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Capitolo 68

S. Pancrazio e le Catacombe - S. Pietro in Montorio Mons. Pacca - La Messa a S. Andrea della Valle - Chiesa di S. Gregorio Mons. Artico - Chiesa dei Santi Giovanni e Paolo L'arco di Tito e di Costantino - S. Lorenzo in Lucina - Due conferenze - Mons. Di San Marzano - La stazione a S. Maria degli Angioli -Visita agli Oratorii festivi della Madonna della Quercia, di S. Giovanni dei Fiorentini e di S. Maria Assunta - Mons. De - Merode visita D. Bosco - D. Bosco della gli esercizi spirituali alle detenute presso le Terme di Diocleziano - Nell'Oratorio di Torino i giovani sospirano D. Bosco - Corrispondenze epistolari.


Capitolo 68

da Memorie Biografiche

del 30 novembre 2006

 Il 10 marzo, ad un'ora e mezzo pom., il Padre Giacinto dei Carmelitani scalzi venne a prendere Don Bosco con un calesse per condurlo col Ch. Rua alla Basilica di S. Pancrazio e a S. Pietro in Montorio. Queste due chiese sorgono sul monte Gianicolo al di là del Tevere. Presso la prima, allora quasi rovinata pei rivolgimenti del 1849, è il Convento dei Carmelitani scalzi. D. Bosco stesso ci lasciò memoria ne' suoi scritti, di questa giornata.

“ Entrati nella Basilica di S. Pancrazio, mentre ci eravamo inginocchiati a pregare innanzi all'altare del giovanetto martire, - Venite meco, ci disse il P. Giacinto, e andremo nelle catacombe. - Aveva apparecchiato un lume per caduno; e, con una guida pratica di que' sotterranei, ci siamo messi a seguirlo. Quasi nel mezzo della chiesa avvi uno sportello nel pavimento. Quello si alza e di là si apre un foro oscuro e profondo. Cominciano le catacombe.

  Sull'entrata sta scritto: In hoc aditu decollatus est S. Pancratius marytr Christi: In questo adito ebbe troncata la testa S. Pancrazio Martire. Ed eccoci nelle catacombe. Immaginatevi lunghi corridoi ora stretti e bassi, ora alquanto più aperti ed alti; ora piani, ora in discesa; ora diritti, ora tortuosi; ora attraversati da altri corridoi non più larghi di un metro che sì perdono nelle tenebre; avrete il primo aspetto di que' sotterranei. Talvolta queste gallerie formano quattro o cinque piani soprapposti e vi si discende per scale strettissime ed anche pericolose. Di qua e di là vi sono le tombe scavate parallelamente nel tufo in più ordini a somiglianza di scaffali. Ivi anticamente seppellivansi i cristiani e specialmente i martiri. Quelli che davano la vita per la fede erano designati con emblemi particolari. La palma era segno della vittoria riportata contro ai tiranni; l'ampolla indicava che aveva sparso il sangue per la fede; il P significa, pax Christi, oppure pro Christo passus. In altri vi si disegnavano gl'istrumenti con cui avevano sofferto il martirio. Talvolta questi emblemi si rinchiudevano nella piccola tomba del Santo. Quando non infierivano molto le persecuzioni si scriveva nome, cognome del martire con qualche parola esprimente alcun luminoso tratto della sua vita. Ai semplici cristiani poi non mettevasi generalmente alcun segno, oppure qualche iscrizione brevissima greca o latina che indicasse la persona sepolta. Ma l'emblema ordinario era il pesce, perchè la parola greca che esprime pesce viene colle sue lettere a significare le iniziali delle seguenti parole: GESU' CRISTO FIGLIUOLO DI DIO SALVATORE.

   - Ecco, ci disse la guida, quivi è il luogo dove era seppellito S. Pancrazio, accanto a lui S. Dionigi suo zio, e qui vicino un altro suo parente. - Noi abbiamo visitate quelle tombe che rappresentano una cameretta, intorno a cui sì vedono iscrizioni antiche che non abbiamo saputo leggere. In mezzo alla volta avvi dipinto un giovanetto che ci parve rappresentare S. Pancrazio. Il dipinto non è molto perfetto per l'arte, ma è assai prezioso perchè ci rammenta come nei primi secoli della Chiesa i santi fossero venerati nelle loro immagini.

