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Capitolo 8

Modi e linguaggio dei Beato in alcuni incontri.


Capitolo 8

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

L' “alcuni ” del titolo importa un limite, che non dobbiamo lasciare così indefinito. Questo termine restrittivo sta dunque a segnare determinati confini di tempo; giacchè noi, sostanzialmente fedeli al sistema cronologico del primo biografo, ci proponiamo ora di cogliere alla spicciolata tra il febbraio e il giugno del '76, certi episodi d'incontri, meritevoli di venir segnalati in una storia piuttosto minuta qual è la nostra.

Fra le qualità che si ammiravano nel conversare di Don Bosco una era la sua straordinaria destrezza a spingere il discorso su cose di spirituale utilità e un'altra la sua franca disinvoltura in dire certe verità un po' ostiche senza attirarsi l'odio che le suole accompagnare.

Ne diede bella prova il 19 febbraio. Costumava egli una volta all'anno andare a pranzo da due vecchie zitelle Bonnié, abitanti in Torino. Vi andò quel giorno, facendosi accompagnare da Don Rua e da Don Barberis. Al levare delle mense vennero a visitare le due sorelle certi lontani parenti, che con esse non se la intendevano nè punto nè poco in fatto di religione: certi signori Tovaglia, marito e moglie, ricchissimi e senza prole, ma che non davano mai un soldo per elemosina e avevano una mal celata antipatia per le cose di chiesa. Introdotti che furono nel salotto, non tardò a entrarvi anche Don Bosco, seguito dai suoi due compagni. Fatti i primi convenevoli, venne bel bello a parlare di un signor Turletti, persona al Tovaglia notissima.

- Questo è veramente un buon signore! esclamò il Beato.

- Sì, certamente, rispose l'altro. E’ ben raro trovare famiglie come la sua in questi tempi.

- E' davvero cosa consolante incontrare ancora tali famiglie e di tanta pietà. Egli frequenta la chiesa, si accosta ai sacramenti, va a predica, nonostante i molti affari che ha.

- E anche in casa, proseguì il signor Tovaglia, è affabile con tutti: riceve tutti cortesemente e se può fare un piacere ad alcuno, lo fa.

- E poi, rincalzò Don Bosco, ciò che il Signore dice nel Santo Vangelo: Quod superest, date pauperibus, lo pratica fino allo scrupolo. E sì che ha famiglia numerosa e non è poi mica il re da denari! Come quando stava ancora a Firenze, così adesso, appena ha un po' di denaro, viene a visitarmi nell'Oratorio e: Don Bosco, mi dice una volta, ella si troverà in bisogno, ora che si avvicina l'inverno: dovrà comprare calze per i suoi ragazzi; prenda, ne compri qualche dozzina a mio conto. Avrà bisogno, mi dice un'altra volta, di provvedere camice; prenda, ne compri qualche dozzina a mio conto. Pare che la stagione si faccia molto cruda quest'anno, torna a dirmi; ella avrà bisogno di comprare maglie per coprire bene i suoi giovani: prenda, ne comprerà anche alcune a mio conto. Così di tanto in tanto me lo vedo là con qualche offerta. Io una volta temetti che facesse troppo e che lasciasse poi mancare il necessario alla sua famiglia, e gli dissi che, nonostante il mio gran bisogno, egli procurasse di non eccedere nel farmi elemosina. Oh, bravo Don Bosco! mi rispose. Solamente lei con i suoi si vuol guadagnare il paradiso? Se non faccio così, come praticherò quel che dice Gesù Cristo: Quod superest, date pauperibus ? Io gli osservai essere questo solo un consiglio, non un precetto. Sia consiglio, sia precetto, insistette egli, io so che con quelle parole del Signore: E’ più facile che un cammello entri per la cruna di un ago, che un ricco si salvi, non si burla. Io voglio salvarmi; perciò ho bisogno di staccare sempre più il mio cuore dalle cose di questa terra. Purtroppo io vedo bene che, chi si perde in calcoli per sè, trova sempre di dover spendere a suo pro e nulla mai gli resta di superfluo per gli altri. Quanto più si è ricchi, tanto più si crede necessario spendere per mantenere il proprio grado, per il presente e per l'avvenire, sempre c'è da fare or qua or là. Ma tutti questi bisogni sono pretesti che vengono dall'aver il cuore attaccato alle ricchezze. A simili osservazioni io non replicai più, ma riconobbi sempre in lui l'uomo dal cuore grande e bene istruito nelle cose di religione.

