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Capitolo 66

D. Bosco sospende la ristampa del Centenario di S. Pietro per le correzioni - Padre Oreglia gli scrive in proposito -Una Commedia latina nell'Oratorio - Osservazioni finanziarie di D. Bosco per le scuole di Chieri a lui offerte - Gli schiarimenti da liti scritti per suggerimento di Mons. Gastaldi sopra le osservazioni fatte da Roma al suo opuscolo - Una notte dolorosa - Incoraggiamenti di Mons. Gastaldi - Le osservazioni sono mandate a Roma accompagnate da un'umile lettera del Servo di Dio.


Capitolo 66

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

 Don Bosco che si era accinto alla ristampa dell'opuscolo del Centenario l'aveva sospesa in ossequio al monito ricevuto. Il 15 maggio, D. Enrico Bonetti, che suppliva in tutto il cav. Oreglia nel dirigere la Tipografia, mandando a questi una relazione degli affari librarii, tra l'altro scriveva: “ Hanno tirato già due fogli del Centenario di S. Pietro, la ristampa del quale si farà totalmente subito che D. Bosco abbia fatte alcune modificazioni… Don Bosco da quel che pare, sta bene e per nostra fortuna, tranne qualche giterella, è sempre in casa ”.

Nello stesso giorno il Padre Oreglia rispondeva a D. Bosco, che gli aveva dato la prima notizia della ammonizione avuta.

 

 

Roma, 15 maggio 1867.

 

Rev. sig. Don Bosco,

 

E’ arrivato quest'oggi il nostro Federico: ed avendogli date le lettere per lui che erano venute a me dalla posta, lesse e mi comunicò quello che Ella gli scrive relativamente all'affare che ora lo disturba e di cui scriveva a me pure nella sua preg.ma cui risposi ieri.

Sappia adunque che io fin da quando ella era qui, parlai coll'ottimo. D. Francesia di un periodo del suo Centenario che mi pareva inesatto. Era il periodo in cui dice (dico di memoria il senso): Del resto è bene avvisare qui i Cattolici e i protestanti che è di fede che S. Pietro fu da G. C. fatto capo della Chiesa, etc.; ma che S. Pietro sia venuto a Roma o no etc. è questione non attinente alla fede e puramente storica.

Questo periodo mi parve inesatto e ne parlai a D. Francesia perchè ne parlasse a Lei.

Intanto volendo io stesso accertarmi della cosa scrissi un biglietto al P. Cardella Professore mattutino di Teologia in Collegio Romano e l'interrogai se avendo uno scrittore cattolico (non nominai Lei per lasciarlo pi√π libero a scrivermi) scritto ecc. quella proposizione era sicura.

Il P. Cardella mi rispose la lettera che io mando a Lei in originale autorizzandola, se crede, a copiarla, ma pregandola a rimandarmi l'originale.

Siccome questa lettera in sostanza diceva che la proposizione era sostenibile, io non cercai altro: nè più mi inquietai di sapere se D. Francesia ne aveva o no parlato con Lei: se glie ne aveva parlato leggermente e senza premura, egli dunque è probabile che non avrà fatto caso della cosa.

Intanto però altri in Roma faceano la stessa osservazione. Io non ne seppi mai nulla sino ad oggi che Federico mi parlò.

Ed ecco che appena partito Federico dalla camera mia, viene il P. Piccirillo dall'udienza del Papa e mi dice che avendo il Papa veduto nel fascicolo della C. C. un articolo sul Centenario si ricordò del libretto di D. Bosco e disse che però ci era un periodo che gli aveva spiaciuto: e che quella cosa non era ben detta: e che D. Bosco dovrebbe togliere quel periodo. Non parlò affatto di indice, nè di condanna, ed io credo che non sarà mancato qualche zelante che avrà voluto anche l'Indice: ma dal modo come parlò il Papa, il P. Piccirillo mi assicura che è impossibile che il libro sia condannato.

Intanto però è certo che: 1° la proposizione, secondo questa lettera del P. Cardella è sostenibile; 2° che è però inopportuna; 3° che il Papa (come dottore privato) la crede falsa e insostenibile.

