News 2

Capitolo 70

Sogno: Il pastore, le pecore, gli agnelli: il mondo e l'Oratorio: Lo stato di peccato, gli scandalosi e tre carestie: Lo stato di grazia e lo stato d'innocenza: spettacolo consolante: avviso ai giovani - Spiegazione del sogno - Lettera di Mons. Berardi a D. Bosco sull'affare delle Costituzioni e delle dimissorie - Il Vescovo d'Aosta manda a D. Bosco la sua commendatizia per l'approvazione della Pia Società - Parole di D. Bosco per la festa di S. Luigi - Nell'Oratorio muore il Capo dei fabbri - Lettere di persone amiche e benefiche: si vorrebbero ritratti di D. Bosco: si desidera aver notizia della festa del suo onomastico - La festa di S. Giovanni Battista e pubblico attestato di riconoscenza di un demente guarito da Maria SS. - Ringraziamenti di D. Bosco a quanti presero parte alla festa - Manda saluti ed augurii ad amici che si trovano a Roma pel Centenario.


Capitolo 70

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

 

 La Domenica della SS. Trinità, 16 giugno, nella qual festa ventisei anni addietro Don Bosco aveva celebrata la sua prima messa, i giovani erano in aspettazione del sogno, il cui racconto era stato da lui annunziato il giorno 13. Il suo ardente desiderio era il bene del suo gregge spirituale, e sempre sua norma gli ammonimenti e le promesse del capo XXVII, v. 23-25 del libro

de' Proverbi: Diligenter agnosce vultum pecoris tui, tuosque greges considera: non enim habebis jugiter potestatem: sed corona tribuetur in generationem et generationem. Aperta sunt prata, et apparuerunt herbae virentes, et collecta sunt foena de montibus... Colle sue preghiere chiedeva di acquistare conoscenza esatta delle sue pecorelle, di aver la grazia di vigilarle attentamente, di assicurarne la custodia anche dopo la sua morte e di vederle provviste di facile e comodo nutrimento spirituale e materiale. Don Bosco adunque, dopo le orazioni della sera, così parlò:

In una delle ultime notti del mese di Maria, il 29 o 30 maggio, essendo in letto e non potendo dormire, pensava ai miei cari giovani e dicea fra me stesso.

- Oh se potessi sognare qualche cosa che fosse di loro profitto!

Stetti alquanto riflettendo e mi risolsi:

- Sì! adesso voglio fare un sogno per i giovani!

Ed ecco che restai addormentato. Non appena il sonno mi ebbe preso, mi trovai in una immensa pianura coperta da un numero sterminato di grosse pecore, le quali divise in gregge pascolavano in prati estesi a vista d'occhio. Volli avvicinarmi ad esse e mi diedi a cercare il pastore, meravigliandomi che vi potesse essere al mondo chi possedesse così gran numero di pecore. Cercai per breve tempo, quando mi vidi innanzi un pastore appoggiato al suo bastone. Subito mi feci ad interrogarlo e gli domandai:

- Di chi è questo gregge così numeroso?

Il pastore non mi diede risposta. Replicai la domanda ed allora mi disse:

- Che cosa hai da saper tu?

- E perchè, gli soggiunsi, mi rispondi in questo modo?

- Ebbene: questo gregge è del suo padrone!

- Del suo padrone? Lo sapevo già questo; dissi fra me. Ma, continuai ad alta voce: Chi è questo padrone?

- Non t'infastidire, mi rispose il pastore: lo saprai.

Allora percorrendo con lui quella valle mi diedi ad esaminare il gregge e tutta quella regione per la quale questo andava vagando. La valle era in alcuni luoghi coperta di ricca verdura con alberi che stendevano larghe frondi con ombre graziose ed erbe freschissime delle quali si pascevano belle e floride pecore. In altri luoghi la pianura era sterile, arenosa, piena di sassi con spineti senza foglie, e di gramigne giallastre, e non aveva un filo d'erba fresca; eppure anche qui vi erano moltissime altre pecore che pascolavano, ma d'aspetto miserabile.

Io domandava varie spiegazioni al mio condottiero intorno a questo gregge, ed egli, senza dar veruna risposta alle mie domande, mi disse:

- Tu non sei destinato per loro. A queste tu non devi pensare. Ti condurrà io a vedere il gregge del quale devi prenderti cura.

