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Capitolo 53

Un padre protestante e la sua famiglia ferma nella fede - Conversione di un giovanetto valdese - Il Diodati intruso nelle scuole - D. Bosco a S. Ignazio e a Villastellone - FATTI CONTEMPORANEI ESPOSTI IN FORMA DI DIALOGO - Le ire dei protestanti - Le dispute - Seduzione e minacce - Progetti di una casa Rosminiana presso l'Oratorio.


Capitolo 53

da Memorie Biografiche

del 27 novembre 2006

Mentre D. Bosco adoperavasi a tutt'uomo nel distruggere l'osteria della Giardiniera, la Divina Bontà ricompensavalo colle consolazioni da lui più desiderate. Un certo Sig. L.….. era annoverato fra i migliori commercianti della città dì Torino. Aveva un'ottima moglie, un'eccellente figlia ed un figlio di nome Luigi in sui 14 anni, di bell'aspetto, docile ed ubbidiente. Egli però era uomo dato ai bagordi, conduceva sempre cattiva gente in casa, cagione questo di gravi dissapori con sua moglie. Tutti i danari che guadagnava erano spesi in giuoco, mangiare e bere. Se aveva danaro, era sempre ubbriaco; se non ne aveva faceva il matto e batteva quei di casa. Aveva fatti molti debiti, e non sapeva come pagarli nè  da qual parte rivolgersi. Il suo commercio andava male, tantochè ben presto

si trovò nella miseria. Qualche buona persona lo consigliò a ricorrere al parroco ed alle opere di beneficenza; ma egli respinse sdegnosamente quella proposta. Non era mai stato di quelli che avvicinano i preti e non sentivasi il coraggio di porgere la mano e domandar l'elemosina.

Finalmente un perfido amico conoscendo il suo caso gli disse che presso i protestanti avrebbe trovato grande carità fraterna e che bastava frequentare le loro prediche e dar loro il proprio nome, per essere soccorso, senza umiliazioni. Così fece quel disgraziato negoziante; ascoltò le prediche dei protestanti, e dai loro danari avendo conosciuto il tornaconto di quella religione, non esitò di darvi il suo nome e così cominciò ad essere protestante. Da quel momento più non gli mancò il necessario per la famiglia.

Un bel giorno però il ministro protestante lo fece chiamare e gli disse: - Buon cittadino, debbo avvisarvi di una cosa, ed è che non possiamo più dare sussidii a quelli che appartengono alla nostra chiesa, se anche la loro famiglia non vi è ascritta; onde finchè vostra moglie, vostra figlia, vostro figlio non siensi fatti anch'essi protestanti, io devo sospendere quel tanto che vi dava in fine di ciascuna settimana.

Il negoziante acconsentì, e persuaso che la moglie non avrebbe fatta alcuna difficoltà ad abbracciare la religione di suo marito, ritornato a casa radunò la famiglia e fece la sua proposta.

La moglie non potè  contenere la sua indignazione e chiamando il marito apostata, traditore della sua religione, conchiuse che sarebbesi piuttosto lasciata fare a pezzi, anzichè farsi protestante.

Il marito, montato sulle furie, gridò di avere stabilito che tutta la famiglia abbracciasse la religione della Riforma, che egli nominava la santa riformata.

- Come! la moglie gli rispose: quella religione che si gloria di avere un vostro pari, io la chiamo non religione riformata, ma la chiamo religione degli ubbriaconi!

Non avesse mai parlato così quella povera donna! Il marito diede mano ad un bastone e al primo colpo la distese a terra come morta. Quella non diede un grido, non emise un lamento. Ma il figlio Luigi: - Papà, gridò; papà, che cosa volete fare? Volete uccidere mia mamma? - Aveva appena proferite quelle parole, che un violento calcio lo spinse sin fuori dell'uscio. Per quel giorno il marito si tenne di quel furore. La moglie rinvenne, ma risoluta di non rinnegare la sua religione. Essa però tollerava finchè fu possibile le maniere del brutale marito. Ogni giorno erano nuove scene d'inferno.

Una sera egli venne a casa ubbriaco, mentre la famiglia aveva passato tutto il giorno con un po' di pane; era dopo mezzanotte ed egli conduceva seco pi√π altre persone di bel tempo e con uno che suonava l'organino.

