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Capitolo 59

Attentati - Castagne e vino avvelenato - Coltello da macellaio - Biasimevole condotta della pubblica forza - Buon ufficio di un amico - Grandine di bastonate Cagliero difensore di D. Bosco - Pericolo sulla via di Moncalieri - Cautele di Mamma Margherita - Affezione del vicinato.


Capitolo 59

da Memorie Biografiche

del 27 novembre 2006

Abbiamo esposto in uno dei capitoli precedenti come due ribaldi, venuti per intimare a D. Bosco che desistesse dallo scrivere Letture Cattoliche nell'uscire dalla sua camera avessero soggiunto con irato cipiglio: Ci rivedremo. Queste parole e le non oscure minacce lasciatesi sfuggire nel corso della loro conversazione danno il bandolo di una lunga serie di attentati contro la vita di D. Bosco. Essi furono tanti e così fraudolentemente preparati e violenti, che possiam dire senza esitazione, che fu solo per un tratto straordinario della divina Provvidenza, fu solo per miracolo, che D. Bosco ne scampò ogni volta.

Parve che una vasta trama segreta fosse ordita dagli eretici e malfattori contro di lui. Racconteremo alcuni dei fatti principali, di cui parecchi giovani furono testimoni oculari, od ebbero fedele relazione da coloro che lo erano stati.

Una sera dopo cena stava D. Bosco facendo la consueta scuola serale, quando due uomini di tristo aspetto vennero a chiamarlo, che andasse in fretta a Confessare un moribondo, in un sito poco distante, detto il Cuor d'oro. Sempre pronto al servizio delle anime, egli affida tosto ad un altro la sua classe, e si dispone a partire immantinente. Nell'uscire di casa, stante l'ora un po' avanzata, gli venne in pensiero di menar seco alcuni dei giovani più grandicelli, affinchè gli facessero compagnia, e li chiama. - Non occorre che conduca giovani insieme, dissero quei due sconosciuti: noi stessi lo accompagneremo nell'andare e nel venire; e poi l'infermo potrebbe essere disturbato dalla loro presenza. - Non datevi pena di questo, soggiunse D. Bosco, i miei giovanotti hanno, piacere di fare una passeggiatina, e giunti alla camera del malato, si fermeranno al di fuori ai piedi della scala per tutto, il tempo ch'io passerò presso l'infermo. - E quei due, sebbene a malincuore, tacquero e lasciarono fare.

Arrivati alla casa destinata: - Entri un momento in questa stanza, dissero coloro, e noi andremo ad avvertire l'ammalato, della sua venuta. - I giovani, tra i quali Cigliuti, Gravano, Buzzetti, rimasero fuori, e D. Bosco entrò in una stanza a pian terreno, dove trovò una mezza dozzina di bontemponi, che dopo una lauta cena mangiavano o fingevano di mangiar castagne. Accolsero essi D. Bosco con molti segni di rispetto, lodandolo a cielo ed applaudendo. - Favorisca, sig. Don Bosco, di servirsi delle nostre castagne, gli disse poscia uno della brigata, porgendogli il piatto. - Non mi sento più di mangiare, rispos'egli; ho fatto cena solo poc'anzi e non prendo, più altro. - Almeno beverà un bicchiere del nostro vino, lo troverà buono, sa; viene dalle parti d'Asti, - Non mi sento; non sono abituato a bere fuori di pasto, e se bevessi mi farebbe male. - Oibò! Un piccolo bicchiere di buon vino non le farà male certamente, anzi le farà bene, aiuterà la digestione. Lei beverà dunque per farci piacere.

Ciò detto, colui dà di piglio ad una bottiglia posta sul tavolo e versa da bere nei bicchieri. Siccome studiosamente ne aveva messo uno di meno, così egli, versatone in tutti, va poscia a pigliare e bicchiere e bottiglia in disparte e ne mesce per D. Bosco. Non occorse d'avvantaggio, perchè questi si accorgesse del perverso loro divisamento, che era di fargli bere il veleno. Senza dare ad intendere che aveva scoperto la loro insidia, D. Bosco prende in mano il bicchiere colmo di spumeggiante vino e fa un brindisi alla salute di quei disgraziati; ma, invece di portarlo alle labbra, cerca di riporlo sul tavolo, ricusando di bere. - Non ci dia questo disgusto, cominciò a dire uno; non ci faccia questo insulto, soggiunse un altro: è un vino eccellente; vogliamo che lo assaggi alla nostra salute, gridarono tutti. - Ho già detto che non mi sento, ed ora aggiungo che non posso e non voglio bere, riprese D. Bosco. - Eppure bisogna che Lei beva ad ogni costo, esclamarono in coro quei furfanti. Poscia, dai detti passando ai fatti, uno di loro prese il povero prete per la spalla destra, un altro per la sinistra, dicendo: - Non possiamo tollerare questo insulto: se non vuol bere per amore, beverà per forza.

