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Capitolo 70

Varie lettere Per D. Bosco: persuasione che egli conosca lo stato delle coscienze: ricordo di una visita al Venerabile, sue attinenze con un - nobile Signore, e sue lettere che fan conoscere in liti un uomo prediletto da Dio; sue parole nel dare il velo ad una religiosa - Premure per le Suore dedicate al bene delle figlie - Lettere a D. Bosco di giovanetti in vacanza - D. Bosco vede il pericolo di un giovano lontano e lo scongiura - Sue parlate ai nuovi alunni: Resoconti morali che Pitagora esigevo dai discepoli: importanza dei non mettersi le mani addosso - Letture Cattoliche D. Bosco a Montemagno: Predica un triduo in preparazione, alla lesta di Maria Assunta in cielo - Al popolo afflitto dalla siccità promette la pioggia se tutti faran pace con Dio - Maria SS. concede la grazia - Morte di un chierico confratello - Riflessione sulle morti frequenti di buoni giovani.


Capitolo 70

da Memorie Biografiche

del 04 dicembre 2006

  La corrispondenza occupava tutto il tempo che rimaneva libero, tra i molteplici e importantissimi affari che D. Bosco doveva trattare. Riguardavano molte cose spettanti alla vita spirituale o alla coscienza. Persone innumerevoli, anche di molta cultura civile e religiosa, avevano la persuasione che D. Bosco avesse lumi speciali da Dio; e questa non sminuì per tutto il tempo della sua vita, tanto era evidente la saggezza de' suoi consigli e non di rado la rivelazione de' più occulti segreti. Di queste lettere poche ne rimangono, perchè le scritte da lui le ritennero per sè coloro ai quali rispondeva. Le domande poi andarono distrutte fatte poche eccezioni. E da qualcuna delle rimaste noi, ricaveremo periodi onorifici per D. Bosco.

La Contessa Isabella Gerini il 30 luglio 1864 scriveva da Firenze a D. Bosco.

“ Sono confusa della gran carità che V. S. ha avuto per me, nè ho parole per ringraziarla come vorrei.

” Sono rimasta veramente sorpresa e nella massima ammirazione dell'infinita misericordia di Dio, che si è degnato illuminarla così prodigiosamente, per darmi avvisi tanto necessarii per l'anima mia, senza che io Le avessi ancora espressi in alcun modo i miei pensieri, timori e dubbi.

” Ringrazio Iddio di sì gran bontà, e ringrazio pure infinitamente V. S. di avermi ottenuto tanto favore da Nostro Signore ...

” Io tengo la sua preziosa lettera come un tesoro e sempre voglio tenerla per regola della mia vita… ”

Una nobile Dama la signora Carolina Ma. S., l'II agosto 1864, mandava a D. Bosco da Venezia le seguenti linee.

“ La bontà colla quale Ella si degnò di accogliermi, quando ebbi la fortuna di parlarle in Torino, mi dà coraggio di dirigerle queste poche righe, onde pregarla di interessarsi per la povera anima mia…..Io vorrei aprirle candidamente tutto il mio povero cuore, ma per lettera ciò è impossibile. Spero però che il Signore Le farà conoscere tutta la grande mia mi­seria e Le ispirerà di intraprenderne la cura……Io vorrei amare e servire Gesù, ma… Non aggiungo di più perchè sono sicura che Ella mi legge in cuore e già mi ha inteso ”.

E da Roma si veniva a consultarlo.

In questo mese infatti D. Bosco faceva conoscenza col Marchese Angelo Vitelleschi che si recava per la prima volta a Torino colla sua consorte e con un suo figlio. Vennero all'Oratorio e si confessarono da lui. Da quell'epoca si strinse fra D. Bosco e que' signori una grande amicizia. Nel 1865 il Marchese scrivevagli raccomandando alle sue preghiere la propria famiglia e aggiungeva: “ Aspettiamo la Marchesa di Villarios la quale ha intenzione di passare qualche mese in Roma. Io sempre mi vado lusingando che un giorno Ella possa venire in Roma. Quanto ne saremmo contenti; ma temo che per ora ciò non si verifichi ”.

