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Capitolo 60

La Civiltà Cattolica nel 1905 ricorda questi giorni - Partenza di D. Bosco da Roma - Manda una circolare, stampata a Roma, perchè se ne faccia una ristampa nell'Oratorio - Mons. Emiliano Manacorda annunzia al Cavaliere la Partenza di D. Bosco - Addii commoventi al Palazzo Vimercati e alla stazione della ferrovia - Arrivo a Fermo e accoglienze del Card. Arcivescovo - La Poesia dell'alunno Domenico Svampa in Seminario - Il Cardinale vuole essere benedetto da D. Bosco - Mezza giornata a Forlì - Una sera a Bologna - Arrivo a Torino - La festa di S. Francesco di Sales -Decorazioni concesse dal Sommo Pontefice ad alcuni benefattori dell'Oratorio e della nuova Chiesa - Circolare che, annunzia le indulgenze ottenute da Don Bosco ai suoi benefattori - Risposte di affettuosa riconoscenza alla Circolare.


Capitolo 60

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

 Della permanenza di D. Bosco a Roma Don Francesia pubblicò un volumetto nel 1905, scrivendo quanto ancor gli ricordava la sua felice memoria. Quanto scrisse allora concorda mirabilmente colle sue lettere del 1867 in questo: nel ritrarre la fama di santità che circondava già in quel tempo D. Bosco. Anche la Civiltà Cattolica del 2 settembre 1905, annunziando l'operetta di Don Francesia, rende eguale testimonianza:

“ Due mesi con Don Bosco a Roma. - È un libro piccolo, ma che si legge volentieri, massime da chi come noi conosce la Roma di trent'anni fa. È una delizia il trovarsi in presenza di tutto quel mondo, scomparso ora in gran parte, tutto vivo nell'ammirazione di D. Bosco. Per noi, che conoscemmo di persona quel gran Servo di Dio, era una specie di dolce incantesimo, riconfermarci nell'alta venerazione che D. Bosco c'ispirò nelle relazioni assai intime che avemmo con lui, e specialmente della sua vita mistica e (per quanto lice a persona particolare il dirlo) mistica e prodigiosa ”.

Continuiamo il racconto. Il 26 febbraio, dopo la visita alle famiglie Altieri e Vitelleschi, D. Bosco ritornava alla casa ospitale del Conte Vimercati per intrattenersi con lui nelle ultime ore della sua dimora in Roma. Accondiscendendo alle sue preghiere, permise che lo fotografassero in atto di benedire D. Francesia, il signor Pardini, maestro di casa, e il figlio di questi, inginocchiati innanzi a lui. Pare che qualcuno desiderasse che questo ritratto fosse posto in vendita e ne corse la notizia; ma non se ne fece che una limitata distribuzione di copie ad amici intimi e benefattori. Infatti nel mese di luglio giunsero lettere all'Oratorio, le quali domandavano questo ritratto, ed ebbero per risposta che non se ne aveva.

Cordialissimi e commoventi furono nel pomeriggio i colloquii del Conte con D. Bosco, che anche in quelle ultime ore diede udienza a persone che insistevano per parlargli. Un sacerdote, da lui ricevuto la sera, prima che partisse, gli scriveva a Torino dopo alcuni giorni:

 

Roma, 8 marzo 1867.

 

Stim.mo D. Giovanni,

 