- Sicuro, sicuro! Da giovane egli aveva studiato per farsi prete. Credo anzi che fosse già chierico.

- Io non sapeva questa particolarità; ma lo conobbi sempre come un sant'uomo, disinteressato e bene istruito.-

Si passò quindi a discorrere di Missionari salesiani, che lavoravano tanto e facevano tanto bene in America, dov'era penuria assoluta di buoni preti. Si disse come fosse necessario mandare colà molti altri sacerdoti, che insegnassero a quelle genti le vie del cielo. - Ma per questo, osservò Don Bosco, ci vogliono tante spese, che è un affare molto serio -

- E poi mancano anche gl'individui, osservò la signorina Bonnié.

- Sì, continuò il Beato, anche d'individui si scarseggia. Ma quando si abbiano mezzi pecuniari, prima di tutto si possono educare giovani a questo fine in maggior numero, e poi si possono spedire. Ora noi dovremmo preparare una nuova spedizione; ma come fare? Sentiamo ancora gli effetti della prima, che ci costò almeno trentaseimila lire. Capiranno Bene che per un povero prete senza mezzi, appoggiato solamente sulla carità pubblica, è un peso che opprime. Per fortuna, la Divina Provvidenza, quando vuole un'opera, muove il cuore a qualcuno e fa in modo che la si compia Noi siamo tutti nelle mani della Divina Provvidenza.

Poscia il discorso cadde sul recente suicidio d'un cavalier Monti. Il Tovaglia disse grande atto di viltà quel non essere capace di sopportare i mali della vita. - Dove non c'è religione, interruppe qualcuno, è naturale che così accada; non c'è proprio da stupirsene.-E si continuò a parlare di morte.

Alla signora Tovaglia quel ragionar di morte non andava a fagiuolo. Diceva non essere cosa da parlarne molto; non doversene poi nemmeno aver paura; quando venisse, si capisce ...: ma prima non essere il caso d'impressionarsene troppo.

- E' vero, riprese Don Bosco. Un consiglio che io sentii tante volte ripetere dalla buon'anima di Don Cafasso, prete esemplarissimo di Torino, era questo: che ci tenessimo sempre preparati alla morte, come se ogni giorno si avesse da morire: ma poi non lasciarsi spaventare dalla morte, non averne paura. Quand'uno ha la sua coscienza monda, perchè o non ha fatto peccati o se n'è già confessato bene e ne ha fatto con degna penitenza, che cosa deve temere costui dalla morte? Solamente coloro che vivono male e non si accostano mai o molto di rado ai sacramenti, hanno da temere la morte. Costoro tremano al pensiero di essa, perchè la coscienza li rimorde. Il pensiero di tenersi ben apparecchiati si legge spesso nel santo Vangelo. Estote parati, ci raccomanda il Divin Salvatore, quia, qua hora non putatis, Filius hominis, veniet. Venit tamquam fur. Ecc. ecc.

Nel congedarsi il Beato con maniere graziosissime invitò i signori Tovaglia a visitare l'Oratorio, che non avevano mai veduto. Quei signori, che non andavano mai a predica, avranno ricordato per un bel pezzo un tale incontro!

Incontrando per casa gente nuova, non si contentava di rispondere al saluto, ma subito moveva interrogazioni, richiamando cose dell'anima o invitando alla Congregazione o incoraggiando al bene, chiunque si fosse l'incontrato. Nel marzo gli fu portato il caffè da un cameriere trentenne, che solo da qualche settimana si trovava nell'Oratorio. Don Bosco lo squadrò un istante e poi gli domandò:

- Come vi chiamate voi?

- Pesce.

- Di che paese siete?

- Vicino a Mondovì.

- Che cosa facevate prima di venire nell'Oratorio?

- Il cameriere nel collegio di Mondovì. Ho qui il benservito, sottoscritto dal sindaco e dal canonico Ighina.

- Leggetelo un po'.-

Quegli lesse discretamente il foglio. Quindi Don Bosco proseguì:

- Siete venuto per fermarvi o per aspettare un luogo migliore?

- Oh, veramente, io mi fermerei qui...

- Ora siete contento di esserci ovvero questo non vi sembra il vostro posto?

- Non mi dispiace; solo desidererei di essere mandato in qualcuno degli altri collegi. Lo stare a Torino non mi pare cosa per me.