- Su via, egli disse con gran voce, alzatevi tutti, è tempo di ballare e non di dormire.

La moglie addusse che l'ora era tarda, che essa era alquanto ammalata, e che simile cosa li avrebbe messi in burla presso i vicini. Tutto invano. Fu giuocoforza levarsi di letto, fare alzare gli altri e mettersi a ballare. Nessuno può immaginarsi il disgusto che cagionò a tutta la famiglia una somigliante follia. Per tutte queste pazzie, unite ad una continua minaccia di percosse e di morte se non si abbracciava la religione protestante, la moglie fuggì di casa e la figlia la seguì. Ambedue presero a servire in una casa, amando meglio esporsi a patire qualunque male piuttostochè vivere in pericolo di perdere l'onore e la religione.

Così quel negoziante rimase solo in casa col figlio Luigi, che ogni settimana conduceva alla predica dei protestanti.

Da prima Luigi piangeva, dicendo di non voler assolutamente continuare, poi s'acquetò e sembrava non andasse mal volentieri. Il padre finalmente lo interrogò se era deciso di farsi anch'esso protestante, facendogli osservare che con questo mezzo si sarebbe procurato un pezzo di pane.

Luigi si pose a ridere e non di più. Il padre, supponendo quel ridere un segno di affermazione, avvisò il ministro protestante che il giorno seguente il figlio avrebbe rinunciato al Cattolicismo e si sarebbe fatto scrivere nel suo catalogo. Ma Luigi aveva meditati altri disegni. Ammaestrato dalla saggia sua madre e dalla sorella, consigliato da D. Bosco, quando il padre entrò in casa per condurlo al tempio, non lo trovò più. Senza far parola con nessuno, era fuggito di casa lasciando scritto sopra un pezzo di carta: Piuttosto la morte che farmi protestante.

Pensate in quali smanie diede il padre nel vedersi così scornato. Riflettendo al disonore e alle beffe cui era esposto presso a' suoi compagni, si diede a cercare il figlio da tutte parti, per vincere il suo punto; ma per fortuna non gli fu dato di trovarlo.

Dov'era egli fuggito? Nell'Oratorio di S. Francesco di Sales presso D. Bosco. Quivi nelle prime settimane stette quasi nascosto; poi essendosi messo coi compagni che incominciavano a parlare di quel fatto, Don Bosco raccomandò maggior precauzione a Luigi e segretezza agli altri. Avendo saputo più tardi che il padre continuava ostinatamente nelle sue ricerche, lo allontanò per qualche tempo mandandolo in luogo sicuro. Finalmente, svanito ogni pericolo, si potè  richiamarlo e vivere tranquilli.

Poco tempo dopo i compagni conducevano a D. Bosco un giovanetto di diciassette anni nato protestante valdese, il quale di bell'ingegno, percorse con profitto le scuole, aveva

studiato la Bibbia e letti molti libri ostili al Cattolicismo ed era stato imbevuto dei loro pregiudizii. Il suo cuore però nobile e generoso si sentì attrarre dalla bontà di D. Bosco. Tenute con lui alcune conferenze, sentì dileguarsi ogni avversione contro la vera Chiesa di Gesù Cristo. Fattisi perciò chiarire tutti i dubbii che gli avevano posto in campo i ministri, dopo aver superate molte difficoltà per parte de' parenti, abiurò infine i suoi errori e si rese cattolico. Quei della sua casa sdegnati lo scacciarono dalla famiglia; ma egli rimase saldo nella fede. D. Bosco gli diede ospitalità nell'Oratorio, ed il giovane imparò un mestiere e col suo lavoro potè  guadagnarsi onestamente il pane della vita.

Dopo queste due perdite uno smacco maggiore ebbero a soffrire i protestanti e quelli che seguivano il loro partito. Con arti sataniche avevano tentato di insinuare il loro veleno nelle menti della scolaresca cattolica.