Dunque ella vedrà quel che sia da fare. Il certo è pure che il Papa parlò di lei al solito con molto affetto e bontà; e sarebbe molto contente (credo io) se presto ricevesse una edizione corretta.

Non spetta a me darle pareri. Credo però che sarebbe meglio ancora se nella Prefazione dicesse chiaro il perchè della seconda edizione e senza condannare una proposizione non condannata e forse sostenibile e non condannabile, notasse però che l'ha cancellata almeno come inopportuna. Il P. Piccirillo invece crede che sarebbe meglio cancellarla col fatto e non parlarne nella prefazione.

Siccome il P. Cardella mi scrisse l'acclusa in fretta e senza molta meditazione, così egli potrebbe offendersi sapendo che io l'ho comunicata e più poi se ella ne facesse qualche uso pubblico. Perciò la prego a servirsene solo per sua norma, e non nominare il P. Cardella.

Scusi la furia e la fretta e la cattiva scrittura. Preghi per me e mi creda

il suo aff.mo servo

P. OREGLIA S. J.

 

E Don Bosco non fece alcun uso della risposta del P. Cardella, che noi abbiamo già riferita.

Se poco si era saputo a Roma di questo affare, nulla ne seppero a Torino gli alunni dell'Oratorio e la maggior parte dei Salesiani, eccetto alcuni pochi ai quali per riguardo al loro ufficio era stato confidato il segreto. Tutti gli altri pensavano indisturbati ai loro studii e ad una rappresentazione latina che andavano preparando e per la quale D. Francesia aveva scritto il seguente invito:

 

JOANNES BOSCO SACERDOS

in Domino Lectori salutem.

 

Pueri studentes in Asceterio

Cui dedit Sanctus Franciscus nomina,

Agent latinam fabulam novissimam

Decimo sexto Maji, hora secunda,

Iure vocatam Deceptores decepti.

Hanc ego nactus occasionem, gaudeo,

Quod tibi possiem promere obsequium,

Et quod tu possies videre studia

Quae pro puerulis fovere nitar,

Tu, quippe doctior late nominaris.

Melius quo possient litteras arripere

Maximi consilii nobis inculcare,

Quam, quos pulcherrimos habent volumina,

Locos certatim memoria dicere?

Mei hoc fecerunt, et postea facturi

Si a te probari praesentia noverint.

Et hanc Rosinii plautinam fabulam

Probe tu dixeris, qui rectius sapit

Veteris verba Plauti ferre in medium,

Et nostris rebus commodius aptare.

Omnibus cum illis ergo, quis libuerit,

Veni, et ipse mihi gratus honor sies

Et meis quos amo pueris gaudium,

Omnem qui lapidem movebunt alacres

Ut lepide, iucunde transigas horam.

Cantabunt, Iupiter! vocibus et tibiis,

Avenis, fistulis, fidibus et tympanis,

Omniaque facient quibus laetaberis.

                      Cuncta tibi fausta precor a Superis.

 

Ex aedibus quae vulgo dicuntur: Oratorio di S. Francesco di Sales, Nonis Majis - anno MDCCCLXVII.

 

D. Bosco assisteva alla recita, della quale così scriveva l'Unità Cattolica del 19 maggio 1867.

 

UNA COMMEDIA LATINA NELL'ORATORIO Di D. Bosco.

Giovedì, 16 corrente, nell'Oratorio di S. Francesco di Sales in Torino venne recitata una commedia in versi latini dai giovani studenti di quell'istituto. Intervennero a quella rappresentazione i Monsignori Gastaldi, Vescovo di Saluzzo, Mons. Galetti, Vescovo d'Alba e Mons. Formica Vescovo di Cuneo, e con esso loro molti professori delle Università, dei licei e dei ginnasii. Tutti restaron meravigliati dei modo con cui que' vispi ed intelligenti giovani seppero fare la parte loro. Quest'esercizio, che viene rinnovato varie volte nell'anno da questi bravi giovani, è sommamente proficuo per ogni lato; e sarebbe un bell'esempio da imitarsi in tutti gli istituti di educazione. Anche il canto eseguito ottenne l'applauso dei numerosi ed intelligenti spettatori, i quali porsero le più sincere congratulazioni a chi con tanto amore ed assennatezza dirige quella cara gioventù.

