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Capitolo 57

Suppliche per sussidii ai Ministri degli Interni e dello Guerra: risposte - La moltiplicazione dei pani - Una guarigione meravigliosa - Annunzio della morte futura di un gran personaggio politico - D. Bosco predice l'avvenire ad alcuni alunni.


Capitolo 57

da Memorie Biografiche

del 30 novembre 2006

Sul finire dell'ottobre D. Bosco si rivolgeva per ottenere sussidii al Ministero dell'Interno, il quale gli faceva rispondere in questi termini.

 

Torino, addì I novembre 1860.

 

MINISTERO DELL'INTERNO. - Divis. 5° N. 3435.

 

È pervenuta a questo Ministero la pregiata lettera del Sacerdote Sig. D. Giovanni Bosco, tendente ad ottenere un sussidio a favore della Pia Casa dal medesimo diretta, detta Oratorio di S. Francesco di Sales in Valdocco.

Il sottoscritto è ben dolente di dovergli significare che i limiti posti al bilancio di questo Ministero per l'esercizio dell'anno corrente, non permettono, come sarebbe pur desiderio, di assecondare la fatta richiesta, il cui scopo non ha bisogno di parole per farne encomio. Tuttavia si pregia lo scrivente di prevenire fin d'ora il benemerito Signore D. Giovanni Bosco che alla fine dell'anno, verificandosi nel detto bilancio un qualche avanzo, su quello potrà essere decretato un assegno a favore della mentovata Pia Casa, da ripetersi ancora per qualche anno avvenire, ove si avveri un risparmio sulle somme stanziate alla relativa categoria.

 

Pel Ministro

Il Segretario C. SALINO.

 

Un'altra sua domanda era presentata al Ministro della Guerra, Fanti Cav. Manfredo luogotenente generale.

 

Eccellenza,

 

Il Sac. Bosco Giovanni Direttore dell'Istituto di S. Francesco di Sales in Valdocco, ricorre rispettosamente all'Eccellenza Vostra per ottenere un sussidio di vestiario pei poveri giovanetti in questa casa ricoverati. Sono essi in numero di circa quattrocento e trovansi bisognosi di tutto, ma specialmente di ripararsi dal freddo nell'entrante invernale stagione.

Qualunque oggetto di vestiario, coperte, lenzuola, camicie, tuniche, giubbetti, calzoni, scarpe, comunque siano logore e rotte, sono accolte colla massima gratitudine. Ogni cencio cucito con un altro serve tra noi a riparare dal freddo un povero giovane.

Con questo favore V. E. porgerebbe anche aiuto ad alcuni giovani da questo Ministero inviati a questa casa, ed il ricorrente accetterebbe di buon grado altri giovani, ogni qualvolta gli venissero dall'Eccellenza Vostra raccomandati.

Con pienezza di gratitudine e di speranza si professa

 

Umile ricorrente

1860. Sac. Bosco GIOVANNI.

 

Il Ministro acconsentiva alla sua domanda.

 

MINISTERO DELLA GUERRA.

Torino, addì 5 dicembre 1860.

 

Direzione generale dell'Amministrazione militare N. 7818.

Questo Ministero, penetrato dalla domanda da Lei avanzata perchè Le fosse somministrato sussidio di vestiario da provvedere i poveri costi ricoverati, ha dato le opportune disposizioni al Magazzino delle merci, perchè Le vengano rilasciati gli effetti a margine segnati.

Può Ella quindi darsi carico pel ritiro dei medesimi rilasciandone al sig. Direttore del Magazzino suddetto analoga ricevuta.

 

Pel Ministro

INCISA.

 

Pantaloni di panno usati 304

Farsetti di molettone 100

Camicie di cotone 107

Paja mezze calze lana 1000

Paja scarpe 150

Coperte lana fuori d'uso 140

Coperte bigie usate 40

 

La ricevuta, con attestazione di riconoscenza, è firmata dal Sac. Alasonatti Prefetto.

Ma oltre le vestimenta, era necessario provvedere il pane, che però giammai mancava ai giovani, perchè Dio li soccorreva anche in modo prodigioso.

