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Capitolo 53

Infermità mortale e guarigione di Giovanni in seminario - È insignito degli Ordini Minori - Lettera del suo antico maestro D. Lacqua Predizione avverata - Una poesia per l'onomastico del prevosto - È colpito dal fulmine - Mons. Fransoni gli concede d'abbreviare di un anno il corso teologico - Giovanni predica in varie chiese - Sua lettera ad uno studente rimandato agli esami - Riceve il Suddiaconato.


Capitolo 53

da Memorie Biografiche

del 13 ottobre 2006

Quantunque l'aria del paese natio poco avesse giovato alla malferma salute del nostro Giovanni, tuttavia all'incominciare dell'anno scolastico 1839 - 40 egli ripigliava i suoi studi ed il suo ufficio di sagrestano in seminario. Non è però a credere che il suo corpo fosse talmente disfatto, da più non conservare quella vigoria che eragli stata augurata nel primo sogno: “Fatti robusto e forte”. Una sera invero, in tempo di ricreazione, dopo aver narrato, secondo il suo costume, alcuni fatti edificanti per esilarare i compagni, prese a descrivere le prove di destrezza, nelle quali erasi esercitato da fanciullo, ed eziandio la sfida del saltimbanco. Molti chierici, che non avevano fatto gli studi a Chieri, stentavano credere alle sue parole. Fra questi vi era Giacomelli. Giovanni esclamò allora: - Non volete credere? A me! - E preso un seggiolone pesantissimo di legno, lo sollevò da terra con un braccio solo, fece con esso varii giuochi, se lo pose sul mento, poggiandovelo sopra per una sola gamba e lasciandovelo isolato alcun tempo, e così passeggiava per la stanza. Il chierico Giacomelli, che ciò riferivaci, lo guardava stupito, ammirando la sua destrezza e forza muscolare, ed esclamò: Ora incomincio a credere! - Contuttociò la sanità di Giovanni andava sempre più deperendo. Era omai un anno intero che stava languente, ed in fine fu costretto a coricarsi. Gli ripugnava ogni sorta di cibo, era travagliato da un'ostinata insonnia, e i medici lo dichiararono spedito. Da un mese teneva il letto. La madre, che nulla sapeva della disperata condizione del figlio, venne un giorno a visitarlo, recandogli una bottiglia di vino generoso ed un pane di miglio. Introdotta nell'infermeria, conobbe subito la gravità del caso, e nel ritirarsi voleva riportarsi quel pane, cibo molto pesante per lo stomaco; ma Giovanni la pregò tanto di lasciarglielo, che essa dopo qualche difficoltà lo accontentò. Rimasto solo, fu preso da smania di mangiare quel pane e bere quel vino. Incominciò dallo staccare un piccolo boccone e masticarlo bene; gli parve gustosissimo. Poi ne tagliò una fetta, quindi una seconda, e senza badare ad altro, finì col trangugiarlo tutto ed accompagnarlo con quel generoso vino. Ciò fatto si addormentò in un sonno così profondo, che durò una notte e due giorni consecutivi. I superiori del seminario stimarono quel sonno un assopimento foriero di morte, ma finalmente svegliatosi egli era guarito. Di questa malattia gli rimasero tuttavia alcuni residui, che, dopo varie vicende ed una terribile ricaduta, si dissiparono perfettamente mentre era al Refugio in Torino.

In questo anno più volte dovette ritornare a casa sua per provare di riaversi; ma la sua costanza, o direi meglio, la sua ostinatezza nell'applicarsi allo studio della teologia gli meritò di poter il giorno 25 del mese di marzo 1840, domenica Laetare, ricevere la Tonsura coi quattro Ordini Minori nella chiesa arcivescovile di Torino.

In questi anni il nostro Giovanni non aveva per nulla interrotte le relazioni col suo antico maestro di Capriglio, pel quale aveva una grande venerazione. Soleva scrivergli dandogli sue notizie e di quando in quando facevagli visita. Ecco, fra altre, una lettera, che il buon maestro, il quale erasi presa cura di infondere nell'allievo sodi principii di divozione, gli scriveva:

 

Carissimo mio commendabile amico,

 

Ponzano, li 5 Maggio 1840.

