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Capitolo 62

Perchè Don Bosco è sempre sprovvisto di tutto - Parte per Firenze - Suo biglietto a D. Rua scritto dal treno - Induce due sposi, suoi compagni di viaggio, uniti solo civilmente, a presentarsi all'Arcivescovo di Bologna - Altro suo biglietto a D. Rua da Firenze - A Roma prende alloggio presso Mons. Manacorda - Sua visita al Card. Quaglia e all'Arcivescovo di Torino - S'informa a qual punto siano le cose del Concilio riguardo all'infallibilità - Disposizioni di animo dei Vescovi: la grande maggioranza giudica opportuna la definizione dogmatica: la minoranza è di parere contrario - La Congregazione dei Postulati raccomanda al Papa l'accettazione delle suppliche della maggioranza - Don Bosco sostenitore dell'Infallibilità Pontificia - Persuade Mons. Gastaldi a farsi campione dell'opportunità di proclamare l'Infallibilità Pontificia articolo di fede - Lettera di Don Bosco a D. Rua: chiede due opere di Mons. Gastaldi: Letture Cattoliche per il Papa, e musica per due Cardinali - Vescovi Piemontesi che sostengono essere inopportuna la proclamazione di quel dogma - Colloquio di Don Bosco con un Monsignore su questo argomento - Disputa col Can. Audisio - Ricordo di Mons. Scalabrini - Perchè il Papa va alle funzioni in sedia gestatoria.


Capitolo 62

da Memorie Biografiche

del 07 dicembre 2006

 Finalmente Don Bosco erasi deciso di partire per recare al Papa la voce del cielo al Pastore dei pastori; e all'ultima ora si vide sprovvisto di ogni cosa, e si dovette correre per la casa in cerca del bisognevole.

 Egli, infatti, quando i benefattori gli donavano vesti, calze, fazzoletti, camicie o altra biancheria, tutto comandava che fosse messo in comune nella casa, non volendo ritenere per sè alcun oggetto. Don Berto desiderava custodirgli in camera ciò che era più necessario, almeno per cambiarsi, per non andarne in cerca nella guardaroba comune.

 - Oh no! esclamava Don Bosco: non sapete che se io ritengo questi oggetti per me, il Signore non me ne manda più? Ho sempre visto che se io do via tutto, subito dopo la Provvidenza mi provvede di nuovo e continuamente. E allora ce n'è per me e per gli altri.

Il 20 gennaio, adunque, Don Bosco si recò alla ferrovia senza compagno e, giunto alla stazione, scriveva colla matita un biglietto a D. Rua:

 

 

Carissimo Don Rua,

 

Mandami a Firenze un pezzo di carta del Dottore Lissone di Cherasco.

Coll'occasione anche i quaderni di Storia Ecclesiastica, che Berto ha terminati.

Berto conservi la brutta copia di quanto trascrive.

Pregate, Dio vi benedica tutti.

Aff.mo Sac. Bosco Giovanni

 

 

Mentre il treno correva sulla linea ferrata verso Bologna, a un punto salirono nello scompartimento, ove era Don Bosco, due giovani sposi, accompagnati da un vecchio con altre persone. Appena essi videro il prete, fecero atto come se si fossero incontrati in cosa di cattivo augurio, e restarono confusi e indecisi se dovessero ivi prender posto. Tuttavia salirono. Alla fisonomia non parevano gente sfacciata e nemica dei preti.

Don Bosco disse loro senz'altro.

 - Si accomodino, non si turbino per questo incontro. Veggo che sono novelli sposi. Il prete adunque non deve disagiarli colla sua presenza. Egli rappresenta il Sacramento che hanno ricevuto poc'anzi. Auguro loro anch'io tutte le benedizioni che possono desiderare. Si sono presentati poche ore fa a un prete, ed eccoli in compagnia d'un altro prete.

Quelle persone si guardarono in faccia alquanto sbalordite, ma non apparivano pi√π ripugnanti di trovarsi con quel compagno di viaggio.

Don Bosco continuò:

 - Io sono ben persuaso che saranno andati in Chiesa a stringere il loro matrimonio, non è vero?

Nessuno rispose; ma l'uno diceva sottovoce all'altro:

 - Rispondi tu; di' tu.