E poi scriveva a D. Rua il 4 febbraio 1888: “ Noi ricevemmo sempre da D. Bosco attestati di gentilezza e di carità. Ho presso di me alcune sue lettere come preziosi ricordi, e una tra le altre, la quale mi ha recato il convincimento che Don Bosco era uomo straordinario e veramente prediletto da Dio ”.

Da un monastero di Torino Suor Maddalena Veronica in una - lettera così diceva a D. Bosco: “ Crederei di mancare al mio dovere se non Le facessi due righe per ringraziarla della gran bontà che Lei ebbe verso di me con ricevere la mia professione religiosa… Dandomi il santo velo, mi disse di por­tarlo senza macchia al Tribunale di Dio: mi aiuti per carità a tenerlo mondo. Si degni a tale fine di visitare il pino che ha piantato, ed esaminare se nel fusto fosse sbocciato qualche ramoscello, che gli impedisca di innalzarsi molto in alto; io procurerò di disporre intorno un giardino, dal quale emani il soavissimo odore della rosa e della violetta: mi sfor­zerò di imitare il girasole ”. Ripeteva certamente le parole proferite da D. Bosco nel tempo della sacra funzione.

Qui faremo una digressione notando come D. Bosco avesse a cuore oltre le religiose del Refugio altre suore che si dedicavano alla redenzione ed educazione della giovent√π femminile.

D. Bosco aveva disposto che un suo sacerdote andasse e celebrare ogni giorno la S. Messa nell'Istituto di S, Pietro, ove allora venivano ricoverate le povere figlie uscite dalle carceri. Quest'opera fondata da D. Merla, che noi abbiamo visto assistere i giovani dell'Oratorio nel 1846, aveva per Direttore il Teol. Vola. Prestavano l'assistenza alcune suore Vincenzine del Cottolengo.

Così alle suore del Buon Pastore, rimaste senza cappellano, per odioso deliberato della Commissione dell'Opera Pia, provvedeva tutti i giorni una santa messa, due alla Domenica ed il confessore per le numerose ragazze ivi ricoverate o consegnate e custodite: e anche i chierici pel servizio delle funzioni religiose.

E ora ritorniamo ai giovani.

Oltre le lettere degli estranei D. Bosco riceveva quelle di molti suoi allievi, che in questo mese erano in vacanze, alle quali non tralasciava di rispondere. Erano domande di consigli, relazioni del modo col quale trascorrevano le loro giornate, commissioni a nome del parroco, dei parenti, dei benefattori, e di altre persone che volevano essere raccomandate, al servo di Dio. In una di queste si legge: “ Una povera madre di famiglia mi lascia di dirle se vuol fare la carità di benedirla, perchè già da molto tempo è oppressa da dolori ”. Un giovane scrive: “ Una brava donna mi disse di pregarla per amore di Dio a volerla benedire con tutta la sua famiglia, ma chiede che le benedica specialmente gli occhi molto infermi, sicchè teme sempre di venir cieca e di non poter più vedere i suoi figli che sono lungi da casa ”. Un altro allievo: “ Mia madre la supplica di pregare per lei affinchè possa condurre tutta la sua famiglia in cielo ”. È graziosa la domanda di uno studente di i' ginnasiale: “ La prego a voler benedire me, i miei genitori, mio fratello, le mie sorelle, tutti i miei parenti, le bestie, le campagne ”.

D. Bosco pregava, benediceva e pareva che col suo sguardo seguisse anche da lontano taluni de' suoi figliuoli. Uno di questi avuta la licenza da D. Alasonatti, poichè D. Bosco era assente, andò per qualche giorno presso alcuni parenti in vacanza. Ma là eragli teso un laccio, del quale il poverino in sul principio non si era accorto. Un giorno, di gran calore, mentre ai piè di un albero sonnecchiava, lo svegliò un rumore forte e rimbombante a guisa di tuono. S'avvide in quel momento che si tendevano insidie alla sua virtù e senza altro tornò all'Oratorio.