- Ma tu chi sei?

- Sono il padrone; vieni meco a guardar là, da quella parte.

E mi condusse in un altro punto della pianura dove erano migliaia e migliaia di soli agnellini. Questi erano tanto numerosi che non si potevano contare, ma così magri che a stento passeggiavano. Il prato era secco ed arido e sabbioso e non vi si scorgeva un fil d'erba fresca, un ruscello; ma solo qualche sterpo disseccato e cespugli inariditi. Ogni pascolo era stato pienamente distrutto dagli stessi agnelli.

Si vedeva a prima vista che quei poveri agnelli coperti di piaghe avevano molto sofferto e molto soffrivano ancora. Cosa strana! Ciascuno aveva due corna lunghe e grosse che gli spuntavano sulla fronte, come se fossero vecchi montoni e sulla punta delle corna avevano una appendice in forma di “ S ”. Meravigliato, me ne stava perplesso nel vedere quella strana appendice di genere così nuovo, e non sapeva darmi pace perchè quegli agnellini avessero già le corna così lunghe e grosse, ed avessero distrutto già così presto tutta la loro pastura.

- Come va questo? dissi al pastore. Son ancora così piccoli questi agnelli ed hanno già tali corna?

- Guarda, mi rispose; osserva.

Osservando più attentamente vidi che quegli agnelli in tutte le parti del corpo, sul dosso, sulla testa, sul muso, sulle orecchie, sul naso, sulle gambe, sulle unghie portavano stampati tanti numeri “ 3 “ in cifra.

- Ma che vuol dire ciò? esclamai. Io non capisco niente.

- Come, non capisci? disse il pastore: Ascolta adunque e saprai tutto. Questa vasta pianura è il gran mondo. I luoghi erbosi la parola di Dio e la grazia. I luoghi sterili ed aridi sono quei luoghi dove non si ascolta la parola di Dio e solo si cerca di piacere al mondo. Le pecore sono gli uomini fatti, gli agnelli sono i giovanetti e per questi Iddio ha mandato D. Bosco. Quest'angolo di pianura che tu vedi è l'Oratorio e gli agnelli ivi radunati i tuoi fanciulli. Questo luogo così arido figura lo stato di peccato. Le corna significano il disonore. La lettera “ S ” vuol dire scandalo. Essi col mal'esempio vanno alla rovina. Fra questi agnelli ve ne sono alcuni che hanno le corna rotte; furono scandalosi, ma ora hanno cessato di dare scandalo. Il numero “ 3 ” vuol dire che portano la pena della colpa, cioè che soffriranno tre grandi carestie; carestia spirituale, morale, materiale. 1° La carestia d'aiuti spirituali: domanderanno questo aiuto e non l'avranno. 2 ° Carestia di parola di Dio. 3° Carestia di pane materiale. L'aver gli agnelli mangiato tutto, significa non rimaner più loro altro che il disonore e il numero “ 3 ”, ossia le carestie. Questo spettacolo mostra eziandio le sofferenze attuali di tanti giovani in mezzo al mondo. Nell'Oratorio anche quelli che pur ne sarebbero indegni non mancano di pane materiale.

Mentre io ascoltava ed osservava ogni cosa come smemorato, ecco nuova meraviglia. Tutti quelli agnelli cambiarono aspetto!

Alzatisi sulle gambe posteriori divennero alti e tutti presero la forma di altrettanti giovanetti. Io mi avvicinai per vedere se ne conoscessi alcuno. Erano tutti giovani dell'Oratorio. Moltissimi io non li aveva mai veduti, ma tutti si dichiaravano essere figli del nostro Oratorio. E fra quelli che non conosceva ve n'erano anche alcuni pochi che attualmente si trovano nell'Oratorio. Sono coloro che non si presentano mai a D. Bosco, che non vanno mai a prendere consiglio da lui, coloro che lo fuggono: in una parola, coloro che Don Bosco non conosce ancora! L'immensa maggioranza però degli sconosciuti era di coloro che non furono nè sono ancora nell'Oratorio.