A questa violenza D. Bosco si trovò veramente tra l'incudine e il martello; e fu questo per lui certamente un brutto istante. Siccome l'usare contro di loro la forza non era nè  prudente, nè  facile, giudicò meglio ricorrere all'astuzia, e così fece. Disse pertanto: - Se assolutamente volete che io beva, lasciatemi in libertà, perchè prendendomi per le spalle e per le braccia mi fate tremare la mano e versare il vino. Ha ragione, risposero quelli, e si scostarono alquanto. Allora D. Bosco, colto il momento propizio, fa un lungo passo indietro, si avvicina all'uscio, che fortunatamente non era chiavato, perchè egli valicandone la soglia, aveva messo il piede tra esso e il muro affinchè non si potesse chiudere, e quella brava gente non ci aveva badato: lo apre pertanto e invita i suoi giovani ad entrare. Lo spalancarsi improvvisamente dell'uscio e la comparsa di quattro o cinque giovanotti sui 18 e 20 anni pose freno alla tracotanza di coloro, il cui capo fattosi mogio disse: - Se non vuol bere, pazienza; lasci pure, e stia tranquillo. - Oh no; se non posso bere io, lo darò ad uno dei miei figli, che lo berranno in vece mia. - Non occorre, non occorre che altri beva, replicarono que' sciagurati. - D. Bosco non avrebbe certamente dato ad altri quel bicchiere, ma così agiva per meglio scoprire la loro trama.

- Ma dov'è  il moribondo? domandò allora D. Bosco; bisogna almeno che io lo veda. - Per coprire il loro vile attentato, uno di quei malfattori condusse il sacerdote in una camera al secondo piano. Colà invece di un malato, D. Bosco trovò coricato nel letto uno di quei due che era andato a chiamarlo all'Oratorio. D. Bosco gli fece tuttavia alcune domande, e quell'impostore matricolato, non ostante lo sforzo erculeo per contenersi, non potendone più, diede in uno scroscio di risa dicendo: Mi confesserò poi domani; e D. Bosco se ne partì, ringraziando in cuor suo il Signore di averlo per mezzo dei figli suoi protetto da quella mano di scellerati.

Avendo poi inteso per filo e per segno come erano andate le cose, alcuni giovani al domani fecero delle indagini intorno a questo fatto, e scoprirono che un cotale aveva pagato a quei vigliacchi una lauta cena, col patto che avessero fatto bere a D. Bosco un po' di vino, che egli aveva preparato appositamente per lui. Coloro adunque erano compri sicarii.

Il sant'uomo non perdè  mai più di memoria quel sito, e ancora negli ultimi mesi di sua vita, uscendo con alcuno di noi al passeggio, giunto a quel luogo ce lo indicava dicendo:

Ecco là la camera delle castagne.

Un'altra sera di agosto, intorno alle ore sei, D. Bosco, trattenevasi presso il cancello di legno che chiudeva il cortile dell'Oratorio, e discorreva piacevolmente con alcuni dei suoi giovinetti, quando un grido si fa udire di mezzo a loro

Un assassino, un assassino!

Ecco infatti un certo Andreis in manica di camicia, con un coltello da macellaio in mano, correre furiosamente contra D. Bosco gridando: Voglio D. Bosco, voglio D. Bosco! Costui era da D. Bosco assai conosciuto e beneficato essendo stato antico inquilino in casa Pinardi ed ora in casa Bellezza.,

Lo spavento a primo tratto s'impadronì dei giovani, che si diedero alla fuga sbandati, chi nel campo aperto che stava dinanzi, e chi nel cortile della casa. Tra i fuggenti eravi il chierico Felice Reviglio. La sua fuga fu provvidenziale e la salvezza di D. Bosco; imperocchè l'assassino, presolo per D. Bosco, si diede ad inseguirlo; ma accortosi dello sbaglio, ritornò verso il cancello. In quel breve intervallo D. Bosco aveva avuto tempo di mettersi in salvo, salendo alla sua camera e chiudendo a chiave il piccolo cancello di ferro che stava a piè della scala. Questo era appena fermato, quando sopraggiunse il manigoldo, il quale trovando chiuso, prese a battere con un grosso macigno, e a scuotere, urtare con impeto il cancello per aprirlo, ma indarno. Egli stette colà per più di tre ore carne tigre in agguato della preda; pareva un pazzo; ma il fingeva per interesse. Ora chiamava D. Bosco perchè gli venisse ad aprire, ora diceva di volergli parlare.