     - Ecco qua una cripta, ci disse di nuovo la guida. - La cripta, parola greca che vuol dire profondità, è un luogo un po' più spazioso dell'ordinario. Qua i cristiani solevano radunarsi in tempo delle persecuzioni, e assistevano ai divini misteri. In un lato esiste ancora l'altare antico sopra cui si celebrava il S. Sacrifizio. Per lo più la tomba di qualche martire serviva di altare. Dopo un po' di cammino ci fece vedere la cappella ove San Felice Papa era solito venire per riposarsi e celebrare la santa Messa. A poca distanza è il luogo dove egli fu sepolto. Di qua e di là vedevamo scheletri di corpi umani ridotti a pezzi dall'edacità del tempo, e la nostra guida ci assicurò che, continuando più avanti, saremmo giunti a ritrovare il luogo ove erano martiri e le lapidi colle iscrizioni intatte. Ma noi eravamo già molto stanchi. L'aria sotterranea, l'afa che là si sente, la pena che si prova a camminare, giacchè ognuno deve badare a non dare del capo, a non urtare colle spalle e a non sdrucciolare coi piedi, tutte queste cose affaticano assai. Di più, ci diceva la nostra guida, che quei sotterranei si vanno ognora moltiplicando e che taluno di essi giunge fino alla lunghezza di quindici e venti miglia. Fummo pertanto ricondotti là donde eravamo partiti, e giunti sulla piazza della chiesa prima di partire abbiamo veduto una iscrizione a sinistra della porta maggiore. Era scritto così: Coe meterium sancti Calipodii presbyteri et martyris Christi. Di là si apre una porta e si entra in un cimitero, ovvero in altre catacombe, chiamate di San Calepodio, sia perchè questo santo sacerdote si adoperò per scavarle, sia anche perchè egli fu ivi sepolto. Era nostro desiderio di andare anche qui a fare una visita; ma ci fu detto che il locale era pericoloso, e che, correndo pericolo della vita, non conveniva andarci. Montati di nuovo in vettura col Padre Giacinto, c'incaminammo giù dal monte Gianicolo verso Roma alla volta di S. Pietro in Montorio.

  E’ questa una delle chiese fondate da Costantino il Grande, ricca di molte statue, dipinti, e marmi. Qui si venera un'immagine miracolosa della Madonna detta della Lettera. Tra la chiesa e il convento avvi un tempietto di forma rotonda, opera tra le più insignì del Brabante. Esso è edificato nel luogo ove, asserivasi, fu martirizzato S. Pietro. Nella parte posteriore avvi una scaletta che conduce ad una sala sotterranea anche rotonda; nel mezzo di quella cappella si vede un foro ove arde continuamente un lume. Colà posava in terra la testa della croce su cui San Pietro fu posto a capo rovescio.

   Vista la magnifica fontana di Paolo V, e passato il Tevere, il fontanone di Ponte Sisto e Porta S. Pancrazio, detta anticamente gianicolense, il Padre Giacinto ebbe la bontà di condurci colla sua vettura a casa, e noi ci siamo volentieri andati per prendere un po' di riposo, poi recitare il breviario e scrivere alcune particolarità riguardanti le cose vedute.

L'11 marzo fu occupato da D. Bosco nello scrivere e nel fare commissioni particolari. Andato a visitare Monsignor Pacca, prelato domestico di S. Santità, ove incontrossi col P. Bresciani, mandò il Ch. Rua a cercare Don Botaudi, nativo di Nizza Piemonte, che alloggiava a Ponte Sisto, col quale erasi già intrattenuto per la diffusione in Roma delle Letture Cattoliche.

   Il 12 marzo celebrò la messa a S. Andrea detto della Valle, chiesa edificata sul luogo del martirio di S. Sebastiano.