Intanto rientrato D. Bosco in casa, aveva subito chiesto ove fosse quel giovane, e si vedeva preso da tale agitazione ed impazienza da far meravigliare.

Il giovanetto tosto che fu giunto si presentò a D. Bosco, il quale rasserenatosi lo fissò con quel suo sguardo singolare e penetrante; ed esclamò un eloquentissimo:

 - Ah! Va bene!

 - Oh! D. Bosco! Se sapesse ......

 - So tutto, gli rispose D. Bosco ed ho pregato per te.

E questo alunno fu sempre persuaso che D. Bosco avesse visto il suo pericolo per lume soprannaturale. Ed ora vecchio, laureato in belle lettere, sacerdote, religioso, più volte ci narrò il fatto con tutte le circostanze che noi abbiamo qui notate. Egli è uno di quelli dei quali D. Bosco contemplò il fortunato avvenire nel sogno della Ruota.

Sul principio di agosto erano accolti nell'Oratorio i nuovi alunni per essere preparati alle scuole dei ginnasio. Tutti gli anni costoro passavano il centinaio. Bisognava istruirli sul regolamento della casa, avvezzarli all'obbedienza, ed a un contegno più decoroso, indirizzarli ad una vita di pietà cristiana. Ed era questo un ufficio che D. Bosco adempieva parlando loro sovente alla sera. Noi conserviamo due di queste sue parlate in agosto, che ci conservò D. Ruffino.

 

I.

 

Io sono solito di consigliare ai giovani, che entrano nuovi nella Casa, quello che Pitagora (celebre filosofo italiano dell'antichità), esigeva dai suoi discepoli. Ogni qual volta si presentava a lui qualche nuovo alunno, per ammetterlo alla sua scuola, voleva che prima in confidenza gli facesse una minuta dichiarazione, ossia una specie di confessione, delle azioni di tutta la sua vita passata. Notate che egli era un filosofo pagano, il quale però cercava colle molte cognizioni acquistate di rendersi utile al suo simile. Chiedeva adunque tale manifestazione, e ne dava la ragione, dicendo: “ Perchè se io non so tutte le azioni, che hanno fatte pel passato, non posso consigliar i rimedii che richiede il loro stato, e la moralità dei loro costumi ” Quando un giovane poi era accettato nella sua scuola come allievo, voleva che gli tenesse il cuore aperto in ogni cosa: “ Perchè soggiungeva, se io non conosco il loro interno, mi riesce impossibile far loro il bene che desidero e di cui eglino hanno bisogno ”.

Lo stesso io consiglio a voi, miei cari giovani. Alcuni credono che basti aprire intieramente il cuore al Direttore spirituale per incominciare una vita nuova e che sia confessione generale quando dicono tutto…..È  una gran cosa, ma qui non è tutto….. Si tratta non solo di rimediare il passato, ma anche di provvedere all'avvenire con fermi proponimenti.... In quanto all'avvenire, per camminare con sicurezza dovete rivelare i vostri difetti abituali, le occasioni nelle quali eravate soliti a cadere, le passioni dominanti; stare ai consigli e agli avvisi che vi verranno dati mettendoli fedelmente in pratica; e poi continuare a tener aperto il vostro cuore con piena confidenza, esponendo di mano in mano i suoi bisogni, le tentazioni, i pericoli, dimodochè chi vi dirige possa guidarvi con sicurezza.

Ma, s'intende che mettiate per fondamento una buona confessione... In quanto al passato voi, manifestando tutto ciò che avete commesso di male, lo fate non solo, perchè il confessore possa avere conoscenza dell'anima vostra, ma molto più per assicurare le confessioni della vita trascorsa e acciocchè possiate poi dire: - Per lo passato sono tranquillo; così potrò per l'avvenire essere più allegro. - Infatti avrete la sicurezza dell'aiuto del Signore in tutte le circostanze della vostra vita, essendo col vostro amore ed umiltà suoi figliuoli ed amici.

 

II.