 

Queste recite e più ancora il brillante esito degli esami, facevano conoscere a tutti come fossero coltivati gli studii classici nel ginnasio dell'Oratorio, ed è perciò che a quando a quando si faceva preghiera a D. Bosco perchè accettasse la direzione di qualche Collegio Municipale. Allora era la volta delle scuole pubbliche di Chieri. Nulla si concluse, ma noi riportiamo la lettera da lui scritta al Cavaliere Marco Gonella, anche come prova che i disgusti, per quanto gravi, non gli toglievano la consueta attenzione agli affari che aveva tra mano.

 

Carissimo sig. Cavaliere,

 

Se sapessi la spesa che sopporta il Municipio di Chieri, studierei di fare un piano in modo che potesse avere qualche vantaggio. Se mi tenessi alla tassa governativa, passerebbe i sessanta mila franchi tra il corso

Liceale compiuto;

Ginnasiale: un insegnante per classe;

Corso tecnico con maestri legali;

Elementari in cinque classi.

Io credo per altro che tale somma si possa ridurre a trenta mila e si terrebbe aperto il convitto senza che il Municipio ci avesse da aggiungere un soldo.

Questa proposta è in astratto e per concretarla bisogna:

1° Che il Municipio accetti in massima; 2° stabilisca una giunta per trattare. Se si dovessero adottare certi principi economici si potrebbe ancora avere forse una riduzione di 8 mila franchi senza alterare per niente l'insegnamento.

Del resto Ella sa la mia buona volontà; dove l'industria, il buon volere possano conseguire qualche cosa per la gloria di Dio, io ci sono con tutte le mie forze.

Con pienezza di stima e di gratitudine mi creda nel Signore

Di V. S. Car.ma,

Torino, 20 maggio 1867,

Obbl.mo Servitore

Sac. Giovanni Bosco.

 

Di que' giorni, dopo molte preghiere e dopo essersi consigliato con dotte persone, specialmente col nuovo Vescovo di Saluzzo, Mons. Lorenzo Gastaldi, si era pure occupato a mettere in carta una rispettosa risposta agli appunti fatti dal Consultore dell'Indice al suo opuscolo. Così aveva scritto:

 

 

SCHIARIMENTI SOPRA ALCUNE OSSERVAZIONI FATTE        ALL'OPUSCOLO “ Il Centenario di S. Pietro Apostolo ”.

 

OSSERVAZIONE GENERALE.

In ogni mio scritto di cose sacre e di cose profane ho sempre

avuto in mira difendere e sostenere l'autorità della Chiesa e segnatamente del Sommo Pontefice. Nelle prediche, nelle pubblicazioni di ogni genere studiava sempre di mettere in chiaro nel modo più semplice questo supremo principio di Nostra Santa Cattolica Religione. Quando pertanto mi venne prima detto vagamente,  poi assicurato e in fine comunicato ufficialmente che si erano fatte varie osservazioni a quel piccolo lavoro, io rimasi come colpito da un fulmine pel vivo dispiacere sentito, che potessero essermi uscite dalla penna delle espressioni opposte interamente al mio sentimento. Seppi poi che non tutte le osservazioni fatte a quel mio lavoretto erano state dall'autorità competente giudicate tali che dovessero portare correzione o modificazione. Ciò non ostante mi fo' animo ad esporre sopra tutte le osservazioni fattemi alcuni schiarimenti, che spero potranno dare soddisfazione.

VITA DI S. PIETRO.