 

Se avete tardato a scrivermi più lungamente di quello che vi pareva, che si conveniva all'amicizia che passa fra noi, la vostra obbligante e lunga lettera, pochi giorni sono pervenutami, piena di spaventevoli racconti, che vi siete compiaciuto di scrivermi, ha ristorato a mille doppi ogni tardanza di tempo, quantunque niuna dilazione merita riprensione in quelle cose, nelle quali non vi è alcuna necessità, che elle si facciano o si tralascino. Quanto a me io mi scuso con questo, che lo scrivere, secondo mia massima, non è dovere d'amicizia, se non quando importa all'uno o all'altro che si scriva, e in questo caso io non mancherò mai. Il vostro benestare e le vostre consolazioni consolano me e la vostra amantissima zia. Il Signore Iddio vi conceda la grazia di riuscire ben tosto un degno ministro della sua Chiesa, come mi fa sperare la vostra saggia ed edificante condotta.

Questo paese, privo di tutti i comodi necessari alla vita umana, è simile a quello di Capriglio. Qui io vivo come se fossi in una vera solitudine, la quale per altro è sempre stata, la mia Rachele. Non sono ancora nel mio centro, e se il Signore mi fa la grazia di prolungarmi la vita ancora un poco, voglio dare un calcio generoso al mondo e vivo vivo seppellirmi in un convento. Giunto che sarà il tempo di venire a ritrovarmi, ricordatevi di portarmi i tre volumetti della sacra Bibbia. Al sig. Giuseppe Scaglia e alla di lui dilettissima famiglia, da cui il caso, o per dir meglio la divina Provvidenza mi ha di troppo allontanato, sarete contento di renderle salutazioni, che per lui da voi mi sono venute. Marianna sta bene secondo il suo solito, sicut in quantum; ella vi saluta ed io ancora di tutto cuore. Attendete a star sano e credetemi sempre

 

Vostro buon amico

PRETE GIUSEPPE LACQUA.

 

Il buon sacerdote in questa lettera palesa a Giovanni il proprio desiderio di farsi religioso; ciò induce a sospettare che da lui abbia appreso Giovanni il disprezzo manifestato tante volte per le ricchezze mondane, e forse abbia anche ricevuto la prima idea di consacrarsi a Dio in una Congregazione fin da quando era fanciulletto. Da questa lettera apprendiamo ancora come Giovanni continuasse i suoi studi sulla sacra Bibbia, della quale raccoglieva nella sua memoria tesori immensi, che gli giovarono mirabilmente nella sua benefica missione.

Mancava ancora qualche mese alla fine dell'anno scolastico, quando venne in seminario, mandato dal padre, il giovane Giorgio Moglia, per invitar Giovanni a tener al Ponte Battesimale il neonato ultimo suo figlio. Madrina sarebbe stata la figlia medesima del Moglia, la quale però si rifiutava,

ripugnandole comparire in chiesa a fianco di un ecclesiastico: solo cedeva al comando imperioso del padre. Giovanni vi andò; mia giunto alla parrocchia e saputo dal Sig. Moglia che madrina sarebbe stata la propria figlia, Giovanni gli rispose: - Non fa di bisogno; la madrina l’ho condotta io da Chieri. - Allora posso congedare mia figlia? disse il Moglia. - Fate pure! - E la figlia che era venuta a malincuore si dileguò. E chi farà dunque da madrina? riprese il Moglia. - La Madonna e la Chiesa: e ciò basta, esclamò Giovanni. - E al neonato fu imposto il nome di Giovanni.

Dopo il battesimo ed una piccola refezione, il chierico Questa si lamentò di sentirsi stremata di forze ed espresse il suo timore Bosco, prima di allontanarsi dalla Moglia, salì a visitare la signora Dorotea per salutarla di non riaversi più in salute. Giovanni le disse: - Fatevi coraggio e state di buon umore; voi giungerete fino all'età di novant'anni. - L'inferma guarì difatti e pose tutta la sua fiducia in questa promessa di Giovanni Bosco; dimodochè alcune volte, quantunque colpita da malattie anche gravi, non volle mai prendere i rimedi prescritti dal medico, perchè diceva: - D. Bosco mi ha assicurata che vivrò fino ai novant'anni. Sopravvissuta a D. Bosco stesso, tutti i giorni si raccomandava a lui, sicurissima che l'avrebbe esaudita dal cielo, e col ritratto dell'uomo di Dio, da lei tanto beneficato, sul petto, spirava in età di 91 anno.