   Dopo mezzogiorno, ad un'ora e mezzo, D. Bosco partiva col sig. Francesco De Maistre per andare alla chiesa di S. Gregorio il Grande, edificata sopra il pendio del Monte Celio, sull'area della casa di questo Pontefice, da lui convertita in monastero. È  uffiziata dai monaci Camaldolesi.

Questa chiesa, notò D. Bosco, è una delle più belle di Roma. Una cappella a destra è quella del SS. Sacramento sopra cui celebrava la Messa S. Gregorio Magno. In una lapide antica posta a lato dell'altare vi è un'iscrizione latina, della quale ecco la traduzione nella nostra lingua: - A Dio Ottimo Massimo. Questo altare, venerabile pel titolo e patrocinio di S. Gregorio Magno, fu reso celebre per tutto il mondo dai privilegi di molti Romani Pontefici. Presso al qual altare un monaco di questo monastero, avendo per comando di S. Gregorio offerto il S. Sacrificio per trenta giorni continui in suffragio dell'anima di un suo fratello defunto, un altro monaco la vide liberata dalle pene del purgatorio.

   ” Accanto a questa cappella avvenne un'altra più piccola. Ivi ritiravasi S. Gregorio per riposarsi, e notasi precisamente il luogo ove era il suo letto. Ricordo delle lunghe sue veglie sta una sedia di marmo sopra cui sedeva il Santo quando scriveva o quando annunciava la parola di Dio al popolo. Ritornando in chiesa e passato l'altare maggiore, vi è una cappella in cui conservasi un'immagine della Madonna molto antica e prodigiosa. Si crede che sia quella medesima che il Santo teneva in sua casa, e alla quale ogni volta che passava avanti diceva: Ave, Maria. Un giorno il buon Pontefice per la premura di alcuni affari uscendo di casa non  fece alla Vergine il consueto saluto. La Madre celeste gli fece questo dolce rimprovero: Ave, Gregori; colle quali parole lo invitava a non dimenticare quel saluto che a Lei tanto tornava gradito.

  In altra cappella vicino alla medesima chiesa è posta la statua di S. Gregorio seduto in trono, lavoro disegnato e diretto da Michelangelo Buonarotti Il Santo ha una colomba vicino all'orecchio, la qual cosa ricorda quanto asserisce Pietro Diacono famigliare del Santo, cioè che ogni volta il Santo predicava al popolo, o scriveva sopra la Sacra Scrittura, vedeva sempre una colomba che gli parlava all'orecchio. Nel mezzo alla cappella è collocata una gran tavola di marmo, sopra la quale il Santo Pontefice dava da mangiare a dodici poverelli in ciascun giorno, servendoli di propria mano. Un bel dì si assise a questa mensa cogli altri, un angelo sotto forma di giovinetto, che poi disparve ad un tratto. Da quel dì il Santo accrebbe fino a tredici il numero dei poveri da lui pasciuti. Da ciò ebbe origine il costume di porre tredici pellegrini alla tavola che nel giovedì Santo il Papa serve di sua mano.

Uscito da S. Gregorio, D. Bosco salì alla maestosa chiesa dei santi fratelli martiri Giovanni e Paolo, costrutta sopra la loro abitazione. In mezzo a questa si trova una cancellata di ferro che circonda il luogo del loro martirio i loro corpi, chiusi in un'urna preziosa, riposano sotto l'altare maggiore.

   D. Bosco anche qui prendeva alcune note.

Accanto all'altar maggiore avvi una cappella sotto al cui altare riposa il corpo del B. Paolo della croce. Esso è fondatore dei Passionisti, a cui è affidata l'uffiziatura della chiesa. Questo servo di Dio è piemontese, nato in Castellazzo, paese della diocesi e provincia d'Alessandria. Egli morì nel 1775 in età di anni 82. I Molti miracoli che in Roma ed altrove si vanno ogni giorno operando, hanno fatto dilatare assai la sua Congregazione, che suole chiamarsi dei Passionisti a motivo del quarto voto che essi fanno di promuovere la venerazione verso la passione di N. S. Gesù Cristo.