Quel vecchietto prese alfine la parola:

 - Ma, dica, è poi davvero necessario andare in Chiesa? Quando si va innanzi al Sindaco non basta?

 - Il matrimonio non è un Sacramento? Tocca al Sindaco o alla Chiesa amministrare i Sacramenti?

 - Già ... non ci avevamo pensato... pareva che bastasse l'uffiziale civile.

 - Capiscono bene che non basta.

 - E ora come facciamo?

 - Si va dal parroco, e si aggiusta ogni cosa.

 - Ma... nel parroco non abbiamo confidenza.

 - Ebbene, andate dal vostro Vescovo o dal Vicario Generale, ed ogni difficoltà sarà appianata.

Gli sposi parlavano frattanto fra di loro, se fosse conveniente tornare a dirittura indietro e fare ciò che Don Bosco aveva loro suggerito. Erano persone colle quali si poteva ragionare. E lo sposo disse a Don Bosco:

 - E se arrivati a Bologna ci presentassimo a quel vescovo? !

 - Sia pure: ma vadano subito, appena arrivati, vadano in Arcivescovado, e poi facciano tutto ciò che loro si dirà.

 - Faremo come ci consiglia, esclamarono i due sposi.

Così restarono d'accordo. Il Venerabile colla soave franchezza delle sue parole trovava sempre il modo di fare del bene a quanti lo avvicinavano anche per un momento.

Giunto a Firenze vi restò alcuni giorni. Di là mandava un altro biglietto all'Oratorio.

 

 

Carissimo D. Rua,

 

Altro pacco. Berto veda dove può collocare il foglietto. Ho ricevute le carte inviate. Sono al momento della partenza. Ti scriverò da Roma. Preghiamo e speriamo. Dio ci benedica tutti e credetemi

24 del 1870,

Aff.mo

Sac. Giovanni Bosco.

 

La società italiana per le strade ferrate meridionali aveva concesso a lui, e a un suo compagno, un biglietto gratuito di prima classe per tutta la rete, valevole dal 1° gennaio al 31 dicembre 1870. Il biglietto aveva la firma del Direttore generale Bona.

Don Bosco risaliva in treno e, giunto a Roma la sera del 24, prese alloggio con Mons. Manacorda che abitava in via della Pedacchia ai piedi del Campidoglio, dalla signora Rosa Mercurelli, coronaia.

Colle stesse parole di Don Bosco, proferite nell'adunanza dei Salesiani il 9 marzo, colle sue lettere spedite da Roma a quelli dell'Oratorio, colla testimonianza giurata di persone autorevoli, noi diremo che ciò egli fece in Roma.

“ Appena fui a Roma, egli raccontò, la prima cosa che feci fu di presentarmi subito al Cardinale Quaglia a far il rendiconto della Società, che si fa ogni tre anni. In questo rendiconto si espone l'incremento o la diminuzione della Società, gli acquisti e le perdite materiali, i lavori, le case aperte di nuovo, lo stato morale dei soci ed il loro stato scientifico. Il detto Cardinale restò estremamente sorpreso all'udire gli straordinarii incrementi e il buon avviamento della Società, ed esclamò: - Oh! se questa Società seguiterà per cinquanta anni di questo passo, i suoi membri sorpasseranno i 2000. Io allora risposi scherzando: - Oh! sì, Eminenza, se dopo cinquant'anni Ella vorrà questo calcolo, io Le presenterò il numero degli associati.

” - Allora, nè io nè voi, rispose il Cardinale, non saremo più a far questi calcoli. - Lodò in seguito, con segni di molta compiacenza, la Società e ne stese una minuta relazione che presentò poi al S. Padre ”.

Fatta anche una visita doverosa all'Arcivescovo di Torino dal quale fu accolto con ogni urbanità, però non scevra da un po' di freddezza, osservò subito come andassero le cose del Concilio. Vide che alla proposta dell'Arcivescovo di Malines - che l'infallibilità del Papa fosse definita domma - i Vescovi Belgi e cento altri avevano presentata la propria adesione. La maggior parte dei Padri bramavano la definizione.

Nel Concilio però si erano formate due correnti, quella cioè della maggioranza e quella della così detta minoranza, che si limitava a combattere l'opportunità della definizione. Cinquanta Vescovi Francesi la promovevano; la avversavano quasi venticinque, ma i loro popoli e il Clero la desideravano con morale unanimità, e con vive istanze in favore disapprovavano il contengo dei riluttanti, recando loro non lievi disturbi.