Mentre con pena osservava quella moltitudine, colui che mi accompagnava mi prese per mano e mi disse: - Vieni con me e vedrai altre cose! - E mi condusse in un angolo rimoto della valle, circondato da collinette, cinto da una siepe di piante rigogliose, ove era un gran prato verdeggiante, il pi√π ridente che immaginar si possa, ripieno di ogni sorta di erbe odorifere, sparso di fiori campestri, con freschi boschetti e correnti di limpide acque. Qui trovai un altro grandissimo numero di figliuoli, tutti allegri, i quali coi fiori del prato si erano formati o andavano formandosi una vaghissima veste.

- Almeno hai costoro che ti dànno grande consolazione.

- E chi sono? interrogai.

- Sono quelli che si trovano in grazia di Dio.

Ah! io posso dire di non avere mai vedute cose e persone così belle e risplendenti, nè mai avrei potuto immaginare tali splendori. È inutile che mi ponga a descriverli, perchè sarebbe un guastare quello che è impossibile a dirsi senza che si veda. Erami però riserbato un spettacolo assai più sorprendente. Mentre me ne stava guardando con immenso piacere quei giovanetti e fra questi ne contemplava molti che non conosceva ancora, la mia guida mi soggiunse: - Vieni, vieni con me e ti farò vedere una cosa che ti darà un gaudio ed una consolazione maggiore. - E mi condusse in un altro prato tutto smaltato di fiori più vaghi e più odorosi dei già veduti. Aveva l'aspetto di un giardino principesco. Qui si scorgeva un numero di giovani non tanto grande, ma che erano di così straordinaria bellezza e splendore da far scomparire quelli da me ammirati poc'anzi. Alcuni di costoro sono già nell'Oratorio, altri qui verranno più tardi.

Mi disse il pastore: - Costoro sono quelli che conservano il bel giglio della purità. Questi sono ancora vestiti della stola dell'innocenza.

Guardava estatico. Quasi tutti portavano in capo una corona di fiori di indescrivibile bellezza. Questi fiori erano composti di altri piccolissimi fiorellini di una gentilezza sorprendente, e i loro colori erano di una vivezza e varietà che incantava. Più di mille colori in un sol fiore, e in un sol fiore si vedevano più di mille fiori. Scendeva ai loro piedi una veste di bianchezza smagliante, anch'essa tutta intrecciata di ghirlande di fiori, simili a quelli della corona. La luce incantevole che partiva da questi fiori rivestiva tutta la persona e specchiava in essa la propria gaiezza. I fiori si riflettevano l'uno negli altri e quelli delle corone in quelli delle ghirlande, riverberando ciascuno i raggi che erano emessi dagli altri. Un raggio di un colore infrangendosi con un raggio di un altro colore formava raggi nuovi, diversi, scintillanti e quindi ad ogni raggio si riproducevano sempre nuovi raggi, sicchè io non avrei mai potuto credere esservi in paradiso un incanto così molteplice. Ciò non è tutto. I raggi e i fiori della corona degli uni si specchiavano nei fiori e nei raggi della corona di tutti gli altri: così pure le ghirlande, e la ricchezza della veste degli uni si riflettevano nelle ghirlande, nelle vesti degli altri. Gli splendori poi del viso di un giovane, rimbalzando, si fondevano con quelli del volto dei compagni e riverberando centuplicati su tutte quelle innocenti e rotonde faccine producevano tanta luce da abbarbagliare la vista ed impedire di fissarvi lo sguardo.

Così in un solo si accumulavano le bellezze di tutti i compagni con un'armonia di luce ineffabile! Era la gloria accidentale dei santi. Non vi è nessuna immagine umana per descrivere anche languidamente quanto divenisse bello ciascuno di quei giovani in mezzo a quell'oceano di splendori. Fra questi ne osservai alcuni in particolare, che adesso sono qui all'Oratorio e son certo che, se potessero vedere almeno la decima parte della loro attuale speciosità, sarebbero pronti a soffrire il fuoco, a lasciarsi tagliare a pezzi, ad andare insomma incontro a qualunque più atroce martirio, piuttosto che perderla.

Appena potei alquanto riavermi da questo celestiale spettacolo, mi volsi al duce e gli dissi:

- Ma dunque fra tanti miei giovani sono così pochi gli innocenti? Sono così pochi coloro che non han mai perduta la grazia di Dio?

