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Capitolo 56

Un religioso chiede a D. Bosco che indovini un suo pensiero e gli dia un consiglio a proposito; risposta conveniente - Una giornata di D. Bosco e il Conte Vimercati - Don Bosco dice messa nel Palazzo Farnese alla presenza dei Reali di Napoli; è ricevuto in udienza: interrogato ripete la predizione fatta a Villa Ludovisi; malumore della Regina - Gita di D. Bosco a Camaldoli; accoglienze dei religiosi; per lo loro vive istanze si ferma quella notte all'eremo; manda sue scuse al Principe Falconieri che lo aspettava a pranzo - D. Bosco in S. Agostino a Roma - Non è ancor deciso il giorno della sua Partenza - La beatificazione in S. Pietro del Ven. Benedetto da Urbino - Scena graziosa fra D. Bosco e alcuni gendarmi - Guarigioni - Una volontà mutata per la benedizione di D. Bosco - Il Servo di Dio a pranzo dal Principe Falconieri e cara lettera a Sua Eccellenza.


Capitolo 56

da Memorie Biografiche

del 06 dicembre 2006

 Un religioso Camaldolese, Padre Lorenzo Bertinelli, aveva con replicate lettere supplicato D. Bosco a dirgli se poteva fare liberamente e senza pericolo di qualche danno quello che andava meditando. D. Bosco naturalmente gli rispose che gli manifestasse qual fosse questo suo pensiero:

“ No, gli rispondeva il monaco, nulla vi dirò: voglio vedere se siete ispirato quando date consigli. Rispondetemi adunque.”

Don Bosco non si curò di rispondere a così strana domanda, quand'ecco gli giunge dal medesimo un telegramma con risposta pagata: - “ Io sono per decidermi; rispondetemi ”. E Don Bosco rispose: - “ Prima di fare un passo ci pensi e preghi! la sua decisione potrebbe esserle fatale. ”

Aveva detto il vero. Questo religioso era per decidersi di andare in una casa del suo ordine in Polonia, anzi era quasi sulle mosse per partire, quando qualche tempo dopo la risposta di D. Bosco giunge notizia che quella casa era rovinata, schiacciando i religiosi che in essa si trovavano. Il monaco, pieno di ammirazione, giunto D. Bosco a Roma, era corso ai suoi piedi per ringraziarlo.

Or questi, divenuto suo amico, e con lui i suoi due fratelli, canonico l'uno, avvocato l'altro, desideravano di farlo conoscere agli altri religiosi; e a nome del Padre Arcangelo, Superiore generale dei Camaldolesi, Don Bosco fu invitato a visitare il loro eremo presso Frascati, il giorno stesso di S. Romualdo; e il Venerabile acconsentì.

Il racconto di questa gita l'abbiamo in una lettera di D. Francesia, cominciata il 9, terminata la sera del 10, e indirizzata a D. Rua, in cui si descrive anche, prima di altre cose, una giornata di D. Bosco a Roma.

 

Roma, 9 febbraio 1867.

 

Caro Prefetto,

 

Sono le 10 di sera. D. Bosco sta leggendo un cumulo di lettere torinesi e romane: ed io sto scrivendo questa che non so quando potrò terminare. Pare che D. Bosco voglia scrivere a tanti giovani che con tenerissima affezione gli scrissero, ma propriamente non può. Poverino! Come ha da fare? Senti. Scrivo la vita di un giorno in Roma e l'avrai di tutti gli altri.

Circa alle 6 di mattina si alza, visita il sig. Conte, incerto di poterlo vedere in tutto il giorno; eppure siamo in sua casa e mangiamo il suo pane. Dice poi messa in luoghi disputati da una settimana e più prima. È sicuro che dove si porta, ha divota ghirlanda di persone per comunicarsi da lui e per sentire le sue parole. Predica sempre e con quel tono profetico! Finita la Messa succede una piccola e santa confusione.