- In che cosa vorreste essere occupato?

- In quello che mi è stato assegnato ora: cameriere, refettoriere o simile.

- Se è solo questo che desiderate, noi abbiamo altri collegi e vi possiamo mandare altrove. Ciò che ancora vorrei sapere, è se avete voglia di guadagnar quattrini o se avete ragionato fra voi così: Purchè non mi manchi il necessario per il corpo e per l'anima, io ci sto. Perchè se siete venuto per guadagnar soldi, qui non è il posto.

- Oh, per me, non m'importa! Tanto sono quasi solo al mondo.

-  Ebbene, guardate: se desiderate che non vi manchi nulla per il corpo e per l'anima, sia da sano che da ammalato, se desiderate cioè farvi una posizione buona in questa vita e nell'altra, fermatevi pure, chè per quanto sta da me, questa posizione ve la fo volentieri e vi potete stare tranquillo. Ma bisogna che risolviate e diciate: Io ho proprio grande voglia di salvarmi l'anima! Che cosa ne dite, Pesce? Vi piace star bene in questo mondo e nell'altro?

- Sì, mi piace- Quasi quasi... Basta, per ora sono contento.

- Ebbene, qui c'è Don Barberis. Lascio a lui l'incarico di parlarvi. Intendetevi con lui. Io sono ben contento, se potrò farvi del bene.-

Anche quei della casa difficilmente gli passavano vicino senza sentire qualche amorevole parola. Una sera ne incontrò sei di seguito e a ognuno disse la sua. A Don Monateri: - Oh, Don Monateri vuole che Don Bosco resti meravigliato alla vista dei prodigi e dei miracoli che egli farà. Non è vero? - A un chierico di nome Podestà: Tremunt Potestates. Potestas et imperium in manu eius. - E con ciò una carezza e un sorriso. Al chierico Ghigliotto, quello di Varazze: - Ma tu non mi hai ancora fatta la confessione della tua vita futura. Bisogna che tu scelga un giorno e mi dica tutto quello che farai d'ora in avanti. - Al coadiutore Giuseppe Rossi: - Ecco qui il conte Rossi; il grande amico di Don Bosco. - Oh che gran voglia di scherzare ha Don Bosco! - esclamò Rossi. - Io voglia di scherzare? Ma non è vero che sei più contento che ti abbia detto così, anzichè se ti avessi dato uno scappellotto? - Ad un chierico chiamato Bodrati che doveva insegnare nella scuola di fuoco: - Preparati, che voglio procurarti tanti allievi da restarne tu stesso stupito, e tu con la tua mano maestra ne farai tante piante elette nella vigna del Signore. - Ad un altro chierico: - Lascia fare a me! Adesso andremo in America ad aiutare Don Cagliero. Tu convertirai la Patagonia. - Chi non ebbe la sorte di conoscere Don Bosco, non può immaginare quanto bene facessero queste maniere di trattare a chi ne era l'oggetto.

Bisognava poi vedere il nostro Beato, quando s'intratteneva a discorrere con chi nelle cose da intraprendere non la pensasse come lui. Non ribatteva l'opinione contraria alla sua; ma ascoltava con bontà, mostrava di prendere in considerazione l'altrui parere, dava buone speranze, lasciava insomma l'interlocutore con l'impressione che fra lui e Don Bosco non vi fosse dissenso. Però all'atto pratico il Beato badava a fare ciò che si poteva e non ciò che si sarebbe voluto, non recedendo di un apice da quanto aveva deciso e pensando con la propria testa, non con la testa di qualsiasi altro. Questo lasciar libero campo a dargli e prodigargli suggerimenti non era senza uno scopo: gli serviva molto bene a ravvisare meglio la natura della cosa, le difficoltà occorrenti e i mezzi di attuazione. Ciò si vide nei suoi lunghi colloqui col Gazzolo. Don Bosco gli diceva della necessità di evangelizzare la Patagonia, mettendo innanzi anche il desiderio del Santo Padre; ma l'altro da quell'orecchio non sentiva, battendo e ribattendo sulla convenienza assoluta di limitare ogni sforzo a Buenos Aires con l'aprire ivi una gran casa come a Torino e col prendersi cura della chiesa italiana. Don Bosco non fece alcun tentativo per distornarlo da quell'idea: lo stava a sentire, intercalando qualche sua osservazione, e proponendogli qualche dubbio, senza punto contrariarlo: in seguito venne mettendo ad effetto adagio adagio i piani già da lui ben formati.