 

Debbo stassera raccomandarvi una cosa di particolare importanza La raccomandavano a tutti i giovani S. Filippo, S. Carlo Borromeo, S. Francesco, di Sales, S. Sebastiano Valfrè. La raccomandano i signori per civiltà ed educazione; la raccomandano tutti i buoni cristiani per evitare il male. Questa cosa si è di non mettervi mai le mani addosso. Sembra una cosa di poca entità e pure è di molta importanza, e il demonio, che è furbo, se ne serve per tendervi insidie.

Dunque mai più metterci addosso le mani in nessuna circostanza? intendiamoci bene! Se uno dovesse servire un ammalato, sollevare da terra un caduto, non solo può ma deve. Due giovani ritornando dalle vacanze e si toccano la mano. Passi: non ci trovo inconveniente. Anche per essere largo, alla sera andando in camerata due, passando, si toccano la mano per darsi la buona notte: non farei loro un rimprovero. Ma quel mettersi le mani accavalciate sulle spalle, quel prendersi tre o quattro sotto braccetto e passeggiare così su e giù sguaiatamente, quel saltarsi sulle groppe, quel gettarsi per terra è cosa malfatta, è cosa contraria alla buona educazione ed alla buona morale.

Il demonio è scolare e maestro; scolare per l'esperienza che ha di tanti secoli, maestro per la sua raffinata malizia, ed egli si serve di questo per tirarci al male. Come scolare sa i mali che ne vengono da queste maniere villane: ne ha visto migliardi di casi; come maestro mette la malizia dove non c'è. Quindi da un tratto che sembrava una semplice sconvenienza ne viene il pericolo, dal pericolo la tentazione, dalla tentazione la caduta. Uno cade ed è rovinato. Non vado tanto avanti in questo ragionamento; state sulla mia parola, anzi sulla parola dei santi e di tutti gli educatori.

Ma forse qualcheduno pensa: E D. Bosco ? Dissi già che vi sono alcuni casi in cui certi riserbi non sarebbero a proposito, per esempio quando vi è necessità o utilità. Ora veniamo al caso mio. Se io qualche volta non dessi uno schiaffetto ad uno, una stretta di mano all'altro, se non mettessi la mano sul capo a un terzo non avrei modo di dimo­strare a quel tale la mia benevolenza. Vi sarebbe poi quel tal altro che si offenderebbe, rimarrebbe mortificato avvicinandosi a me. Direbbe: - Chi sa perchè Don Bosco non mi considera più? Ho forse commessa qualche mancanza? Vedete; ciò che negli altri è sconvenienza talora per me è necessità e vantaggio. Vi è ancora un altro motivo che mi spinge a regolarmi così. Alcuni tante volte mi fuggono come il dia­volo dalla croce. Talora per disgrazia, o meglio per fortuna, li incontro n per le scale; li prendo per mano, loro la stringo, dico intanto una pa­rola e molte volte basta ciò, perchè quel tale cambi il pensare e il te­nore di vita. Se invece incontrandolo ci mi saluta stando ad una pru­dente distanza, se gli rendo semplicemente il saluto, l'amico che sta

in guardia sospettoso e contrariato per quell'incontro, mi scappa via e non posso dirgli nulla. Se invece l'ho per mano, faccia la prova di scapparmi. Quello che io dico di me, lo dico di tutti i sacerdoti .....superiori della casa.

Avete inteso? ... Chi sa se metterete in pratica il mio avviso?

Vedremo io lo spero Buona notte, miei cari figliuoli!

Le cure che D. Bosco aveva per i giovani andavano a paro colla solerzia nel sostenere le Letture Cattoliche e promuoverne le associazioni. Ei raggiungeva il suo scopo preservando i cattolici dalla peste ereticale. Golzio D. Secondo gli scriveva da Pinerolo il 6 agosto, chiedendo che gli si mandassero, come per lo addietro, mensilmente 66 copie di quelle Letture per i suoi associati. L'accoglienza che faceva quel popolo ai suoi libretti eragli di grande consolazione, essendo Pinerolo allo sbocco delle valli de' Barbetti Valdesi.

E la tipografia preparavali con grande alacrità.