Il giovane Dalmazzo Francesco di anni 15 nativo di Cavour aveva fatti i suoi studii nel Collegio di Pinerolo e in quest'anno era stato promosso alla classe di Rettorica. “ Quivi, egli stesso ci narrò, avendo letto i fascicoli delle Letture Cattoliche scritte da D. Bosco, domandai chi fosse questo prete e mi fu risposto da varie persone che era un Santo Sacerdote, il quale aveva fondato in Torino un ospizio per giovanetti. Io allora risolsi di lasciare il Collegio dove mi trovava per aggregarmi tra i figli di lui. Entrato come alunno nell'Oratorio il 22 ottobre del 1860, udii che da tutti i miei compagni si parlava di D. Bosco come di un santo e di lui si narravano fatti straordinarii e miracolosi. Tra gli altri il Ch. Ruffino Domenico mi raccontava come D. Bosco avesse risuscitato un morto, giovane esterno dell'Oratorio festivo, per confessarlo; moltiplicate le sacre particole e le castagne; e come i giovani dell'Oratorio andati una volta alla Madonna di Campagna, condotti da lui, le campane al suo arrivo si muovessero a suonare senza opera d'uomo ecc. Ciò mi fece sempre più persuaso della santità di D. Bosco. Aggiungerò che questo concetto andò crescendo in me a misura che io lo avvicinava ed era spettatore delle sue virtù, e delle cose straordinarie che Dio operava per mezzo di lui. Basti il seguente fatto.

” Da pochi giorni era entrato nell'Oratorio, ma assuefatto in casa mia ad un vivere delicato, non poteva adattarmi al vitto troppo modesto della mensa comune ed alle abitudini dell'Istituto. Quindi scrissi a mia madre che venisse a ritirarmi, perchè voleva assolutamente ritornare a casa. Il mattino destinato per la partenza, desideravo prima di andarmene confessarmi ancora una volta da D. Bosco. Andai in coro ove egli confessava in mezzo ad una accolta di giovani, che lo circondavano da ogni parte. La meditazione si faceva in que' tempi prima di messa che soleva celebrarla D. Alasonatti. Dopo la S. Messa a ciascuno dei giovani veniva distribuito per colazione una pagnottella.

” Mentre io aspettava il turno per confessarmi, e in chiesa si leggevano i punti della meditazione, ecco giungere due garzoni, destinati alla distribuzione del pane, i quali dissero a D. Bosco: - Non si può dare la colazione ai giovani, perchè non abbiamo pane in casa.

- E con questo? rispose D. Bosco: che cosa ci debbo fare io? Andate dal signor Magra nostro panettiere e fatevi dare l'occorrente.

- Il sig. Magra non ci vuol più dare il pane. Non ne ha più mandato da ieri e non vuol più portarne e protesta che se non vien pagato, non darà più nulla. Ed è uomo che promette e mantiene.

- Ci penseremo, provvederemo, rispose D. Bosco.

” Io ascoltai questo dialogo fatto sottovoce e non so come venni preso da un certo presentimento di poter vedere cose straordinarie. I due giovani della cucina si ritirarono. Intanto venuta la mia volta io aveva incominciata la mia confessione. La messa era già all'elevazione ed uno dei due giovani sopraddetti, ritornò a D. Bosco ripetendogli: -La messa è già inoltrata che cosa daremo da mangiare ai giovani ?

- Ma!.... Seccature che siete!.... Lasciatemi confessare e poi vedremo, disse D. Bosco, - E poi soggiunse: - Andate a cercare nella dispensa tutto quello che vi è, raccogliete anche quello che può essere sparso ne' refettorii.