Prima di accingermi a scrivere la vita di questo Principe degli Apostoli ho procurato di leggere gli autori antichi e moderni. Per quello che è nella Bibbia mi sono tenuto alle annotazioni di Mons. Martini, la cui autorità è universalmente ammessa; di poi ricorsi alle fonti tratte da autori Romani, che avessero scritto in Roma, stampato in Roma, coll'approvazione ecclesiastica in generale, e con quella del Maestro del Sacro Palazzo. Per testo ho tenuto gli annali del Padre della Storia Ecclesiastica, il Card. Cesare Baronio, colle osservazioni dei Bollandisti, e l'Abate Luigi Cuccagni. Questo dotto scrittore era rettore del Seminario Ibernese in Roma; scrisse la vita di S. Pietro in tre volumi, la dedicò a S. S. Pio VII, di felice memoria. La sua opera fu stampata in Roma l'anno 1777. Ebbe più revisori: il P. Ag. Racchini, maestro del Sacro Palazzo e stabili, il dotto Padre Ximenes, Generale dei Carmelitani e Consultore della Congregazione dei riti. Egli mette questo libro fra i più dotti, più esatti, più cattolici; in seguito a questo otteneva l'approvazione del Maestro del Sacro Palazzo, ed il Sommo Pontefice ne accettava la dedica.

Questo libro così raccomandato, dedicato al Sommo Pontefice, io ebbi per guida a segno che credo non potersi trovare alcun periodo del mio libretto che non sia ricavato fedelmente da quella fonte. Ogni più breve riflesso morale è ricavato dai Santi Padri che per lo più sono sempre citati. Gli altri autori antichi o moderni sono tutti notati per ogni volta che ai medesimi feci ricorso. Da queste fonti ho tratto quanto ho esposto intorno alle azioni del Principe degli Apostoli.

Compiuto il lavoro, procurai di farlo leggere da alcune persone erudite, quindi fu trasmesso per la revisione al Vescovo d'Ivrea appositamente incaricato dalla gloriosa memoria di Mons. Fransoni; e la prima edizione si eseguiva nel 1854. I giornali cattolici ne parlarono favorevolmente; parecchie centinaia di esemplari vennero richiesti da Roma. Il libretto faceva serie di quelli che il Card. Vicario raccomandava con apposita circolare in data 22 maggio 1858. Intorno alla stessa serie il Santo Padre, dopo averne gradita copia, compiacevasi di encomiarla fra le altre con queste parole: “ Hac agendi ratione nihil praestantius nihilque utilius ad populi pietatem fovendam, augendamque ” (Lett. 7 gennaio 1860). Pertanto io non poteva a meno di confidare che questo libro non contenesse cosa riprensibile e la prima edizione essendo esaurita, sul principio di questo anno pensai di farla ristampare. Prima però di offerirne copia in Roma ho giudicato bene di sentire il parere di due personaggi in Roma autorevolissimi, che mi incoraggiarono a diffonderla con tutti quei mezzi che mi erano possibili. Con queste premesse io era tranquillissimo intorno all'ortodossia del mio tenue lavoro.

 

SCHIARIMENTI SOPRA LE OSSERVAZIONI FATTE AL LIBRETTO.

Si osserva in prima che alcuni fatti sono ricavati da libri apocrifi o da incerte tradizioni senza distinzione, ossia senza notare che non sono ricavati da libri sacri.

Al che osservo che nella vita di S. Pietro del Cuccagni, i fatti da me narrati sono esposti con identici pensieri e quasi colle stesse parole.

In quanto poi alla distinzione di questi, da quelli ricavati dai libri sacri, pare che sia bastevolmente toccata nella citazione che è posta alla fine dei fatti non registrati nella Bibbia. Per es. si nota a pag. 102 il fatto di Teofilo che non appartiene alla Bibbia: ma al termine del paragrafo io avverto che quel fatto è ricavato da S. Basilio di Seleucia, e dalle Ricognizioni di S. Clemente. Il fatto notato a pag. 126 sembrami tutto conforme al testo biblico, ad eccezione della parola Rode che io dal Greco tradussi Rosa, seguendo il citato Martini in questo luogo, e il Cuccagni Vol. 2°, 167-8.

Riguardo al fatto di Tiberio, che propose al Senato di annoverare Gesù Cristo fra gli Dei, io mi sono letteralmente tenuto a quanto espone Benedetto XIV di gloriosa memoria nel tomo I, c. 1° De servorum Dei beatificazione.