Mons. Dupanloup che aveva estesa la sua influenza sospetta fino all'Oriente, sviluppava un'attività incredibile per impedire la definizione, ed era in frequente corrispondenza epistolare col Döllinger; e informava minutamente i nemici del Concilio a Parigi di quanto accadeva nell'eterna città. Mons. Darboy, primo duce della minoranza, pregava l'Imperatore Napoleone a voler intervenire contro il Concilio, in favore del suo partito.

I Vescovi tedeschi e austriaci, benchè della minoranza, come richiedeva il loro dovere ammonirono con lettere pastorali il loro clero e popolo che allontanandosi da ogni agitazione promossa dai dissidenti e dagli eretici contro il Concilio, ne aspettassero con tutta fiducia i decreti, sicuri che lo Spirito Santo non avrebbe mai abbandonata la sua Chiesa. Facevano però eccezione Mons. Aynal, vescovo di Kalocsa e Mons. Strossmayer, Vescovo di Diakovar, che aderivano ai più risoluti dei Vescovi Francesi della minoranza.

E intanto il Cardinale Rauscher aveva redatto una supplica al Santo Padre contro la definizione, che fu sottoscritta da Vescovi tedeschi, austriaci ed ungheresi; e un'altra nella stesso senso venne concertata da francesi, una terza dai NordAmericani, una quarta da Orientali, e una quinta da parecchi Vescovi dell'alta Italia. Fra tutti figuravano sottoscritti cento trentasei nomi e nelle suppliche si accennavano le varie difficoltà e l'inopportunità della definizione secondo il loro avviso. Il Cardinale Schwarzenberg fece pervenire le cinque petizioni con una lettera d'accompagnamento, non già al Papa, ma alla Congregazione dei postulati.

Questa, ricevute tali suppliche, ad unanimità, eccetto lo stesso Rauscher, risolse, il 9 di febbraio, di raccomandare a Pio IX l'accettazione delle petizioni per la definizione dommatica, sottoscritte da oltre quattrocento Padri. I Monsignori Marming e Senestrey erano stati di una operosità instancabile per preparare e attuare la definizione.

Dallo stesso zelo era acceso Don Bosco. Aveva risoluto di star ritirato più che poteva per evitare ogni dimostrazione di affetto e di riverenza da parte de' suoi amici: di non accettare inviti per visite a comunità o per predicazioni; di scusarsi, per quanto poteva, di recarsi a benedire gli ammalati. Egli, diceva aver tutto ciò per veri disturbi in circostanze, nelle quali erano tutti occupati nelle cose del Concilio. Suggerivagli quel riserbo eziandio l'interesse della Chiesa Cattolica, volendo adoperare la sua attività pel trionfo di un domma che era voluto dal Signore.

Appena giunto in Roma, egli aveva appreso da Mons. Manacorda come il Sommo Pontefice avesse manifestato il suo dispiacere perchè Mons. Gastaldi si fosse dichiarato favorevole alle opinioni di Dupanloup, specialmente riguardo all'inopportunità della definizione. Il Vescovo di Orlèans aveva esposto al Vescovo di Saluzzo, facile alle forti impressioni, le dolorose conseguenze religiose e politiche, che, secondo lui, sarebbero infallantemente sorte da tale definizione. Perciò dicevasi in Roma che Mons. Gastaldi preparasse una memoria per combatterne l'opportunità.

Don Bosco, senza por tempo in mezzo, fu a visitarlo per dissuaderlo dal fare un tal passo, ragionò a lungo con lui sul non mettere incagli ai disegni di Dio, gli fece notare che certe paure gli sembravano esagerate, che non era più il tempo d'indietreggiare e di tacere, trattandosi di una verità fondamentale, negata e bestemmiata dagli empi del mondo intero, e che le conseguenze della definizione dovevano lasciarsi in mano a Dio.

Monsignore, il quale era pieno di zelo e di pietà profonda, e nutriva somma venerazione ed amore per Don Bosco, fu così soddisfatto e convinto da quelle ragioni, che gli disse:

 - Fin d'oggi mi accingo a trattare la cosa sotto questo aspetto e preparerò una memoria in difesa dell'infallibilità personale del Papa e sull'opportunità della definizione dommatica.