   Uno di quei religiosi, genovese, detto Fra Andrea, dopo di averci accompagnati a vedere le cose più ragguardevoli della chiesa, ci introdusse nel convento. È  questo un bell'edifizio; ivi sono circa ottanta religiosi in gran parte piemontesi: - Qua, ci disse Fra Andrea, avvi la camera in cui morì il nostro Santo Fondatore. - Ci siamo entrati ed abbiamo in devoto raccoglimento ammirato il luogo donde partì quell'anima benedetta per volare al cielo. Là c'è la sedia, abiti, libri, ed altri oggetti che servirono ad uso del Beato. Ogni cosa è posta sotto sigillo e si distribuiscono reliquie ai fedeli cristiani. Quella camera oggi è cappella ove si celebra la santa Messa.

Su quella vetta del Celio, dopo una serie di amarezze e aver vissuto per dieci anni solitario nella sua 'Villa di Camerano, abbandonato il Piemonte e rinunciata la diocesi, erasi ritirato Mons. Artico, Vescovo d'Asti, nel 1857. Una visita del suo amico D. Bosco dovette riuscirgli di grande consolazione. Poco tempo gli rimaneva da vivere e quivi nel 1859 chiudeva con afflitto e forte animo i suoi giorni ed era sepolto nella vicina chiesa.

   Dato un saluto al cortese Fra Andrea, D. Bosco si avviò per andare alla stazione di S. Lorenzo in Lucina. Ma fatta un po' di strada, si trovò sotto l'arco trionfale di Costantino, monumento della vittoria della Croce sul paganesimo; e poi incontrò quello di Tito, il quale co' suoi bassorilievi testifica l'avveramento della profezia di Gesù Cristo contro Gerusalemme.

   Giunto in fine a S. Lorenzo in Lucina, che è una delle più vaste parrocchie di Roma, desiderava guadagnar le indulgenze e contemplare il famoso crocifisso di Guido: ma non potè entrare in chiesa, perchè, a motivo dei lavori di restaurazione che ivi si eseguivano, non avea luogo la stazione.

   Il 13 marzo alle dodici e mezzo, presente D. Bosco, fu tenuta radunanza dei Confratelli della Società di S. Vincenzo in casa del Marchese Patrizi, per trattare del modo di stabilire le conferenze annesse, fra i giovani degli Oratorii. Furono presi e notati tutti i suggerimenti dati in proposito da D. Bosco, perchè avevasi vivo desiderio di stabilirle in Roma.

   Verso le due pomeridiane D. Bosco andò a Ponte Sisto a far visita, col Ch. Rua, al sig. D. Botaudi. S'intrattenne con lui con gran piacere, perciocchè era persona molto zelante per tutto ciò che riguarda la gloria di Dio e la salute delle anime. Sistemate alcune cose che riguardavano le Letture Cattoliche, fu stabilito quanto occorreva per l'avvenire, dimostrando D. Botaudi volervi mettere gran sollecitudine per diffonderle.

   Nel ritorno da Ponte Sisto D. Bosco recossi col suo compagno presso Mons. San Marzano Arciv. di Efeso. Questo nobile piemontese dimorava nel palazzetto Sciarra nella piazza di questo nome. Lo accolse con gran bontà e cortesia, e, dopo che D. Bosco gli ebbe fatte alcune commissioni affidategli in Torino, parlarono assai della Biblioteca e de' codici del Vaticano. Monsignore finì con promettere a D. Bosco che lo avrebbe condotto dal celebre Cav. De Rossi, uomo assai erudito nell'archeologia cristiana.

     Oggi la stazione era nella chiesa di S. Maria degli Angioli alle Terme di Diocleziano. È  così chiamata perchè costrutta ove anticamente erano i famosi bagni di questo imperatore, intorno ai quali faticarono migliaia di cristiani condannati per la fede ai lavori forzati. Per incarico ricevuto dal Sommo Pontefice Pio IV, Michelangelo Buonarotti aveva ridotte in chiesa una parte di quei superbi edifizi.