A pag. 152 si disapprova il racconto di un morto da S. Pietro risuscitato. Questo fatto è colle medesime circostanze riferito dallo stesso Cuccagni, e affinchè il lettore si accorga che quel fatto non è parte dei Sacri Libri io noto subito che è ricavato da S. Paciano, Epistola seconda: V. Cuccagni v. 3, pag. 170-1.

Si biasima l'esposizione come certa del volo e della caduta di Simon Mago: eppure S. Cirillo Gerosolimitano, Sulpizio Severo, S. Epifanio, S. Ambrogio, S. Agostino, S. Massimo ed altri celebri Santi Dottori o scrittori ecclesiastici lo ricordano come cosa ammessa quale fatto storico. Quindi lo ammette il più volte notato Cuccagni, che vi aggiunge ancora parecchie altre circostanze. In Roma poi nella chiesa di S. Francesca Romana presso all'arco di Tito è una pietra la quale dall'iscrizione in marmo che le è vicina si dà come quella su cui era inginocchiato S. Pietro mentre pregava per la caduta di Simon Mago.

A pag. 164 si osserva che non può forse annoverarsi tra i fatti certi quello che riguarda l'uscita di S. Pietro da Roma ed il suo ritorno in città dopo l'incontro del Salvatore che portava la croce. Però il Cuccagni lo espone con circostanze ancor più particolari, di poi cita S. Ambrogio e molti altri celebri autori, cui sembra potersi dare almeno una fede storica. Tanto più che posto questo fatto in dubbio, si offenderebbe la pia e costante tradizione delle persone e dei monumenti che in Roma stessa tuttora lo attestano. V. Cuccagni Vol. III, p. 195.

Si notano poi talune proposizioni non esatte in ordine alla storia evangelica e notasi per es. a pag. 17 dove si accenna che gli Apostoli erano occupati nella predicazione. La qual cosa, secondo le osservazioni, non è conforme, anzi sembra contraria alla Storia Evangelica. Ma non pare cosa chiara che si debba applicare alla predicazione degli Apostoli prima della morte del loro Divino Maestro, quanto è ripetuto così spesso nel Vangelo a questo proposito? S. Matteo, cap. X, dice: “ Convocatis duodecim discipulis suis dedit illis potestatem spirituum immundorum ut ejicerent eos et curarent omnem languorem et omnem infirmitaem ”. V. seq. Hos duodecim misit Jesus praecipiens eis, dicens: In viam gentium ne abieritis et in civitatem Samaritanorum ne intraveritis. Sed potius ite ad oves quae perierunt domus Israel. Euntes autem praedicatae dicentes: quia appropinquavit regnum coelorum.

Cose ancora più esplicite sono in S. Marco al capo III; quindi al cap. VI e VII: Coepit eos mittere binos et dabat illis potestatem spirituum immundorum. Lo stesso leggiamo in S. Luca c. VI e X. Da questi tratti evangelici apparisce chiara la missione degli apostoli. Che poi abbiano esercitata questa missione mentre conversavano col loro Divino Maestro nella vita mortale appare chiaro dal c. VI, v. 12 di San Marco, in cui si dice che gli Apostoli dopo aver ricevuta questa missione: Exeuntes praedicabant ut poenitentiam agerent, et daemonia multa ejiciebant et ungebant oleo multos aegros et sanabant. Il Sacr. Concilio di Trento insegna che in questa unzione era figurato il Sacramento dell'Estrema Unzione istituito di poi da Gesù Cristo. V. Martini in S. Marco c. VI, v. 13. S. Luca c. X, v. 17: Reversi sunt autem septuaginta duo cum gaudio dicentes: Domine, etiam demonia subiiciuntur nobis in nomine tuo. Capo XXII, v. 34-36: Dixit eis: quando misi vos sine sacculo et pera et calceamentis, numquid aliquid defuit vobis? At illi dixerunt: nihil. Da ciò sembra potersi chiaramente mettere come verità evangelica che gli Apostoli furono dal Salvatore mandati a predicare e che di fatto esercitarono il ministero della predicazione prima della morte del Salvatore solamente agli Ebrei; ma nel mio libro non si dice che abbiano predicato Gesù Cristo.