Era un gran conforto pei benefattori del nostro Giovanni il pensiero che aiutandolo, cooperavano ai disegni di Dio; ma era grandissima la consolazione nell'essere certi di una corrispondenza affettuosa ed imperitura. Fra questi il teologo Cinzano non era l'ultimo ad avvedersene; poichè Giovanni non lasciava passare occasione per testificare al suo prevosto, che prediligevalo con paterne cure, il suo amore figliale. A lui sovente indirizzava da Chieri lettere affettuosissime e non dimenticavasi di esprimergli i suoi augurii nelle ricorrenze più care dell'anno. E D. Cinzano conservava gelosamente tutte queste lettere che Giovanni Bosco gli indirizzò quando era studente, chierico e prete. Alla morte del buon vicario, nel 1870, chi fece lo spoglio de' suoi archivii, per la fretta e l'inavvertenza, gettò anche queste corrispondenze alle fiamme insieme con altre carte inutili: troppo tardi si rammentò che molti di quei fogli bruciati erano firmati Giovanni Bosco. Perciò ci rimane solo una poesia da lui scritta in quest'anno per l'onomastico del suo prevosto. Questa, come tutte le molte altre sue poetiche composizioni che fece in varie circostanze, non sono dispregevoli; se non che le rime, le tronche in fine di strofa e molti versi dimostrano l'uomo che ha premura di non perdere un tempo preziosissimo, ma nello stesso tempo che ha gran cuore e vuole dar segno di affetto e di stima a' suoi benefattori ed amici.

 

Nel giorno Onomastico

dell'Ill.mo e Molto R.do Signore

il teologo Antonio Cinzano

Prevosto e Vicario Foraneo di Castelnuovo.

 

INNO.

 

Era l'ora che grato sopore

Al mortal raddolciva le cure,

Che pensando a pi√π liete venture

Obliava gli affanni del dì.

Ed io pur era in letto e dormia,

Quando un suono improvviso mi desta.

Guardo... miro.... e il mio sguardo s'arresta

Sovra un tal che mai visto non ho.

Bianco lin le sue membra vestìa;

Colla manca stringeva un aurato

Vago serto, di fior circondato,

Che mi accese d'immenso stupor.

Colla destra una spada di foco

Arruotando, a me volge le piante.

Al fulgor parea l'Alto - Tonante;

Apre il labbro e mi parla così.

- Io sono un di quei sette Cherubi,

Che al gran Dio fanno gloria e corona.

Da cui nulla alla terra si dona

Che al mortal non si annunci per me.

Sono io pur che del mesto gli affanni

Offro e porgo al Supremo Motore

E alleviando l'ambascia e il dolore

Porto pace ove guerra sol è.

Sono io pur che alla prole di Adamo,

Tutta immersa nell'ombra di morte,

Annunciai di salute la sorte

Tanto tempo cercata, ma invan.

Questa spada è quell'arma potente

Che a Satan frange e tronca gli artigli;

Sicchè l'uom franco scampa i perigli

E cammina sul retto sentier.

Questo serto è quel pegno beato

Che l'Eterno a chi vince tien pronto,

Se fedel fino all’ultimo punto

Meco pugna con santo valor.

E tra quelli che fidi, che forti

Sotto il mio vessillo pugn√¢ro

Avvi pur quell'Antonio sì caro

Che dà segni d'invitto campion.

Quel pastor che pel gregge di Cristo

Ogni cura e pensier tiene intento:

Pugna e affronta ogni rischio e cimento,

Onde a Cristo alme ree dirizzar.

Vedi tu questo libro indorato?

Entro ad esso sue gesta son conte.

Già bastanti perchè quella fronte

Sia adorna di gigli e di fior.

In ciò dir, o Cinzano, indicava

A me lieto il tuo caro sembiante,

E mostrava che all'opre tue sante

Avvi un premio nell'alto dei ciel.

Io allor rispettoso a lui volto:

Deh, gli dissi, tu pronto l'aita

Nel cammin della flebile vita,

Nel cimento coll'oste infedel.

Sicchè porti trionfo e vittoria

Fino al tempo di placida morte,

E sia poi la beatifica sorte

Che coroni immortali i suoi dì.

Molto ancor volea dire: Ei fe' cenno

Che ogni prece già intese ed accolse:

E una candida nube l'involse,

Brillò ancora un istante: e sparì.

 

Segno d'ossequioso rispetto.

 

Il 13 giugno 1840.

CH. GIOVANNI Bosco.

 

 

Due avvenimenti, in diverso modo memorabili, segnavano per Giovanni il fine di quest'anno. Egli stesso ne lasciò memoria. “In sul finir di quell'anno poco mancò non finissi di vivere. Mi trovava ancora nel seminario di Chieri. Era l'ultimo giorno, in cui i chierici dovevano partire per le case loro. Pioveva e me ne stava alla finestra guardando il cielo minaccioso. Quand'ecco, con un fragore immenso, cade il fulmine sul parapetto della finestra, alla quale era appoggiato. I mattoni svelti da quello sono slanciati contro il mio stomaco e mi gettano a terra svenuto in mezzo alla camerata. I compagni accorsi mi credettero morto, mi portarono in letto, mi lavarono la faccia, ma io rinvenni, sorrisi e balzai fuori dal letto.