Mi rispose il pastore:

- Come? Non ti pare abbastanza grande questo numero? Del resto quelli che hanno avuto la disgrazia di perdere il bel giglio della purità, e con questo l'innocenza, possono ancor seguire i loro compagni nella penitenza. Vedi là? In quel prato si ritrovano ancor molti fiori; ebbene essi possono tessersi una corona e una veste bellissima e seguire ancora gli innocenti nella gloria.

- Suggeriscimi ancora qualche cosa da dire ai miei giovani! io soggiunsi allora.

- Ripeti ai tuoi giovani, che se essi conoscessero quanto è preziosa e bella agli occhi di Dio l'innocenza e la purità, sarebbero disposti a fare qualunque sacrifizio per conservarla. Di' loro che si facciano coraggio a praticare questa candida virtù, che supera le altre in bellezza e splendore. Imperocchè i casti sono quelli che crescunt tanquam lilia in conspectu Domini.

Io allora volli andare in mezzo a quei miei carissimi, così vagamente incoronati, ma inciampai nel terreno e svegliatomi mi trovai in letto.

Figliuoli miei, siete voi tutti innocenti? Forse ve ne saranno fra voi alcuni e a questi io rivolgo le mie parole. Per carità, non perdete un pregio di valore inestimabile! È una ricchezza che vale quanto vale il Paradiso quanto vale Iddio! Se aveste potuto vedere come erano belli questi giovanetti coi loro fiori. L'insieme di questo spettacolo era tale che io avrei dato qualunque cosa del mondo per godere ancora di quella vista, anzi, se fossi pittore, l'avrei per una grazia grande poter dipingere in qualche modo ciò che vidi. Se voi conosceste la bellezza di un innocente, vi assoggettereste a qualunque più penoso stento, perfino anco alla morte, per conservare il tesoro dell'innocenza.

Il numero di coloro che erano ritornati in grazia, quantunque mi abbia recato grande consolazione, tuttavia io sperava che dovesse essere assai maggiore. E restai assai meravigliato nel vedere alcuno che or qui in apparenza sembra un buon giovane e là aveva le corna lunghe e grosse .....

D. Bosco finì con una calda esortazione a coloro che hanno perduta l'innocenza, perchè si adoperino volenterosamente a riacquistare la grazia per mezzo della penitenza.

Due giorni dopo, il 18 giugno, D. Bosco risaliva alla sera sulla cattedra e dava alcune spiegazioni del sogno.

Non farebbe più d'uopo nessuna spiegazione riguardo al sogno, ma ripeterò quello che già dissi. La gran pianura è il mondo, e anche i luoghi e lo stato donde furono chiamati qui tutti i nostri giovani. Quell'angolo dove erano gli agnelli è l'Oratorio. Gli agnelli sono tutti i giovani, che furono, sono presentemente, e saranno nell'Oratorio. I tre prati in questo angolo, l'arido, il verde, il fiorito, indicano lo stato di peccato, lo stato di grazia e lo stato d'innocenza. Le corna degli agnelli sono gli scandali che si sono dati nel passato. Ve ne erano poi di quelli che avevano le corna rotte e costoro furono scandalosi, ma ora cessarono dal dare scandalo. Tutte quelle cifre “ 3 “, che si vedevano stampate su ciascuno agnello, sono, come seppi dal pastore, tre castighi che Dio manderà sui giovani: 1° Carestia d'aiuti spirituali. 2° Carestia morale, ossia mancanza d'istruzione religiosa e della parola di Dio. 3° Carestia materiale, ossia mancanza anche di vitto. I giovani risplendenti sono coloro che si trovano in grazia di Dio, e sopratutto quelli che conservano ancora l'innocenza battesimale e la bella virtù della purità. E quanta gloria li aspetta!

Mettiamoci dunque, cari giovani, coraggiosamente a praticare la virtù. Chi non è in grazia di Dio, si metta di buona voglia e quindi con tutte le sue forze e coll'aiuto di Dio perseveri sino alla morte. Che se tutti non possiamo essere in compagnia degli innocenti a far corona all'immacolato Agnello, Gesù, almeno possiamo seguirlo dopo di loro.

Uno mi domandò se era fra gli innocenti ed io gli dissi di no e che aveva le corna, ma rotte. Mi domandò ancora se aveva delle piaghe ed io gli dissi di sì.

- E che cosa significano queste piaghe? egli soggiunse.