Ora dobbiamo seguire Don Bosco in una sua breve gita fuori di Torino. Il 31 maggio, toltosi a compagno Don Barberis, si recò a Villafranca d'Asti per visitarvi il sacerdote Don Messidonio, già allievo dell'Oratorio e da tempo gravemente infermo. Gl'incontri che ebbe nell'andare e nel venire sono cose per sè abbastanza ordinarie; ma l'ordinario di Don Bosco esce dall'ordinario comune.

 

Partì alle otto del mattino. Aveva confessato proprio fino al momento della partenza, sicchè non ci fu tempo nemmeno di prendere una tazza di caffè. Montato in treno, eccoun sacerdote suo vecchio amico, Don Dassano, viceparroco a Cambiano. Avviarono subito una conversazione affettuosa e santa. Lo invitò ad assistere alla commedia latina, che si sarebbe recitata il dì appresso nell'Oratorio; ma il buon prete si scusò, dicendo di dover attendere a malati. Il Beato, rallegrandosi con lui della cura che prestava agl'infermi, rammentò un insegnamento di Don Guala, il fondatore del Convitto Ecclesiastico: “ Il prete che vuol avere il confessionale stipato di penitenti, abbia molta cura degli ammalati; si può dire che la caritatevole assistenza prestata a uno solo, ne attirerà tutta la famiglia a confessarsi ”.

Dallo zelo per gl'infermi il discorso si rivolse al consolare la famiglia di chi fosse passato all'eternità. A un certo punto Don Dassano esclamò mestamente: - Anche la nostra famiglia si estingue con noi. Non ci siamo più che io e mio fratello, Superiore dei Missionari a Chieri. Morti noi, addio! per i Dassano sarà finito! Neppur un nipote ci resta, a cui lasciare la nostra piccola sostanza.

- Caso mai desiderasse un erede, soggiunse il Beato sorridendo, se proprio fosse soprapensiero per tale mancanza, io ne avrei da darle quanti ne vuole. L'assicuro che il suo patrimonio sarebbe messo a frutto e come! Poco fa il barone Catella sfogava con me il suo rincrescimento per non aver nessuno a cui lasciare la propria roba. Lasci fare a me, gli dissi, che in pochi giorni ella vedrà la sua roba produrre il cento per uno! Noi convertiremo tutto in pagnotte per i nostri giovani e compreremo tante paia di lenzuola, di camicie, di giubbetti... E lei, Don Dassano, provi un po' a indovinare quanto si è dovuto spendere ultimamente per comprare un paio di lenzuola a ogni individuo della casa. Sono somme favolose, creda, che nessuno indovinerebbe.

- Seicento od ottocento lire, rispose Don Dassano, credendosi di dir molto.

- Oh, senta, senta! Un lenzuolo costa circa otto lire. Ne compri per ottocento giovani, e faccia il conto: sono da dodici a quattordici mila lire. Metta ancora le altre cose, che è necessario provvedere, come calzoni, maglie, camicie, e veda lei.

Era questa un'arte di Don Bosco per far toccare con mano i bisogni finanziari dell'Oratorio, massime quando s'incontrava con persone che sapeva facoltose: parlar di coperte, di vestimenta, di grano, a seconda degli individui e della stagione, e farvi su calcoli semplicissimi, donde saltavano fuori all'improvviso cifre sbalorditive. Evitava però di entrare in simili discorsi tutt'a un tratto e senza preamboli o a mo' di chi domandava sovvenzioni e aiuti; ma soleva prendere lo spunto dalle parole del suo interlocutore, conducendolo pian piano a finire là, come a naturale conclusione del ragionamento.

Il prete, giunto a Cambiano, scese; dopo di che Don Bosco, non essendovi più con chi utilmente attaccar discorso, si pose a correggere quaderni di storia antica, scritti da Don Barberis e consegnatigli il giorno innanzi; di tanto in tanto gli faceva notare espressioni disadatte, ipotesi malsicure, e altri difetti, nè smise quel lavoro fino alla stazione di Villafranca.

 

Qui si vide quanto Don Bosco fosse amato e venerato dai preti del paese, che tutti vennero a incontrarlo, effondendosi in dimostrazioni di profondo rispetto. Il pievano specialmente, vecchio oltre la sessantina, gongolava di gioia e contava, contava di Don Bosco, dell'Oratorio, di Buenos Aires, mostrandosi ben informato e sincero ammiratore. Anche il vicecurato e il maestro comunale, sacerdoti compitissimi, lo accompagnavano con il pi√π grande rispetto.

