Bosco stesso. Però. D. Cafasso seguiva D. Guala ed i successori cercarono sempre di imitare gli antichi loro maestri.

Gli allievi della conferenza del mattino superavano il centinaio: vi convenivano preti da tutti i punti della città: la scuola rigurgitava a tal segno, che alla porta si faceva ressa per poter entrare, e sul limitare i giunti più tardi si arrampicavano perfino sulle spalle dei compagni.

D. Cafasso all'ora fissata impreteribilmente entrava nella sala di studio, che serviva pure per la conferenza, e recitato con raccoglimento il Veni Sancte Spiritus, prendeva posto al tavolino del docente. Dato uno sguardo al numeroso uditorio, faceva leggere un quesito del Compendio dell'Alasia colla relativa risposta. Proponeva quindi uno o più casi affatto pratici, precedentemente preparati e disposti in modo da abbracciare i varii lati della questione ed esaurire con ordine completamente la materia; ed invitava successivamente a darne la soluzione due o tre convittori, ai quali faceva gli opportuni appunti, essendo di sovente le risposte incomplete, alle volte contrarie l'una all'altra e talora anche fuori di carreggiata; e concludeva poi egli con darne la soluzione completa,  ma con parola franca, precisa, ragionata ed improntata a tanto criterio pratico, che non si poteva a meno di riconoscere esser lui l'uomo della ragione. E qui osserva D. Bosco nella biografia che di lui scrisse: “Era notevole il modo pronto, preciso, chiaro, che aveva nel rispondere. I dubbi, le difficoltà, le domande più complicate dinanzi a lui scomparivano. Fattagli una questione, comprendevala al solo enunciarla; quindi alzato un istante il suo cuore a Dio, rispondeva con prontezza e giustezza tale, che una lunga riflessione non avrebbe fatto pronunciare miglior giudizio. Ciò faceva che ognuno andava a gara per ascoltarlo, e più erano prolungate le sue conferenze e i suoi colloquii con chi veniva a consultarlo, e più grande era la soddisfazione che si provava e con gran rincrescimento vedevasi il finire della conferenza”.

Aveva di più un'arte assai rara e pregevole, quella di rendere amene le materie di per sè ardue e poco gradevoli. La natura dei casi proposti, il modo di esporli, una costante giovialità, un misto di arguzie gradite e di aneddoti opportuni, il sorriso che gli sfiorava sulle labbra davano vita anche agli argomenti più freddi e pesanti. Nella sola materia, della quale S. Paolo dice “nec nominetur in vobis”, cambiava totalmente metodo. La trattava con sobrietà, ma insieme con sufficiente chiarezza, raccomandava agli allievi di pregare il Signore ad assisterli colla sua santa grazia, nè era mai che in tale argomento uscisse dalla sua bocca una facezia o spuntasse sulle sue labbra un sorriso; il che produceva in tutti una profonda impressione di uomo riservatissimo e custode gelosissimo della bella purità.

Il suo insegnamento non solo illuminava l'intelletto a conoscere bene la morale, ma eccitava i cuori a praticarla. Raccontava sovente di prigionieri condannati a morte o di persone di vita perduta e da lui guadagnate al Signore, e la conclusione era sempre un eccitamento al bene ed allo zelo per le anime: era un avviso, un'esortazione ad adoperarsi a praticare le virtù proprie del sacerdote, a fuggire i pericoli, ad attendere alla propria santificazione, a mettere ai piedi del Signore qualsiasi impresa colla pura intenzione di fate solo e sempre la sua divina volontà, a non manifestare troppo amore ai parenti, ad essere distaccati dal mondo con spirito di unione con Dio, a non rifiutarsi mai alla grande opera di carità che è la riconciliazione delle anime col Signore, dimostrandole tutte cose facili, nobilissime e di grande consolazione.

D. Bosco, che pendeva attentissimo dal labbro dell'amato maestro, sicchè ne era, son per dire, affascinato, nota ancora come “ lo studio di D. Cafasso non era soltanto lavoro di tavolino, che anzi egli insegnava il vero modo di ascoltare con frutto le confessioni dei fedeli: notava gli effetti e le conseguenze eziandio solamente del vario modo di parlare, di interrogare o di consigliare: e ciò faceva con tale destrezza, o dirò meglio con tale pietà, scienza e prudenza, che non saprebbesi dire se fosse più grande la consolazione ed il frutto in chi lo ascoltava nelle conferenze o in chi aveva la bella sorte di avere in lui una direzione spirituale. Di qui nasceva la sua direi quasi inaudita speditezza nel confessare. Poche parole e talvolta un solo sospiro del penitente bastava a lui per fargli conoscere lo stato di un'anima. Non parlava molto al confessionale, ma quel poco era chiaro, esatto e classico e per modo adattato al bisogno, che un lungo ragionamento non avrebbe ottenuto migliore effetto. In conferenza procedendo con esercizi in dialoghi, addestrava i convittori nel suo modo di confessare e i suoi casi di morale erano di preziosissimo ammaestramento.