 - Prepari su quest'argomento, soggiunse Don Bosco, un vero discorso che dirà in pieno Concilio. Io l'assicuro che farà cosa graditissima al Papa e che le acquisterà grande onore al cospetto di tutta la Chiesa.

I confidenti si avvidero di questo improvviso cambiamento di pensiero di Mons. Gastaldi, e fu per loro come un colpo di fulmine a ciel sereno. Nessuno aveva penetrato il suo colloquio con Don Bosco.

Mons. Gastaldi fu a trovare egli stesso il Servo di Dio, e i colloqui si ripeterono, anzi Don Bosco, dietro domanda di Monsignore, gli procurò opere teologiche trattanti profondamente la questione, e segnò di sua mano i luoghi di maggiore importanza, perchè li consultasse. Così attestavano il Canonico Anfossi e D. Giovanni Turchi.

Non pago di ciò, Don Bosco volle far conoscere pure in Roma il buono spirito del suo vecchio amico. Scriveva a D. Rua.

 

 

Carissimo D. Rua,

 

Ho ricevuto in Roma la lettera scrittami a Firenze. Fa' coraggio a Sala; io lo raccomando al Signore.

Manda a Mons. Gastaldi copie 100 del suo libretto Il Curato d'Ars e 100 dell'altro intitolato Dell'autorità del Romano Pontefice e mandale a lui stesso, alla Canonica del Vaticano.

Parla con D. Savio e poi scrivimi se è meglio che io porti quel po' di danaro, che ho qui, pei bisogni della casa; oppure fare un consolidato pontificio che possa servire pel sostentamento dell'Ospizio che speriamo di aprire nel futuro ottobre.

Per oggi non posso scrivere di più, ma scriverò più a lungo quanto prima. Dio ci benedica. Pregate. Finora le cose della Casa vanno bene.

Sospiro i libri pel Papa e la musica pel Cardinale Antonelli e il Card. Berardi.

Vale in Domino et vale die.

 

Roma, 27 - 1870.

Aff.mo in G. C.

Sac. Giovanni Bosco.

 

P.S. - I saluti cordialissimi di Emiliano Manacorda.

 

 

Fu questo il primo atto di Don Bosco desideroso di cooperare, per quanto stava in lui, al glorioso avvenimento. Egli non ebbe, benchè minima, alcuna parte diretta nelle cose del Concilio; pure, per mezzo delle numerose sue aderenze tra i Padri e i Teologi, influì molto contro le opinioni erronee di alcuni. Per tutto il tempo che stette a Roma, egli lavorò a disporre gli animi di parecchi della minoranza ad appoggiare la definizione dommatica.

Testifica Mons. Giovanni Anfossi: “ Ho udito da Mons. Losana, Vescovo di Biella, che in que' giorni Don Bosco non aveva requie per ottenere questo trionfo del Pontificato Romano ”. “Ebbe la consolazione, depose Don Rua, di togliere colle sue ragioni, parecchi Vescovi, che vennero a visitarlo, dalle titubanze in cui si trovavano su tale controversia e di dissuaderli dell'opposizione che si preparavano a fare. Citerò fra gli altri Monsignor Galletti Vescovo d'Alba e Mons. Gastaldi Vescovo di Saluzzo, che da quel punto divennero caldi difensori dell'Infallibilità Pontificia ”. Anche Don Francesco Dalmazzo rese di ciò testimonianza giurata concludendo: “ Le suddette cose le udii più volte ripetere dal Cardinale D'Avanzo, col quale spesso mi intratteneva a Roma ”.

Cosa ardua era convincere alcuni Vescovi subalpini che appartenevano al partito della minoranza.

Alcuni, che vedevano di mal occhio le istituzioni di Don Bosco, rimasero fermi nelle loro idee, e il Santo Padre Pio IX ebbe a dire in quell'anno al Venerabile:

 - Consolatevi: gli avversarii vostri sono anche gli avversarii miei! Questa è per me una prova di più che l'opera vostra è opera di Dio.

Anche Mons. Sola, Vescovo di Nizza, non volle rinunziare alle proprie opinioni; e quando venne proposto lo schema dell'infallibilità, l'oppugnò apertamente producendo penosa impressione nell'assemblea. Anzi destò grave tumulto, quando a provare l'autorità del suo asserto, finì per esclamare: - Io sono teologo laureato nella celebre Università di Torino.