Nella dimora che Ella ha fatto qui in Roma, un bel giorno ebbi l'onore di essere ammesso alla sua udienza, nella quale esposi il motivo perchè era venuto da Lei, cioè che stando in Roma a causa di studi, pregava Vostra Signoria, che avesse fatto una preghiera al Signore affinchè ottenessi la grazia di avere lumi tali, onde io possa col divino aiuto apprendere bene le scienze tanto necessarie per un Sacerdote e Ministro di Dio. Ella mi rispose che mi raccomandassi alla Madonna, ripetendo spesso quel titolo Sedes Sapientiae, ora pro me, come pure dire ogni giorno un Pater al Patriarca S. Giuseppe. Le stesse cose Ella mi ripetè nella seconda volta che fui a trovarla, precisamente nella sua, prima che Ella partisse da Roma. Io, indegnamente, pratico le divozioni suddette, tanto che ho incominciato il mese dedicato a San Giuseppe; e spero che la grazia sarà da me ottenuta con l'aiuto divino. Intanto ho scritto la presente a Lei, e mi perdoni se ardisco pregarla per ottenere la grazia suddetta, vale a dire di ottenere dal Signore tali lumi di apprendere le scienze che qui mi verranno insegnate. Sì, o amabilissimo Confratello, mi faccia questa carità, preghi, preghi assai, e mi ottenga la grazia che bramo; pongo ogni fiducia in Lei, essendo certo che le sue preghiere sono più accette e care a Dio. La prevengo che io ripeterò a scriverle assai più volte, fino a che io non vegga ciò che io bramo. Io poi, le prometto, che nel S. Sacrificio, che ogni mattino vado a celebrare, la terrò presente. Le bacio umilmente le mani e con segni di stima mi professo

Um.mo e dev.mo Servo

Sac. MARTIRE STALLONI.

 

P. S. - Si degni Sua Signoria riscontrarmi alla presente. La mia abitazione è: Via S. Ignazio, N. 23, Piano 4°.

 

Il Venerabile s'incamminò alla ferrovia accompagnato da Mons. Emiliano Manacorda, al quale consegnava una circolare ai suoi benefattori, già stampata in Roma, perchè la spedisse a Torino. Mons. Manacorda., eseguendo la commissione, non si sentì di descrivere la partenza del Venerabile.

 

Ill.mo sig. Cavaliere,

Le scrivo poche righe per incarico avuto dal nostro amatissimo D. Bosco. Tengo ancora gli occhi gonfi dalle lagrime che mi procurò la sua partenza.

Ieri sera alle 8 ci lasciava qui in Roma quali orfani desolati e commossi nel vederlo partire. La S. V. saprà cosa fu la dimora di questo nostro buon padre in Roma. Il vincitore di Magenta con tutte le sue batterie, porti con se stesso l'impero stesso, diventerà un pigmeo di fronte a D. Bosco. La nobiltà Romana che si confondeva colla plebe, e dimenticava l'etichetta di corte per piegare il ginocchio a D. Bosco e riceverne la benedizione, non lascierà l'anticamera del Padre dei monelli, per sedere al fianco del gran Sire. Oh quanto è potente la virtù di D. Bosco.

Vorrei descriverle la scena della sua partenza, ma non posso, non mi regge il cuore. D. Francesia le dirà tutto.

Le mando la lettera di D. Bosco stampata per ristamparla subito.

Sento che si vorrebbe vendere la fotografia di D. Bosco. Io non intendo avere influenza su chicchesia, solo per l'affetto e la venerazione che sento in me per questo nostro Padre, mi faccio lecito di dire non essere tal cosa conveniente, anzi indecorosa per ora, e pregherei la S. V. ad assecondare questo mio parere. Qui in Roma farebbe cattiva impressione .....

Roma, 27 febbraio. 1867

MANACORDA .

 

Purtroppo i malevoli, come vedremo, stavano ancora sull'attenti. Nello stesso giorno scriveva D. Francesia.

 

Fermo, 27 febbraio 1867.

 

Carissimo sig. Cavaliere,

 

Ieri sera soltanto abbiamo lasciato Roma e dopo felice, se non lieto, viaggio siamo arrivati a Fermo. Abbiamo visto Sua Eminenza; sta bene, il suo segretario e gli altri di sua famiglia, tutti bene, e ci accolsero colle feste più belle e care. Ma il nostro cuore è ancora a Roma.