Risposi: - Non temere. Sono rimarginate, spariranno; queste piaghe ora non sono più disonorevoli, come non sono disonorevoli le cicatrici di un combattente, il quale malgrado le tante ferite e l'incalzamento e gli sforzi del nemico, seppe vincere e riportare vittoria. Sono dunque cicatrici onorevoli!... Ma è più onorevole chi combattendo valorosamente in mezzo ai nemici non riporta nessuna ferita. La sua incolumità eccita la meraviglia di tutti.

Spiegando questo sogno, D. Bosco disse eziandio che non andrà più molto tempo che si faranno sentire questi tre mali: - Peste, fame e quindi mancanza di mezzi per farci del bene.

Soggiunse che non passeranno tre mesi che accadrà qualche cosa di particolare.

Questo sogno produsse ne' giovani l'impressione e i frutti che avevano ottenuto tante altre volte simili esposizioni.

Intanto Mons. Ghilardi a Roma aveva consegnata una lettera di D. Bosco a Mons. Berardi nella quale, dando novelle dell'Oratorio, continuava a far cenno del grande bisogno per la Pia Società di S. Francesco di Sales di avere l'approvazione della S. Sede o la facoltà delle dimissorie; e aggiungeva i più cordiali rallegramenti per le voci che annunziavano come egli sarebbe ben presto nominato Cardinale.

Mons. Berardi rispondeva:

 

Preg.mo sig. D. Giovanni,

 

Riabbracciai con vero piacere Mons. Vescovo di Mondovì, che mi recò la lettera di Lei dettata dal solito cordiale affetto. L'affare delle Costituzioni trovasi nello stato che le accennai, e se intorno le difficoltà delle dimissorie occorressero schiarimenti, farò sì che anche quel prelato ne tenga proposito con Mons. Svegliati.

Le rendo grazie delle preghiere che porge e fa porgere per me, ed io praticherò altrettanto perchè prosperi la sua sanità e l'utile Istituto, cui Ella attende alacremente, superando con coraggio qualsivoglia ostacolo.

Circa le voci però che sono giunte sul mio conto Le affermerò essere queste senza fondamento. Non conosco di aver merito per sì sublime dignità, e sono ben contento di vivere in abscondito apprestando alla S. Sede quei servigi che sono conformi alla mia pochezza.

Godo immensamente che l'edificio della chiesa di Maria SS. Ausiliatrice avanzi, e spero con l'aiuto di Dio che presto giunga al suo compimento. Il concorso dei fedeli che a Lei ricorrono per implorare l'aiuto della celeste Regina ne somministrerà copiosi mezzi. Sì; la Vergine darà a Lei la consolazione di vederla onorata e venerata in cotesto luogo sotto uno special titolo che infiamma tutti i credenti.

Mia madre la riverisce e si raccomanda alle sue orazioni.

Ella continui ad avermi presente nel S. Sacrificio della Messa, siccome non cesso di fare egualmente per lei, e mi creda con affettuosa stima

Di Lei, preg.mo sig. D. Giovanni,

Roma, 18 giugno 1867,

Dev.mo Um.mo Servitore

GIUSEPPE BERARDI.

 

Le premure del Vescovo di Mondovì e di Mons. Berardi erano di buon augurio a Don Bosco, il quale aveva scritto anche a vari Vescovi per avere altre lettere commendatizie per l'approvazione della Pia Società. Mons. Giacomo Jans, Vescovo d'Aosta, affrettavasi a mandargli la sua.

 

Augustae Praet., 20 Junii 1867.

 

Beatissime Pater,

 

Sanctitas Vestra saepe saepius admonuit Episcopos inimicum hominem in his luctuosis temporibus maximos facere conatus ad destruendam fidem et maxime ad corrumpendam juventutem.

Ad resistendum his conatibus Sacerdos Joannes Bosco Augustae Taurinorum societatem instituit ad promovenda, ad defendenda principia catholicae fidei apud plebem, et ad christianam institutionem juventutis.

Huic Societati benedixit et incrementum dedit Deus a quo omnia bona procedunt. A viginti annis et amplius admirationem bonorum omnium obtinuit, et innumeros juvenes vel retraxit a via perditionis, vel innocentes custodivit a saeculo.