Intanto i giovani, scosso il primo spavento e alquanta rinfrancati, si erano nuovamente riuniti. Alla vista di colui, che minacciava la vita del loro benefattore e padre, si sentirono bollire il sangue nelle vene. Dando ascolto alla voce del cuore ed abbandonandosi all'ardor giovanile, si armarono ognuno di uno strumento, chi di bastone, chi di pietre, chi di altro arnese, e si disposero ad assalire quel miserabile e a farlo a pezzi; ma D. Bosco, temendo che alcuno di loro avesse a riportarne qualche ferita, dal balcone li proibì di toccarlo.

Con quella fiera in casa, niuno poteva quietare. La buona Margherita sopratutto era nella più alta costernazione, e pel figlio e per i giovani. Che fare? Si mandò subito e ripetutamente avviso alla questura; ma, duole il dirlo, non si vide mai comparire nè  una guardia, nè  un carabiniere sino alle nove e mezzo di sera. A quell'ora soltanto si presentarono due gendarmi, legarono quel malandrino e seco lo condussero alla caserma, liberando D. Bosco da una violenza che fece poco onore a chi presiedeva in quei giorni alla pubblica forza. E come se una tale inerzia nel difendere un libero cittadino non fosse ancora stata sufficiente ad impensierire ogni persona onesta, ecco il domani commettersi dal questore una imprudenza ancor peggiore. Ei manda un uomo della polizia ad interrogare D. Bosco, se perdonava a quell'oltraggiatore. Rispose egli che come cristiano e come sacerdote perdonava quella ed altre ingiurie ancora; ma come cittadino e capo d'Istituto invocava a nome della legge, che la pubblica autorità gli guarentisse un po' meglio la persona e la casa. Or chi lo crederebbe? Nel giorno stesso il questore fa mettere in libertà quello scellerato, il quale nella sera stava nuovamente appostato a poca distanza dall'Oratorio, attendendo che D. Bosco ne uscisse, per eseguire il suo sanguinario disegno.

Nella primavera del 1854 venendo al cader del sole il giovanetto Cagliero dalla scuola dal professore Bonzanino, scorse da lungi D. Bosco nello svolto della piccola strada che conduceva all'Oratorio e si affrettò per raggiungerlo. Si era già accompagnato con lui, quando vide correre furiosamente verso loro due Andreis in manica di camicia. Lo credette ubbriaco e si ritirò di fianco per lasciargli libero il passaggio. Questo movimento fatto recisamente anche da D. Bosco dal lato opposto, fece sì che quell'assalitore passasse oltre alcuni passi, non potendo fermarsi a quel punto per l'impeto che aveva. D. Bosco intanto, avendo visto luccicare la lama del coltello nella manica di quel malintenzionato, prese la corsa verso la casa e giunse vicino alla porta; ma colui fermatosi e rivoltosi ritornava indietro in atto di ferire. Cagliero, che prima non si era accorto di nulla, allora capì di che si trattasse; e fuggendo prese a gridare al soccorso. L'altro ristette in forse e finalmente si avviò verso la sua abitazione.

Altra volta lo stesso Andreis, mutati gli abiti, venne all'Oratorio, e non vedendo D. Bosco in mezzo a' suoi giovani, chiese di parlar con lui, e quindi salì difilato alla sua camera. Ma Cagliero lo riconobbe, e vedendo come tenesse la mano destra in saccoccia, forse sul manico del coltello, avvisò i compagni, e specialmente il Ch. Reviglio e Buzzetti, i quali essendo robusti corsero sul poggiuolo, gli impedirono l'accesso a D. Bosco, lo costrinsero a discendere e aiutati dagli altri lo cacciarono fuori del cortile.

Costui perciò era stato messo in prigione un'altra volta; ma D. Bosco chiamato in questura, dichiarò che non voleva sporgere querela, e mediante i suoi buoni uffici venne subito restituito in libertà. La prudenza così suggeriva, poichè le autorità sarebbero state indulgenti pel colpevole e l'odiosità sarebbe rimasta al prete.

Ma chi moveva colui a tanta scelleratezza?