Quando poi ricevettero la missione dell'Euntes docete omnes gentes, vale a dire tutte le nazioni, e, ricevuto poi lo Spirito Santo, S. Pietro cominciò a predicare per la prima volta Gesù Cristo.

A pag. 217 mi si osserva di aver detto, che la violazione di ogni divino comandamento è la trasgressione di un articolo di fede. Questo non era per certo la mia intenzione. Io voleva significare, che siccome chi trasgredisce un solo precetto della legge, perde la grazia di Dio non meno che se li avesse trasgrediti tutti: così chi nega un solo articolo di fede spegne in sè il lume della fede, come se li avesse negati tutti. Voleva anche dire che chi trasgredisce un precetto divino commette un'azione la quale è articolo di fede che sia peccato mortale. Insomma io intendeva di seguire quanto scrive S. Giacomo nella sua lettera c. II, v. 10 dove dice: “Quicumque autem totam legem servaverit, offendat autem in uno factus est omnium reus. Qui enim dixit: Non moechaberis, dixit et, Non occides. Quod si non moechaberis, occides autemf, actus es transgressor legis. ”

Si osserva ancora che nell'appendice sulla venuta di S. Pietro a Roma si premette un avviso con cui si dice essere questo un punto storico, non un dogma cattolico. Su tal punto storico si osserva che la cosa è vera, ma si biasima altamente che io abbia detto che questa discussione è estranea alla fede. Io voleva solo dire che questo punto storico è fuori della cerchia degli articoli definiti quali punti dogmatici. Altrimenti che il Romano Pontefice sia successore di S. Pietro credo d'averlo ripetuto cento volte nel corso del testo, anzi chi legge può di leggieri accorgersi che questo comunque siasi lavoro non ha altro scopo che provare, insinuare e definire il primato di S. Pietro passato nel Romano Pontefice suo successore. Non credeva necessario, ripeterlo qui stante che alcune pagine dopo (206) vi è un capo, ossia un'intera considerazione: sul Capo visibile della Chiesa, successore di S. Pietro. Tuttavia su questo punto si toglierà ogni ambiguità nella futura edizione, ed anche si toglierà interamente quel preavviso che non altera la collegazione della materia: oppure al luogo notato pag. 192 riporterà o meglio ripeterà la definizione del Concilio Fiorentino da me riferito a pag. 58, come segue: Sebbene non sia dogma di fede la venuta di S. Pietro a Roma, tuttavia è dogma dalla Chiesa definito che il Sommo Pontefice n'è il Successore, come definì il Concilio Fiorentino con queste parole “ Noi definiamo che il... Romano Pontefice è il Successore del Principe degli Apostoli... ” ecc. pag. 58 fino Chiesa Universale.

Dati questi schiarimenti conchiudo con assicurare: 1° Che tanto nello scrivere questo ed altri opuscoli, quanto nell'esporre questi schiarimenti io non ho avuto altro scopo che promuovere nella mia pochezza la maggior gloria di Dio e la gloria di nostra Santa Cattolica Religione e specialmente per insinuare rispetto e venerazione verso la persona del Supremo Gerarca della Chiesa, come ognuno può vedere nella serie delle Letture Cattoliche, che da quindici anni si pubblicano coll'approvazione si può dire di tutto l'Episcopato Subalpino e del medesimo S. Padre.

2° Tutto quello che si sarà per dire o fare dopo questi schiarimenti lo reputo una vera opera di carità, carità ancora più grande, se mi si noteranno in concreto le cose che sembreranno opportune per la verità dei fatti o per esattezza delle massime.

3° M offro pronto a modificare, correggere, cancellare, aggiungere quanto mi venisse semplicemente proposto in modo concreto, affinchè io possa con sicurezza seguire i suggerimenti.

 

Come ebbe finito, insieme colla lettera indirizzata all'Arcivescovo e il Voto del Consultore, fece copiare il suo lavoro dal ch. Chiapale, il quale, poi Cappellano Mauriziano a Fornaca Saluzzo, ci scrisse il 12 agosto 1889 quanto D. Bosco avesse allora sofferto:

“ Il periodo più doloroso della lunga e fortunosa carriera di D. Bosco fu nel 1867. Dico fortunosa, perchè la vita di lui fu un'intreccio di rose e di spine e forse molto più di queste che di quelle, da esclamare con Gesù: His plagatus sum in domo eorum qui diligebant me.