” Ma ciò che sovratutto dava un incanto speciale alle sue lezioni e a tutte le sue parole era una confidenza illimitata nella bontà ed amorevolezza di Dio verso di noi. Sentirlo parlare e rimaner consolati era tutt'uno. Una persona disse un giorno in sua presenza: - Chi sa se andrò in paradiso?

 - Oh questa, esclamò, non è cosa da mettersi in dubbio! Vi sono certi cristiani che trattano l'affare della salute come un giuoco al lotto, aspettando quasi dalla sorte se uscirà il buon numero. Non è così che si deve fare. Abbiamo la legge e le promesse di Gesù Cristo e chi cerca di adempiere la legge, non deve dubitare delle promesse. - E parlava del paradiso come chi ci aveva un piede dentro, e cercava sempre d'agevolarne la strada agli altri. Insisteva molto sulla pratica delle virtù piccole, sul non lasciar sfuggire le occasioni dei minuti sacrifizi che si presentano alla giornata, ripetendo spesso che con queste piccole cose si accumulano i grandi tesori”.

Colla morale D. Cafasso insegnava eziandio i precetti di sacra eloquenza, e soleva assegnare un tema di predica da comporsi nello spazio di quindici giorni e da leggersi in pubblico nelle conferenze da chi era da lui designato. I componimenti degli altri leggevali poi in privato, vi faceva le debite osservazioni in margine e così li restituiva. Era sua persuasione che uno dei mezzi più validi per distruggere il peccato ed uno dei primi ufficii che compete agli ecclesiastici è quello della predicazione. Notava che il crescere e moltiplicarsi del peccato nel cristianesimo è cagionato in parte dal popolo che non ascolta o non pratica, ma in parte anche dai predicatori che non adempiono a dovere il loro ufficio, preparandosi collo studio della teologia, della Scrittura, dei SS. Padri, della storia ecclesiastica, e colla preghiera ed il buon esempio.

Inculcava che i sermoni fossero adattati all'intelligenza dell'uditorio, semplici nel periodo e nei vocaboli, ordinati, mondi da ogni frase triviale o plebea, rispettosi verso i fedeli che ascoltano, brevi per non disgustarli, abborrenti da ogni allusione irritante o personale, interessanti coi paragoni presi dalle cose sensibili, dagli usi comuni della vita, ricchi di esempi ricavati dalla S. Scrittura e dalla storia ecclesiastica, umili col far intendere che l'oratore fa causa comune col popolo collocandosi nel numero dei peccatori, eccetto quando si ragionasse della disonestà. Egli si dimostrava poco amico dei panegirici di puro encomio e delle conferenze polemiche. Di queste ultime diceva che, fatte in grandi città, ove abbondino i quaresimalisti, da un conferenziere che abbia le volute qualità, per combattere gli errori del giorno, sono assai convenienti, perchè un certo numero di uditori sappia che la religione ha le sue sublimità e le sue arcane ineffabili bellezze; ma affermava che di via ordinaria è sempre meglio un catechismo ragionato, sempre più fruttuosa un'istruzione ben fatta, sempre più commendevoli le prediche e i panegirici morali, che fanno amare la virtù, abborrire il vizio e parlano al cuore, perchè l'incredulità sta più nel cuore che nella mente, e, guarito il cuore, le prevenzioni svaniscono e ritorna la fede. “Non tanta filosofia, diceva, non tante parole che terminano in ismo: positivismo, materialismo, spiritismo, socialismo, e che so io: paradiso vuol essere, osservanza dei divini comandamenti, preghiera, divozione alla Madonna, frequenza dei SS. Sacramenti, fuga dell'ozio, dei cattivi compagni, delle occasioni pericolose, carità col prossimo, pazienza nelle afflizioni, e non terminate alcuna predica senza un cenno sulle massime eterne”.