La Giunta incaricata di rivedere i libri di testo in uso nelle pubbliche scuole, trovando che la traduzione dei Racconti di Storia Sacra del Canonico Schmid non era in buona lingua, ne aveva procurata una nuova edizione, che venne fatta in Genova. Ma in questa erasi adoperata la versione dell'eretico Diodati per tutti i testi che il Canonico Schmid aveva tratto dalla Bibbia. I Vescovi, scoperta quella frode, ne avvertirono i fedeli; e poi lo stesso Ministro Lanza vietò che si usasse nelle scuole quell'edizione.

Intanto D. Bosco, egli che faceva dettare ogni anno gli esercizi spirituali a' suoi giovani per infervorarli sempre più nella pietà e nell'amor di Dio, recavasi a S. Ignazio. Ci scrisse il Sig. Spinardi Pasquale:

“Io feci ancora gli esercizi spirituali al Santuario di Sant'Ignazio presso Lanzo Torinese, ed a pranzo io era alla tavola di D. Bosco, incaricato dai superiori di tenere il buon ordine e la sobrietà. Per quei dieci giorni santi, D. Bosco era il nostro Lumen Christi. Al dopo pranzo, andavamo a fare la ricreazione nei prati, sotto il Santuario, ma non potevamo passare oltre le tre case poste sul confine di questi. Seduto D. Bosco sopra l'erba, allora verdeggiante, noi tutti gli facevamo circolo attorno, ascoltando ottimi esempi, sapientissime massime.”

Da S. Ignazio egli sorvegliava sempre il suo Oratorio ed era ferma persuasione non solo dei giovani ma anche dei chierici che in questo tempo facesse varie visite alla Comunità, e vedesse, benchè lontano di persona, quanto in essa accadeva. Giungevano infatti biglietti di D. Bosco che avvisavano un disordine avvenuto, come per es. di alcuni che invece di recitare le orazioni coi compagni alla sera, eransi appartati per giuocare, e dal fatto avvenuto, al giungere dell'avviso, non era possibile che D. Bosco in nessun modo ne avesse ricevuta relazione da Torino.

Ritornato in città, faceva distribuire, pel mese di agosto, agli associati delle Letture Cattoliche un suo nuovo opuscolo intitolato: Fatti contemporanei esposti in forma di dialoghi. Egli così lo incominciava:

“Al Lettore. - La materia contenuta in questo fascicolo sono fatti storici che vidi io stesso o furono riferiti da persone che ne furono testimoni oculari. Io non ho fatto altro che esporli in forma di dialogo.

Per motivi ragionevoli ho stimato di omettere i nomi di alcune persone a cui si riferiscono.

Io mi raccomando ai padri e alle madri di famiglia, affinchè facciano leggere e spieghino alla loro figliuolanza questi fatti, che potranno servire di norma nell'operare e di preservativo nelle critiche circostanze in cui l'incauta gioventù in questi procellosi tempi si trova.”

Sette erano i dialoghi: Un ministro protestante che alletta col denaro un infelice ad abbandonare la Chiesa Cattolica; un apostata che racconta ad un buon amico le cause della sua perversione; un ravveduto che narra i motivi del suo ritorno al Cattolicismo, specialmente per la lettura degli Avvisi ai Cattolici e per le ragioni udite da un buon Sacerdote sul dogma dei Sacramento della penitenza; un infermo grave che domandati invano i soccorsi religiosi per morir bene al suo ministro, manda a chiamare un prete suo antico confessore; un moribondo che, agitato dai rimorsi, supplica il Ministro protestante a permettergli l'assistenza di un prete cattolico, e muore, barbaramente abbandonato, senza Sacramenti: in fine i lamenti di una madre con un sacerdote per la mutata condotta di un suo figliuolo, che era prima un eccellente cristiano; incontro del figliuolo suddetto, ingannato dalla lettura di libri cattivi ed ascritto ad un'empia società di operai, col sacerdote stato suo amico intimo fin dall'infanzia, e suo commovente ravvedimento.

Finita la spedizione di questa operetta e consegnata al tipografo quella del mese venturo, così scriveva al suo professore Teol. Appendino in Villastellone:

 

“Direzione centrale delle Letture Cattoliche.

 

Torino, 21 Agosto 1853.

 

Car.mo Signor Teologo,

 

Dunque siamo alle spese di V. S. car.ma. Domani pel vapore delle 10 sono da lei con un chiericotto segretario per doppio scopo; per fare una dormita e scrivere; perciocchè sono sopraccarico di lavoro e sfinito di forze.