Con loro il Beato entrò da Don Messidonio, restando ivi fino alle quattro in sempre viva e varia conversazione. Fece conoscere ai presenti l'Opera di Maria Ausiliatrice: cosa molto opportuna, perchè essi avrebbero potuto inviargli buoni figli di Maria. E manco a farlo apposta, un domestico del parroco, già libero dagli obblighi di leva, manifestò a Don Bosco il suo ardente desiderio di studiare per farsi prete. Don Bosco ascoltò, incoraggiò, ma 1ì per li non volle decidere. Il medesimo pievano accennò a due altri parrocchiani già adulti e pieni di buona volontà; anche per essi il Beato rimise la decisione a momento più opportuno, quando sarebbe venuto il tempo delle accettazioni. Pendeva allora la grande controversia, che si doveva chiudere col trasferire la sede dell'Opera a Sampierdarena.

 

Dopo vennero in campo le Figlie di Maria Ausiliatrice, delle quali spiegò lo scopo e descrisse la vita e il continuo progredire. Una giovane, che ne aveva già udito parlare e vi si sentiva attratta, fu subito accettata, mentre alcune altre, fra cui due educande, si mostrarono desiderose di andare a Mornese.

 

Infine, mentre si era a pranzo, un padre di famiglia presentò al Beato un suo figlio, che aveva fatto domanda di entrare nell'Oratorio. Il parroco ne dava ottime informazioni; anche il maestro lo raccomandava caldamente: senz'altre formalità Don Bosco lo accettò.

 

Non aveva ancora detto nulla dei Cooperatori, argomento allora per lui di viva attualità. Introdusse bel bello il discorso, fece vedere quanto l'Opera stesse a cuore del Santo Padre, diede un'idea dell'apostolato che tale istituzione doveva esercitare nella Chiesa, magnificò i favori spirituali di recente ottenuti a pro di essa; donde fu agevole il passo a dire di altri favori concessigli da Pio IX nel suo ultimo viaggio a Roma. Si appalesò qui l'abilità di Don Bosco a mettere in valore le cose. A Roma egli aveva chiesto, secondo il solito, peculiari indulgenze, fra cui un'indulgenza plenaria per tutti i benefattori dell'Oratorio ogni volta che si comunicassero o celebrassero. Or dunque, volgendosi al pievano che ben meritava di essere annoverato fra i benefattori, gli disse che a Roma si era ricordato di lui e che per lui aveva domandato al Papa l'indulgenza plenaria sempre che avrebbe celebrato la Messa. Fece il medesimo con Don Messidonio, aggiungendo che per lui e per la sua famiglia ne aveva ottenuta pure una seconda da lucrarsi in articulo mortis. Si capisce come dovesse produrre in entrambi la più gradevole impressione il pensare che Don Bosco in Roma dal Papa si era ricordato di loro e tanto di loro occupato. Quello che aveva chiesto collettivamente, Don Bosco lo presentava ai singoli come favore personale: sic totum omnibus, quod totum singulis.

 

Il povero Don Messidonio si sfaceva per consunzione; il male era all'ultimo stadio e non gli permetteva più di la sciare il letto. Quando il Beato si accomiatava da lui, l'infermo in uno sforzo supremo volle alzarsi, diceva di volerlo accompagnar a Torino, di voler entrare nella Congregazione, perchè questo era da gran tempo il suo unico pensiero. Don Bosco, senza menomamente scomporsi e senza contraddire, gli parlò così: - Io fin da questo momento ti accetto e, appena tornato a Torino, ti inscriverò nel numero dei nostri fratelli. Tu, appena ti potrai alzare, sebbene non ancora perfettamente guarito, vieni pure all'Oratorio, che noi ti accoglieremo a braccia aperte. Non avrai da far altro che mandarcelo a dire una mezza giornata prima, affinchè ti prepariamo la camera. Ecco, fa' così: quando comincerai ad alzarti e a poterti muovere un po' liberamente, fa' la prova se puoi andare da solo alla stazione della ferrovia. Appena tu possa fare questa passeggiata, che è di un solo chilometro, io ne ho abbastanza: ti aspetto tra i nostri fratelli di Torino.