Cum haec ita sint, Episcopus Augustensis ad Sanctitatis Vestrae pedes provolutus humiles suas praeces adjungit praecibus aliorum Episcoporum ut dignetur hanc Societatem S. Francisci Salesii approbare cum Regulis quibus ipsa regitur. Quae approbatio Sanctae Sedis novum stimulum dabit huic Societati et maiorem Dei gloriam procurabit.

Sanctitatis Vestrae, quam Deus diu servet incolumem.,

 

Obedientissimus et humillimus filius

+ JACOBUS, Episcopus Augustensis.

 

Questo foglio giungeva a Don Bosco nel giorno sacro a S. Luigi Gonzaga. La sera prima, 20 giugno, aveva detto alla Comunità:

 

Domani è la festa di S. Luigi, perciò ciascuno procuri di far qualche cosa in onore di questo caro Santo, come sarebbe una visita in chiesa, una comunione, qualche preghiera speciale, ecc., ecc. Ciascuno prometta di volerlo imitare nella virtù della modestia. Chi è innocente ha un esempio in S. Luigi: chi è peccatore può ancora imitarlo nella penitenza e con questa riacquistare la perduta virtù. Ed è appunto per questo che la Chiesa ha proposto S. Luigi come modello alla gioventù. Preghiamolo S. Luigi ad aiutarci a distaccare tutto il nostro cuore dalle cose terrene. Che cosa è che rendeva Luigi così contento e desideroso di presto morire, benedicendo Iddio e dicendo ai presenti nella sua camera che cantassero il Te Deum in ringraziamento? Il distacco del suo cuore da tutte le cose del mondo.

Pregate anche questo angelico giovane secondo le mie intenzioni.

 

Nello stesso giorno si avverava ciò che aveva previsto ed annunziato il 28 maggio. Scrive D. Rua nel necrologio dell'Oratorio:

Il 20 giugno 1867 moriva Garando Gio. Battista, da Ceres, in età di 71 anni. Uomo schietto e laborioso quant'altri mai. Malgrado l'avanzata sua età colle sue sollecitudini diede avviamento al laboratorio dei ferrai che trovavasi nei primordi. Ubbidiente ai Superiori, amante ed amato dai suoi allievi, ricaduto durante convalescenza, munito di tutti i conforti della religione, rese la sua anima a Dio.

Omai erano imminenti le due grandi feste dell'Oratorio, che si celebravano non solo in Chiesa, ma anche al di fuori: San Luigi e S. Giovanni Battista coll'onomastico di D. Bosco, la prima colla sua bella processione, la seconda coll'accademia nel cortile, mutato quasi in ampio anfiteatro. Diremo ora della seconda, essendo stata la prima trasportata alla domenica 7 luglio.

In quella occasione molti sentivano più vivo il desiderio di avere un ritratto di D. Bosco  ma i ritratti presi in Torino erano pochi e non messi in pubblico, perchè D. Bosco era a questo ancor molto riluttante. Per lo stesso motivo le fotografie di Roma non erano state mandate a Torino dal Conte Vimercati, e nell'Oratorio non se n'aveva che una copia.

Similmente da un gran numero di benefattori di varie regioni si chiedevano pur notizie della sanità di Don Bosco con quell'affetto che si nutre per un padre o per un carissimo amico, e volevano essere informati delle onoranze che gli verrebbero fatte.

 

Roma, 22 giugno 1867.

 

Rev. Don Francesia

 

.....Mi faccia la carità di tenermi ragguagliata di tutte le feste al nostro amato e venerato D. Bosco per S. Giovanni, ma me le scriva subito e non ne me le faccia sospirare…Nello stesso tempo mi faccia la relazione esatta di cosa ha detto D. Bosco, e se vi è qualche cosa da osservare sulle sue parole. Lei sa quanto io sono affezionata a questo santo Sacerdote, quanto l'apprezzo ed ammiro, per essere persuaso che tutto ciò che lo riguarda troppo m'interessa.

La lascio, M. R. Don Francesia, per scrivere due parole a D. Bosco, pregando lei a consegnarle in propria mano, così saranno anche più gradite . Stia tranquillo per le cose di Roma: la procella si va sedando da sè; la giustizia e la virtù trionfano sempre: ma il Signore permette che siamo qualche volta battuti. Il Cavaliere sta bene e saluta tutti .....

FANNY AMAT di VILLA Rios.