” Era sullo scorcio, credo, del mese di maggio. Una sera D. Bosco mi diceva privatamente: - Dopo cena verrai in mia camera. Ho un lavoro da darti che preme.

” - Va bene, io risposi.

” Mi recai sollecito all'ora stabilita; erano le nove e già nella cameretta attigua alla sua, sopra un tavolino, stava preparato l'occorrente per l'opera mia: - Copierai questo, mi disse, ma guarda di fare un lavoro pulito.

” Veramente lo scritto era assai intralciato, sia per la calligrafia, come per le correzioni e per le minute postille in margine. Solito però come era a copiare difficili manoscritti (come le prediche per gli esercizii spirituali di D. Cafasso ed i foglietti del mio Prof. Giuseppe Ghiringhello sul nuovo testamento, di cui io solo, forse, godo di conservarne gelosamente la trascrizione) l'opera mia scorreva felicemente.

” Era questo scritto la difesa compilata insieme tra Don Bosco e Mons. Gastaldi, preconizzato vescovo di Saluzzo, circa le gravi osservazioni ed accuse mosse dalla Sacra Congregazione presieduta dall'Em.mo Cardinale Panebianco, contro alcuni fatti e proposizioni più inesatte che erronee, come dappoi risultò. Mi si permetta però di osservare, che mentre alacremente attendeva all'opera mia, qualche importuna lagrima veniva irrorandomi le guancie con pericolo di impedirmi la celere trascrizione.

” Effetto era questo delle espressioni che mi toccava vergare mandate all'indirizzo del caro D. Bosco. Lessi la requisitoria che era grave, severa come si addice a chi esercita un alto ufficio: quello però che feriva assai lo spassionato osservatore, si era il modo con cui era trattato D. Bosco, come se fosse un visionario, un cantastorie, un dappoco, ecc. Pareva che in un affare di così alta importanza e conseguenza si potesse benissimo congiungere la giusta e severa censura contro gli errori, se vi erano, col dovuto rispetto all'autore, fatta anche astrazione dalla difficile e delicata posizione di D. Bosco presso la società.

” Erano anche causa di mia commozione i frequenti sospiri e le parole tronche di D. Bosco nella camera attigua, che udiva nel profondo silenzio.

” Omai suonava la mezzanotte quando sento aprire dolcemente l'uscio tra la sua cameretta e quella dove io scriveva.

” - Ebbene hai finito? mi diceva D. Bosco.

” - Non ancora.

” - Ne hai ancora molto?

” - Un poco.

” - Per ora basta, purchè possiamo mandarlo domattina alle otto per la posta a Roma.

” - Oh sì, lo spero.

” Mentre osservava la mia copia, m'introduceva nella sua camera. Ei si sedeva abbattuto. Col suo braccio sinistro appoggiato al tavolino sorreggeva la testa stanca:

” - Hai visto, mi diceva come stanno le cose?

” - Sì; rispondeva io istupidito dal suo cordoglio standogli d'appresso in piedi; ho visto come è trattato D. Bosco... ma... sarà niente .....

” - Eppure, o mio Gesù, guardando il Crocifisso egli continuava, tu lo sai che ho scritto questo libro con buon fine. - E le lagrime gli cadevano grosse sul tavolino. - Ab! Tristis est anima mea usque ad mortem!... Fiat voluntas tua.... Non so come passerò questa notte... O mio Gesù, aiutatemi voi.

” Io cercava di lenire il suo dolore con qualche frase interrotta dal singhiozzo; ma egli mi disse: - Chiapale, va' a riposare, è tardi; domani mattina hai di nuovo da venire qui per terminare la copia.

” - Ah! D. Bosco, mi lasci stare qui con lei questa notte, io gli risposi; tuttavia non posso dormire.

” Dopo un momento di silenzio, si alzò risoluto: - Là, mi disse, va'       va' a dormire.