” L'altro se ne andò ed io continuai la mia confessione, non dandomi grande fastidio che mi potesse mancare la colazione, poichè dopo pochi istanti intendeva partire per Cavour. Io aveva appena finito di confessarmi, quando ritornò per la terza volta il medesimo individuo, dicendo nuovamente a D. Bosco: - La messa è sul finire, e non c'è pane. Abbiamo raccolto tutto e sono poche le pagnottelle e non sufficienti al bisogno. - E sollecitava D. Bosco, che quietamente continuava a confessare, perchè volesse dare ordini in proposito. D. Bosco gli fece cenno che non s'inquietasse, e poi soggiunse: - Mettete le pagnotte che ancora rimangono nel canestro e a momenti verrò io stesso a distribuirle. Infatti confessato il fanciullo che stavagli inginocchiato al fianco, si alzò e avvicinossi alla porta per la quale i giovani uscivano dalla Chiesa nel cortile, e che aprivasi dopo l'altare della Madonna. Qui solevasi distribuire la colazione e innanzi alla soglia stava già il canestro del pane. Io allora riandando nella mente i fatti miracolosi uditi sul conto di D. Bosco, e preso dalla curiosità, lo precedetti per andarmi a collocare in luogo conveniente da potere veder bene e considerare ogni cosa a mio agio. Uscendo incontrai la madre mia sulla porta, la quale invitata con lettera a portarsi prontamente in Torino, era venuta a prendermi per ricondurmi a casa: - Vieni, Francesco, mi disse.

Io le feci segno di ritirarsi un momento, e soggiunsi:

- Mamma; prima voglio vedere una cosa e poi vengo subito. - E la mamma si ritirò sotto i portici. - Io presi una pagnotta pel primo e intanto guardai nel cesto e vidi che conteneva una quindicina di pani od una ventina al più. Quindi mi collocai inosservato proprio dietro a D. Bosco, in luogo eminente, cioè sopra il gradino con tanto di occhi aperti. D. Bosco intanto si era accinto a fare la distribuzione del pane. I giovani gli sfilavano d'innanzi, contenti di riceverlo da lui e gli baciavano la mano, mentre a ciascheduno egli diceva una parola o dispensava un sorriso.

” Tutti gli alunni, circa quattrocento ricevettero il loro pane. Finita quella distribuzione io volli di bel nuovo esaminare la cesta del pane e con mia grande ammirazione, constatai essere rimasta nel canestro la stessa quantità di pane, quanta ve ne era prima, senza che fosse stato recato altro pane o mutato il cesto. Io restai sbalordito, e corsi diffilato presso a mia madre, la quale replicava: - Vieni! - Ed io senz'altro le risposi: - Non vengo più; non voglio più andar via; resto qui. Perdonatemi d'avervi recato, questo disturbo facendovi venire a Torino. - Quindi le raccontai quello che avevo veduto cogli stessi miei occhi, dicendole: - Non è possibile che io abbandoni una casa così benedetta da Dio ed un santo uomo come D. Bosco.

” E fu questa la sola cagione che mi indusse a restare nell'Oratorio ed in seguito ad aggregarmi tra i suoi figliuoli ”.

Di un altra meraviglia fu testimonio il giovane Dalmazzo.

Il 10 novembre 1861 accadeva nell'Oratorio una guarigione, della quale scrisse un esteso ragguaglio il Cavaliere Oreglia di Santo Stefano.