Ma sempre, ma ogni giorno. Chi vuole la medaglia, chi baciargli la mano, chi la veste, chi raccomandarsi alle sue preghiere, chi  insomma ognuno ha la sua. E D. Bosco in mezzo a tanta gente, che lo tira chi di qua, chi di là. Dopo vi è la visita degli ammalati. La visita è lunga ed io non lo posso accompagnare. Lo aspetterò a pranzo che sarebbe a mezzodì, ma non andiamo mai prima delle tre: ed allora egli ritornando trova già radunata novella gente che l'aspetta. Così fa fino alle 8 di sera. D. Bosco per Roma poi non fa che scendere o salire per le scale: pare la città degli ammalati e tutti vogliono essere visitati dal medico dottore D. Giovanni Bosco. Alcune volte ritornammo a casa alle 9 ed alle 10 di sera ed il sig. Conte non si era più visto e si lamenta, ma da vero e piissimo cristiano, di non poter vedere D. Bosco, e si rallegra per altro d'aver cooperato alla venuta di Don Bosco. Nè a ciò si limita la carità di questo signore. Egli è divenuto il nostro cassiere ed i danari si moltiplicano nelle sue casse. Se fosse a Torino che fortuna per l'Oratorio! Pensa che in pochi giorni trenta scudi si mutano in cinquanta e settanta e magari in cento per virtù sua particolare. Se D. Bosco si sgomenti di tal variazione nol so dire, tutto sta che a lui continua ad affidare i suoi averi.

Voleva parlare della vita di D. Bosco e invece parlo di quella del nostro benefattore. Lo inserii però a bello studio per raccomandarlo alle vostre orazioni. Quando egli sa che nell'Oratorio si parla, si prega per lui, piange di consolazione. Gli si potrebbe scrivere un indirizzo, ma come si deve, in carta bella, a nome di tutti i giovani, con una Storia d'Italia e Storia Sacra e qualche altro libretto (D. Cafasso per esempio), che già raccomandai di preparare ben rilegati. In questa maniera gli lascieremmo grata memoria di noi e dei nostri bisogni. A Dio il pensiero del resto.

D. Bosco dunque alle 9, o alle 10 di sera, entra in sua camera con un fascio di lettere su cui è scritto: preme, con premura, con molta premura, con tutta premura, urgente, urgentissima. E guai se D. Bosco non le legge alla sera, perchè quando potrebbe farlo? Infatti al mattino molti, per non dir tutti, aspettano la risposta. Agli uni dà la risposta per iscritto, ad altri a voce. Anche ai giovani dell'Oratorio diede finora quest'ultima risposta. E se non fosse così, come spiegare altrimenti quel fervore che mi si dice siasi destato fra i nostri cari giovanetti? E sarà per questo motivo che D. Bosco temporeggia ancora a scrivervi. E stassera, a forza d'importunarlo perchè volesse scrivere a voi, quasi quasi mi feci dare uno scappellotto. Ed ero sicuro di prendermelo, se non avessi usato prudenza ed augurata la buona notte! Ma lo compatisco e compatitelo anche voi!!! perchè non ha veramente tempo.

Ed ora che incominciamo a pensare a ritornare a Torino, proviamo diversi e dolorosi affetti. Eppure a Torino ci sono i nostri più cari ed è pur là che ci vuole Iddio. Andiamo e senza rincrescimento. Non so però come potrà di nuovo adattarmi coi nostri giovani, ora che soglio bazzicare con Duchi, Conti, Principi e Re.