Prima di tutto deve sapere che invece di lunedì sera, come era stato stabilito, solo il giorno dopo ci fu permesso di partire. Una folla di gente era alla stazione! Molti non avevano potuto reggere a quella separazione dolorosa e se ne erano allontanati, paghi di salutare coi cenni, cogli sguardi, Lui che li aveva per poco resi così felici. Non si potè frenare le lagrime quando ci separammo dal Sig. Conte. Povero vecchio! Si inginocchiò per terra e piangendo come un fanciullo domandò la benedizione a D. Bosco. Esso pure era commosso in modo straordinario. Superiore il più delle volte a queste impressioni, non potè resistere in questo caso. Piangeva e volendo non poteva più parlare. Ad ambedue pareva tanto poco il tempo che si erano potuti vedere!

Al vapore la commozione non fu minore. La famiglia Vitelleschi, la Villarios, ecc., ecc. mesti aspettavano D. Bosco. Entrammo in stazione e fummo da loro accompagnati. Non bastava loro il cuore nè di parlare, nè di allontanarsi. Dopo qualche parola è tempo di salire in vagone. D. Bosco entrò sotto la tettoia, montò, ma commosso assai. I più piangevano e si raccomandavano affollati intorno a lui chè li tenesse in memoria. Al vedere un interesse così speciale per un viaggiatore, molti mettevano la testa fuori degli sportelli dei vagoni e domandavano con curiosità chi fosse quel prete oggetto di tante dimostrazioni.

Un po' prima del fischio gli amici vollero ancora ricevere la benedizione di D. Bosco e là in pubblico, in pericolo di scherni, si  inginocchiarono a riceverla. Oh che rimanga con loro copiosa e perenne la benedizione di Dio.

Il convoglio partì. Era notte, e nel silenzio non sentivamo che il rapido correre e sbuffare della macchina che ci dilungava sempre più da oggetti così benevoli e cari. Io chinai la fronte, la nascosi fra le mani, finsi di dormire e piansi. D. Bosco era abbattuto, ma molto meno.

Ad ogni modo ora ci avviciniamo a casa e sabato mattina arriveremo a Torino col convoglio diretto delle 11 ¬Ω.

Con qual tripudio allora l'abbraccerò e con lei abbraccerò tutti quelli che potranno venire incontro a D. Bosco. Sebbene i nostri fagotti sieno piene di indulgenze, dispense, ecc., tuttavia non sono per nulla indulgenti con noi e pesano orribilmente. Mandi perciò qualcheduno alla stazione che ci usi un po' di carità cristiana con aiutarci a portarli.

E a Roma? Quale eredità di affetti ha lasciati D. Bosco! Uomini d'ogni specie, anche l'ambasciatore di Spagna con tutte le persone addette all'ambasciata, vennero a fargli riverenza. Il Console di Francia desiderò pure un'udienza con la sola famiglia. L'Ambasciatore la domandò, ma non la potè avere.

Altre più cose e notizie a nostro comune contento le esporrò a voce. Le parlerò di varii progetti delle Matrone romane in riguardo a Don Bosco ed alla sua Chiesa. L'altare del Conte Bentivoglio va bene; riuscirà magnifico. Le Signore romane ne propongono uno ed anche i signori ne vogliono fare uno.

A sabato mattina

Sac. FRANCESIA G. B.

 

D. Bosco alle 10 e ½ ant. era giunto a Fermo ove trattenevasi tutto il giorno e fino al dopopranzo del di seguente. Sua Em. il Cardinale De Angelis era fuori di sè dalla gioia procuratagli da quella visita e diceva a Don Bosco: - Ho sentito che a Roma ha fatto furori! Me ne rallegro! - Don Bosco rispose con una facezia, perchè in tutte le circostanze egli era sempre D. Bosco, cioè umile.

La mattina del 28 egli celebrò in Seminario la messa della comunità, predicando e distribuendo la S. Comunione ai chierici, che poi nelle varie camerate gli davano una cordiale dimostrazione di rispetto. Un alunno della camerata San Luigi leggevagli e consegnavagli una poesia colla propria firma.

 

 

IN OCCASIONE DELLA VENUTA DI D. GIOVANNI BOSCO

 

Anacreontica.