“ Erano poco più delle sei dopo mezzo dì, quando in tutta fretta una persona addetta al servizio della casa, venne ad avvertirmi che un giovane artigiano, di nome Davico Modesto, di professione calzolaio, era stato sopraffatto da repentino malore ed agitandosi e dibattendosi seduto sul letto, portatovi dai suoi compagni, non potevasi ottenere che si spogliasse e si coricasse. Mi recai tosto al letto del giovane e a dire il vero fui non poco sorpreso dalla stranezza dei sintomi che vedevo prodotti dal male. Perocchè ora erano grida sforzate ed intempestive, ora guaiti e lamentazioni prolungate, ora voci sconnesse e parole insignificanti che uscivano dal suo labbro, accompagnate da non pochi contorcimenti della persona, coi quali faceva resistenza ai circostanti che lo custodivano. Parve che per qualche istanti il male gli desse tregua, poichè invitandolo a coricarsi, si lasciò spogliare, sempre però lamentando un freddo straordinario, che sentiva ai fianchi e particolarmente alle estremità delle gambe. Coricatolo in un altro letto ben riscaldato e copertolo a più doppi, anzi postogli a poca distanza dai piedi uno scaldaletto, continuava pur tuttavia a lagnarsi ed a gridare quasi per incuria lo si lasciasse agghiacciare. Ma ben presto ricominciò e crebbe il suo vaneggiamento che più sempre crescendo, sfogava particolarmente con voci deliranti, mentre faceva varii tentativi per slanciarsi fuori del letto. Intanto il polso ci notava un grave sfinimento. Dagli astanti si andava studiando quale potesse essere il suo male; altri il voleva prodotto dal non avere il giovane preso alcun cibo nella giornata, giudicando quindi che fossero convulsioni nervose; altri lo definiva effetto di vermini, incomodo solito della gioventù; chi supponeva una febbre maligna, chi un trasporto di sangue al capo. Io confesso che non ne capivo, e non saprei dire adesso quale fosse il suo male. L'infermo continuava a lagnarsi di grandissimo freddo, anche dopo che era passato ad una straordinaria e precipitosa traspirazione, e trovavasi tutto molle di sudore. Intanto chiedeva sempre con grande insistenza che gli si desse a bere acqua fredda, per togliersi un imbroglio che diceva sentirsi ora nello stomaco, ora nella gola. Ma i rimedi somministratigli a nulla giovavano. Erano trascorse due ore ed il malato continuava a peggiorare. Tutta la casa era commossa per questo accidente. Si credette allora cosa prudente nominargli il Superiore dell'Oratorio, quasi per rammentargli dolcemente il suo confessore e ciò ebbe il suo buono effetto, perchè Davico, appena udito il nome di D. Bosco, insistette anche in mezzo ai suoi continui dolori e lamenti perchè lo si chiamasse. Io intanto temendo della sua vita corsi in chiesa per avvertire qualche sacerdote che tenesse pronto l'olio santo; e mentre avvisavo D. Alasonatti, D. Bosco entrava in porteria verso le 8 di sera, ritornando dalla città. D. Alasonatti gli disse: - Se vuol vedere Davico ancor vivo, corra perchè è un miracolo se a quest'ora non è spirato. - D. Bosco sorrise e rispose: -Oh! no; Davico non parte ancora; non gli ho firmato il passaporto. - D. Bosco seguito da me, si recò allora presso l'infermo. In quella stanza tutti ì superiori e alcuni giovani stavano pregando. Sembrava che Davico avesse già il rantolo dell'agonia. D. Bosco si avvicina al letto, osserva per un istante il giovane in volto, vede la gravità del suo stato, e poi gli parla all'orecchio sottovoce, sicchè nessuno intese. Quindi invita gli astanti a recitare un Pater, Ave e Gloria a Savio Domenico. Ognuno si pone in ginocchio. D. Bosco stende le mani sull'ammalato e lo benedice. Il giovane che allora allora spasimava ed era in delirio, subito siede sul letto, guarda all'intorno, quasi fosse rinvenuto da un lungo sonno, e tutto pace e gaiezza, esclamò: - Son guarito! E voltosi a D. Bosco gli chiese: - E ora che cosa debbo fare?

- Levarti immediatamente e venir con me a cena! - rispose D. Bosco. D. Alasonatti voleva aiutarlo a vestire ma gli disse D. Bosco: - No, se vuol essere guarito, si alzi da per sè .

” I presenti gli fecero osservare come quel lasciare il letto, fosse pericoloso per la traspirazione ancora eccessiva.

- Non importa, replica D. Bosco; alzati Davico: Savio Domenico non fa le grazie a metà; alzati e vieni meco a cena.-

” A queste parole di D. Bosco ognuno capì che egli col parlare sommessamente all'orecchio di Davico, altro non aveva inteso, che esortarlo a chiedere a Savio Domenico la sua guarigione. Io volevo aiutarlo a ripararsi bene dall'aria fredda, ma D. Bosco mi invitò a seguirlo, dicendo: - Lo lasci far da sè, che è capace a vestirsi.-

” Per maggior meraviglia, appena Davico scese dal letto, rigettò dallo stomaco ogni rimedio che eragli stato dato, cosicchè non si può ascrivere tale guarigione ad altro che all'intercessione del santo giovane Savio Domenico.

