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Capitolo 55

D. Bosco e gli amici di Chieri - Ai Becchi - L'avvenire di due giovanetti - La passeggiata autunnale e varie stazioni - Le Prediche - Le confessioni: buon esempio degli alunni dell'Oratorio - Fiducia dei genitori in D. Bosco - I fanciulli dei Paesi dietro a D. Bosco e ai suoi allievi - Confidenza di questi con D. Bosco in tempo di camminate: poche vocazioni Per l'Oratorio: norma la sola volontà di Dio - Una virtù che non regge alla prova - Riconciliazione - Ritorno a Torino.


Capitolo 55

da Memorie Biografiche

del 30 novembre 2006

Don Bosco il 5 ottobre aveva risoluto di recarsi ai Becchi. Ascoltata la S. Messa, i giovani Jarach, Costanzo, Cerruti ed Albera partirono a piedi da Torino. A Chieri andavano a pranzo dal Canonico Calosso.

Alla sera D. Bosco arrivò in vettura e si fermò ad alloggiare in casa del Cav. Marco Gonella, accolto con mille feste da quella buona famiglia. Qui convennero anche i quattro giovanetti. Siccome mancava qualche ora alla cena si incominciarono allegri ed istruttivi discorsi e Don Bosco che era tutto amorevolezza, parlava, sorrideva in mezzo a quell'allegro cicalio. In un punto però nel quale i capi di casa erano usciti dalla sala per vedere se gli apprestamenti per la cena fossero pronti, D. Bosco disse con Albera che gli sedeva vicino: - Oh, se mi dessero un po' di carta, una penna, un calamaio io comincierei a preparare il fascicolo delle Letture Cattoliche. Ma cosa fare? Bisogna aver pazienza e tener compagnia a questi buoni Signori. - Si cenò, e tre dei giovani andarono a passar la notte presso D. Calosso, Albera rimase e gli fu apprestato un letto nell'anticamera, ove era la porta della camera assegnata a D. Bosco. Al mattino D. Bosco con quella delicatezza verginale che usava sempre in ogni circostanza trattando co' suoi giovani, prima di aprire la porta fece sentire la sua voce: - Albera, ti sei già levato?

- Sì, D. Bosco; mi son già vestito!

Allora D. Bosco entrò nell'anticamera e disse: - Andiamo in cappella: se non viene Cerruti dirai tu le orazioni in tempo della S. Messa. - Così soleva sempre ordinare Don Bosco quando aveva con sè qualche suo giovane, per l'edificazione di chi l'ospitava e di altri fedeli.

Egli in quel giorno non mancava poi di andare a visitare il Can. Cottolengo, fratello del venerabile fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, ove convenivano molti amici per trattenersi con lui. Passava pure ad ossequiare il suo antico professore di rettorica che portava lo stesso suo nome e cognome. Era questi dottore aggregato al collegio della facoltà di Lettere e filosofia nella regia università e professore di lettere italiane nella regia Accademia militare. Abbiamo già detto come egli stringesse intima amicizia, inalterabile col suo discepolo appena ne conobbe nella scuola i rari pregi.

Altra visita carissima faceva D. Bosco coi suoi giovani alla tomba di Luigi Comollo nella chiesa di S. Filippo.

In quel giorno D. Bosco proseguì, co' suoi quattro alunni, il viaggio a piedi; e toccata Riva di Chieri giunse a Buttigliera. Quivi erangli venuti incontro i giovani da lui mandati ai Becchi. Riposatosi e preso un ristoro in canonica, si continuò la strada. Via facendo un alunno colla punta del suo bastone aveva infilzato un verme. D. Bosco che avealo veduto, gli disse: - Perchè ucciderla così, povera bestia! La vita per loro è il più bel dono che abbiano da Dio! Per loro tutto finisce colla morte. -

A sera tarda, soppraggiunsero ai Becchi i musici, i cantori, i meritevoli di quel premio speciale, o altri bisognosi di incoraggiamento per continuare con perseveranza ne' buoni propositi.

Il 7 ottobre era la Domenica del S. Rosario che fu celebrata colla solita festa religiosa e i consueti divertimenti.