Tolleri questo disturbo in nomine Domini e il Signore ne le darà ricompensa. La saluto con tutta effusione di cuore e mi creda

Di V. S. Car.ma

Obbl.mo allievo

Sac. BOSCO GIO.

Capo de' Biricchini.

 

I saluti alla rispettabile di lei sorella.”

 

D. Bosco aveva bisogno di vivere qualche giorno tranquillo. Aveva compiuti i primi dodici fascicoli di Letture Cattoliche, e di questi circa 120.000 copie erano state diffuse tra il popolo e lette avidamente di mano in mano che uscivano. Furono per i protestanti quello che in un combattimento sono i cannoni a mitraglia. Di qui le ire si sollevarono come un incendio. Essi provaronsi a combatterli sui giornali e colle Letture Evangeliche; ma era impossibile competere con la verità, e colla inarrivabile semplicità di stile e chiarezza di D. Bosco, quindi presso i loro adepti facevano una pessima figura.

Allora coll'intento di far desistere D. Bosco dall'opera sua si appigliarono alla disputa con lui, persuasi che a quattr'occhi lo avrebbero o convinto o svergognato. Gli stessi proseliti, tanto superbi quanto ignoranti, credevano che nessun prete cattolico potesse resistere alle loro ragioni. Pertanto presero a recarsi all'Oratorio ora in due, ora in parecchi insieme, per iniziare discussioni religiose. In generale le loro dispute consistevano nel gridar forte, e saltare di questione in questione senza mai venire a termine di alcuna. Egli per altro non dava mai a divedere di essere stanco di loro; ma li riceveva ogni volta cortesemente, ne udiva con molta pazienza e calma le difficoltà e gli strafalcioni, e poi rispondeva loro con ragioni così chiare e forti da metterli, come si dice, al muro. A quest'uopo stava sopratutto attento a non lasciarli saltare di palo in frasca, da un argomento all'altro, come cercano di fare gli eretici nelle dispute coi Cattolici; ma obbligavali a rimanere sulla questione finchè non fosse appieno esaurita, facendo loro, per così dire, mettere la mano sulla verità o sull'errore. Alcuni, che erano di buon conto, si ritrattavano pur anche; altri, non sapendo che rispondere, nè  volendo darsi per vinti, uscivano in ischiamazzi e villanie, a cui D. Bosco si contentava di soggiungere: “Miei cari amici, le grida e le ingiurie non sono ragioni”; e così li rimandava confusi. Si raccomandava eziandio perchè esponessero le difficoltà ai loro ministri e poi gli fossero cortesi di comunicargli lo scioglimento dato.

In una di quelle tornate un interlocutore per nome Pugno, confessando di non saper tenere fronte a Don Bosco, conchiuse: “Noi non sappiamo rispondere, perchè non abbiamo studiato abbastanza: ma se fosse qui il nostro Ministro! Egli è un'arca di scienza, e con due parole fa tacere tutti i Preti”. A cui D. Bosco: “Dunque fatemi un piacere, soggiunse; pregatelo che un'altra volta venga ancor esso con voi. Ditegli che io lo attendo con vivo desiderio”. La commissione fa fatta, ed ecco un bel giorno presentarsi all'Oratorio il ministro Meille con due altri principali Valdesi residenti in Torino. Dopo i soliti complimenti di buona educazione, si cominciò la disputa che si protrasse dalle undici ore antimeridiane sino alle sei della sera. Troppo lungo sarebbe il riferire in questo luogo quanto fu detto in quella circostanza; ma di un fatto giova fare particolare menzione. La discussione, dopo essersi raggirata sulla autenticità della Sacra Scrittura, sulla tradizione, sul primato di S. Pietro e suoi Successori e sulla Confessione, era finalmente caduta sul dogma del Purgatorio. D. Bosco aveva provata questa verità di fede colla ragione, colla storia, colla Scrittura dell'antico Testamento e pur col Vangelo, servendosi all'uopo del testo latino e della traduzione italiana. - Queste conversazioni furono poscia scritte da D. Bosco, ed uscirono nei fascicoli delle Letture Cattoliche nei primi anni di loro pubblicazione. - Or bene, uno dei contradditori non volendosi arrendere disse: “Il testo latino ed italiano non basta, bisogna andare alla fonte genuina; bisogna consultare il testo greco”. A queste parole D. Bosco dà tosto di piglio alla Sacra Bibbia stampata in greco, ed “ecco, disse a colui, ecco, signore, il testo greco; consulti pure e vi troverà il pieno accordo col testo latino ed italiano”. Quel poverino, che sapeva meno il greco che il cinese, non osando confessare la propria ignoranza, tolse con gran sussiego il libro, e si pose a sfogliarlo da capo a fondo, simulando di cercare il passo in questione. Ma che? Il caso volle che egli prendesse il libro a capo volto. D. Bosco, che se n'era accorto, lo lasciò sfogliare per un buon pezzo, e poi accostatoglisi: “Scusi, amico, gli disse, ella non trova la citazione perchè tiene il libro a rovescio: lo volti così”, e glielo pose in mano pel suo verso. Come si rimanesse colui è più facile immaginare che dire. Fattosi rosso in faccia come un gambero cotto, gettò il libro sul tavolo; e così fu terminata la disputa. Venne a visitarlo anche Amedeo Bert per ottenere da lui che cessasse dal tenere e dallo stampare i suoi trattenimenti, cosa che eccitava i protestanti a massima rabbia; ma non riuscì.