 

Salve, Giovanni. Oh! il giubilo         Siccome in notte placida

Figlio di caldo affetto,                     Bella è a mirar la luna

Oh! il gaudio e la letizia                   In cui candore argenteo,

Di cui ci esulta il petto                     Almo splendor s'aduna,

 

Ora che il dolce e amabile             Come di varii e fulgidi

Sembiante tuo miriamo,                 Color l'iri s'abbella,

Ora che un bacio imprimere           Qual sorge dall'oceano

Sulla tua man possiamo.                 Ridente amica stella,

 

Più volte del tuo giungere               Così soave e amabile

Volò tra noi la fama,                      Ne appare il tuo sorriso,

Di te più volte vivida                      In cui la luce splendere

Si accese in cuor la brama,            Veggiam del Paradiso.

 

Ed ecco alfin s'appagano               Dunque gradisci il giubilo,

I desideri ardenti:                          Figlio di caldo affetto,

Alfin ci è dato scorgerti,                Gradisci la letizia

Ci è dato udir tuoi accenti.            Di cui ci esulta il petto;

 

E in sul partir, deh! a' pargoli

Sorridi e benedici:

Non chieggon più, chè renderli

Può questo sol felici.

 

DOMENICO SVAMPA,

Convittore.

Camerata S. Luigi, 28 febbraio 1867

 

Il Venerabile disse una parolina all'orecchio e diede uno sguardo affettuoso ed una piccola medaglia al caro poeta. E questi, poi Vescovo di Forlì, quindi Arcivescovo di Bologna e Cardinale, che promosse a Bologna il Primo Congresso Salesiano e prese parte al Terzo, tenutosi in Torino prima dell'Incoronazione della Sacra Effigie di Maria SS. Ausiliatrice, conservò sempre quella medaglia con immenso amore.

Nell'aprile del 1895 l'Em.mo Card. Domenico Svampa, inaugurando il 1° Congresso Salesiano a Bologna, diceva in adunanza plenaria: “ Per me, mi sia consentito il dirlo, la memoria e la venerazione profonda che sento per Don Bosco e per l'opera sua è antica, perchè si riannoda ai miei primi anni. Incominciò da quando, appena trilustre, ebbi la fortuna di incontrarmi con quell'uomo straordinario, ne intesi la calda parola, ricevetti dalle sue mani la S. Eucaristia, la S. Benedizione, e fui regalato di una piccola medaglia che tuttavia porto al petto ”.

E dieci anni dopo, nell'aprile del 1905, pregato a dettare una pagina pel Bollettino Salesiano in occasione del mese di Maria Ausiliatrice, tra le altre cose scriveva:

“.... Io rammento ancora, e rammenterò sempre, la santa emozione che provai, quando giovane convittore, appena trilustre, nel Seminario di Fermo, ebbi la sorte di vedere per la prima volta il grande apostolo della pedagogia cristiana, che aveva già iniziato in Italia l'opera sua educatrice a salvezza dei poveri figli del popolo. Don Bosco non era oratore di parata, ma incatenava i cuori colla sua parola semplice, familiare, e tutta avvivata dallo spirito di Gesù Cristo. Dopo aver celebrato la S. Messa nella cappella del nostro Seminario, e dopo averci dispensato la S. Comunione, egli ci tenne un discorso deliziosissimo. Ci parlò come parla un padre a' suoi figliuoli, non in sublimitate sermonis, ma in ostensione spiritus, e noi succhiavamo avidamente le sue parole, che sgorgavano limpide dalla vena del suo cuore sacerdotale. Due cose ci raccomandò specialmente: la devozione a Gesù Sacramentato e la devozione alla nostra cara Madre celeste. Ed affinchè rimanesse in noi scolpito il ricordo di quella visita tanto cara, venne nelle sei camerate in cui eravamo divisi, per intrattenersi più da vicino con noi, esortandoci a crescere virtuosi e buoni, sotto il manto materno di Maria Ausiliatrice. Prima di accomiatarsi, consegnò ad ognuno la medaglia della Madonna, e noi con vivace affetto stampavamo dolci baci e sulla medaglia e sulla mano di chi ce la offriva. Inginocchiati per terra, domandammo infine ed ottenemmo la sua benedizione.