Il giorno 8 tutta la comitiva andò a pranzo dal parroco di Castelnuovo. Qui D. Bosco s'imbattè in un ragazzino del paese, Bernardo Arato, di circa 10 anni. Lo guardò sorridendo, lo accarezzò e poi col pollice gli segnò gentilmente in fronte un segno di croce, dicendo: - Continua ad essere buono; un giorno tu sarai prete e farai molto bene. - Il fanciullo non capì allora che cosa volessero dire quelle parole, e se ne dimenticò; ma entrato poi nell'Oratorio, il solo incontro con D. Bosco gli fece ritornare a mente le parole udite; ed essendo venuto con lui anche un suo cugino lo condusse nella camera del servo di Dio chiedendo: - Sarà prete anch'egli? - D. Bosco non rispose, ma fissò il fanciullo con uno sguardo pieno di bontà e poi soggiunse: - No, il tuo cugino non diventerà sacerdote, quantunque ne vestirà per qualche tempo, l'abito. Egli è chiamato a fare del gran bene nel mondo.

E l'uno fu prete e parroco insigne e suo cugino, datosi all'insegnamento, dopo dismessa la veste di chierico, gode meritata fama di abile maestro cristiano.

Ritornata la comitiva ai Becchi, il giorno 9 avendo tutti i giovani aggiustati i loro piccoli fagotti incominciarono la passeggiata che durò poco più di una settimana. Noi, per non ripetere fatti simili ai già narrati, con pochi tratti di penna ne faremo memoria, rimandando i nostri lettori a rivedere quanto abbiamo notato nella passeggiata del 1859 e in quelle più limitate degli anni antecedenti, allorchè i giovani ogni sera rientravano nel loro quartiere ai Becchi.

Una stazione adunque si fece a Passerano, passando per Mondonio, nella villeggiatura del conte Radicati, ove era parroco D. Allamano Giovanni, ambedue affezionatissimi a D. Bosco. Spesse volte negli anni antecedenti que' dell'Oratorio avevano ricevuto l'invito dal Conte di andarlo a visitare nel suo castello, accolti sempre con generosa cordialità.

Altra stazione fu a Primeglio ove li ospitò la Marchesa Doando ed il Marchese, che oltrepassava i novant'anni. Avevano fatto uccidere un vitello e quindi abbondò la carne arrostita. Qui si cantava una Messa da morto in musica, senza organo, senza partitura, poichè non si aveva pensato a portarla da Torino. Celebrò il parroco D. Prinotti Teol. Giuseppe.

Furono eziandio per un giorno intiero a Montechiaro coi due parroci D. Belussi Giacomo e D. Aluffi Giuseppe.

Li ebbe anche Montiglio con gran festa del Vicario foraneo D. Roberto Vincenzo.

A Marmorito li accolse in trionfo il parroco Teol. Valfredo Carlo, dopo che ebbero visitato qualche altro villaggio.

Ovunque D. Bosco andasse era sempre aspettato da una straordinaria folla di popolo. La banda, i teatri, le solennità e i canti in chiesa avevano certamente una grande attrattiva; ma sovratutto la parola di Dio, trionfava in que' giorni. Per D. Bosco tali passeggiate si mutavano in vere missioni apostoliche di nuovo genere. Egli predicava continuamente volentieri, in ogni occasione, essendo persuaso essere questo suo stretto dovere.

I suoi sentimenti manifestati in varii tempi e modi erano quelli di S. Paolo: “ Se io evangelizzerò, non ne ho gloria, atteso che ne incombe a me la necessità; e guai a me se non evangelizzerò. Conciossiacchè se di buona voglia io fo questo, ne ho mercede; se di contraggenio, è stata affidata a me la dispensazione (ma senza alcun profitto per me).

E D. Bosco dopo una predica che eragli uscita dal cuore, si disponeva a confessare.

Alla sera accadeva la scena più varia e più commovente. Fra i giovani dell'Oratorio chi preparava il palco per il teatro, chi portava e ordinava le tavole nel luogo destinato alla cena, chi suonava, chi cantava, e chi andava a confessarsi da D. Bosco. Uomini del paese entrando in chiesa e vedendo quegli alunni così composti a divozione nel prepararsi e nel confessarsi, commossi andavano anch'essi ai piedi di D. Bosco.

- Ma perchè siete venuti? interrogava D. Bosco.