” Terminato quell'anno, mi nacque il pensiero di tentare cosa, che in quel tempo rarissimamente si otteneva: fare cioè un corso nelle vacanze. Un giorno, discorrendo col teologo Cinzano, gliene feci parola in confidenza e questi con gioia approvò il mio progetto. A tale uopo, senza farne motto ad alcuno, mi presentai solo dall'Arcivescovo Fransoni, chiedendogli di poter istudiare i trattati del 4° anno in quelle vacanze e così compiere il quinquennio nel successivo anno scolastico 1840 - 41. Adduceva per ragione la mia avanzata età di 24 anni compiuti. Quel santo Prelato mi accolse con molta bontà, e verificato l'esito de' miei esami fino allora sostenuti in seminario, mi concedette il favore implorato, a condizione che io portassi tutti i trattati corrispondenti al corso che desiderava di guadagnare, cioè il De Poenitentia dell'Alasia e il De Eucharistia del Cazzaniga. Il Teol Cinzano, mio vicario foraneo, era incaricato di eseguire la volontà del superiore. In due mesi ho potuto collo studio esaurire i trattati prescritti”.

Frattanto egli continuava a far ripetizione o scuola di latino, e fra coloro che in quelle vacanze frequentavano le sue lezioni ebbe l'onore di annoverare pure il giovanetto Giovanni Battista Bertagna, che poi fu il prestantissimo teologo, maestro di morale al convitto di S. Francesco di Assisi, Vescovo Titolare di Cafarnao ed Ausiliare del Cardinale Alimonda, Arcivescovo di Torino.

Nè tralasciava la predicazione. Il 26 luglio recitava il discorso di S. Anna in Aramengo e noi conserviamo negli archivii il prezioso manoscritto. Il 24 di agosto poi dovette prendersi quasi all'improvviso il discorso di S. Bartolomeo in Castelnuovo medesimo. Nel pomeriggio del giorno antecedente si trovava nel giardino della casa parrocchiale, assistendo a D. Ropolo vicecurato e ad un altro sacerdote, che giuocavano alle boccie. Egli però stava appoggiato al muro del cortile colle braccia conserte assorto in pensieri. A un tratto giunge D. Cinzano parroco a1 annunciare d'aver ricevuto lettera che il predicatore, che doveva giungere all'indomani per dire le glorie di S. Bartolomeo nella confraternita di Castelnuovo, era non so se da qualche affare o da malattia trattenuto a casa, e quindi sarebbe toccato a D. Ropolo fare il panegirico del Santo Apostolo. D. Ropolo si schermi dicendo: - Da oggi a domani non è possibile prepararmi: se si trattasse di fare una spiegazione di vangelo, la cosa potrebbe andare; ma un panegirico è altro paio di maniche. - Anche l'altro prete declinò l'invito. D. Cinzano rimase alquanto soprapensiero ed esitante, riflettendo forse all'esame che Giovanni presto doveva sostenere: ma poi rompendo il silenzio: - Allora fallo tu, disse a Giovanni. - Questi si scosse dalla sua meditazione e sorridendo: - Quando non c'è altri, sono paratus ad omnia: farò la prova Il suo panegirico destò in tutti ed in ispecie nel clero, grande ammirazione. I compagni chierici ripetevano: - Eh! ci bagna il naso a tutti! - E Giovanni Filippello, che ebbe la consolazione di udirlo, ripeteva dopo 48 anni che questo gli era restato sempre impresso. Così attestava eziandio a noi lo stesso D. Ropolo.

Benchè intanto continuasse a radunare ogni domenica i fanciulli dei contadini e ponesse ogni sua compiacenza nella loro compagnia, sembra che, oltre le amicizie strette coi notabili di Castelnuovo e di Chieri, avesse eziandio famigliare relazione con alcune nobili famiglie, che abitavano nei castelli dei paesi all'intorno. Dico pare, perchè nelle sue memorie non vi è traccia alcuna di questo. Tuttavia in fronte al prima manoscritto che preparava per la biografia di Comollo sta la seguente frase: “Cenni storici sul chierico Luigi Comollo, seminarista di Chieri, dedicati al giovane Luigi Larissé, conte ereditario”. Ce ne persuade pure la seguente traccia di lettera, indirizzata ad un giovane che tiene in casa il maestro. Questa circostanza indica la posizione sociale di colui, a cui scrive Giovanni. Egli lo rimprovera del tempo perduto e lo ammonisce a rimediare con una condotta più seria e più diligente per l'avvenire.