Infatti venerdì, che D. Bosco fu al palazzo Farnese per la messa, il Re di Napoli che mi aveva già visto, mi riconobbe, mi salutò per nome e mi strinse amichevolmente la mano; e già mi trovavo in mezzo al Duca della Regina, al Colonnello A, alla Duchessa B, che a gara mi volevano. Ovunque, dopo Don Bosco, mi vedo attorniato da questa gente. A Torino tornerò a farmi amico col Principe Michele e col principino l'asino, col cav. Enria, col barone Anfossi, col duca Battagliotti, colla principessa Magone e così, di questo piede; e bisogna pur che mi contenti. Ma lasciamo lo scherzo: quando sarò a Torino oh! allora sarà il mio cuore ben più libero e sciolto e l'anima mia più piena di fervore di Dio.

 

Dobbiamo riempire una lacuna.

Il Venerabile accompagnato da Don Francesia, recatosi a palazzo Farnese, vi era ricevuto con ogni segno di onore. Le sale d'anticamera formicolavano di signori della prima nobiltà napoletana. Don Bosco celebrò la S. Messa nella cappella del palazzo, che gli fu servita dal maggiordomo; quindi il Re lo condusse ove aspettavalo la sua consorte colle sue dame. La regina Sofia era giovanissima, di poche parole e alquanto sostenuta. D. Bosco, invitato a sedere, parlò della sua chiesa di Torino e distribuì alla Regina e alle dame alcune medaglie: anche al Re che, ritiratosi per qualche istante, erasi affacciato alla porta, fece invito di avvicinarsi mostrandogli con amabile semplicità una medaglia, come avrebbe fatto ad un fanciullo. Francesco II la ricevette con riconoscenza. D. Bosco venne poi a parlare della santa sua madre Maria Cristina di Savoia, della quale procedeva alacremente la Causa di Beatificazione, non ostante la tristezza de' tempi. In fatti il 28 aprile 1866 era stata riconosciuta ed approvata dalla Sacra Congregazione dei Riti, la fama di Santità e delle virtù e miracoli della Venerabile Serva di Dio, il quale giudizio ai 3 maggio dello stesso anno veniva confermato dal Papa.

Dopo varii altri ragionamenti, il Re a un tratto gli disse quasi scherzando:

- D. Bosco! Mia moglie desidera un po' di sentire da Lei, se conferma quello che mi ha detto l'altro giorno quando ci parlammo alla Villa Ludovisi.

- Che cosa?

- Se ritorneremo a Napoli.

- Maestà! Io non son profeta, ma se ho da dirle quello che sento, credo che V. M. farebbe meglio a deporne il pensiero.

A questa risposta la Regina vivamente accesa esclamò:

- Ma come? Ed è possibile ciò, mentre tutta la nobiltà è dalla parte nostra, tanti fedeli là combattono per noi, e il Regno d'Italia è cordialmente abborrito!

- Auguro, rispose pacatamente D. Bosco, che le speranze di V. M. si compiano; ma il mio povero parere si è che V. M. non avrà più da tornare sul trono di Napoli!

A queste parole la Regina frenò a stento lo sdegno, si alzò, salutò freddamente D. Bosco, e si allontanava. Il Re lo accompagnò fino al gran salone d'entrata. Tutti i valletti erano schierati in atto rispettoso. Era presente Mons., DeCesare, Promotore della causa della beatificazione della Venerabile Maria Cristina di Savoia e scrittore della sua vita. Il Re porse a D. Bosco il volume della vita della santa sua madre, pregandolo di volerlo aggradire, e voltosi a D. Francesia:

- Caro D. Francesia, gli disse, ora non ne ho altra copia, ma gliene farò tenere a casa una per lei. - E così fu.

Uscito dal palazzo Farnese, il Servo di Dio affrettavasi verso la stazione per andare a Camaldoli e narrava confidenzialmente a D. Francesia il dialogo che aveva tenuto col Re e colla Regina di Napoli. Don Francesia stupito esclamò:

- Ma lei perchè entra in questi particolari?

- Perchè essi mi interrogano; gli rispose D. Bosco.

- Io lascierei almeno il conforto della speranza a questi poveri esuli!