Voleva che si lasciassero a parte certi argomenti troppo profani, più adatti alle accademie che alle Chiese; nè poteva tollerare che gli argomenti sacri fossero trattati puramente all'umana, e sostenuti a forza di raziocinio, perchè in tal modo, diceva, cessano di essere parola di Dio. Avvisava di non entrare in questioni disputate dai teologi, di lasciar da parte certi temi che non riescono ad altro che ad eccitare un eccessivo timore ed un grande scoraggiamento, quali sono la predestinazione, lo scarso numero degli eletti, la difficoltà della via al cielo. “ - Si preferiscano quelle massime che fanno coraggio ed allettano al bene: confidenza nella misericordia di Dio e divozione a Maria SS. anche nei casi più disperati e nelle contingenze più difficili. Volete incutere, aggiungeva, un salutare timore? Parlate della morte certa, dell'incertezza dell'ora della medesima; parlate dei giudizii di Dio, delle pene orribili dell'inferno; fate capire che basta un solo peccato per dannarsi. Si dica altamente che la via del paradiso, è difficile per chi non sa risolversi, ma facile per chi ha buona volontà. Quando una persona si mette proprio di cuore, le difficoltà svaniscono, e Dio la aiuta colla sua grazia, ed abbondano le consolazioni e le attrattive; che se s'incontra qualche arduo passo, sono tanti i compensi, che quasi non si sente il peso delle difficoltà. L'ostacolo più forte e contro del quale si dovrebbe sempre combattere sta in ciò, che si vuole servire Dio e il mondo nello stesso tempo. Facciamola vedere utile la vita veramente cristiana, dipingendone i vantaggi temporali ed eterni, in vita e in morte, la pace del cuore, le gioie della preghiera, la concordia domestica, il buon successo nei negozii, il conforto della buona coscienza. Parliamo del paradiso, parliamone spesso; dipingiamolo in modo da far nascere nei cuori un vivo desiderio di possederlo”.

Non è a dire quanto approfittasse da queste lezioni D. Bosco. Desideroso com'era di ben riuscire a guidare le anime nel tribunale di penitenza e tutti attirare all'amore di Gesù Cristo, si applicò indefessamente allo studio della morale pratica, sicchè in esso si distingueva fra tutti i suoi compagni. Egli teneva dietro e con intensa attenzione a tutte le lezioni sia del Teol. Guala, sia di D. Cafasso, facendo tesoro di tutti i loro ammaestramenti con quell'acume d'intelletto, col quale noi poi lo vedremo ideare e compiere tanti grandiosi disegni. Aveva potuto eziandio avere i trattatelli, di cui sopra abbiamo parlato, con molti casi di coscienza risolti nelle Conferenze, e avutane copia per sè, se li ridusse in succo e sangue. Tutto lo spirito, la scienza, la pratica di D. Cafasso in lui si trasfuse. La stessa carità nell'accogliere i penitenti, la stessa precisione nelle interrogazioni, brevità nelle confessioni, sicchè in pochi minuti scioglieva coscienze intricatissime: la stessa concisione in quelle poche parole di eccitamento al dolore che passavano l'anima e vi restavano impresse; la stessa prudenza nel suggerire i rimedii. Chi ebbe la fortuna di confessarsi da lui, ricorda sempre l’unzione e la forza de' suoi consigli.

Nel 1880 egli teneva ancora presso di sè quei trattatelli e que' quaderni, segno che più di una volta nella sua vita occupatissima aveva riandata questa scienza necessaria per un prete. Dovendo infatti talora dare una decisione su casi, importantissimi e difficili, su dubbi di coscienza intricatissimi, anche negli ultimi giorni la sua risposta coglieva subito il nodo della quistione, e la risoluzione era sempre secondo le conclusioni di D. Cafasso.

D. Rua Michele conferma come durante tutta la vita attese sempre allo studio della Teologia Morale con quell'impegno che richiedeva D. Cafasso, il quale soleva dire non potersi scusare da peccato mortale quel sacerdote confessore, il quale passasse un anno intero senza rivedere qualche trattato di Morale. E però egli divenne abilissimo in ogni parte del sacro ministero, e per ogni genere, sesso e condizione di persone ed in ogni circostanza giudicava e sentenziava con somma esattezza, ottenendo da Dio pur il dono di indovinare quei peccati che i penitenti tacevano per vergogna, come da molti ci venne riferito.

Frattanto, durante questo studio D. Bosco continuò a dare prove non dubbie del suo amore per la bella virtù della castità e di una diligentissima cura nel custodirla immacolata. Fino a che il dovere non glielo impose, egli non si azzardò a toccare i due trattati De Matrimonio e De Sexto, e quando la necessità lo richiese, ne provò una grandissima pena. Allorchè aveva da trattare direttamente o indirettamente dei vizi opposti alla purità, un vivo rossore imporporava il suo volto. Sfuggiva studiosamente di entrare in dispute che riflettessero questa materia; e ove non potesse farne a meno, se ne sbrigava presto con singolar disinvoltura. Invitato dal conferenziere a rappresentare la parte di penitente, soleva sempre proporre casi di fanciulli, pel ribrezzo che aveva di accennare ad argomenti delicati. Consultato su questo punto da qualche compagno, teneva un contegno tale da infondere riserbo in chi lo interrogava, e data qualche buona risposta, se occorreva fare un ragionamento prolungato, lo esortava a ricorrere agli autori. Così ci narrò più volte D. Giacomelli, suo compagno al Convitto per un anno.