- Ho visto que' suoi giovanetti.…..Bisogna che mi confessi.

I giovani paesani spinti dalla curiosità andavano a vedere uno spettacolo al quale non erano guari assuefatti e il buon esempio fu per tanti stimolo a mettersi in grazia di Dio.

Una sera uno di questi si ferma a contemplare Don Bosco e i suoi penitenti; si allontana, ritorna; in ultimo con atto risoluto si avvicina a D. Bosco, e gli si presenta, dicendo: - Non posso più stare così! Voglio levarmi di dosso i miei peccati. -E piangeva.

E D. Bosco a lui: - Ma che cosa vi ha colpito il cuore? - Questi giovani innocenti, ho detto fra me, si confessano così bene; ed io che sono un peccatore dovrò rimanere in questo stato? Voglio confessarmi. - E continuava a piangere.

Il giorno seguente pi√π e pi√π volte era occupata tutta la balaustra da quelli che ricevevano l'Ostia santa, e in moltissimi si vide poi una grande e stabile riforma morale e religiosa.

Le popolazioni ammiravano gli alunni dell'Oratorio così vispi, pii e morigerati che alla sera divertivano tutto un paese e al mattino erano alla Comunione.

D. Bosco intanto continuamente in pensiero de' suoi giovani, stava in mezzo alle loro ricreazioni, con essi quando si mettevano in via; ad ogni istante rivolgeva loro qualche parola che ricordava Dio, e la Vergine SS. od una virt√π da praticarsi. Il suo contegno era sempre quello di un santo.

La gente vedendo quelle continue sue cure paterne concepiva grande stima dei sacerdoti e non pochi parenti si animavano ad affidargli i proprii figliuoli in educazione. I giovanetti di que' paesi erano entusiasmati e si intruppavano intorno alla schiera dell'Oratorio, attratti dalle belle ed affettuose maniere di D. Bosco, dalle buone ed efficaci parole che loro sapeva indirizzare. Parea il buon Gesù quando esclamava: Sinite parvulos venire ad me. Anzi molti seguivano la comitiva per un intero giorno, partecipando al pranzo, ai divertimenti, alle pratiche di pietà e verso sera poi ritornavano alle loro case. Altri non sapevano staccarsi dai nuovi amici e al fine della giornata prendevano alloggio con essi. Più d'uno di tappa in tappa per più giorni non allontanavasi da quell'allegra tribù, aggiustandosi come poteva nelle cascine, quando non trovava luogo nella casa dell'ospite. Taluni continuavano il cammino con D. Bosco sino alla fine della passeggiata e venuti in Torino più non volevano tornare a casa.

“ Così D. Bosco, scrisse il Can. Giacinto Ballesio, in queste poetiche escursioni faceva le sue pesche; pescava i giovani di quelle borgate, li tirava al bene, per farli istrumenti delle sue sante imprese. In questo aveva un criterio fine e delicatissimo ”. E l'esercitava specialmente co' suoi alunni interni. Costoro un dopo l'altro gareggiavano nell'accompagnarlo in quelle lunghissime strade e avevano campo di aprire tutto il loro cuore; e con quell'intima famigliarità che a lui li stringeva, nulla tenevangli celato di quanto avevano fatto o pensato, udito o visto. Talora tutto quel tempo ei riserbavalo per intrattenersi con un solo giovane. Il suo discorrere si aggirava quasi sempre sulla vocazione e sul modo di venire a conoscerla. Infatti “ la sapienza dell'uomo accorto sta in conoscere la sua strada; l'imprudenza degli stolti è vagante ” cioè esce fuori di strada e la sbaglia per passione, per vanità, per interesse. Così i pro, verbi.

Quanti cari aneddoti vi sarebbero da esporre! Narra un sacerdote che un giorno nel primo anno del suo chiericato, D. Bosco, avendo mandato innanzi tutta la comitiva a Passerano dal Conte Radicati lo ritenne seco, perchè lo accompagnasse, qualche ora dopo, presso quel medesimo signore. Giunti sulla vetta di una collina, D. Bosco gli diceva che molti de' suoi giovani camminavano bene nella via della virtù, ma pochissimi esser coloro che sarebbero rimasti nell'Oratorio.