” Vestito che fu, tutti allegri, e benedicendo il Signore, scendemmo con lui in cortile dove gli alunni che avevano udito il caso erano accorsi per vederlo. Egli portava ancora in capo la bianca berretta da notte e discorreva e rideva cogli altri. Entrato in refettorio si assise accanto a D. Bosco e cenò con buon appetito e poi ritornò a coricarsi. Il domani si alzò cogli altri ed è sano come prima. Deo gratias! ” La relazione è firmata: Cav. Federico Oreglia di S. Stefano - Ch. Domenico Ruffino.

Anche Dalmazzo Francesco, di questa guarigione improvvisa fece ampia testimonianza: e lo stesso Davico Modesto, divenuto sacerdote, e negli ultimi anni di sua vita, ci confermava questo racconto, attribuendo la conservazione della sua vita alla fede viva di D. Bosco.

Tali fatti attiravano su D. Bosco la continua, riverente, ma sagace curiosità ed attenzione di tutti gli alunni, specie di quelli entrati nell'Oratorio da poco tempo; e non pochi mettevano in iscritto l'impressione in loro prodotta dalle cose più notevoli che scorgevano operarsi da lui. Lo stesso Dalmazzo Francesco sunominato era presente ad una solenne predizione che in questo mese aveva enunciata il servo di Dio.

L'11 ottobre il Conte Camillo dì Cavour Presidente del Ministero aveva dichiarato nel Parlamento: - La nostra stella è di fare che la città eterna, sulla quale venti secoli hanno accumulato ogni genere di gloria diventi la splendida capitale del Regno italico. - D. Bosco vedeva con dolore che la rivoluzione non era ancor soddisfatta se non giungeva a togliere al Papa l'ultimo lembo dei suoi dominii, e poco tempo dopo una sera, non facendo alcuna illusione, disse che nell'anno venturo 1861 doveva morire un gran personaggío, un famoso diplomatico di morte inesplicabile, impreveduta; e che se ne sarebbe parlato in tutta l'Europa, come di un fatto gravissimo.

Gli alunni cercarono indovinare chi fosse mai quel personaggio. Facevansi varii nomi e persino quello dell'Imperatore di Francia che aveva il mondo nelle sue mani. Ma gli indicati erano in buona età ed umanamente parlando, potevano ancor vivere degli anni assai. Più volte D. Bosco fu interrogato, ma egli mantenne sempre un rigoroso segreto. Si capiva però in confuso che D. Bosco aveva parlato per incutere un salutare timore dei castighi di Dio.

Nessuno pensava al Conte il quale benchè robusto e in età di 51 anno sul fine del 1860, incominciava a soffrire accessi sanguigni, che lo facevano talvolta uscire di sè e parlare a sproposito. Spossato dalle agitazioni politiche, dalle dure fatiche sopportate per la causa nazionale, era in preda ad un timore gravissimo per l'estrema difficoltà di dominare la rivoluzione da lui scatenata. Corse perfino voce che volesse abbandonare il ministero, ma riavutosi interamente, continuò a reggere le sorti dello Stato, usando ed abusando del suo potere.

Dell'esito di questa predizione i pi√π antichi della casa ne erano convinti.

La Cronaca di D. Ruffino continua: “ 1 novembre. D. Bosco dopo cena era in reffettorio. Stavano intorno a lui Jarach, Costanzo, il Ch. Cagliero, Suttil ed altri. Tutti gli domandavano che cosa sarebbe stato di loro in avvenire. D. Bosco rispose: - Due di voi diventeranno molto cattivi e mi daranno grandi dispiaceri; altri saranno secolari, ma buoni cristiani; altri buoni preti. - E girando così la mano in alto sulle loro teste: - E uno di voi sarà Vescovo ”.

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