Ci pose in grado di poter rispondere a questa domanda un amico di D. Bosco ed insigne benefattore dei figli suoi,

il Comm. Duprè . Questi constatando che non poteva aversi dalla pubblica forza una sicura difesa, si assunse il còmpito di parlare con quello sciagurato, che notte e giorno teneva l'Ospizio in angosciosa apprensione.

- Io sono pagato, rispose il ribaldo; mi si dia quanto altri mi danno, e me ne andrò.

Ciò inteso, gli vennero pagati ottanta franchi di fitto scaduto, ed altri ottanta per anticipazione, e così finì quella continua minaccia, che avrebbe potuto tradursi in sanguinosa tragedia.

E l'Andreis si ammansò, mentre D. Bosco tutto gli aveva perdonato, trattandolo con quella dolcezza che soleva sempre usare con i suoi offensori. “Anzi, ci disse Mons. Cagliero, lo beneficò. Avendo allontanato dalla casa Bellezza tutti i pigionali che erano causa di scandalo ai vicini, lasciò che l'Andreis e la sua famiglia continuassero a vivere nelle stanze, che già occupavano. Quante volte l'ho udito a ripetere: Diligite inimicos vestros, benefacite his qui oderunt vos ”

Ma più insidiosa fu l'aggressione che stiamo per descrivere, e dalla quale D. Bosco non uscì intieramente incolume.

Poco dopo i fatti riferiti, una domenica verso notte, D. Bosco vien chiamato da un uomo, per confessare una malata in casa Sardi, quasi di rimpetto all'Istituto del Rifugio. I fatti precedenti gli suggerirono di farsi accompagnare da due giovani coraggiosi e robusti.

- Lasci, lasci pure i suoi giovani a casa, disse quel cotale, non li disturbi; l'accompagnerò io stesso.

Queste parole fecero crescere il sospetto e produssero l'effetto contrario; quindi D. Bosco, invece di due giovani ne chiamò quattro, tra cui un certo Giacinto Arnaud e Giacomo Cerruti, così nerboruti e forti, che in un bisogno avrebbero squartato un bue. Giunto al luogo designato, egli ne lasciò due a piè della scala, Ribaudi e Buzzetti Giuseppe, e i due sopra nominati salirono con lui al primo piano, e fermaronsi sul pianerottolo presso l'uscio della camera. Entrato, vi scorge in letto una donna tutta ansante, la quale sapeva fingere sì bene, che pareva veramente volesse mandare l'ultimo fiato. A quella vista D. Bosco invitò gli astanti in numero di quattro, che erano tutti seduti, ad allontanarsi, a fine di parlar liberamente alla malata ed aiutarla ad acconciarsi dell'anima.

- Prima di confessarmi, prese allora a dire la donnaccia con una gran voce, io voglio che quel briccone là si ritratti delle calunnie, che mi ha imputate, - e indicava chi gli stava di fronte.

- No, rispose uno alzandosi in piedi.

- Silenzio, aggiunse un altro.

- Sì.

- No.

- Taci, infame, se no ti strozzo.

Questi ed altri non men graziosi accenti, misti ad orrende imprecazioni, si sollevarono ben tosto a produrre un eco spaventoso per quella camera d'inferno. Tutti si erano alzati. In mezzo a questa gazzarra si spengono i lumi, e allora nel buio cessa il tuono e comincia una grandine di bastonate, dirette al sito dove stava D. Bosco. Non tardò egli ad indovinare il giuoco che gli volevano fare, vale a dire, rompergli le ossa. In quel frangente, non sapendo come meglio ripararsi, egli in tutta fretta dà di piglio alla scranna, che stava presso il letto, se la pone in testa capovolta, e sotto a quel parabotte cerca di guadagnare l'uscio. Intanto quegli scellerati calavano giù colpi mortali, che invece di cadere sul capo del povero D. Bosco piombavano con gran fracasso sulla sedia. D. Bosco, giunto all'uscio e trovatolo chiuso a chiave, con quella forza muscolare straordinaria di cui era fornito, con una mano ne contorse e strappò la serratura, intanto che a quel rumore i giovani appostati, fattisi accorti, danno di spalla all'uscio e lo aprono: Arnaud entra, prende D. Bosco per un braccio, lo tira fuori, e D. Bosco si slancia in mezzo di loro, lieto di aver portate salve le spalle e la testa. Riportò tuttavia un colpo di bastone sopra il pollice della mano sinistra, che in quel parapiglia teneva appoggiata sullo schienale della sedia. Il colpo, quantunque per sè  stesso leggiero, nondimeno gli portò via l'unghia e rimase ammaccata metà della falange, sicchè dopo 30 e più anni ne conservava la cicatrice. Quando D. Bosco fu all'aria aperta raccomandò a' suoi giovani di non parlare di quel fatto e di non palesare il luogo e le persone compromesse; e soggiunse: Perdoniamo loro e preghiamo per essi, perchè si ravvedano. Disgraziati: sono nemici della religione!