     Quivi D. Bosco andò, sia per guadagnare l'indulgenza plenaria che i Papi concedono a chi fa tale visita, sia per pregare Iddio acciocchè benedicesse il nostro Oratorio e i nostri giovanetti.

     Nel giorno della stazione la chiesa è ornata con ispeciale eleganza, e si espongono alla pubblica venerazione le reliquie più insigni, in una cappella accanto all'altar maggiore. Erano in numero grandissimo, fra le quali il corpo di S. Prospero, di S. Fortunato, di S. Cirillo, la testa di S. Giustino martire, di S. Massimo martire e di moltissimi altri.

     D. Bosco non tralasciava di visitare gli Oratorii festivi. A quest'uopo consacrò una domenica intera, che fu il 14 di marzo. Così scrisse egli stesso.

Oggi, domenica, abbiamo detto messa in casa e poi siamo andati a visitare un Oratorio di giovani, accompagnati dal Marchese Patrizi. La chiesa ove si radunavano è detta S. Maria della Quercia. Entrati in chiesa, fummo in sacristia, che è assai spaziosa, e ci rallegrò la vista di circa quaranta giovanetti, i quali col loro contegno e colla loro vivacità rassomigliavano molto ai nostri biricchini di Valdocco. Le sacre funzioni si compiono tutte al mattino. Messa, confessione per quelli che son preparati, catechismo e una breve istruzione, è quanto ivi si fa. Ci sono due sacerdoti; uno confessa, l'altro assiste. I fratelli della Società di S. Vincenzo fanno il catechismo e dirigono le pratiche di pietà; il Marchese Patrizi segna i biglietti di frequenza, che ciascun giovane porta a casa ogni domenica. Se fossero eziandio istruiti dopo il mezzodì, certamente ne verrebbe loro maggior bene.

  ” Dopo mezzogiorno però quei fanciulli, per difetto di apposito locale alla Madonna della Quercia, vanno a riunirsi in un altro Oratorio detto di S. Giovanni dei Fiorentini, ma colà avvi soltanto la ricreazione senza funzioni di chiesa. Noi ci siamo andati nell'ora competente ed abbiamo veduto un centinaio circa di altri giovani che si divertivano a più non posso con vari giuochi, lontani dai pericoli e dall'immoralità.

  ” Ci è molto rincresciuto che non avessero altro vantaggio, poichè non si teneva punto istruzione religiosa. Invece di Oratorio doveva piuttosto chiamarsi Ricreatorio. Se ci fosse qualche ecclesiastico, che si occupasse di loro, potrebbe fare del bene alle anime di cui appare grande bisogno; e questo tanto più ci rincrebbe perchè abbiamo trovato in quei giovani molte buone disposizioni. Parecchi di essi godevano nel discorrere con noi, baciando più volte la mano tanto a me quanto a Rua, che suo malgrado era costretto ad acconsentire.

  Intrattenutici alquanto con que' ragazzi: - Andiamo, ci disse il Sig. Marchese Patrizi, andiamo a vedere al di là del Tevere un altro Oratorio, dove ci sono giovani più adulti! - Trattandosi di oratorii abbiamo subito accondisceso e, montati sopra una barca, andammo in Trastevere in un terzo oratorio detto dell'Assunta. Questo ci piacque assai: un giardino spazioso e aggiustato per qualsiasi divertimento, chiesa vicina, giovani adulti, canto e sacre funzioni ci facevano trovar presenti collo spirito al nostro Oratorio di S. Francesco di Sales. Provammo pure gran piacere nel vedere il Direttore di quell'Oratorio, Abate Biondi, a fare l'istruzione e interrogare i giovani più istruiti come spesso si fa tra noi, dopo il racconto della storia Ecclesiastica. Ma anche qui ci manca qualche cosa: non ci sono le funzioni del mattino, non si dà la benedizione, il numero è di circa ottanta, mentre il locale è capace di averne anche quattrocento. Tuttavia siamo rimasti contenti ed abbiamo contratto amicizia con alcuni di loro, e due ci vollero accompagnare fino a casa, quantunque loro costasse oltre un'ora di cammino. Giunti a casa ebbi una visita di Mons. De Merode, maestro di Camera di S. Santità. Dopo alcuni brevi discorsi: - Il Santo Padre, egli disse, mi manda a pregarla che voglia dettare gli esercizi spirituali alle condannate detenute nelle carceri, presso S. Maria degli Angeli alle Terme di Diocleziano. - La preghiera del Papa è per me un comando, e accettai con vero piacere. Mentre però prestava il consenso: - S'intende eziandio, soggiunse il prelato, che li voglia dettare ai carcerati di S. Michele. - A questo secondo invito, che non mi pareva fatto a nome del Papa, e che non era persuaso potesse riuscir gradito ai signori che li custodivano, mi riserbai a rispondere, dopo di avere ricevute notizie del nostro Oratorio.