Da queste ed altre simili prove i Protestanti si avvidero, che colla persuasione indarno si lusingavano di far desistere D. Bosco dalle sue pubblicazioni contro la loro setta. Perciò risolvettero di ricorrere ad un altro mezzo, che credevano più efficace; ricorsero cioè alla venalità e poi alle minacce. Era dunque una domenica mattina del mese di agosto 1853, verso le ore 11, quando si presentarono nell'Ospizio due signori, domandando di parlare con D. Bosco. Quantunque stanco per aver poc'anzi detto Messa e predicato, egli li fece tosto andare in sua camera, pronto ai loro cenni. Intanto, per un sinistro sentore che ispiravano quei due sconosciuti, parecchi giovani interni, tra cui Giuseppe Buzzetti, non poterono trattenersi dal montare la guardia all'uscio di Don Bosco. Dopo i primi convenevoli, uno di quei due signori, che forse era un ministro valdese, prese a dire così:

Ministro. - Lei, sig. Teologo, ha sortito dalla natura un gran dono, quello cioè di farsi capire e farsi leggere dal popolo: perciò noi siamo a pregarla che voglia impiegare questo prezioso talento in cose utili alla scienza, alle arti, al commercio.

D. Bosco. - Veramente, secondo le deboli mie forze, ho fatto finora quello che Lei mi suggerisce; ho pubblicato un compendio di Storia Sacra, di Storia Ecclesiastica, un opuscoletto sul Sistema metrico decimale e più altre operette, che l'applauso, con cui furono accolte, mi fa arguire che non fossero inutili. Ora il mio pensiero è rivolto alle Letture Cattoliche, di cui intendo di occuparmi con tutto l'animo, perchè te giudico appunto di sommo vantaggio alla gioventù ed al popolo.

M. - Sarebbe assai meglio che Lei si applicasse a comporre qualche operetta per le scuole, come per es. un libro di storia antica, un trattatello di geografia, di fisica, di geometria, e non di Letture Cattoliche.

D. B. - E perchè non di queste Letture?

M. - Perchè quella, che vi si tratta, è una materia già fritta e rifritta le tante volte e da molti.

D. B. - È vero; questa materia fu già trattata da molti, ma in grossi volumi di erudizione, che fanno pei dotti e non pel basso popolo, a cui mirano di proposito i piccoli e semplici opuscoletti delle Letture Cattoliche.

M. - Ma questo lavoro non Le reca alcun vantaggio; al contrario, se Lei attendesse alle opere che le proponiamo, procaccerebbe anche un bene materiale al meraviglioso Istituto, che la divina Provvidenza Le ha affidato. Prenda dunque; qui vi è un'offerta (erano 4 biglietti da mille franchi), e non sarà l'ultima; chè Le promettiamo che ne avrà delle altre ed anche maggiori.