Aveva pronta per settembre e ottobre: La Vita di S. Atanasio il grande, Vescovo d'Alessandria e Dottor della Chiesa, raccontata al popolo dal Sacerdote Re Giuseppe. Questo volumetto dimostra che gli eretici furono, non meno dei pagani, crudeli persecutori della Chiesa.

Un importantissimo avviso era notato in fondo: “ La Direzione delle Letture Cattoliche prega i Signori Associati a volerle far pervenire il più presto possibile l'ammontare degli arretrati scaduti, sia del corrente che dei precedenti anni ”. Trattavasi di regolare i conti colla passata Amministrazione.

Pel novembre si stampava il fascicolo che portava il titolo: Le avventure dei due orfani Urbano e Paola. Sono fratello e sorella, di nobile famiglia, che insidiati da ipocriti e brutali nemici, rimangono maravigliosamente salvati, e consacrano a Dio il fiore immacolato della loro giovinezza.

Ordinate le stampe, D. Bosco si disponeva per recarsi a Montemagno, presso il Marchese Fassati, per celebrare la festa dell'Assunzione di Maria in Cielo, confessando e predicando in quella parrocchia: e rispondeva all'invito che gliene aveva fatto la Marchesa:

 

Torino, 8 agosto 1864.

 

Gentilissima sig. Azelia,

 

Ho ricevuto a suo tempo la lettera che anche a nome di Maman ebbe la bontà di scrivermi. Sabato a sera a Dio piacendo credo che saremo a Montemagno io con D. Rua e con qualche altro confessore. Forse non avrà l'avvocato Arrò, perchè esso deve cantare e portar la croce qui all'Oratorio.

Ho scritto a Monsignore accennando la mia gita costà ed invitandolo, ma soltanto a modo di cortesia senza parlare di speciale solennità; pel che non ci andrà; ma se ciò fosse renderci tosto Papà e Maman avvisati.

Preghi, signora Azelia, per me e per questi miei giovinetti; io non mancherò invocarle dal Signore sanità e timor di Dio colla perseveranza nel bene.

Umili ossequi ai Signori genitori, Papà e Maman, e mi creda nel Signore,

Di V. S. Gentilissima

 

Dev.mo servitore

Sac. Bosco Giovanni.

 

Con altra lettera dava alla figlia della Marchesa notizie pi√π precise del giorno di suo arrivo.

 

Gentilissima sig. Azelia,

 

Le nostre lettere sonosi incrocicchiate; ad ogni modo le dico che Don Rua va da Mirabello e si troverà per tempo a predicare la sera del 13. - lo con un compagno partirà da Torino e sarò a Montemagno e non prima, la stessa sera. Non si diano pena per la vettura; qualora non potessi servirmi dell'omnibus, mi aggiusterò.

Mi rincresce molto che maman sia ammalata; le faccia coraggio; io l'ho già raccomandata al Signore, e bisogna che la Madonna la faccia guarire a qualunque costo pel giorno della sua Festa, Maria Assunta.

Dio benedica Lei, tutta la famiglia i conservi tutti nel santo timor di Dio. Amen.

Credami con tutta stima di V. S. Gent.ma,

 

Torino, 10 agosto 1864.

 

                                                                                                      Dev.mo Servitore

Sac. Bosco Giovanni.

 

 

D. Rua Michele partiva da Mirabello nel giorno stabilito e a Montemagno trovò che D. Bosco, accompagnato da Don Cagliero, era giunto in tempo per il triduo di predicazione.

Ma quella popolazione era oppressa da grande sconforto.

Da tre mesi un cielo di bronzo negava la pioggia alle arse campagne e invano si erano fatte molte pubbliche e private preghiere. Tutto il raccolto doveva andar perduto.

D. Bosco salì sul pulpito e nella sua prima predica disse al popolo: - Se voi verrete alle prediche in questi tre giorni, se vi riconcilierete con Dio per mezzo di una buona confessione, se vi preparerete tutti in modo che il giorno della festa vi sia proprio una comunione generale, io vi prometto, a nome della Madonna, che una pioggia abbondante verrà a rinfrescare le vostre campagne. - La sua calda esortazione vinse tutti i cuori. Egli nella foga del parlare non aveva intenzione di fare una promessa assoluta, ma sibbene un'esortazione efficace, appoggiato sulla bontà di Maria: la Madonna però aveva parlato per bocca sua.