  Intanto non posi tempo in mezzo e il domani, 15 marzo, alle due pomeridiane sono andato dalla monaca superiora delle condannate nelle carceri. Era mio scopo di combinare il giorno e l'ora per cominciare gli esercizi spirituali. Ella mi disse: - Se sta bene per lei può predicare a momenti, giacchè le donne sono in chiesa e non ci abbiamo predicatore. - Cosi ho cominciato sul momento gli esercizi, e la settimana fu quasi interamente impiegata in questo lavoro di sacro ministero. In questa casa correzionale sono detenute le colpevoli di grave delitto, che noi chiameremmo condannate alla galera. Il loro numero era di duecento sessanta, di cui duecentoventiquattro già condannate; le altre stanno qua a beneplacito dei parenti e della polizia. Gli esercizi andarono con soddisfazione. La predicazione semplice e popolare, che usiamo tra noi, riuscì pure fruttuosa in questa carcere. Al sabato, dopo l'ultima predica, la madre superiora mi partecipò con gran piacere che di tutte le recluse nessuna aveva omesso di accostarsi ai Santi Sacramenti. Gli esercizi sono durati dal 15 al 20 del mese.

Così con pochi tratti di penna D. Bosco accennava con umiltà a questa sua missione; ma ben altrimenti ne parlò il Cappellano della prigione. Egli aveva osservato attentamente quella turba di infelici, che colle pupille luccicanti di lagrime, penetrate dal sentimento del male che avevano commesso, ascoltavano D. Bosco con meravigliosa attenzione. Era pure rimasto intenerito dall'aria di pietà del predicatore e dalle sue parole calde pel desiderio della salute delle anime. Fin dal secondo giorno molte di quelle donne chiesero di confessarsi da lui, perchè le togliesse dal pauroso inferno dei rimorsi; e nei giorni seguenti tutte si presentarono al suo confessionale colle migliori disposizioni.

     Un mattino D. Bosco fece la predica sul peccato mortale. È  impossibile dire a parole ciò che succedette in quel momento. Dopo aver egli descritto tutti i benefizi che Dio fa continuamente alle sue creature, le misericordie senza numero colle quali tratta i peccatori, ricordando le offese che tutto dì soffre da tanti ingrati cristiani, commosso all'estremo e quasi singhiozzando, interrogava le sue ascoltatrici: - E noi lo offenderemo ancora questo buon Dio?

     Fu sentito allora un profondo sussurrìo che diceva: - No, No.

     E D. Bosco rivoltosi al crocifisso riprese: - Signore, le avete sentite: aiutatele ad essere perseveranti. Vogliono amare Voi, e se vi hanno offeso, non sapevano ciò che si facessero.

     Il cappellano entusiasmato narrò al Cardinale Presidente, Nicola Clarelli Paracciani, del gran bene che si era fatto per la predicazione di D. Bosco; e l'Eminentissimo Principe ne fece parola al Papa, ringraziandolo di aver provvisto così bene ai bisogni delle prigioniere, coll'inviar loro D. Bosco, il quale aveva saputo, col suo santo zelo, guarire tante piaghe anche incancrenite. Il Papa ne fu contentissimo, perchè, col dare a D. Bosco quell'incarico, aveva voluto vedere se proprio egli fosse quale gli era stato dipinto, e quale gli era apparso la prima volta che se lo era veduto davanti. Prese perciò a stimarlo e ad amarlo grandemente.