D. B. - Per qual ragione tanto danaro?

M. - Per intraprendere le opere proposte, e per coadiuvare questo suo Istituto, non mai abbastanza lodato.

D. B. - Mi scusino le Loro Signorie, se restituisco questo loro danaro. Per ora io non posso attendere ad altro lavoro scientifico, se non a quello che concerne le Letture Cattoliche.

M. - Ma se questo è un lavoro inutile.

D. B. - Se è un lavoro inutile, che importa ad essi? Se è un lavoro inutile a che questa somma per impedirlo?

M. - La S. V. non bada all'azione che fa; con questo rifiuto Lei cagiona un grave danno al suo Istituto, ed espone la sua persona a certe conseguenze, a certi pericoli...

D. B. - Miei signori, capisco quello che con queste parole vogliono significarmi; ma dichiaro loro alto e tondo, che per amor della verità io non temo alcuno. Facendomi Sacerdote mi sono consacrato al bene della Chiesa Cattolica e alla salute delle anime, particolarmente della gioventù. A quest'uopo ho incominciata, e intendo di continuare la pubblicazione dette Letture Cattoliche, e di promuoverla con tutte le mie forze.

M. - Lei fa male, soggiunsero quelle due facce sinistre, con voce ed aria alterata, alzandosi in piedi. Lei fa male e ci offende. Epperò chi sa che ne sarà di Lei?... Se uscisse di casa sarebbe Ella ancora sicura di rientrarvi?

Quei due sciagurati pronunziarono queste parole, con un tono sì minaccioso, che i giovani, i quali stavano di guardia e avevano inteso tutto quel dialogo, ebbero timore che facessero del male a D. Bosco, e mossero l'uscio per dare ad intendere che vi era gente pronta ad entrare al primo segno. Ma il nostro buon padre per nulla atterrito rispose a coloro e disse - “Ben vedo che le SS. LL. non conoscono i Preti cattolici poichè altrimenti non si abbasserebbero a queste minacce. Sappiano adunque che i Sacerdoti della Chiesa Cattolica, finchè sono in vita, lavorano volentieri per Dio; e se mai nel compiere il proprio dovere ne dovessero soccombere, riguarderebbero la morte per la più grande delle fortune, per la massima gloria. Cessino adunque dalle loro minacce, chè io me ne rido”.

Da queste coraggiose parole di D. Bosco quei due eretici parvero così irritati, che fattiglisi più dappresso stavano per mettergli le mani addosso. A quella vista egli prese prudentemente la sedia in mano, e soggiunse:

- “Se volessi adoperare la forza, ben mi sentirei di far loro provare quanto costi cara la violazione di domicilio di un libero cittadino; ma no; la forza del Sacerdote sta nella pazienza e nel perdono; ma è tempo di finirla. Partano dunque di qua”. Così parlando, e fatto un mezzo giro attorno alla sedia che teneva in mano servendosene come di scudo, aprì l'uscio della camera, e vedutovi il giovane Giuseppe Buzzetti, “conduci, gli disse, questi due signori sino al cancello; essi non sono guari pratici della scala”.

A questa intimazione quei due si guardarono l'un l'altro, e dicendo a D. Bosco: “Ci rivedremo in un momento più opportuno”, se ne uscirono con volto infiammato e cogli occhi scintillanti di sdegno.

Nè  meno sdegnati e con buona ragione erano i giovani dell'Ospizio, che, accorsi alle bravate di quei due satelliti, avevano udite le minacce fatte a D. Bosco. Se mai avessero avuto la baldanza di scendere a vie di fatto, avrebbero avuto ancor essi il diritto, e si sarebbero sentiti abbastanza in forze, da mostrare quanto amore albergasse loro in petto a difesa del comun padre.