- Non so ciò che faresti tu, se ti trovassi nel mio caso; mai io so che debbo rispondere così. In primo luogo essi non hanno figli. In secondo luogo il Signore li ha cancellati dal libro dei Re!

Ed ora riprendiamo' la lettera D. Francesia.

 

Venerdì, come dissi in altra mia, fummo a Camaldoli. Era in nostra compagnia il buon canonico Bertinelli e suo fratello l'avvocato che ci pagarono il vapore. D. Bosco per arrivar tardi è un peccatore ostinato e diede molti affanni a questi signori. L'ultimo segno era suonato, i viaggiatori al loro posto, la buca dei biglietti chiusa e D. Bosco non compariva ancora. Finalmente con tutta tranquillità arriva. Chi corre per i biglietti, chi ad afferrare D. Bosco, chi a lagnarsi della tardanza. Ma si entra pel rotto della cuffia e partiamo per Camaldoli. Non parlo del viaggio che fu buono, se togli un piccolo e momentaneo timore per un cavallo che s'impennò; perchè il vapore va fino a Frascati, quindi vettura.

Appena i religiosi seppero che D. Bosco si avvicinava, gli andarono incontro alla distanza di un miglio. A Camaldoli eravamo tra fratelli. Io che non aveva mai veduto di quella sorta di monaci, guardava estatico e riverente quella lunga barba, quella fronte calva, la faccia macilente e quello sguardo sì sereno e celeste di que' solitari. All'arrivo di D. Bosco si inginocchiarono per terra, domandarono la sua benedizione e lo introdussero quasi in trionfo in chiesa. Quali emozioni! Tralascio tutto il resto per venire al punto della partenza. Già la fama della sua virtù l'aveva preceduto, ed i buoni eremiti nel loro religioso affetto avevano congiurato contro di lui, per farlo fermare tra loro nella notte. D. Bosco però rispondeva di non poter accettare quel caro invito, perchè doveva andare a pranzo dal Principe Falconieri, Conte di Carpegna, il quale in quel giorno per fare onore a D. Bosco aveva fatto invito a molti. Questa Casa era di grande importanza e le persone che la componevano di naturale altiero e irascibile specialmente la signora. Il superiore del convento instava, D. Bosco continuava nella sua negativa. Avevano un loro confratello già sano e buono assai ed ora era caduto infermo che delirava in modo spaventoso. Desideravano che lo visitasse, gli ponesse addosso la sua benedetta medaglia, e lo guarisse almeno nella mente.

Che fecero? Sanno che colla preghiera si ottiene tutto. Quindi benchè D. Bosco avesse deciso di partire ed il suo segretario s'impazientisse, il Superiore esclamò:

- Vedremo se il Signore mi farà la grazia che D. Bosco mi nega: - e mandò i suoi monaci davanti al SS. Sacramento.

Colle braccia aperte si posero tutti a pregare ai piedi del Tabernacolo, perchè Iddio facesse decidere il suo Servo a pernottare in quella pia solitudine. Il superiore ed altri si erano gettati ai piedi di D. Bosco, domandandogli per Gesù e Maria che non li volesse così presto abbandonare.

D. Bosco intenerito disse allora:

- Non sia mai detto che io neghi ciò, di che vien supplicato Gesù.

E scrisse subito due lettere. Una al Conte Vimercati perchè non l'aspettasse, l'altra al Principe D. Orazio Falconieri per avvisarlo, che gravi motivi lo trattenevano a Camaldoli e non poter venire a pranzo a casa sua. Quindi mi diede le due lettere incaricandomi di portarle a Roma, ed egli quieto come l'olio si fermò. Oh se avessi veduto quale gioia traspariva in quelle faccie celesti, alla promessa che D. Bosco per una sera sarebbe stato con loro. Ed allora da buon pensatore mi rimproverai il poco caso che faccio talora della veneranda sua persona e biasimai in ispirito quei nostri poveri fanciulli che non vogliono approfittarsi delle sante dottrine e parole di questo gran Servo di Dio. Oh lo sappiano questi poveri ingannati, come da altri che non sono dei suo ovile sia apprezzato, onorato, riverito il loro Padre e piglino coraggio e voglia di amarlo ed obbedirlo.