 - E ciò fa contro di voi! - rispose il Cardinale Capalti; indicando che l'insegnamento di detta Università era sospetto.

Il Venerabile adunque era sempre là, ove poteva dire una buona parola sulla grande questione del giorno. Teneva conferenze or coll'uno ora coll'altro dei prelati, e colle prove più semplici e convincenti dimostrava indiscutibile la sostanza della tesi e l'opportunità della sua definizione solenne. La questione dell'opportunità gli pareva ridicola; poichè dal momento che il Papa aveva proposta quella definizione e il Concilio l'aveva accettata, era certamente opportuna; perocchè a chi spettava decidere dell'opportunità era precisamente il Papa medesimo.

 - Quanto alla sostanza, diceva a qualche Vescovo che per gli studi fatti aveva su ciò qualche pregiudizio, il non voler credere l'infallibilità è un'aperta contraddizione colla realtà dei fatti; i Suoi parroci e i preti tutti la insegnano dal pulpito, nel Seminario e nelle scuole; tutto il popolo la crede come se fosse già definita, e non gli cade neppure in mente che su ciò possa farsi questione.

E soggiungeva:

 - Il Signore ha dato l'infallibilità alla sua Chiesa; resta solo a vedere dove questa risieda. Ogni vescovo è per certo fallibile, quindi non nei singoli si ha da cercare questo dono; e se ciascuno è fallibile, anche radunati tutti insieme i Vescovi non potranno diventare infallibili pel solo fatto di essersi radunati. Che cosa li rende adunque infallibili, e dà loro ciò che non hanno? È l'essere collegati col Papa! ... In nomine meo! ... Dunque la fonte dell'infallibilità risiede nel Papa. Ora da un corpo si possono amputare certe membra senza che succeda la morte: ma il capo non può essere tolto; spiccato questo, manca subito la vita.

 - Oh! vi sono tante obiezioni, esclamò un giorno un Monsignore: varii Papi par che abbiano sbagliato.

 - Errori degli storici! esclamò Don Bosco: e confutò ciascun fatto in particolare, indicando vari teologi e prelati, atti a chiarir meglio la questione.

Mons. Audisio, Canonico di San Pietro in Vaticano, e già preside dell'Accademia di Superga, era capo di un nucleo che oppugnava l'infallibilità personale del Papa, o pretendeva limitarla. Quando seppe che da alcuni de' suoi e da parecchi Vescovi, anche stranieri, si faceva capo a Don Bosco e quasi tutti ne partivano con altre idee, cioè decisi a sostenere non solo la tesi dell'infallibilità, ma anche quella dell'opportunità della definizione dommatica, se l'ebbe a male, e un giorno si recò egli pure alla Pedacchia.

Essendo Don Bosco impegnato in varie udienze con ragguardevoli persone, per due volte non potè riceverlo. Ritornò la terza volta, deciso di parlargli a qualunque costo. Dopo aver aspettato a lungo, finalmente venne introdotto.

Il colloquio durò più di due ore. Mons. Audisio stimava il Venerabile per le sue cognizioni storiche, lo temeva Come avversario e impegnò una vera disputa. Dopo qualche tempo furono ammessi al colloquio anche altri dotti personaggi venuti anch'essi per trattare della grande questione con Don Bosco, e l'Audisio lo attaccò direttamente alla loro presenza sull'infallibilità e su Papa Onorio I, chiedendogli se questi non avesse errato nella questione del monoteismo; se le due lettere da lui scritte al Patriarca Sergio di Costantinopoli non fossero esitanti nel combattere la nuova eresia, o tali almeno da non far riconoscere in lui il Maestro di verità. E domandava a Don Bosco, se in questo caso fosse vero che la sua opinione lo persuaderebbe ad essergli favorevole.

Don Bosco avrebbe potuto rinfacciargli la sua poco buona fede. Aveva sul tavolino un'opera stampata in Roma nel 1865 col titolo: Storia Religiosa e civile dei Papi Per Guglielmo Audisio, canonico di S. Pietro in Vaticano e Professore di Diritto Razionale delle Genti all'Università della Sapienza.