 

 

Splendidamente adunque si celebrò l'onomastico di Don Bosco. Alla sera vi fu la dimostrazione figliale. Il poeta cesareo D. Francesia, come gli anni antecedenti, lesse una sua ode che messa in musica da D. Cagliero venne eseguita dal coro numerosissimo con accompagnamento della banda istrumentale. Si declamarono quindi molte composizioni in greco, in latino, in italiano ed in francese. Ma sopra tutto attirò l'attenzione degli spettatori un negoziante, certo signor Lanzerini, che lesse un suo componimento in dialetto bolognese. Egli veniva allora da Londra ed era già passato altra volta dall'Oratorio, andando da Bologna, sua patria, a Parigi. Molto ricco e buono, nutriva una grande affezione per D. Bosco ed era fratello del santo sacerdote Lanzerini, fondatore dell'Ospizio dell'Immacolata a Bologna per i poveri giovani abbandonati. L'anno prima, il sullodato signore, divenuto pazzo, per più mesi piangeva ed esclamava continuamente:

- Povero me! Adesso dovremo tutti morire di fame: sono ridotto alla miseria: la mia famiglia dovrà andare alle porte delle case ad accattar pane per vivere!

Era questa la sua idea fissa. Quando D. Bosco da Firenze giunse a Bologna, D. Lanzerini corse ad esporgli la disgrazia del fratello: e il Servo di Dio si recò senz'altro a visitarlo. L'infermo continuava le sue lamentele e non ascoltava nessuna parola di conforto.

- Ebbene, disse allora D. Bosco, dopo di averlo benedetto, si faccia una novena a Maria Ausiliatrice; se guarirà, farà un'offerta alla nuova chiesa di Torino.

La famiglia incominciò la novena e non era ancor terminata, quando il demente, svanito quell'incubo, si trovò così pienamente guarito, da superare le speranze di tutti.

La semplice narrazione di questo fatto fu l'argomento trattato dal signor Lanzerini, il quale faceva sicura testimonianza della grazia ricevuta, dicendo che non erasi mai sentito così bene in sanità come allora. Finiva con ringraziare Maria Ausiliatrice e D. Bosco, per l'incomparabile beneficio ricevuto, protestando che ne avrebbe serbato eterna riconoscenza.

Sul fine i cori ripeterono il loro canto, e D. Bosco pronunciò poche parole di ringraziamento a tutti: ai cantori, ai musici, ai poeti e ai prosatori, a quelli che avevano fatto ed eseguito il disegno del bell'apparato, a coloro che con artistica e sorprendente luminaria accrescevano la gioia del crepuscolo, ai donatori di molteplici e ricchi regali esposti sopra un largo tavolo, ai Superiori della casa, ai benefattori e ai giovani che con molte lettere gli avevano presentato gli augurii. Questi specificati ringraziamenti li ripeteva ogni anno e talvolta erano anche personali quando assisteva alla festa qualcuno che, per dignità o benemerenza, meritavasi quel riguardo. Quella sera il Venerabile conchiudeva domandando e promettendo preghiere.

Ma le pure gioie di questo giorno facevano ricordare a D. Bosco quelle pi√π solenni che dovevano provare a Roma tanti suoi amici per le feste centenarie di S. Pietro. Scriveva al

 

Conte Eugenio De Maistre:

 

Torino, 25 giugno 1867.

Carissimo nel Signore,

 

Un saluto a Lei, e a tutta la sua famiglia, caro sig. Eugenio, e ciò per augurare a tutti copiose celesti benedizioni in questo centenario, e ciò credo bene di fare per dovere e perchè non so se potrò ancora fare i medesimi augurii un altro centenario.

La contessa Caramon mi portò notizie che tutta la sua famiglia gode buona salute e che anche il sig. Francesco sembra fuori di pericolo; noi continuiamo ancora mattino e sera a raccomandarlo a Maria Ausiliatrice; speriamo che questa Madre lo vorrà restituire alla primiera sanità.

Dio benedica Lei, la signora di Lei moglie, e la sua figliuolanza e dia a tutti lunghi anni di vita felice e il santo dono della perseveranza. Amen.

Raccomando me e li miei giovanetti alla carità della sante sue preghiere, e mi professo con gratitudine nel Signore

Obbl.mo Servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

 

Mucha Suerte Versione app: 513c99e