Chi degli astanti, Don Bosco compreso, non era convinto che a guarire il povero tisico ci voleva un miracolo di prim'ordine? Ma Don Bosco fu ben felice nel modo di confortarlo; ed a suo maggior conforto lo assicurò delle preghiere sue e de' suoi giovani.

Rieccolo in treno, dove però dal, gran mal di capo non può lavorare; ma il tempo non si deve passare inutilmente. Discorre dei novizi; fa i nomi dei giovani di quarta e quinta ginnasiale, dicendo le doti di ciascuno e chi sia buono per la Congregazione e chi no; ragiona di case aperte e da aprire e insegna il modo di attirare i ragazzi. Qui ebbe una bella osservazione. Disse: “ Fra noi i giovani adesso Sembrano altrettanti figli di famiglia, tutti padroncini di casa; fanno propri gl'interessi della Congregazione. Dicono “ la nostra chiesa, il nostro collegio di Lanzo, di Alassio, di Nizza “ qualunque cosa riguardi i Salesiani, la chiamano nostra. Finchè si darà campo a discorrere di Missioni, di case, di affari religiosi, essi vi s'interesseranno come a cose loro e vi attaccheranno il cuore. Poi sentendo sempre a dire che bisogna andare nel tal luogo, che la via è aperta a quell'altro, che siamo chiamati da tante parti, in Italia, in Francia, in Inghilterra, in America, par loro di essere padroni del mondo. - Quella fase di conversazione si chiuse con mettere in rilievo lo spirito proprio della Società Salesiana, che è attività, non mai prendere di fronte gli avversari, non ostinarsi a lavorare dove non si può far nulla, ma portarsi invece dove si possano impiegare utilmente le forze.

Don Barberis ci godeva e faceva tesoro; ma a Don Bosco il mal di testa non diminuiva. Giunti a Torino, il Beato lo condusse a prendere una tazza di caffè in una pubblica bottega, entrandovi per una porta secondaria. Nota del cronista: “ Ciò dimostrava lo spirito della Congregazione: non mai ricercatezze o comodità; ma quando la necessità lo richiede, si faccia pure liberamente ”. A quell'ora il luogo era deserto. Don Bosco prese a parlare degli artigiani, che stavano nell'Oratorio. - Io credo che le cose loro nell'Oratorio vadano adesso così bene, che nessun collegio, anzi nessun seminario in fatto di moralità possa vantarsi superiore. Quand'io era chierico, e si era tutti adulti, io vedeva come andavano le cose: non andavano come ora vanno tra noi. -

 

Uscendo da quella bottega, ragionava dei segni di vocazione. Ridisse cose che amava ripetere in privato e in pubblico. - Ecco un gran segno per conoscere se un giovane è fatto per la Congregazione, se gli si deve consigliare di entrarvi, se si abbia a pronosticar bene della sua perseveranza. Quando un giovane è molto schietto in confessione e costantemente si confessa dal medesimo confessore, e la prima cosa che fa appena tornato dalle vacanze oppure dopo qualche assenza del suo confessore, è andar subito ad aprirgli il suo cuore interamente, ecco, questo è ottimo indizio che si fermerà in Congregazione. Quando ancora si vede un giovane, che nell'Oratorio sta buono e, andato a casa, fa gravi cadute, e poi di ritorno aggiusta nuovamente le cose dell'anima sua e va bene tutto l'anno, e di nuovo nelle seguenti vacanze ricade, io credo di poter dire schietto e netto: Costui, se entra in Congregazione, si faccia prete; ma non abbracci assolutamente lo stato ecclesiastico, se intende vivere fuori della Congregazione. Infatti, se si lascia andare miseramente al male ora nel poco tempo delle vacanze, che cosa farà quando si trovi interamente padrone di sè? Nè si dica: Allora avrà maggior forza! Io invece rispondo che avrà più pericoli. L'esperienza mi ha fatto conoscere che coloro, i quali non si mantengono sulla retta via durante le vacanze, non vi s i manterranno poi da preti in mezzo al mondo.