Al volume 2°, a pag. 292 e 494, l'Audisio aveva difesa la condotta d'Onorio dalle calunnie dei settarii provando quel Pontefice: 1° non essere colpevole del silenzio o della sospensione del giudizio; 2° Essere integerrimo nella dottrina, e concludeva che, morendo, Onorio “ lasciava fama di grande e intemerato pastore, nel culto e nei sacri edifizii splendido e munificentissimo; e la sua prudenza sì calunniata verso i monoteliti aver spento per allora lo scisma di Grado e dell'Istria ”.

Don Bosco avrebbe potuto presentar subito quel libro all'autore per tutta risposta, ma non volle offenderlo con una così brusca confutazione. Si schermì tuttavia dal rispondere, adducendo la sua poco scienza a petto della grande erudizione di un tanto maestro.

L'Audisio replicò l'interrogazione chiedendo una risposta. I presenti erano Padre Perrone, Mons. Galletti e qualche altro Vescovo, e Don Bosco ripetè che non toccava a lui di parlare fra così dotti cultori della storia. L'Audisio allora entrò a parlare direttamente contro l'infallibilità personale

del Papa. Parlava con eloquenza: trattava con tale padronanza la storia, i punti controversi, il pro' e il contro, facendosi egli stesso le domande e le risposte, che era una meraviglia l'udirlo.

Il Venerabile lo lasciò dire per un'ora senza interromperlo. L'Audisio erasi acceso nella questione e si vedeva che molto spirito di parte guidava le sue parole.

Quando ebbe finito, Don Bosco lodò la sua erudizione, si scusò di non poter tener dietro a tutti i punti esposti, replicò di non aver fatto studi profondi in proposito, e soggiunse:

 - Giacchè si tratta di una questione di tanta importanza non debbo limitarmi a ragioni e prove mie. Ho qui con me un'autorità, alla quale Ella pure certamente non potrà contradire. È un'opera di un autore dotto, pio, coscienzioso, e, se vuole, gliene leggerò una pagina che dilucida bene la questione. Io sono pienamente d'accordo con questo esimio scrittore, che ha scritto egregiamente, e non è ignoto a V. S.

 - Che dice? e di quale autore intende parlare? Io non condivido opinioni contrarie alle mie.

 - Quand'ella sappia di chi si tratta, non potrà fare a meno di accondiscendere e quietarsi.

 - Ciò non può essere; ma vediamo chi sia questo autore e quali siano le sue prove.

E Don Bosco, con graziosa lentezza, preso un volume e, tenendone celato il frontispizio, disse: - Qui in poche parole sono portate delle ragioni solidissime per sostenere l'infallibilità del Pontefice, e l'autore è di tale autorità, che non può desiderarsi maggiore. - E si mise a leggere.

Forse il Venerabile lesse pure questo passo che riguarda S. Leone il Grande.

 

“ Nulla abbiamo della sua vita privata, ma egli ha dipinto sè stesso nei suoi sermoni e nelle sue lettere. L'umiltà dell'uomo; l'altezza del grado, che gli fa reggere gli agnelli e i pastori della greggia di Dio, colla vicaria autorità di Gesù Cristo: ecco il concetto della sua niente, e la forma del suo reggimento. Quindi la divina costituzione e, della Chiesa per cui i fedeli aderiscono ai sacerdoti, i sacerdoti ai vescovi, i vescovi a Pietro che vive e governa nei suoi successori, e Pietro a Cristo, Cristo che fra tutti eleggeva Pietro, pregava per lui affinchè non venisse meno giammai la sua fede, ut non deficiat fides tua, e lo costituiva confermatore cioè definitore della stessa fede agli Apostoli suoi fratelli, confirma fratres tuos; acciocchè sopra i vescovi posti dallo Spirito Santo a reggere le parti della Chiesa, Pietro dall'alto reggesse tutto il corpo, cioè i popoli ed i pastori, e per lui si comunicasse all'universale edificio della Chiesa la solidità del fondamento che è Pietro, ossia la pietra non mai vincibile a tutto l'inferno, portae inferi non praevalebunt: tale è l'argomento che Leone tratteggia con nitida eloquenza negli anniversari della sua consacrazione, richiamando a sè il debito della vigilanza, ed a' suoi uditori il debito dell'ubbidienza, quale rendesi a Pietro ed a Cristo nei successori. “ Dunque (egli argomenta) l'instituzione divina sussiste, e San Pietro colla solidità della pietra, non ha abbandonato il timone della Chiesa ”. E tosto: “ Impertanto se ordiniamo o facciamo qualche cosa di bene, o la ottenghiamo da Dio colle nostre preghiere, ciò è merito e virtù di colui, la cui podestà vive, e risplende l'autorità: cuius in sede sua vivit potestas et excellit auctoritas. E Pietro conseguiva tanta dignità, per quella confessione, che, ispirata da Dio, slanciava sopra l'incertezza delle umane opinioni, e acquistava la solidità della pietra invincibile. Tutti i giorni Pietro ripete nella Chiesa universale queste parole: Tu sei Cristo, Figlio del Dio vivente; e ogni lingua che confessa il Signore obbedisce a questa voce. Questa è la fede che trionfa del demonio, e rompe ogni catena: essa vince il mondo, apre il cielo, nè le porte dell'inferno prevarranno contro di essa ”. E volgendo il discorso agli uditori: “ Per tal guisa, o dilettissimi, si celebra con ragionevole ossequio l'odierna solennità, vedendo voi, e onorando nella mia umile persona colui nel quale persevera la sollecitudine di tutti i Pastori, e la cura di tutte le greggie, e la cui dignità non viene meno nell'indegno successore: cuius etiam dignitas in indigno haerede non deficit (serm. II et III). ” Conforme a questi pensieri fu tutto il governo di S. Leone, nelle sue immense relazioni coi vescovi, coi concilii, cogli imperatori ”.