Non sono adunque infondati i sospetti, che queste ed altre moltissime insidie fossero ordite o per la malizia o pel danaro di coloro, i quali vedevano di mal occhio le Letture Cattoliche, e ne volevano o atterrito o spento l'autore. Erano furibondi, volendo che D. Bosco desistesse, come essi dicevano, dal calunniare i Protestanti.

Del resto gli eretici di Torino non facevano che battere le orme dei loro antenati, i quali, per tacere di molti, altri assassinii, il giorno 9 di aprile dell'anno 1374, in Bricherasio, con una grandine di colpi trucidarono barbaramente il beato Pavonio da Savigliano domenicano, perchè predicava contro la loro dottrina e convertiva gran numero di Valdesi alla Chiesa Cattolica.

Ne è una prova ciò che ancora narravaci Mons. Cagliero.

Una domenica del gennaio 1854, nel pomeriggio, due signori in abito elegante salivano alla camera di D. Bosco, il quale li ricevette colla consueta cortesia. Il cortile era deserto,

perchè i giovani stavano cantando in chiesa. Giovanni Cagliero, che aveva visti quei due signori, entrò in sospetto, e andò a nascondersi in una stanzetta attigua a quella di D. Bosco mettendosi in guardia presso una porta interna. Origliando non potè  sulle prime intendere bene, quantunque animata fosse la conversazione di que' signori con D. Bosco; tuttavia gli parve che questi rifiutasse di aderire a qualche proposta fattagli. Quand'ecco i due intrusi alzar la voce, e Cagliero udì chiare queste parole: - Ma in fin dei conti, che importa a lei che noi predichiamo una cosa o l'altra? Che interesse ha lei di darci contro?

A cui D. Bosco rispose: - È mio dovere difendere la verità e la religione santissima con tutte le mie forze!

- Dunque non desisterà dallo scrivere Letture Cattoliche?

- No! - disse risolutamente D. Bosco.

Fu allora che essi presero a minacciarlo, e uno di essi tratte fuori due pistole gli intimò - Si decida ad obbedire, o è morto!

- Tiri pure, disse D. Bosco tranquillo, fissandogli in volto uno sguardo imponente. In quell'istante un colpo forte, che rimbombò nella stanza, fece sbalordire que' due signori che ricacciarono le pistole nella saccoccia. Che cosa era avvenuto? Cagliero, non potendo più afferrare il senso delle ultime parole pronunciate dalle voci cupe e basse, temette alcun male per D. Bosco; perciò aveva dato un potente pugno all'uscio, e quindi volò a chiamare Buzzetti, il quale accorse all'istante. Ambidue giunsero alla porta di D. Bosco e volevano entrare; ed ecco nello stesso mentre uscirne que' signori agitati da un convulsivo turbamento. D. Bosco li seguiva umile col suo berretto in mano, salutandoli con tranquilla cortesia. Per ben due volte ebbe adunque Cagliero la fortuna di salvare la vita a D. Bosco.