La baldanza degli eretici contro D. Bosco giungeva al punto di minacciare per questo che l'Oratorio era isolato in mezzo ai campi, e lungo il giorno era quasi deserto, essendo gli studenti e gli artigiani in città alle loro scuole e laboratorii D. Bosco conoscendo che alle minacce sarebbero succeduti i fatti, pensava eziandio alla convenienza di avere nelle vicinanze qualche edifizio che gli servisse come di antemurale co' suoi inquilini. Il suo voto era un'altra casa religiosa. L'unica Congregazione che avrebbe potuto secondare in que' tristi giorni il suo disegno, con sicurezza di stabilità, era quella dei Rosminiani. Ne aveva tenuto parola all'Abate Rosmini, e in massima si era concluso. Rosmini avrebbe comperato un terreno vicino all'Oratorio in Valdocco. Ivi avrebbe costrutto uno spazioso edifizio, stabile dimora di una famiglia de' suoi religiosi. Questi sacerdoti avrebbero dato mano a D. Bosco nelle confessioni, nella predicazione e nel far progredire l'opera degli Oratorii.

La presa in considerazione di questo progetto e un foglio ricevuto consigliava a D. Bosco la seguente lettera:

 

“Direzione centrale delle Letture Cattoliche.

 

Torino, 29 agosto 1853.

 

Car.mo Signor D. Gilardi,

 

Ho ricevuto la lettera di V. S. Car.ma, scrittami relativamente all'affare di un sito vendendo, e godo assai che il Padre Generale venga a Torino; così spero di avere il piacere di parlargli e vederlo. Siccome però ho più richieste di varie persone che desiderano fare acquisto di parte di tal sito, così avrei bisogno che Ella potesse dirmi circum circiter a qual tempo il prelodato Padre Generale sarà a Torino; nel qual caso io potrò differire la conclusione di ogni contratto parziale fino alla deliberazione affermativa o negativa del venerat.mo Sig. Abate Rosmini.

Se può farmi un riscontro in proposito mi fa molto piacere, ed io dirò a S. Francesco di Sales che le voglia molto bene. Mi ami nel Signore e mi creda di V. S. Ill.ma e Car.ma

 

Affez.mo servitore

Sac. BOSCO GIO. (Biricchino)”.

 

L'Abate Rosmini non tardava a giungere in Torino, e dopo essersi inteso con D. Bosco, poichè sperava da quel progetto ritrarre una grande utilità spirituale, ritornava a Stresa lasciando a D. Bosco in imprestito 3000 lire a breve cadenza. Era stato testimonio delle sue strettezze ed aiutavalo in quanto poteva. Ciò apparisce chiaro dalle due seguenti lettere.

 

“Direzione centrale delle Letture Cattoliche.

 

All'Ill.mo e Rev.mo Signore il Sig. Ab. Antonio Rosmini Stresa,

 

Torino, 15 ottobre 1853.

 

Ill.mo e Rev.mo Signore,

 

Le vendite del sito che io giudicava compiute andarono tutte a vuoto; i compratori che mi avevano fatto inchiesta non comparvero pi√π.

Egli è per questo che prego V. S. Ill.ma a darmi una dilazione del pagamento della somma che nella sua bontà mi ha imprestato nella bella occorrenza che Ella fu qui a Torino; la dilazione sarebbe di quattro mesi, ben inteso che le corrisponderò coll'interesse legale. Qualora però nell'esecuzione de' suoi affari avesse bisogno d'incassare tale somma farei in modo di farla tosto a lei tenere, o dove Ella mi dirà.

Persuaso del favore e della sua bontà a mio riguardo, Le auguro ogni bene dal Signore raccomandandomi di cuore alle sante di lei orazioni con dirmi

Di V. S. Ill.ma

Obbl.mo servitore

Sac. BOSCO GIO.

 

Non tardava la risposta.

 

Stresa, 18 ottobre 1853.

 

Veneratissimo e Carissimo D. Giovanni,

 

In risposta alla riverita sua del 15 corrente, il mio Superiore D. Antonio Rosmini m'ingiunge di scriverle che egli le accorda volentieri la proroga di altri quattro mesi al pagamento delle 3000 prestatele, a quel modo a cui Ella ne fa dimanda in detta sua lettera, significandole però che per quella scadenza egli fa sicuro e certo assegno sulla detta somma.

Tanto per commissione del prelodato mio Superiore che caramente la riverisce e meco si raccomanda alle orazioni sue. E coi sensi di perfetta stima e sincera venerazione, mi onoro di professarmi

Della S. V. Molto Reverenda

Umilissimo, devotissimo servo

CARLO GILARDI Prete”.

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