” Come D. Bosco abbia passato quella notte, solo Iddio lo sa. Al mattino alle cinque ritornai da lui e lo trovai più sereno e tranquillo. Mi lasciò solo a scrivere, ed egli come se nulla fosse, secondo il solito discese in Chiesa per confessare e celebrare la Santa Messa. Al suo ritorno io aveva finito lo scritto con sua soddisfazione, perchè avendolo minutamente esaminato mi disse: - Va' bene.... bravo.... sei un campione! - D. Bosco pareva tutt'altro da quello di poche ore prima.

” In questo frattempo ecco risuonare una potente voce alla porta: -C'è D. Bosco? - Riconosco in quella il Can. Gastaldi, mio professore di eloquenza sacra nell'Oratorio, e: - C'è Mons. Gastaldi - dico al mio Superiore. -D. Bosco gli andò incontro: - Passi avanti, Monsignore, gli disse.

” - Ebbene, D. Bosco, come sta?

” - Come Dio vuole, Monsignore.

” - È pronto lo scritto?

” - Sì, Monsignore.

” Questi lo ripassò rapidamente, dicendo: - Va bene, ci manca niente.

” - Vuol dire che non ci sarà pericolo di.... lo interrogò D. Bosco.

” - Uomo di poca fede, lo interruppe Monsignore; e perchè teme? Ho letto e riletto bene il libro, vi potrà essere qualche inesattezza da correggere, ma errori veri non ve n'ha. Stia tranquillo, D. Bosco, e riposi sulla mia parola ”.

Immediatamente si mandarono gli schiarimenti a Roma e con questi una lettera indirizzata a S. E. Rev.ma Mons. Fr. Angelo Vincenzo Modena dei Predicatori, Segretario dell'Indice.

 

Eccellenza Rev.ma,

 

Appena che per mezzo di Mons. Vicario Capitolate ed a nome di S.E. Rev.ma l'Arcivescovo di Torino mi fu comunicata la risoluzione adottata dalla Congregazione del Concilio sull'opuscolo: Il Centenario di S. Pietro Apostolo colla vita dei medesimo principe degli apostoli, ecc. in cui mi è comandato di preparare una nuova edizione nella quale venga corretto e ritrattato quanto dal Santo Concilio fu giudicato meritevole di censura; appena avuta tale comunicazione mi fo' dovere di assicurare, promettere con termini i più esplicati che, come Sacerdote Cattolico, come direttore di opere di pubblica beneficenza, e come scrittore di alcune operette riguardanti la religione, di sottopormi puramente e semplicemente a questa e a qualsiasi altra risoluzione che fosse per prendersi intorno a questo libretto o ad altri già da me pubblicati o che mi accadesse di pubblicare in avvenire.

Fo' solamente umile e rispettosa preghiera di voler invitare il Rev. Consultore Relatore a voler con tutta bontà leggere gli uniti schiarimenti che serviranno a dilucidare alcuni fatti della cui esattezza si muove dubbio. Ardisco fare questa preghiera perchè la sapiente ed autorevole Congregazione dell'Indice accolse la relazione del Consultore in senso benevolo e diminuì assai il parere di condanna assoluta del libro. Da questi medesimi schiarimenti credo che ognuno potrà conoscere la volontà fermamente cattolica dell'autore, e che quanto fu trovato o potesse trovarsi degno di censura è oltre, anzi contro alla mente dell'autore. Reputerei vera opera di carità se il sig. Consultore si degnasse di concretare le cose che egli giudica erronee, affinchè io possa con sicurezza tenermi alle sue osservazioni ed emendare quanto sarà del caso nella futura edizione cui dò mano immediatamente.

Io mi sono a Lei indirizzato di consenso del Superiore Ecclesiastico, affinchè così venga meglio conosciuta la buona volontà dell'Autore.

Del resto sono pienamente persuaso che in questo doloroso affare mi userà bontà e mi farà da padre; perciò reputo al più alto onore di potermi professare,

Della E. V. Rev.ma,

Obb.mo Servitore

Sac. GIOVANNI Bosco.

 

I due documenti vennero recapitati a Padre Oreglia, il quale pel momento li avrebbe custoditi, poi presentati, qualora si presentasse favorevole occasione.

 

 

 

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