D. Bosco disceso in sagrestia osservò che la gente lo guardava meravigliata e commossa e il parroco D. Clivio, gli si avvicinò e gli disse: - Ma bravo, ma bene: ci vuole il suo coraggio!

 - Quale coraggio?

 - Il coraggio di annunziare al pubblico che la pioggia infallantemente cadrà il giorno della festa!

 - Io ho detto questo?

 - Certamente: Ha detto queste precise parole: In nome di Maria SS. vi prometto che se voi tutti farete una buona confessione, avrete la pioggia.

 - Ma no; avrà frainteso;... io non mi ricordo d'averlo detto.

 - Interroghi pure ad uno ad uno gli uditori e vedrà se tutti non hanno inteso quello che ho inteso io. - Infatti la cosa era andata così e il popolo ne era talmente persuaso che si accinse risolutamente ad aggiustare le partite della propria coscienza: Non bastavano i confessori ai penitenti. In quei giorni dal mattino prestissimo fino alla sera a notte avanzata e anche tardissima i confessionali erano assediati. D. Rua e specialmente D. Cagliero ricordano ancora la stanchezza di que' giorni.

Nei paesi circonvicini facevansi i commenti e le risa su quella profezia, anzi nel paese di Grana per festeggiare la smentita che il tempo avrebbe dato al prete, si era preparata una gran festa da ballo. In quei tre giorni il cielo fu sempre infuocato.

D. Bosco continuava a predicare e nell'andare o venire dalla chiesa i popolani lo interrogavano: - E la pioggia?

 - Togliete il peccato  rispondeva D. Bosco.

Il giorno della festa di Maria Assunta in cielo, che in quest'anno cadeva in lunedì, vi fu una comunione generale così numerosa, che da tempo non erasi vista. In quel mattino il cielo non sembrò mai così sereno. D. Bosco sedette a pranzo col Marchese Fassati, ma prima ancora che i convitati avessero finito si levò e si ritirò in camera. Era in una certa angustia perchè la sua predizione avea fatto troppo rumore. L'aria gli portava all'orecchio il suono lontano delle trombe del ballo pubblico di Grana. Nello stesso Montemagno certi liberali avevano organizzato una dimostrazione ostile contro di lui.

Le campane suonarono il segno dei vespri e in chiesa incominciarono i canti dei salmi. D. Bosco appoggiato alla finestra interrogava il cielo che sembrava inesorabile. Regnava un caldo soffocante. Egli studiava che cosa dire dal pulpito se la Madonna non avesse fatta la grazia.

“ Intanto, ci raccontò il sig. Luigi Porta, ora Sacerdote e Salesiano, io andava alla Chiesa col Marchese e si parlava appunto della pioggia promessa; il sudore gocciolava dalle nostre fronti benchè dal palazzo alla Chiesa non vi fossero che dieci minuti di strada. Come fummo giunti in sagrestia sul finire dei Vespro ecco giungere D. Bosco. Il Marchese gli disse: - Questa volta, sig. D. Bosco, fa un fiasco. Ha promesso la pioggia, ma tutt'altro che pioggia. - Allora D. Bosco chiamò il sagrestano: - Giovanni, gli disse; andate dietro al Castello del Barone Garofoli, ad osservare come si metta il tempo e se vi è qualche indizio di pioggia. - Il sagrestano, va, ritorna e riferisce a D. Bosco: - È limpido come uno specchio: appena una piccola nuvoletta, quasi come l'orma di una scarpa, verso Biella. - Era adunque come la nuvoletta del Carmelo ai tempi di Elia? - Bene: gli rispose D. Bosco; datemi la stola. - Alcuni fra i molti uomini che erano in sagrestia, gli si fecero intorno e lo interrogarono:

     - E se la pioggia non cade?