Due ultimi incontri ebbe nell'andare dalla stazione all'Oratorio. Da prima gli si unì il teologo Giuganino, vicecurato di San Carlo. Don Barberis, accortosi che entravano in argomento serio e delicato, stimò dover suo tirarsi in disparte, sicchè tenne lor dietro leggicchiando. Nel passar davanti al collegio degli Artigianelli, gli si fece incontro il Direttore di quell'opera, il teologo Murialdo, che lo accompagnò fino a casa. Là, loro conversazione si aggirò intorno alla così detta mole antonelliana o sinagoga degli Ebrei. La comunità Israelitica, venuta in discordia per ragioni finanziarie intorno a quell'edificio non ancora ultimato, non trovò miglior via di uscita che disfarsene. Fu fatta a Don Bosco la proposta di comperarlo, dopochè il Municipio aveva deciso di terminare a sue spese la parte esteriore. Col teologo Murialdo esaminava i modi più acconci per giungere all'acquisto e l'uso che si sarebbe potuto fare della fabbrica. Solo nel settembre gli venne formalmente presentata la proposta dallo stesso ingegnere Antonelli, che si offriva a fare da intermediario fra lui e la presidenza dell'amministrazione israelitica. Don Bosco avrebbe dovuto aprire le trattative con l'offerta di lire duecento cinquanta mila. L'ingegnere pensava che l'affare fosse conveniente; la buona accoglienza da parte degli Israeliti pareva sicura. Il Beato mandò a vedere: studiata la cosa per ogni verso, si convinse che non avrebbe potuto trarre un partito conforme ai suoi disegni di farne una chiesa, e definitivamente vi rinunziò.

 

Gl'incontri, dove meglio si ammirano certi atteggiamenti caratteristici di Don Bosco, saranno sempre quelli, in cui egli si trovava di fronte persone, che nel loro modo di pensare erano con lui agli antipodi. Tale fu l'incontro col cavalier Provera a San Salvatore nel Monferrato. Il Servo di Dio attraversava il paese, avendo ai fianchi parecchi signori, fra cui il parroco; si discorreva della popolazione tanto buona, tanto piena di venerazione per Don Bosco, tanto desiderosa di aver là un collegio salesiano. - Uno solo, si disse al Beato, uno solo vi è contrario a Don Bosco: il più ricco del paese, uomo che da anni e anni non mette piede in chiesa: il cavalier Provera, probabilmente massone. - Queste parole erano appena proferite, quand'ecco, lupus in fabula, il cavaliere in persona venire avanti per la stessa strada. - Eccolo là il pretofobo! - fece uno del seguito. Don Bosco lasciava dire.

Quando furono vicini, Don Bosco lo riverì togliendosi il cappello. Il cavaliere risponde al saluto e si ferma. Quindi, come tra persone a modo si suol fare, si stringono la mano, si scambiano parole di reciproca stima, esprimono il piacere vicendevole della fatta conoscenza.

- Sento che Vostra Signoria è il cavalier Provera.

- A servirla.

- Fra di noi questo nome è dei più onorati ed amati, perchè ci ricorda un santo sacerdote, che lo portava, e là a Torino ci aiutò tanto e ci edificava tutti con le sue virtù. Ella è forse dei Provera di Mirabello?

- Sì, per l'appunto. Mio nonno venne qui da Mirabello e apparteneva a quella famiglia.-

Il discorso proseguì per alcuni minuti su questo metro e con tanta cordialità, che il cavaliere invitò Don Bosco a passare in casa sua e gradirvi un rinfresco. I circostanti si affrettarono a dire: - Oh, per questa volta non potrebbe venire; è tanto aspettato di qua e di là! - Ma Don Bosco, chiesta, licenza ai zelanti amici, accompagnò il cavaliere a casa sua, ove, usando sempre il massimo riguardo, gli narrò diversi fatti ameni, che lo rallegrarono molto. Nel congedarsi, mostrandosi desideroso della sua amicizia, gli disse apertamente: - Veda, signore: in questo momento io intendo di mettermi sotto la sua protezione. Lo trovo così benigno verso di me, che oso domandarle un piacere. Le dirò schietto, che io son venuto a San Salvatore, per vedere se trovassi una casa atta ad aprirvi un collegio; questo collegio io desidero che sia sotto la sua protezione, ed ho bisogno del suo appoggio e del suo aiuto.

- S'immagini, signor Don Bosco, rispose il cavaliere incantato di quei modi; me ne farò il più gran piacere. Anzi, giacchè Ella mi ha parlato con schiettezza, schiettamente anch'io e proprio col cuore alla mano le farò un'esibizione. Visiti questa mia casa, osservi bene tutto. Se può servire al suo scopo, io glie la cedo sull'istante.-

Don Bosco lo ringraziò, si scusò dicendo che per il momento non poteva accettare un'offerta così gentile, e lo lasciò contento di quell'incontro.

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