“Tuttavia non ostante le continue insidie, ci scrisse il Teol. Reviglio, si vedeva che D. Bosco era sempre inalterabile, anzi giulivo, ogni volta che per la gloria di Dio, doveva incontrare insulti e minacce dagli avversarii. Egli non portò mai armi in sua difesa, mai adoperò la sua forza portentosa per respingere gli assalti. Eppure, se due uomini robusti gli avessero dato noia aveva il braccio e la mano abbastanza forti, per afferrarne uno per i fianchi e flagellar l'altro. Solo talvolta vedendosi perduto ricorse alla destrezza”. Ci narrò il Sig. Spinardi Pasquale: “D. Bosco una sera ad ora tardissima veniva da Moncalieri camminando sul margine della via, quando a metà strada, quasi sotto Cavoretto, si accorse di essere inseguito da un uomo, il quale teneva nelle mani un grosso e lungo randello alzato per spaccargli la testa. Correndo, già lo aveva raggiunto; ma all'impensata del malvagio, D. Bosco scansatolo con un rapido movimento gli diede tale spintone da mandarlo a gambe levate in un fosso erboso assai profondo. Quindi affrettò il suo passo per raggiungere alcune comitive, che lo precedevano da lontano”. Se è meraviglioso il vedere come D. Bosco in questi incontri rimanesse tranquillo, nello stesso tempo non sono da dimenticare le continue ansietà di Mamma Margherita. Quante volte ringraziò il Signore nel veder andar falliti i colpi con cui attentavasi ai giorni di lui! La casa dell'Oratorio, essendo isolata in mezzo agli orti, ai prati e senza muro continuo di cinta, le fu giocoforza mettere un piccolo cancello di ferro a piè  della scala affine di chiudere il passaggio che pel balcone metteva alla stanza di D. Bosco. Quivi spesso collocava in guardia qualche robusto giovane, specialmente di notte. Anzi fece venire da Castelnuovo l'altro suo figlio Giuseppe per difendere D. Bosco da quegli ostinati nemici. Quando egli sul far della sera non era ancora tornato a casa dall'assistere qualche ammalato o dall'adempimento di qualche altra opera di carità, Margherita gli mandava incontro i giovani più grandi perchè lo accompagnassero nel ritorno all'Oratorio. Pareva avesse il dono o la grazia di presentire i pericoli che a quando a quando pendevano sopra il suo caro figlio.

Cagliero Giovanni nel 1853 e 1854 con due de' più adulti de' suoi compagni andavano ad aspettare D. Bosco nei pressi, all'incrociamento dei viali e de' sentieri, quando doveva ritornare a casa di notte. Egli però era avvisato sovente da benemerite persone, o da lettere anonime, che si guardasse dalle insidie che tramavangli i protestanti. E Cagliero, in sentinella, più volte lo incontrò che ritornava all'Oratorio in mezzo a cittadini benevoli, che lo accompagnavano per difenderlo all'occorrenza; e una volta lo vide scortato da un soldato in arme, che egli aveva chiesto al sergente di guardia del picchetto di Porta Palazzo, tanto egli era sicuro di essere cercato a morte.

Gli attentati contro D. Bosco, che abbiamo sopra descritti, e quelli dei quali ancor parleremo, si succedettero ad intervalli per ben quattro anni, incominciando dal 1852. Nello stesso tempo gli autori di tali misfatti avevano per ausiliari turbe di giovinastri i quali, incitati contro l'Oratorio, alla domenica venivano in Valdocco a tempestare con pietre e bastoni contro la porta della cappella in tempo di predica. D. Bosco talora per i loro colpi e le urla non potea più fare udire la sua voce. Per varie domeniche si ebbe pazienza, ma finalmente, stanchi di quella provocazione, alcuni dei giovani ricoverati, senza chiedere licenze, armatisi di randello, attesero dietro la porta socchiusa che incominciasse il solito fracasso. Questo non tardò a scoppiare, e Cagliero Giovanni seguito da altri si lanciò fuori. Gettato a terra il primo che incontrarono, corsero dietro agli altri che fuggivano. La strada era seminata di cinque o sei caduti. D. Bosco però aveva sospesa la predica per richiamare i suoi giovani, i quali obbedirono subito, essendo ad essi pure toccata la loro parte di busse, perchè i disturbatori avevano reagito; ma da quel giorno a poco a poco cessò tale infestazione.

I nemici però di D. Bosco e i loro emissari non erano della regione Valdocco, e quelli che prima lo avevano combattuto si erano ricreduti e pacificati. Quindi ogni qual volta egli nella bella stagione ad ora molto tarda passava per via Cottolengo, ivi trovava sempre radunata moltissima gente. Suonavano, cantavano, danzavano; ma appena scorgevano D. Bosco da lontano, cessava ogni divertimento e ad una voce esclamavano con manifesta soddisfazione:

D. Bosco! D. Bosco! - E quando D. Bosco arrivava in mezzo a loro lo prendevano per le mani, lo trattavano colla pi√π riverente amorevolezza e lo accompagnavano fino al cancello dell'Oratorio.

Il saperlo così malignamente perseguitato gli cresceva le simpatie di tutti gli onesti, che si maravigliavano di vederlo uscire sempre incolume da tante insidie. Egli infatti viveva sicuro, e con piena fiducia, si rivolgeva al Signore, dicendogli: “Educes me de laqueo hoc quem absconderunt mihi: quoniam tu es protector meus”.

Nel capo seguente noi vedremo come Dio ascoltasse la sua preghiera.

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