- Dove è il Santo? mi diceva su quei monte un povero uomo, dove è il Santo che dev'essere venuto poco fa; che io non voglio che parta, prima che io gli abbia baciato la mano e che egli abbia benedetta la mia famiglia!

D. Francesia intanto partiva per Roma. - Dio me la mandi buona esclamava fra sè: tutti aspettano D. Bosco, e invece arriverò io?... Chi sa che bronci! Che figura vado a far io! - E arrivò al palazzo Falconieri che erano le 5 pomeridiane, l'ora del pranzo. Un gran numero di invitati era già in aspettazione da lungo tempo e appena apparve D. Francesia, credendo che D. Bosco venisse dietro:

- Oh finalmente esclamarono, e D. Bosco?

- D. Bosco è qui! rispose D. Francesia, presentando la lettera.

 

La lettera, religiosamente conservata, diceva:

 

“ Eccellenza,

 

” Alcuni affari che riguardano i buoni religiosi Camaldolesi mi trattengono qui stassera, perciò non posso trovarmi all'ora del pranzo presso V. E. siccome io desiderava; se non àvvi niente in contrario, io andrò domenica alla stessa ora. - In ogni caso le professo la mia gratitudine.

” Dio benedica Lei e tutta la sua famiglia e mi creda con pienezza di stima,

” Di V. E. B.

” Camaldoli, 8 febbr. 1867,

” Obbl.mo Servitore

” Sac. GIOVANNI Bosco ”.

 

Tutti restarono disgustati, perchè quel convito era fatto per onorare D. Bosco. Don Francesia intanto fu introdotto nel salotto ove erano il principe e la principessa: e porse la lettera aspettandosi una solenne sgridata. Il signore lesse la lettera e poi disse con tutta tranquillità: - D. Bosco oggi non può venire; verrà un'altra volta.

La principessa stizzita esclamò con certa veemenza: - D. Bosco lo sa bene che domani parto e non lo potrò più vedere! - E faceva il broncio.

- Se non lo vedrai tu, lo vedrò io, concluse il marito. E si andò a pranzo.

Fu un portento la calma serena del Principe, non assuefatto a rifiuti, e in quella circostanza che sembrava di suo disdoro, in faccia a tanti signori invitati unicamente per vedere D. Bosco!

Intanto D. Bosco la mattina del sabato doveva trovarsi a Roma a dir messa ad un'ora stabilita. C'erano inviti molti; guai se avesse mancato. Quando si seppe che D. Bosco era a Camaldoli quante trepidazioni! Ma fortunatamente arrivò in tempo. Era aspettato con trasporto. La piazza di S. Agostino era piena di carrozze e la chiesa di persone. Don Bosco, cosa rara, era venuto un quarto d'ora prima. Dunque si impieghi santamente questo tempo; ed una persona venne a domandarlo per confessarsi. Si mette in confessionale. Ma appena si seppe che D. Bosco confessava, un correre, uno spingersi, un urtarsi e peggio, per essere il primo. E perchè potesse venir a dir messa non ci volle che la risoluzione e quasi la violenza del sagrestano. All'ora fissa D. Bosco andò all'altare. Ci furono più e più comunioni fatte dalle più elevate dame romane che ambivano la fortuna di ricevere l'ostia santa dalle mani del nostro Padre. Parlò dopo messa. Io non fui a sentirlo. Chi lo sentì, affermò che fra tutte le volte che aveva predicato non l'aveva mai fatto sì bene, sì acceso di fuoco celeste come in questa occasione. Sferzò, e per bene, e nessuno si lagnò; anzi tutti ne furono lieti. - È il Signore che parla per sua bocca! - si va dicendo ed è per questo che viene ascoltato con tanta reverenza.