     Intanto all'Oratorio di Valdocco le funzioni della domenica, la solennità di San Giuseppe, le novene della Madonna, i catechismi della quaresima procedevano regolarmente. Il Teol. Borel era sempre pronto a supplire allorchè mancava un predicatore. Le comunioni pasquali ormai erano imminenti ed i giovani ben preparati. Per la disciplina interna dell'Ospizio vigilava D. Alasonatti, che di quanto accadeva in casa teneva sempre informato .D. Bosco.

     Un inconveniente era però occorso nelle prime settimana dell'assenza di D. Bosco. I giovani interni, ed anche un certo numero di esterni, non volevano andarsi a confessare dagli altri sacerdoti. Il Padre Oblato Dadesso e D. Giacomelli avevano pochissimi penitenti. Ci vollero molte esortazioni e un biglietto di D. Bosco, perchè si rassegnassero per qualche tempo, ad accettare altra guida spirituale: prova evidente e rassicurante della confidenza illimitata che avevano nel loro buon padre.

     Fu obbedito, ma sembrava non potessero vivere senza di lui. Non assuefatti ad essere privi per lungo tempo di sua presenza, ora individualmente, ora collettivamente, non mancavano di chiedergli e dargli notizie per lettera. Tutti gli scrissero più volte sopra biglietti di carta velina, sicchè se ne chiudevano ben cinquanta in una sola busta.

D. Bosco nel riceverle provava una grande consolazione e faceva le risposte sempre a tutti, con lettere individuali; oppure metteva sopra un solo foglio una breve risposta a ciascuno, preceduta col nome del destinatario. Il foglio veniva poi tagliato dal Ch. Celestino Durando in tante liste quante erano le risposte e queste consegnate al proprio indirizzo. Quando D. Bosco era impedito, faceva rispondere dal Ch. Rua. Talora qualche studente scrivevagli in lingua latina ed egli presentava lo scritto al cardinale Marini che leggeva quei biglietti con vivo interesse. Fin dal primo incontro col Cardinale, D. Bosco, era venuto suo amico intrinseco.

  Eziandio i chierici dell'Oratorio avevano scritto tutti a D. Bosco, come si rileva nella seguente lettera.

 

D. Alasonatti carissimo,

 

Due parole perchè è tempo di montare in pulpito e la posta parte. Stiamo bene, ottima e paterna accoglienza dal S. Padre. Rua Le scriverà la benedizione che ci ha dato: le lettere de' Chierici, parte sono scritte; le altre le scriverò; ne faccia le parti. Dio Le doni sanità e grazia. Vale in Domino

Roma, 17 marzo 1858.

 

aff.mo amico

Sac. Giovanni  Bosco.

 

 

Di queste lettere una sola pervenne a noi.

 

Carissimo Anfossi,

Roma, 18 Marzo 1858.

 

Chi sa che ne sia di Anfossi? Egli avrà senza dubbio fatta sempre la parte sua. Dunque perge. Ma ricordati bene che Dominus promisit coronam vigilantibus; e che momentaneum est quod delectat, aeternum est quod cruciat; e che non sunt condignae passiones hujus temporis ad futuram Ioriam quae revelabitur in nobis.

Amami nel Signore e Maria ti benedica.

 

aff.mo Sac. Bosco.

 

 

Oltre queste lettere altre egli ne spedì, indirizzate a tutta la comunità, e il suddetto Ch. Anfossi, con altri molti, si ricorda ancora di averle udite a leggere in pubblico, e testifica: “ Erano tutte ripiene di grande entusiasmo pel Sommo Pontefice, e per molti eminenti personaggi ecclesiastici; e così procurava d'ispirare anche a noi grande venerazione per l'autorità pontificia

 

 

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