 

Mons. Audisio sulle prime stette ascoltando attentamente, ma ad un tratto cercò di strappare il libro dalle mani di Don Bosco. Si era accorto di essere caduto in un grazioso tranello. Don Bosco continuò a dire: - Osservi pagina tale, capo tale... e veda se ho letto bene! - E presentavagli La storia civile e religiosa dei Papi, scritta dal medesimo Mons. Audisio.

 - Basta, basta, esclamò ridendo Monsignore; là... là... lasciamo stare.

- Perchè? Non è forse un autore stimatissimo ed autorevole?

 - Me l'ha fatta grossa. Ella adopera argomenti ai quali non si può rispondere. Ma le faccio notare che non divido più alcune idee quivi propugnate: quanto all'infallibilità, ora la penso diversamente.

 - Non importa, soggiunse Don Bosco, ma qui le ragioni sono espresse bene.

 - Ma come è possibile, continuò Mons. Audisio, che Don Bosco in mezzo a tanti affari abbia vedute anche queste mie pagine?

 - Ho sempre tra le mani i suoi libri e li tengo come libri di testo... Ma, come ella vede, nei suoi scritti ella si mostra di sentimenti molto diversi da quelli espressi ora.

 - Altro, replicò Audisio, è scrivere pel pubblico, ed altro sono le opinioni private... - E così finiva quella disputa, non senza però una certa stizza mal celata in lui, e viva soddisfazione negli altri.

In que' giorni si avvicinò a Don Bosco anche Mons. Scalabrini. Questi asserì che egli si presentò al Venerabile perchè leggesse un suo scritto sull'infallibilità del Sommo Pontefice; e Don Bosco dopo averlo letto, l'approvò, consigliando Monsignore a darlo alle stampe; e di lui ricordossi quando si trattò della nomina di nuovi Vescovi, e lo propose alla sede di Piacenza.

Tanto concorso alla Pedacchia cessò nella festa della Purificazione di Maria SS. Tutti i Padri del Concilio eransi recati nella Basilica Vaticana per assistere alla benedizione delle candele e alla Messa Pontificale. Vi andò pure Don Bosco.

Ed ecco apparire il Papa in sedia gestatoria. Mentre il Servo di Dio era assorto in quello spettacolo, udì un inglese protestante, che gli era vicino, borbottare indignato:

 - Vergogna! ... Ecco una prova di più che i cattolici prestano adorazione al Papa! È una vera idolatria!

Il Venerabile si volse e, col suo bel garbo, con tutta semplicità gli rispose:

 - Perdoni! Se il Papa non lo portassero così, nè io, nè lei, in mezzo a tanta moltitudine, potremmo vederlo...

L'inglese alla dolce parola del Venerabile si calmò, riflettè, e concluse:

 - È vero... Anche questa è una ragione.

 

 

 

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