Nella vita di un giorno avete la storia di tutti.

Quando ritorneremo poi, non si sa; e malgrado ogni buon volere D. Bosco forse dovrà di nuovo differire la partenza ad altro tempo. Finora D. Bosco ha stabilito di partire lunedì 18 febbraio: ma in quel giorno e per la domane si è impegnato per la messa: vuol dire che sarà in quella settimana. Intanto ci prepariamo per la visita di congedo al Santo Padre. Sarà tenera assai, m'immagino, e sarà forse l'ultima volta che questi due uomini straordinarii si vedono in questo mondo; ed il Santo Padre sente tanta benevolenza per D. Bosco, come Don Bosco profondissima riverenza ed amore per lui. Si cerca di far nascere qualche incidente per trattenerlo ancora, ma ci riusciranno? E riuscendo, ne sarete voi contenti? Ecco alcuni problemi facili a sciogliersi. L'altro giorno in una conversazione si parlava del dispiacere che avrebbero provato gli amici di D. Bosco quando fosse partito, e tutti si domandavano qual mezzo sarebbe da adoperarsi per fermarlo ancora per qualche giorno. Si parlò di Firenze e si disse che una signora coll'offerta di 10.000 Lire l'aveva fermato per tre giorni in quella città. Finirono con offrirsi a pagare una bella somma, se D. Bosco avesse accettata la condizione di fermarsi.

- Ora non posso, rispose D. Bosco; ma dopo un po' di tempo sarò ai vostri ordini. Volete che io venga a Roma? Preparatemi solo 2000 lire e vengo subito a prenderle.

Stamane (domenica 10 febbraio) a S. Pietro vi è una magnifica funzione per la beatificazione del Ven. Benedetto da Urbino, cappuccino. Io vi andrò. Non so se D. Bosco potrà venire. Ad ogni modo andrò a vedere quello che avranno forse a vedere i nostri nipoti di una persona che noi conosciamo benissimo. Ancorchè desideri di vederla io stesso, non invidio però tale consolazione ai posteri. A loro la festa, a noi la persona, a loro la storia, a noi le sue stesse azioni e parole. Sono questi ed altrettali i pensieri che mi nascono a tal proposito in mente, mentre ti scrivo e mi sento proprio tutto il cuore in movimento. Iddio ci esaudisca! Questa lettera, nol so di certo, sarà forse l'ultima che voi riceverete da Roma, così diffusa, e direi quasi storica; un'altra vi determinerà il giorno preciso in cui D. Bosco partirà da Roma e verrà verso Torino. Quel giorno lo sospiro.

Stassera ne avvenne una bella, che mi cagionò prima paura, poi contentezza. Don Bosco tardò molto a venire a casa: non entrò che suonata l'Ave Maria. Appena calato dal suo legnetto, ecco tre gendarmi pontifici a corrergli addosso. Devi sapere che vicino a noi sta una caserma di carabinieri, per tutelare l'ordine pubblico in questi luoghi remoti affatto dalla città.

Gli afferrano le mani come sogliono fare per abbrancare i birbanti. Io non sapeva che fare. Fuggire non voleva, gridare non poteva. Che cosa era? Uno di questi gendarmi da più mesi sentiva la febbre, che tanto l'aveva strapazzato da ridurlo a parere uno scheletro. Ora vedendo la moltitudine di persone che venivano a farsi benedire da D. Bosco, acceso di fede e smanioso veramente di guarire, un bel dì si gettò ai suoi piedi, implorando la sua benedizione. Dopo i soliti ricordi lo benedisse. D'allora in poi, non fu mai più molestato dalla febbre, e questa sera veniva a ringraziare D. Bosco ed a mettere tanto spavento nel suo povero segretario. Pensa quanto egli sia contento! era in procinto di domandare il suo congedo, era magro a morte, ed ora sta bene, florido di faccia da mettere invidia.