Allo studio della morale e della sacra eloquenza D. Bosco accoppiava eziandio quello della storia ecclesiastica, per il che vegliava gran parte della notte: ebbe la pazienza di leggere per intero anche l'Orsi, mentre attentamente consultava i Bollandisti. A questo modo si preparava alle molto dispute, che avrebbe dovuto più tardi sostenere coi protestanti Di lui quindi meritamente si può ripetere l'elogio che fu scolpito sulla tomba del Teol. Guala: Voluptatem in labore, vitam in vigilia posuit.

E questo suo privarsi del sonno e del riposo, specialmente nell'inverno, era eziandio effetto della sua continua mortificazione. Il mattino invece di un caffè, il quale lo avrebbe riconfortato, si contentava di un frustolo di pane asciutto e ben sovente si asteneva anche da questo. Digiunava tutti i venerdì e spesso anche al sabato. Benchè la madre andando qualche volta a visitarlo, fosse disposta a portargli frutta o vino, pure egli mai di ciò la richiese; e se talora ne riceveva, facevane tosto parte ai compagni, privandosene volentieri come già prima usava fare in Seminario. Scrive D. Maurizio Tirone, Pievano a Salassa Canavese: “Due sacerdoti, che furono compagni di D. Bosco al Convitto, mi raccontarono non una volta sola il seguente fatto di quei tempi. Quando veniva servita a pranzo o a cena una minestra più buona dell'ordinario, D. Bosco che cosa faceva? Giù acqua! Dando di mano alla caraffa di acqua finiva coi fare una broda buona da darsi ai cani da caccia, e poi se la trionfava saporitamente; ed ai compagni che gliene facevano rimostranze, rispondeva semplicemente tutto tranquillo: - È tanto calda! - Quante cose si nascondono sotto queste due parole! Piena vittoria sopra il senso del gusto, amore alla penitenza, umiltà, perchè altri non ammirasse la sua virtù”.

Egli adunque per la sua diligenza ed il suo profitto negli studii, come pure per la sua singolare pietà e per le altre sue belle virtù, era oggetto di stima de' suoi compagni di sacerdozio e de' suoi superiori D. Cafasso e D. Guala, come ci assicurava Mons. Giovanni Battista Bertagna, ai quali lo rendeva eziandio caro una obbedienza pronta, che non trovava difficoltà di sorta nè ammetteva alcun indugio. Dopo il pranzo solevano i superiori del Convitto far distribuire alla porta dell'Istituto una buona quantità di vivande, e ogni giorno ivi accorrevano numerosi i poveri, sicuri di non partirsene a mani vuote. In certi giorni della settimana largivano eziandio elemosine in danaro a una turba di meschinelli, che ad ore fisse venivano ad aspettare in sagrestia. Non di rado però essendo impediti dalle loro gravi occupazioni, e non potendo recarsi ad esercitare quell'opera di carità in persona, ne commettevano l'incarico a D. Bosco, il quale presiedeva alle distribuzioni e rimetteva nelle mani dei bisognosi il danaro che gli era stato consegnato all'uopo. Non era certo questa una occupazione piacevole, perchè l'incompostezza un po' clamorosa di quelle riunioni, le importunità, le recriminazioni, i lamenti, l'inurbanità, le insistenze di certuni richiedevano una grande pazienza in chi, specialmente sui primordii, voleva mantenuto l'ordine. In simile circostanza accadde un fatto, che più volte si sarebbe ripetuto senza una grande vigilanza. D. Bosco distribuiva le elemosine; i poveri erano in fila. Una mendicante, che aveva già ricevuta la sua moneta, fece un giro, andò a collocarsi in coda alla fila e nuovamente si avvicinò a D. Bosco, stendendo per la seconda volta la mano. - Ma io vi ho già dato una moneta, mia buona donna! - le disse D. Bosco. - Lo sapete voi d'avermela data, signor frate? gli rispose la mendicante; - io credeva che la mano sinistra ignorasse ciò che donava la diritta. - Avete ragione, esclamò D. Bosco: e per quella volta le donò una seconda moneta. Questo fatto incontestabile già si narrò di altri pii personaggi, e ben si può dire che nil sub sole novum; ma intanto esso ci fa conoscere come la dolcezza di cuore e la carità fosse mirabile in D. Bosco.

 

 

 

 

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