 

Castelnuovo, 28 Agosto 1840.

 

Mi rincresce sommamente, o sempre mio caro, che voi non abbiate potuto appagare i vostri voti e secondare le speranze de’ vostri genitori. Ma se voi ne cercherete il motivo radicalmente, vedrete che il torto è vostro. Imperocchè se da voi si fossero studiate quelle cose, che in iscuola ed in casa quotidianamente dal maestro vostro diligentissimo vi erano insegnate, non dovreste ora mirare i vostri compagni promossi alla scuola superiore e udirvi per voi una vergognosa negativa. Io non so se sia meglio far vacanza in tutto il decorso dell'anno e non esser promosso cogli altri compagni, oppure studiare quanto è possibile e così essere onorevolmente promosso alla classe superiore. Però se io dovessi consigliare qualcuno ad una di queste due determinazioni, io vorrei esortarlo a non sperare che i superiori siano elementi, ma considerarli come rigorosi e rigorosissimi, e così fare in modo che alla fine dell'anno si conseguisca la promozione per li propri meriti e non per la bontà de' professori. Ma siccome molti la pensano altrimenti, così avviene che molti, ancorchè non vogliano, dovranno pentirsi del tempo perduto, quando appunto incominceranno vergognosi ad essere costretti a ritornare a casa colle trombe nel sacco. Dunque datevi pace e procurate dì rimediare al vostro male, coll'attendere l'anno venturo con tutta serietà agli insegnamenti che vi verranno dal vostro precettore proposti ed allora mi troverete vostro affettuosissimo, quale sin d'ora mi protesto d'esservi

 

 

Intimo amico.

Bosco GIOVANNI.

 

La cerchia adunque dell'influenza benefica, che esercita Giovanni nella società, andava sempre più estendendosi, mentre si avvicinava al compimento de' suoi voti e ad occupare quel posto nella Chiesa che la divina Provvidenza gli aveva destinato. Con tanta sollecitudine pertanto continuava il suo studio sotto la direzione del teologo Cinzano, sì da stancare il suo buon maestro nel fargli recitare le lezioni. Leggeva ogni giorno venti facciate degli autori assegnati, e talmente gli rimanevano impresse nella memoria, da non più dimenticarle. Così infatti ci scriveva e poi a voce ci narrava D. Febbraro, prevosto di Orbassano, nativo di Castelnuovo e chierico in quell'anno: “Il chierico Giovanni Bosco fece solo quattro anni di teologia non solo per l'età già un po' avanzata, ma più per la sua abilità nelle teologiche discipline. Io fui testimonio auricolare dell'esame che subì per essere promosso al quinto corso. Il vicario, che faceva da esaminatore delegato dall'Arcivescovo, vedendo che Giovanni rispondeva letteralmente alle sue molteplici interrogazioni ed obbiezioni, stupito ed entusiasmato, benchè già conoscesse quanto valeva, chiamò noi giovani chierici ad essere testimoni di tale portento e in nostra presenza continuò quell'esame meraviglioso”.

Avvicinandosi il settembre, Giovanni ricevette avviso dal superiori del seminario di prepararsi a ricevere il sacro Ordine maggiore del Suddiaconato. Ecco come egli nelle sue memorie ci descrive questo importantissimo e decisivo avvenimento della sua vita: “Non bastando la mia parte di beni ereditati dal padre per formarmi il patrimonio ecclesiastico voluto, mio fratello Giuseppe mi assegnò tutto quel poco che possedeva. Per le Ordinazioni delle quattro tempora d'autunno sono stato ammesso al Suddiaconato. Ora che conosco le virtù che si richiedono per quell’importantissimo passo, resto convinto che io non era abbastanza preparato; ma non avendo chi si prendesse cura diretta della mia vocazione, mi sono consigliato con D. Cafasso, che mi disse di andare avanti e riposare sulla sua parola. Nei dieci giorni di spirituali esercizi tenuti nella Casa della Missione in Torino ho fatta la confessione generale, affinchè il confessore potesse avere una idea chiara di mia coscienza e darmi l'opportuno consiglio. Desiderava di compiere i miei studi, ma tremava al pensiero di legarmi per tutta la vita; perciò non volli prendere definitiva risoluzione, se non dopo aver avuto il pieno consentimento del confessore. D'allora in poi mi sono dato il massimo impegno di mettere in pratica il consiglio del teologo Borel - Colla ritiratezza, e colla frequente Comunione si conserva e si perfeziona la vocazione”.

 

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