Allora quegli colto il destro gli domandò - Ed io starò sempre nella Congregazione? - E dopo alcuni istanti, vedendo che assorto in profondi pensieri non rispondeva, soggiunse: - Almeno mi dica se sarò sempre buono?

E D. Bosco allora sorridente rispose alle due domande: - Sì, sì!

La mente di D. Bosco erasi rivolta al gran bisogno che egli aveva di numerosi coadiutori; tanto più che andava guardingo a fare un invito, allorchè non era certo di una vocazione. Anzi se parevagli che un giovane fosse chiamato altrove da Dio per la sua maggiore gloria, non esitava ad annunziarglielo. Infatti nell'anno 1860 e precisamente il 28 ottobre D. Bosco disse a D. Ruffino: - I chierici Duino e Becchio non sono chiamati a stare con noi. La loro vocazione sarebbe di farsi Domenicani. Diedi loro questo consiglio: essi ci pensarono sopra, ma non tornò loro a grado. Perciò raccomandai Duino e lo consegnai al suo Vescovo, il quale lo accolse volentieri nel Seminario di Pinerolo.

A quelli poi che domandavano di rimanere con lui soleva talvolta imporre qualche prova.

Nel tempo di una passeggiata Suttil Gerolamo aveva instato, come già altre volte, che D. Bosco lo accogliesse nel numero dei Salesiani. D. Bosco gli rispondeva: - Ma come potrai tu assuefarti alle mortificazioni, alle umiliazioni, agli stenti che deve soffrire un Salesiano?

Mi metta alla prova, diceva il giovane, e vedrà che sono capace di sopportar tutto.

- Non ci riuscirai, ti dico.

- Mi metta alla prova.

- Ebbene io ti prendo in parola, soggiunse D. Bosco.

- Accetto!

Da quel momento D. Bosco non gli fece pi√π motto che alludesse a questa specie di sfida; ma andato a Buttigliera dalla solita Contessa benefattrice per passarvi la giornata, lo mise alla prova.

Una mensa sontuosa era preparata in una magnifica sala per D. Bosco e per i più notabili della compagnia; e il giovane Suttil, abilissimo pianista, incominciò a suonare alcuni pezzi difficili così stupendamente, da riscuotere vivi applausi.

Venne intanto l'ora del pranzo. Il grosso della comitiva aveva preparato il suo posto in un luogo a pian terreno.

Suttil era solito a sedersi alla mensa d'onore. D. Bosco lo mandò a chiamare, e: - Ascolta, gli disse: da te che hai giudizio ho bisogno di un piacere. Scendi abbasso, assisti i giovani: di' loro che mangino pure liberamente, ma che non facciano disordini col troppo mangiare o troppo bere. Se tu sei con loro io resto più tranquillo. E tu pranzerai con essi.

Suttil non rispose parola e scese le scale. Era serio; sedette a mensa, ma ben presto si alzò e passeggiava su e già in mezzo alle tavole alle quali assisi i giovani mangiavano allegramente. Egli faceva uno sforzo per apparire tranquillo; ma non potendo più nascondere la melanconia e la stizza che agitavalo, uscì nel cortile e continuò a passeggiar soletto.

- Che cosa ha per la testa Gerolamo? - dicevansi i giovani a vicenda. - È ammalato? Ebbe qualche dispiacere? Non è secondo il solito!

Finito il pranzo D. Bosco cogli altri signori scese in mezzo ai giovani, i quali gli narrarono come Gerolamo non avesse mangiato e fosse mesto. D. Bosco gli si avvicinò. - Ebbene mio caro; che cosa hai? Ti hanno fatto qualche torto i compagni? Ti senti male?

Suttil non rispondeva, ma dopo alcune altre interrogazioni di D. Bosco, facendo uno sforzo, uscì in queste parole: - Le dico schietto: vedermi escluso dalla compagnia dei soliti suoi commensali mi ha fatto troppo colpo.

- Ah! esclamò D. Bosco. Non mi hai detto che ti mettessi alla prova?

Quel giovane alzò gli occhi, che fino allora aveva tenuti bassi, in volto a D. Bosco e mettendosi a ridere: - Se me lo avesse detto, allora mi sarei posto in guardia e avrei resistito al colpo, rispose.