” La medaglia di Don Bosco io tenni sempre carissima, e la riguardai come una protezione ed un ammaestramento. Son passati quasi quarant'anni, ed io ho sperimentato in questo periodo non breve della mia vita, che l'assistenza materna di Maria Ausiliatrice non mi è venuta mai meno, e tanto più mi ha sostenuto e confortato, quanto più gravi e difficili erano le vicende in cui per avventura io mi sono incontrato. Intesi anche, e profondamente mi stampai nell'animo, una grande lezione, che cioè dopo Gesù Cristo, non abbiamo miglior appoggio su questa terra, nè consolazione più gioconda, che affidarci al patrocinio di Lei che è la dispensatrice delle celesti grazie .... ”

Anche Don Bosco conservò fino alla morte la poesia che gli lesse Domenico Svampa giovinetto; autografo prezioso, oggi caro per doppio titolo, che gelosamente custodiamo!

All'ora della partenza il Card. De Angelis si inginocchiò per terra e pregò D. Bosco a benedirlo; ma il Venerabile si gettò anch'egli in ginocchio innanzi al Cardinale.

Questi continuava:

- Sono vecchio: non ci vedremo pi√π su questa terra: D. Bosco, mi benedica!

- Io benedirlo! Io povero prete? Mai pi√π!

- Oh sì che mi benedirà!

- Ma come? io povero pretazzuolo benedire un Cardinale, un Vescovo, un Principe? Tocca a lei benedir me!

- Quando è così, vede D. Bosco quella borsa? - e glie l'additava. - È poca cosa, ma se mi benedice gliela dono per la sua Chiesa; altrimenti no!

Don Bosco pensò alquanto e poi concluse: - Quando è così, io la benedico. Vostra Eminenza della mia benedizione non ne ha di bisogno, mentre io invece ho di bisogno dei suoi danari. -E si alzò e lo benedisse.

Partito da Fermo D. Bosco giungeva a Forlì alle 11 e ½ pomeridiane. Quel Vescovo, amicissimo del Conte Vimercati, desiderava far la conoscenza coi Venerabile e avendo fatto sapere al Conte il suo desiderio, D. Bosco aveva stimato cosa conveniente aderire al suo invito. Da Fermo aveagli scritto in qual'ora sarebbe giunto; per cui, presa una carrozza alla stazione, si fece portare all'Episcopio, certo di essere aspettato. Ma trovò le porte e le finestre chiuse. Si ebbe un bel bussare, nessuno venne ad aprire e dovette andare all'albergo del Falcone. Quivi fu accolto con ogni cortesia, tanto più che, dando D. Francesia scherzevolmente il titolo di eccellenza a D. Bosco, i camerieri si credettero di aver da fare con un prelato.

Fatto giorno, accompagnato da Don Francesia, andò a dir messa al celebre santuario della Madonna del Fuoco, ove avvenne la conversione del B. Pellegrino Laziosi, e chiesero di poter celebrare.

- Avete le carte? domandò il sagrestano.

- Questi è D. Bosco! - rispose D. Francesia.

- D. Bosco di Torino?

- Proprio lui!

Bastò. E tutto in faccende il sagrestano tirò fuori una delle più belle pianete, già adoperata da Pio VII e condusse D. Bosco all'insigne altare della Madonna.

Dopo aver celebrato, si recarono a far visita al Vescovo, il quale solo in quella mattina aveva ricevuta la lettera di avviso. Con ogni urbanità e festa accolse il caro ospite, s'intrattenne molto tempo con lui e alle II lo fece assidere ad un lautissimo pranzo di magro, improvvisato, poichè D. Bosco intendeva di partire alla 1 e ½ pomeridiana. Monsignore non mangiò, perchè era solito pranzare al tocco.