 - È  segno che non la meritiamo, rispondeva D. Bosco ”. Finito il Magnificat saliva lentamente il pulpito, dicendo nel suo cuore a Maria: - Non è il mio onore che in questo momento si trova in pericolo, sibbene il vostro. Che cosa diranno gli schernitori del vostro nome, se vedranno deluse le speranze di questi cristiani che hanno fatto di ogni lor meglio per piacere a voi?

D. Bosco si affaccia dal pulpito. Una moltitudine fitta, che occupa fino ogni angolo della chiesa ha gli occhi fissi in lui. Detta l'Ave Maria gli sembra che la luce del sole siasi leggiermente oscurata. Incomincia l'esordio, ma detti pochi periodi sì ode prolungato il rumore del tuono. Un mormorio di gioia scorre per tutta la chiesa. D. Bosco sospende un istante in preda alla più viva commozione. I tuoni si succedono ed una pioggia dirottissima e continuata batte nelle invetriate. Pensate voi all'eloquente parola che usciva dal cuore di Don Bosco, mentre imperversava la pioggia; fu un inno di ringraziamento a Maria e di conforto e lode ai suoi divoti. Piangeva esso, piangevano gli uditori.

Dopo la benedizione la gente si fermò ancora in chiesa e sotto il grande atrio, innanzi a questa, perchè la pioggia continuava dirotta. Da tutti si riconosceva il miracolo. Ma nel paese di Grana cadde una grandine così terribile che portò via tutti i raccolti e, cosa degna di memoria, fuori dei confini di questo comune in tutti i paesi circostanti non cadde neppure un chicco di grandine.

Il fatto ci venne anche esposto pochi mesi dopo l'avvenimento dal Viceparroco D. Marchisio, e da altri testimoni.

D. Bosco ritornava nell'Oratorio per assistere agli ultimi istanti del Chierico Morielli Giuseppe di Prasco, giovane di grande Virtù e confratello nella Pia Società. Egli moriva il 21 di agosto in età di 24 anni. Sempre allegro e sempre contento aveva edificato i compagni colle sue virtù, mirabile nel mortificare i sensi e nel praticare l'umiltà. Riusciva in modo splendido negli studi, e prediligeva l'assistenza agli artigiani. Primo sintomo della malattia era stata la perdita della memoria che prima aveva tenacissima. Essendo ricorso a D. Bosco perchè gli desse la sua benedizione, il servo di Dio gli disse: - Caro Morielli, procura solo di non dimenticarti del paradiso e poi pel resto pazienza. - Le ultime parole dei buon chierico a D. Bosco furono: - Dica ai miei compagni che io li aspetto in paradiso.

Già sette giovani erano stati chiamati da Dio all'eternità in quest'anno e qualche altro vedremo seguirli in poco tempo.

In certi anni il numero dei giovani che Dio chiamava dall'Oratorio all'eternità era abbastanza considerevole, quantunque non vi fosse sproporzione fra le pubbliche statistiche dei defunti, e quella dei ricoverati o abitanti in Valdocco. Ma D. Bosco, i suoi sacerdoti, noi stessi, fatte pochissime eccezioni, abbiamo constatato che la maggior parte di quei passaggi all'eternità erano causa di grande consolazione. Si poteva affermare colle parole della Sapienza al Capo IV: - Il giusto quando avanti tempo egli muoia, trova sua requie… Perchè ei piacque a Dio, fu amato da lui; e perchè tra i peccatori viveva altrove fu trasportato. Fu rapito af­finchè la malizia non alterasse il suo spirito, o la seduzione non inducesse l'anima di lui in errore... Stagionato egli in breve tempo, compiè una lunga carriera. Era cara a Dio l'anima di lui per questo - Egli si affrettò di trarlo di mezzo alle iniquità.

Le genti poi veggono queste cose e non le comprendono, né in cuor loro riflettono, come Egli è questo beneficio di Dio, e misericordia verso i suoi santi, e come egli ha cura de' suoi eletti. Ma il giusto morto condanna gli empi che vivono, e la giovinezza loro, sì presto estinta, condanna la lunga vita del peccatore ”.

 

 

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