- Bravo! Se tu lo avessi saputo, non era pi√π una prova!

- Ha ragione! - E continuò a ridere riprendendo la sua giovialità.

Il giovane non fu accettato nella Congregazione; andò, in Francia e poi ritornato dopo molti anni nell'Oratorio, morì in mezzo ai Salesiani.

Anche in quest'anno 1860, D. Bosco dopo essere ritornato ai Becchi e visitata la cara tomba di Mondonio; recavasi a Chieri dove il pranzo era imbandito dalla damigella Pozzo. Di qui egli spediva a Torino il giovane Albera Paolo con un compagno, perchè annunziassero a D. Alasonatti come per quella sera la comitiva non sarebbe giunta all'Oratorio.

Dopo il pranzo accompagnato dal Corpo musicale e dagli altri giovani proseguiva la marcia per la solita via provinciale di Torino, ma a breve distanza dalla Madonna del Pilone e dal Po si rivolse a destra e salì a Pino torinese. Ivi era parroco D. Aubert Giacomo col quale era legato da antica amicizia. Fin dal 1845 e poi per molti anni egli era andato ad esercitare il sacro ministero in quella parrocchia campestre, ed aveva scoperte ed avviate vocazioni di varii giovani alla carriera Ecclesiastica. Quivi conobbe il fanciullo Del Mastro che mandò al Cottolengo perchè fosse allievo nei Tommasini, i quali allora erano soli dieci; e il Del Mastro riuscì un santo e dotto parroco.

A Pino abitava anche la famiglia Ghivarello della quale il figlio Carlo da più anni era alunno dell'Oratorio. Sovente i condiscepoli di Carlo, andando a Chieri, facevano, o in pochi o in molti, quivi una breve sosta ed erano trattati con generosa cordialità. Fra i vari amici che D. Bosco contava in questo paese v'era un vecchio contadino ricco proprietario. Questi per certo equivoco di parole, che riputava offensive al suo onore, conservava amarezza col parroco, e da più anni aveva rotta ogni attinenza con lui; schivava ogni occasione d'incontrarlo e di parlargli. D. Bosco da molto tempo meditava il modo per riuscire ad una conciliazione. Ora quell'uomo, cocciuto, ma non cattivo, avevalo invitato in quest'anno a passare a Pino co' suoi giovani e ad intrattenersi un giorno intero in sua casa. D. Bosco aveva accettato e andava volentieri per i santi suoi fini. Il vecchio fuor di sè per la gioia apparecchiò una buona cena; i giovani suonarono le loro musiche e alla sera fecero il teatro. Ivi passarono la notte. D. Bosco, aveva fatto il possibile per accaparrarsi l'animo di quell'uomo. Quindi cercò occasione per entrare in argomento e qualche volta riuscì a far cadere il discorso sulla necessità e dolcezza di far pace. Il vecchio protestava di voler perdonare al parroco, ma che non si sentiva di stringere più nessuna relazione con lui. - Dunque, gli diceva D. Bosco, fino a quando volete andare avanti così?... Siete ormai sull'orlo della tomba e volete presentarvi al tribunale di Dio con questi rancori? Perchè non tornare amico col parroco, che del resto è un bravo uomo e so che vi vuol bene e parla con stima di voi? - Ma tutto era inutile. Il vecchio non capiva ragione.

Il domani D. Bosco nel partirsi da quella casa, invitò il suo ospite ad accompagnarlo per un breve tratto; e senza che se ne avvedesse e poi potesse esimersene, fece avviare la sua brigata verso la casa parrocchiale sotto il pretesto di fare una breve suonatina, come era conveniente, sotto le finestre della canonica. Giunti là, il parroco avvisato, esce all'incontro ed invita D. Bosco ad entrare in canonica. Il vecchio ne provò ripugnanza grande, pure non potè  sottrarsi all'invito fatto a lui con modi festevoli e cordiali e introdotto in casa, fu accolto con mille riguardi. Il parroco, aveva preparato del buon vino e pregò il vecchio a ridonargli la sua amicizia. Quegli a tali preghiere e alle nuove e replicate istanze di D. Bosco non seppe resistere, fece la pace e così fu compensato largamente dell'ospitalità data a D. Bosco.

Alla sera la felice brigata rientrava nell'Oratorio.

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