D. Bosco arrivò a Bologna alle 4 e 15 e, fermatosi presso il Marchese Malvasia, alle 3 dopo mezzanotte ripartiva per Torino e vi giungeva in sul mezzo giorno del 2 marzo.

Descrivere il tripudio dei giovani, le musiche, gli apparati del cortile non sarebbe cosa così spiccia.

L'iscrizione che dominava sulla fronte della casa era questa: “Roma ti ammira, Torino ti ama ” volendo dire che là erano gli amici, qui erano i figli. Notiamo di passaggio che questo saluto, conosciutosi a Roma, fu causa di affettuose proteste: parecchi scrissero che D. Bosco era amato anche a Roma come a Torino.

All'indomani si celebrò la festa di S. Francesco di Sales. Alla sera vi fu teatro, al quale D. Bosco invitò il Conte Saverio di Collegno e gli presentò fra i plausi di tutti i giovani le insegne dell'alta onorificenza ottenutagli dal S. Padre.

L'Unità Cattolica del venerdì 8 marzo 1867 dava annunzio anche degli altri decorati.

 

PIO IX Al CARITATEVOLI TORINESI.

 

L'amato nostro Santo Padre, sempre intento ad incoraggiare i buoni cattolici ad essere perseveranti nei doveri del buon cristiano e promuovere il decoro di nostra cattolica religione, deliberò di dare un segno di paterna benevolenza verso alcuni Torinesi che si segnalarono in opere di carità verso la casa detta Oratorio di S. Francesco di Sales, specialmente nella costruzione della chiesa dedicata a Maria Ausiliatrice in Valdocco. Oltre a parecchi favori spirituali concessi a tutti quelli che in qualunque modo e misura abbiano dato mano a questa pia impresa, si degnava di conferire il glorioso titolo di Commendatore di S. Gregorio il Grande ai signori: Marchese Domenico Fassati di S. Severino; comm. Giuseppe Antonio Cotta, senatore del Regno; cavaliere Carlo Giriodi di Monasterolo; cavaliere Clemente Scarampi di Villanova; Barone Carlo Bianco di Barbania; cavaliere Zaverio Provana di Collegno; titolo che ben si conviene a questi fervorosi cristiani pel lodevole impiego delle loro sostanze, pel zelo religioso che hanno costantemente professato, e per l'antico e nobile casato a cui essi appartengono.

In quei giorni, prima ancora che D. Bosco fosse arrivato a Torino, i tipografi dell'Oratorio avevano ristampata la  Circolare, mandata al Cav. Oreglia da Mons. Manacorda, la quale a migliaia di copie fu diffusa in ogni parte d'Italia e anche all'estero, a segno che se ne dovette fare una seconda edizione in data del 20 marzo.

 

Torino, 1° marzo 1867.

 

Benemerito signore,

 

Da molto tempo stava aspettando un'occasione di poter dare un segno esteriore di sentita gratitudine verso a quegli insigni benefattori che coi loro mezzi materiali e morali mi vennero tante volte in aiuto per sostenere le opere di beneficenza, che la Divina Provvidenza, senza alcun mio merito, mi volle affidare a beneficio della povera e pericolante gioventù. Questa sospirata occasione si presentò propizia nella giornata del 12 del passato gennaio, quando il S. Padre degnavasi di ammettermi ad un'udienza particolare. Prostrato allora a' suoi piedi ho dimandato i seguenti favori:

1. Una speciale benedizione sopra a tutte quelle famiglie che in qualunque maniera e misura hanno concorso a sostenere le opere degli Oratori colle loro beneficenze e specialmente sopra di quelli che si fecero promotori della Lotteria, il cui provento è destinato ad ultimare la chiesa consacrata a Maria Ausiliatrice posta in costruzione in Valdocco, regione della città di Torino.

2. Ai medesimi indulgenza plenaria ogni volta che premessa la sacramentale Confessione si accosteranno alla S. Comunione.

3. Indulgenza plenaria in articolo di morte.

Il Santo Padre con bontà veramente paterna lodando i caritatevoli benefattori concedeva con effusione di cuore i favori implorati e mi autorizzava a parteciparli a tutti quelli, cui si possano riferire.