Mons. Berardi, Arciv. di Nicea, sotto segretario di Stato, era tanto indebolito di mente e di stomaco che i medici lo avevano consigliato a ritirarsi dagli affari e menare vita privata. Tal decisione spiaceva molto a lui, che ha davanti a sè il più splendido avvenire. Quando Don Bosco fu a visitarlo, volle farsi benedire e ricevere la sua medaglia. D. Bosco obbedì; ed ora questo esimio prelato, sta meglio ed i soliti incommodi che lo affliggevano cessarono affatto e predica ovunque il fatto singolare. Se egli avesse cento medaglie benedette da D. Bosco, saprebbe dove collocarle, tanti sono gli infelici che conosce e che desiderano di essere guariti.

Una zitella collocata in un ritiro di educazione non vi voleva più stare. La madre afflitta, perchè non sapeva ove collocarla altrove, la fece benedire di lontano da D. Bosco. Si stabilisce un mese di preghiere ed al 28 del mese la ragazza tutta mutata scrisse alla madre, che ha conosciuto essere volontà di Dio, che si fermasse in quell'Istituto. E pensare che prima voleva piuttosto morire affogata. Oh potenza della preghiera!

D. Bosco mi lascia di dire a D. Cagliero che:

VISTA la sua abilità nella musica, VISTA la perfezione che in tale arte si ha in Roma:

 

SI DETERMINA:

Articolo unico. - Nella prima volta che qualcuno dell'Oratorio verrà a Roma, se saranno due uno sarà D. Cagliero: se sarà un solo, sarà pure D. Cagliero!

D. Bosco mi lascia pur di dire (e mi correggo di quanto ho detto in principio) che scriverà ai giovani e la sua lettera sarà dietro alla mia. Questa ve l'annunzio; tenetela cara e preziosa; sono i suoi caratteri. Una sua lettera è ambita a Roma come l'oro, è baciata come una reliquia.

Ti auguro ogni felicità. Dirai ai giovani salutandoli che di loro particolarmente parlai al S. Padre e che gradì con somma bontà le mie parole; che presto sarò da loro per assicurarmi della realtà delle belle cose che di loro mi scriveva D. Durando: che la mia vita sarebbe troppo bene spesa, che intendo sempre di consecrarla a Dio, a benefizio dei nostri figli! Oh! accetti il Signore il mio sacrifizio e lo benedica colla sua santa grazia dal Cielo. Dominus vobiscum!

Tutto tuo nel cuore di G. e di M.

Sac. FRANCESIA G. B.

 

D. Francesia spedito questo foglio a Torino, accompagnava Don Bosco al pranzo del Principe Falconieri, al quale il Servo di Dio, nella sua squisita cortesia, prima di mezzogiorno aveva fatta recapitare un'altra lettera:

 

Roma, II febbraio 1867.

 

Eccellenza,

 

Grazie delle rinnovazioni di cortesia che nella sua grande bontà si compiace di farmi. Stassera circa le sei sarò presso di V. E. per godere di sua bontà e carità, ma non mancherò mai di raccomandare ogni giorno, siccome ho già cominciato, di raccomandare a Dio le cose che riguardano alla pace e felicità di sua famiglia. Dio è grande e ci ha destinati ad una grande felicità, ma vuole che ci perveniamo per ignem et aquam, perciò in mezzo alla bellezza delle rose che si trovano nelle famiglie sono eziandio pungenti spine. Dio però a suo tempo pagherà tutto. Fede, preghiera. Ogni celeste benedizione discenda sopra di Lei e sopra tutta la sua famiglia, e raccomandandomi alla carità delle sante sue preghiere mi professo con gratitudine

Obbl.mo Servitore

Sac. Bosco GIOVANNI.

 

 

 

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