Mentre pertanto compio a questo mio gratissimo dovere, la prego di voler gradire questo novello tratto di benevolenza del Supremo Gerarca della Chiesa, insieme coi segni della più profonda mia gratitudine. Nella persuasione poi che in quest'anno, mercè la continuazione della sua beneficenza, avremo la consolazione di vedere inaugurato il sospirato edifizio al divin culto, l'assicuro che non mancherà di pregare il pietoso Iddio affinchè colle celesti benedizioni degnamente la rimeriti nel tempo, e la renda poi un giorno pienamente felice nella beata eternità.

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Questa circolare fu accolta con somma riconoscenza dai benefattori; ogni corriere recava a D. Bosco lettere di ringraziamento, le quali generalmente esprimevano i medesimi  pensieri ti fede e di affetto al Servo di Dio. La Contessa Carolina Lützow, amica della Marchesa Vitelleschi, la cui famiglia, illustre per diplomatici, da molti anni era in continua corrispondenza epistolare coll'Oratorio, scriveva in francese al Cav. Oreglia da S. Vito presso Torino, ove soleva passare più mesi dell'anno.

 

“ È con un sentimento di profonda gratitudine e di emozione dolcissima, che mia madre ed io abbiamo ricevuta ieri la circolare di Don Bosco colla data da Torino 1° marzo.

” Mi rivolgo a voi pregandovi di testimoniargli la mia più viva riconoscenza per le grazie inapprezzabili che ha voluto chiedere al Santo Padre. Mia madre mi incarica di farvi la stessa preghiera in suo nome. Siamo commosse nel vederci ambedue annoverate fra coloro ai quali D. Bosco ha ottenuta l'indulgenza e la benedizione dal Santo Padre, noi che abbiamo contribuito così debolmente alla sua bella opera. Tutte le volte che potremo conseguire l'indulgenza plenaria concessa dal S. Padre, noi benediremo il nome di D. Bosco, pregando il Signore di ricompensarlo, per averci procurato così grande beneficio, col benedire sempre più le sue caritatevoli fatiche ”.

 

Dalla Sardegna, in data 16 marzo, il Teologo Filippo Campus Canonico, Parroco a Sassari, scriveva a D. Bosco.

 

“ Coll'ultimo corriere ho ricevuta la lettera a stampa con la quale la S. V. partecipava ai benefattori e promotori della lotteria i favori spirituali accordati da Sua Santità: tanto io come gli altri associati a questa santa Opera ne siamo oltre modo contenti.

” Se mi crede buono per qualche cosa, la prego di tener conto della mia povera persona per qualche opera che contribuisca alla gloria di Dio, al trionfo della Chiesa, ed a sollievo del prossimo.

” Mi raccomando alle di lei preghiere; io mi ricordo sempre quel giorno in cui ebbi la consolazione di fare la sua conoscenza; non dimenticherò mai l'Oratorio di S. Francesco di Sales e prego Dio, perchè mi presenti l'occasione propizia per dimostrare colle opere l'interessamento che io prendo a quel pio Stabilimento”

 

E in un foglio della Contessa Virginia de' Cambray Digny, con data Firenze 12 aprile, si leggeva:

“ La ringrazio mille e mille volte per la sua preziosissima lettera e per il consolante ricordo che vi era unito, ricordo che io custodirà gelosamente in tutta la mia vita, come un nuovo pegno della sua immensa bontà verso di me, che ne sono tanto indegna....

” Le sono riconoscentissima di essersi rammentata di mia figlia alla presenza del Santo Padre e sono convinta che quella benedizione avrà contribuito a farle fare con vantaggio dell'anima la sua prima Comunione.

” Debbo farle i più distinti complimenti della signora Gerolama Uguccioni che ho veduto questa mattina e che mi ha incaricata di pregarla a non dimenticarla nelle sue preziose orazioni. Simile raccomandazione le rinnovo ancor io per tutta la mia famiglia e per me ”.

 

 

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